Brianzecum

agosto 11, 2013

UN DIO NOMADE?

LA FEDE NON È STATICITÀ MA RICERCA, INCONTRO, NOMADISMO

di don Giorgio De Capitani*

Un popolo nomade. Non possiamo non leggere insieme il primo e il terzo brano della Messa. Il primo è una delle pagine più drammatiche nella storia d’Israele: la conquista di Gerusalemme e la distruzione del tempio di Salomone ad opera dei babilonesi. Nel Vangelo Gesù profetizza la distruzione del tempio di Erode. Dopo la distruzione operata dai babilonesi il Tempio è stato più volte riedificato, ma con l’anno 70 d.C. il Tempio verrà definitivamente distrutto. La storia del Tempio è anche la storia del popolo eletto. Prima della costruzione del primo tempio in muratura, quello di Salomone, Dio abitava in una tenda, che veniva montata e smontata a seconda delle esigenze di un popolo nomade, soprattutto durante il cammino ininterrotto verso la terra promessa. È davvero interessante il periodo in cui Israele era un popolo nomade, non aveva cioè dimora fissa, non aveva ancora una casa stabile in cui abitare. Dite quello che volete: è affascinante essere nomadi. Siccome oggi è impossibile non avere una dimora fissa, si preferisce allora parlare di nomadismo spirituale. Un sacerdote che ho conosciuto perché è stato mio professore in seminario, don Giorgio Basadonna, ha scritto queste riflessioni che mi sembrano davvero interessanti e stimolanti.

«La spiritualità della strada mette nel cuore un grande senso di attesa, scava degli spazi sempre aperti e invitanti. Non ci si ferma mai, non ci si sente mai arrivati, istallati, definitivi: la ricchezza, la bellezza, la gioia, di quello che si è e che si ha, la capacità di vibrare per ogni più piccolo soffio di grazia rende felici, sereni, fiduciosi, e proprio per questo più sensibili a ciò che ancora manca a ciò che verrà, a ciò che saremo e vorremmo essere. Non si è mai soddisfatti, nel senso etimologico della parola, mai completi, mai riempiti: lo spirito rivela continuamente la sua dimensione infinita, la sua insaziabilità, il suo vuoto che nulla al mondo riuscirà mai a riempire del tutto. È la famosa frase di s. Agostino: “Ci hai fatti per te, Signore, e inquieto è il nostro cuore finché non riposa in te”. L’inquietudine diventa stimolo a camminare, a cercare, ad andare avanti. Non è un’attesa passiva, ma una ad-tesa, un ad-tendere, cioè un andare, sospinti da qualcosa che dentro urge e orienta. Si diventa “nomadi”.

La fede è nomadismo, iniziato col grande padre di tutta la fede monoteistica, Abramo, e continuata con la storia del popolo prescelto a portare nel mondo il Messia, il Figlio di Dio. È il nomadismo della Chiesa, che non solo cammina su tutte le strade del mondo ad annunciare la “bella notizia”, ma anche è in continuo sviluppo interiore, per rispondere meglio alla sua stessa vocazione e per andare incontro al Maestro che viene. Si diventa nomadi: persone incapaci di darsi per vinte, di accontentarsi e rassegnarsi. Nomadi, affascinati dal di là, dal dopo, dall’ancora, per leggere e vivere il di qua, l’adesso. Nomadi, attenti a ogni voce che risuona sotto il sole o nel buio della notte, vicina o lontana, familiare o ignota, e capaci di riconoscere in ogni avvenimento l’annuncio di un altro mondo, che invita a ricominciare daccapo. Nomadi, affascinati dalla terra, che è grande e tutta per tutti; sedotti dalla perenne novità di Dio che ogni giorno, ogni momento, rivela un riflesso nuovo della sua grandezza infinita; tesi a conquistare e a godere quanto cresce nel giardino degli uomini. Nomadi, cioè solitari nel senso di un’adesione coraggiosa alla propria vocazione, senza cedimenti alle mode, senza intruppamenti nelle maggioranze, senza tradimenti della propria identità. Nomadi, capaci di andare fino in fondo a quanto di verità, di giustizia, di amore è stato intuito, capaci di trasmettere senza riduzioni il messaggio ricevuto, capaci di fare da soli la propria strada. Nomadi, perché la strada è già sicurezza, sostegno, ricchezza: la strada è amica ed è sempre fedele, sempre chiara. Anche nelle notti più oscure e senza stelle, la strada rivela il suo volto, e lo si può discernere con fatica e dolore, ma sempre riscoprendo qualcosa di familiare. Nomadi, e quindi fuori dalle sicurezze prestabilite protette dalla forza o dal genio umano, fuori dalle comodità di una casa stabile, di un amore chiuso, di una verità consumata. Nomadi, capaci di ascoltare, di accogliere, di fare proprio ciò che si incontra, senza strettezze e rigidità, senza voler imporre a tutti un proprio modo di vedere: nomadi, cioè instancabilmente alla ricerca, accompagnati e sorretti da tutti, con la gioia di offrire quel poco che si è e si ha, e di prendere quanto viene offerto o si trova lungo il cammino.

Nomadi, fratelli di tutti e non stranieri, non ospiti, non avventurieri, non vergognosi di condividere con tutti la porzione di dolore e di gioia, di bene e di male, di grandezza e di meschinità che è eredità di ciascuno. Nomadi fino a quando la strada farà l’ultima svolta e attraverso il grande portale entrerà nell’eterno, dove finalmente la perfetta comunione con Dio non avrà più tramonto: e, intanto, quella gioia e quell’eterno illuminano tutta la strada e cantano nel cuore di chi sa camminare. Nomadi dall’eterno al tempo, e dal tempo all’eterno. Nomadi perché sospinti da un’insopprimibile nostalgia di Dio» (Giorgio Basadonna, Spiritualità della strada). È bello dunque pensare anche a un Dio nomade. Dio non ha fissa dimora. E quando il Figlio di Dio si è incarnato, durante il suo ministero pastorale non ha avuto una dimora stabile: «Le volpi hanno le loro tane e gli uccelli del cielo i loro nidi, ma il Figlio dell’Uomo non ha dove posare il capo…». Dunque, Dio abitava in una tenda, e camminava insieme al suo popolo. Il popolo si spostava, e Dio si spostava con lui. “Io sarò ovunque tu sarai”.

Idolatria del tempio. Quando Dio volle un tempio, segno anche di unità nazionale – non dimentichiamo che c’era un solo Tempio in tutta la Palestina, ed era quello di Gerusalemme, questo anche per evitare che il popolo cadesse nell’idea che: tanti templi allora tante divinità – tramite i suoi profeti non accettò mai che il popolo facesse del Tempio quasi un talismano, un tesoro a se stante, una giustificazione delle proprie porcate. I profeti andavano giù duro nel contestare l’idolatria del tempio: il tempio contava più di Dio. “Il tempio! il tempio!”, e uccidevano, massacravano, bestemmiavano il vero Dio. “Il tempio”! Il tempio!”, e opprimevano i deboli. Vorrei leggere alcune parole del profeta Geremia, capitolo 7, 1-7: «Questa parola fu rivolta dal Signore a Geremia: “Férmati alla porta del tempio del Signore e là pronuncia questo discorso: Ascoltate la parola del Signore, voi tutti di Giuda che varcate queste porte per prostrarvi al Signore. Così dice il Signore degli eserciti, Dio d’Israele: Rendete buona la vostra condotta e le vostre azioni, e io vi farò abitare in questo luogo. Non confidate in parole menzognere ripetendo: Questo è il tempio del Signore, il tempio del Signore, il tempio del Signore! Se davvero renderete buone la vostra condotta e le vostre azioni, se praticherete la giustizia gli uni verso gli altri, se non opprimerete lo straniero, l’orfano e la vedova, se non spargerete sangue innocente in questo luogo e se non seguirete per vostra disgrazia dèi stranieri, io vi farò abitare in questo luogo, nella terra che diedi ai vostri padri da sempre e per sempre». Non vi siete mai chiesti il perché, dopo la sua distruzione da parte dell’esercito di Tito nel 70 dopo Cristo, il Tempio non verrà più ricostruito? E che significato hanno ancora le parole di Cristo alla samaritana: «Credimi, donna, viene l’ora in cui né su questo monte (il monte Garizim) né a Gerusalemme adorerete il Padre… Viene l’ora – ed è questa – in cui i veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità… Dio è spirito, e quelli che lo adorano devono adorare in spirito e verità»?

*omelia dell’11 agosto 2013: Dodicesima dopo Pentecoste: 2Re 25,1-17; Rm 2,1-10; Mt 23,37-24,2. Fonte: http://www.dongiorgio.it/10/08/2013/omelie-2013-di-don-giorgio-dodicesima-dopo-pentecoste/

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agosto 6, 2013

RICCHI E POVERI SECONDO SANT’AMBROGIO

RESTITUIRE AI POVERI IL MALTOLTO E NON ESSERE SERVI DEI PROPRI AVERI

 

Omelia di don Giorgio De Capitani del 4 agosto 2013*

Padre David Maria Turoldo una domenica in Duomo di Milano aveva fatto una predica tremenda contro i ricchi. La borghesia milanese pensò bene di far sentire le sue rimostranze al cardinale. Schuster chiamò a rapporto quel giovane frate servita chiedendogli spiegazioni. Turoldo passò i fogli dell’omelia: il cardinale, dopo averli letti, esclamò: “Ma questa non è farina del tuo sacco. Questa è pura trascrizione da un trattato di Sant’Ambrogio su Nabot.” Per evitare altre eventuali denunce, vi dico subito che ciò che vi dirò non è farina del mio sacco, ma le parole di Sant’Ambrogio, che si trovano nella sua opera “Naboth l’israelita”.

«La storia di Nabot  è accaduta molto tempo fa, ma si rinnova tutti i giorni. Qual è il ricco che non ambisce di continuo alle cose altrui? Qual è il ricco che non aspira a strappare al povero il suo piccolo possesso e a invadere i confini dell’eredità dei suoi antenati? Chi si contenta di ciò che ha? Chi non viene eccitato nella propria cupidigia dal possesso del vicino? Non c’è stato solo un Acab; tutti i giorni Acab nasce di nuovo, e mai si estingue il suo seme in questo mondo… Ah, ricchi! Fino a dove aspirate a portare la vostra insensata cupidigia? Siete forse gli unici abitanti della terra? Per quale ragione voi espellete dai loro possessi quelli che hanno la vostra stessa natura, e rivendicate per voi soli il possesso di tutta la terra? La terra è stata creata in comune per tutti, ricchi e poveri: perché dunque vi arrogate il diritto esclusivo del suolo? Nessuno è ricco per natura, dal momento che questa tutti li genera egualmente poveri; veniamo al mondo nudi e senza oro né argento…

Ricchi indigenti.  La natura non fa distinzioni tra gli uomini, né al momento della nascita né in quello della morte. Tutti allo stesso modo li genera; e tutti, allo stesso modo, li riceve nel seno del sepolcro. Puoi forse stabilire delle classi tra i morti? Forza, scava nei sepolcri, e vedi se ti è possibile distinguere il ricco. Dissotterra una tomba, e vedi se riesci a riconoscere il bisognoso. Forse è possibile fare una distinzione, solo perché, insieme con il ricco, sono molte più cose a imputridire… Tu forse pensi in cuor tuo che, almeno finché sei in vita, possiedi, questo sì, cose in abbondanza. Ah, uomo ricco! Non immagini quanto sei povero e quanto bisognoso divieni, per stimarti ricco! Quanto più possiedi, più desideri. E se anche riuscissi ad acquistarti tutto quanto, seguiteresti nondimeno a essere indigente. Perché, con il lucro, l’avidità brucia sempre più forte, anziché estinguersi. Il ricco è tanto più tollerabile, quanto meno possiede…

E voi, ricchi: togliete agli altri  ciò che posseggono. Questo lo desiderate più ancora che possedere. Vi preoccupate più di spogliare i poveri che del vostro stesso reale vantaggio. Ma perché vi attraggono tanto le ricchezze della natura? Il mondo è stato creato per tutti, e voi, taluni pochi ricchi, vi sforzate di riservarvelo per voi soli. E non è questione solo della proprietà della terra: fino allo stesso cielo, l’aria e il mare, tutto reclamano per il proprio uso tal uni pochi ricchi… Voi, ricchi, tutto strappate ai poveri, e non lasciate loro nulla; e ciò nondimeno, la vostra pena è maggiore della loro… Siete voi in persona, per la vostra passione, a patire tribolazioni pari a quelle della stessa povertà. I poveri, per davvero, non hanno di che vivere. E voi non usate le vostre ricchezze, né le lasciate usare agli altri. Tirate l’oro fuori delle vene dei metalli, ma poi lo nascondete nuovamente.

Fame e condivisione.  E quante vite rinchiudete insieme con quell’oro! lo in persona ho visto come veniva detenuto un povero, per costringerlo a pagare ciò che non teneva; ho visto come lo incarceravano, perché era mancato il vino dalla mensa del possidente; ho visto come metteva all’asta i propri figli, per differire il momento della condanna. Con la speranza di trovare chi lo possa aiutare in questa situazione di necessità, il povero ritorna alla propria casa e vede che non c’è speranza, che ormai non gli resta niente da mangiare. Piange un’altra volta la fame dei suoi figli, e si duole di non averli piuttosto venduti a colui che avrebbe potuto dare loro di che vivere. Ci pensa su ancora una volta, e prende la decisione di vendere qualcuno dei suoi figli. Ma il suo cuore si lacera tra due sentimenti opposti: la paura della miseria e l’affetto paterno. La fame gli reclama il denaro, la natura gli richiede di compiere il proprio dovere di padre. Molte volte ha preso la decisione di andare a morire insieme con i suoi figli, piuttosto che staccarsi da essi. E altrettante volte è ritornato sui suoi passi. Tuttavia, ora ha finito col vincere la necessità, non l’amore; e la stessa pietà ha dovuto cedere dinanzi al bisogno. Dio ti concede la prosperità proprio perché tu non possa accampare scuse di fronte all’obbligo di vincere e condannare la tua avarizia. Ma quanto egli ha fatto sorgere, per mezzo tuo, a vantaggio di molti, tu intendi riservartelo per te solo, o, per meglio dire ancora, intendi perderlo per te solo: poiché tu stesso guadagneresti di più nel condividerlo con gli altri, dal momento che la grazia della liberalità la riceve chi è d’animo liberale…

Partecipi della nostra natura.  Mi replicherai ciò che voi ricchi siete soliti dire: che non si deve soccorrere chi Dio, lui per primo, maledice e vuole che patisca la necessità. E io ti dico che i poveri non sono maledetti, dal momento che sta scritto: “Beati i poveri, perché di essi è il regno dei cieli” (cfr. Mt 5,3). E non del povero, ma del ricco, dice la Scrittura: “Maledetto sia colui che riceve l’interesse per il grano” (cfr. Pr 11,26). D’altra parte, non tocca certo a te giudicare i meriti di ciascuno. Perché è proprio della misericordia non considerare i meriti ma aiutare nel bisogno; soccorrere il povero e non esaminare la sua giustizia. Poiché sta anche scritto: “Beato chi ha cura del bisognoso e del povero” (cfr. Sal 41[40],2). E chi è colui che ne ha cura? Ebbene, è chi ne ha compassione; chi comprende che quello è partecipe della sua stessa natura; chi sa che tanto il ricco come il povero sono stati fatti dal medesimo Dio; chi crede che destinare parte dei propri guadagni per i poveri sia la maniera conveniente di benedirli…

Restituire del suo.  La Scrittura, come dipinge bene i modi di fare dei ricchi! Si rattristano, se non possono rubare l’altrui; cessano di mangiare e digiunano, e non per riparare il proprio peccato, ma solo per preparare le proprie ribalderie. E talora li vedrai pure venire in chiesa, tutti compiti, umili, assidui, per ottenere che i loro delitti abbiano una buona riuscita. Ma Dio dice loro: “Non è questo il digiuno che mi aggrada. Sai qual è il digiuno che io voglio? Sciogliere le catene inique, liberare gli oppressi, spezzare ogni giogo iniquo, dividere il pane con l’affamato, accogliere nella propria casa chi è senza tetto… “. Quanto dai al bisognoso, è un guadagno anche per te stesso. Quanto riduce il tuo capitale, accresce in realtà il tuo profitto. Il pane che dai ai poveri, è esso ad alimentarti. Perché chi prova compassione per il bisognoso, coltiva se stesso con i frutti della propria umanità. La misericordia, la si semina sulla terra, ma è in cielo che germoglia. La si pianta nel povero, ma è in Dio che la si moltiplica… Perché tu, al povero, non dai del tuo, ma semplicemente restituisci del suo. Perché ciò che è comune ed è stato creato per l’uso da parte di tutti, ebbene, di questo, ora tu solo ne stai usando. La terra è di tutti, non soltanto dei ricchi. Ma sono molto più numerosi quelli che non ne godono di quelli che ne sfruttano. Quando tu aiuti, dunque, non dai gratuitamente quel che non sei tenuto a dare, ma ti limiti a pagare un debito…

Servi dei propri averi.  Voi, viceversa, denudate gli uomini e rivestite le vostre pareti. Il povero nudo geme alla tua porta, e tu non ti degni di guardarlo in faccia, preoccupato come sei solamente dei marmi con cui ti appresti a ricoprire i tuoi pavimenti. Il povero ti domanda il pane e non lo ottiene, mentre i tuoi cavalli rodono l’oro del freno sotto i loro denti. Che severo giudizio stai preparando per te stesso, oh ricco! Il popolo ha fame e tu chiudi i tuoi granai. È povero sul serio colui che ha i mezzi per liberare tante vite dalla morte e non lo fa! Le pietre del tuo anello avrebbero potuto salvare le vite di un intero popolo. È il proprietario che deve essere signore della proprietà, non la proprietà signora del proprietario! Ma chiunque usa del patrimonio di cui dispone a proprio arbitrio, e non sa dare con larghezza né ripartire con i poveri, costui è servo dei propri averi, anziché signore di essi. Perché guarda alle ricchezze altrui come se fosse un domestico, e non usa di esse come se fosse un signore».

*Fonte: http://www.dongiorgio.it/03/08/2013/omelie-2013-di-don-giorgio-undicesima-dopo-pentecoste/

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luglio 14, 2013

DATE A CESARE…

IL POTERE E IL SUO RAPPORTO COL DIVINO

di don GIORGIO DE CAPITANI*

Contesto. Uno dei più noti brani del Vangelo contiene le parole: “date a Cesare ciò che è di Cesare e a Dio ciò che è di Dio” (Mt 22,15-22). Parole che ancora oggi vengono citate con tanta faciloneria, e a sproposito, equivocando sul verbo “dare”. Diciamo subito che anche gli esegeti più esperti concordano sul fatto che sono di difficile interpretazione. Cerchiamo almeno di chiarire alcune cose, a partire dal contesto. Gesù si trova a Gerusalemme, precisamente nel tempio. Siamo ormai alla fine della sua vita terrena. I suoi nemici lo stanno attaccando. Ed è anche lui che provoca, come quando scaccia i cambiavalute dal luogo sacro. Le tensioni aumentano. Fanno di tutto per screditarlo davanti al popolo. Gesù non fugge, ma contrattacca, anche con ironia, con quella superiorità d’animo che gli è propria. Gli chiedono: con quale autorità fai tutte queste cose? Egli risponde ponendo loro un’altra domanda: Giovanni da dove veniva? Dal cielo o dagli uomini? Ed essi non si sentono di rispondere, per paura. Ma non cedono. Ed ecco che cosa ora inventano. La cosa paradossale è che questa volta a porre una domanda tranello sono i farisei insieme agli erodiani. I farisei, “perushim”, erano i puri che consideravano un’umiliazione l’occupazione romana, mentre gli erodiani erano i collaboratori di Erode Antipa, perciò strenui difensori della romanità di Israele. Che strana coppia! Ma, come sappiamo, quando si ha un nemico in comune si mettono da parte dissidi e rancori.

Ipocriti. I finti amici vogliono sfidare Gesù, ma prima di porre la domanda, fanno un elogio sperticato: “Maestro, sappiamo che sei veritiero e insegni la via di Dio secondo verità. Tu non hai soggezione di alcuno, perché non guardi in faccia a nessuno”. Che ipocriti! Cercano di adulare Cristo con queste parole che sanno di incensamento ostentato. Il proverbio dice: “Chi t’accarezza più di quel che suole, o t’ha ingannato, o ingannar ti vuole”. Ed ecco la domanda: “Dunque, di’ a noi il tuo parere: è lecito o no pagare il tributo a Cesare?”. Gesù non modera i termini, e risponde smascherando la loro malizia: “Ipocriti!”. Togliete la maschera! Siete in cattiva fede! E continua: “Mostratemi la moneta del tributo”. Ora è Cristo che li mette nel sacco. Chiede una moneta. I farisei, ingenuamente, frugano sotto la tunica e gliela porgono. I puri tengono in tasca una moneta con l’effigie di Tiberio Cesare! Siamo nel tempio, luogo sacro, dove era impensabile far entrare una moneta romana che violava il divieto di immagine e che, perciò, era sostituita con una moneta “neutra” ad uso esclusivo del tempio. Davvero ipocriti. Nelle questioni di principio volano alto e fanno i santerelli, ma nel quotidiano, come tutti, cedono a mille compromessi. Ma senza ammetterlo. Ci sono cascati, ma Gesù non infierisce e gioca con loro. ”Questa immagine e l’iscrizione, di chi sono?”. Gli rispondono “Di Cesare”. Gesù risponde: “Rendete dunque a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio”. Notate subito una cosa: Gesù usa il verbo “restituire” o rendere e non il verbo dare. Il verbo utilizzato non è “didomi”, dare, ma “apo-didomi”, restituire, rendere a qualcuno qualcosa che è suo, che gli spetta, che gli è dovuto.

Il popolo è di Dio, non dell’imperatore. Si chiede don Marco Pedron: «Cosa vuol dire questa frase? I farisei e tutti i giudei avrebbero voluto non restituire a Cesare quello che è di Cesare: avrebbero, cioè voluto non pagare le tasse per l’imperatore, ma non potevano. E, invece, devono farlo. Sì, devono restituire all’imperatore quello che è dell’imperatore (le monete). Ma la questione più vera, per Gesù, è un’altra. Perché a Dio devono restituire quello di cui si sono impossessati (“e a Dio quello che è di Dio”): il popolo. Non solo devono regolare i conti con l’imperatore ma anche con Dio. Si sono impadroniti del popolo, lo hanno condotto in schiavitù con regole false e lo tengono in mano con il pretesto della religione, annunciando un Dio che non è il vero Dio. I ministri di Dio devono rendere conto a Dio di cosa ne hanno fatto di Lui. Perché ridurre Dio ai nostri pensieri o alla nostra testa, è una bestemmia. Gesù li guarda e dice: “Avete ridotto Dio ai vostri schemi e alle vostre regole. Ma Dio non è così”. E dovrete rendere conto. E per assurdo, ma è vero, fu Gesù stesso ad essere condannato di bestemmia (Mc 14,64)». Padre Ermes Ronchi commenta: «Se avessimo fra le mani quella moneta romana, capiremmo molto di più: il profilo dell’imperatore non era un semplice omaggio al cesare di turno, ma indicava la proprietà: egli era il proprietario di quell’oro e chi l’aveva in mano ne era solo un proprietario temporaneo. «Questa moneta appartiene a Cesare, non dovete far altro che restituirla».

Disinnesca la divinità del potere. Ma la profezia di Gesù sorge nella seconda parte della risposta, quando alla questione politica e storica, sul rapporto tra uomo e uomo, risponde conducendoci in profondità, al rapporto tra uomo e Dio. L’iscrizione sulla moneta diceva «al divino Cesare» o «al Dio Cesare». Proprio questa sintesi pericolosa Gesù vuole disinnescare: Cesare non è Dio. «Rendete a Dio quello che è di Dio». Ma che cosa gli appartiene? «La terra, l’universo e tutti i viventi» (salmo 24,1); «io appartengo al Signore» (Isaia 44,5). A Cesare vadano le cose, a Dio le persone. Cesare non ha diritto di vita e di morte sulle persone, non ha il diritto di violare la loro coscienza, non può impadronirsi della loro libertà. A Cesare non spetta il cuore, la mente, l’anima. Spettano a Dio solo. Ad ogni potere umano è detto: Non appropriarti dell’uomo. L’uomo è cosa di un Altro. Cosa di Dio. A me dice: Non iscrivere appartenenze nel cuore che non siano a Dio. Libero e ribelle a ogni tentazione di possesso, ripeti a Cesare: Io non ti appartengo. La risposta di Gesù ha come intenzione quella di allargare il problema: non di teorizzare l’autonomia delle realtà mondane, o la separazione dei poteri, ma quella di prendere le radici stesse del potere e di capovolgerle al sole e all’aria. Per Gesù Dio non è il potere oltre ogni potere, è amore. Non è il padrone delle vite, è il servitore dei viventi. Non un Cesare più grande degli altri cesari, ma un servo sofferente per amore. Tutt’altro modo di essere Dio».

Liberarsi dalla moneta. Massimo Cacciari, filosofo vivente, commentando la risposta di Gesù ai farisei, dice: «L’interpretazione di gran lunga più significativa è quella dei Padri della Chiesa, quella di Origene, quella di Ambrogio, che è quella secondo me giusta. Cosa dicono? Che cos’è di Dio? Cosa dice Origene, che cosa dobbiamo a Dio: … a Dio quello che è di Dio, gli dobbiamo: corpus, anima et voluntas, cioè tutto. Che cosa dobbiamo dare a Cesare? La moneta, ma in che senso gli dobbiamo dare la moneta? Gliela dobbiamo dare perché dobbiamo liberarcene. Per dare tutto a Dio corpus, anima e voluntas, che cosa ci rimane? Dobbiamo liberarci, svuotarci di tutto, di tutto ciò che è possesso, e il discorso della moneta riguarda appunto questo. Il tributo che dobbiamo tributare a Cesare è tutto ciò che ci impedisce di essere tutti di Dio. Così i Padri interpretano la cosa, quindi è una dissimmetria totale, non è una divisione tranquilla di competenze. Se vuoi seguire me – dice Gesù – tu devi dare tutto quello che possiedi, tutto ciò che ti impedisce di seguirmi a Cesare, dallo a lui, a Cesare. Liberati di tutto, ma dice anche di più Origene: quella moneta è segno di malizia, tu devi liberarti dalla moneta che è segno di malizia e devi lasciarla al diavolo. Mentre dice Ambrogio: non puoi essere del Signore se prima non hai rinunziato al mondo, il gesto di tributare la moneta a Cesare è simbolo della rinuncia al mondo. Sentite la radicalità della parola di Gesù, altro che dire: questo è ambito mio, l’altro è ambito tuo, e si potrebbe continuare. Quale è la conseguenza drammatica di ciò? In queste parole si esprime una riserva sul potere politico, che nessun potere politico degno di questo nome potrà mai accettare».

*dall’omelia del 14 luglio 2013: Ottava dopo Pentecoste. Fonte: http://www.dongiorgio.it/13/07/2013/omelie-2013-di-don-giorgio-ottava-dopo-pentecoste/DSC01383Tramonto dietro il monte Palanzone (Triangolo lariano) nel solstizio d’estate dal Monte di Brianza

giugno 19, 2013

CURARE LE CAUSE PROFONDE DELLA CRISI

UNA FIDUCIA ECCESSIVA NELLA TECNICA, CHE CI ALLONTANA DALLA REALTÀ, DALLA TRADIZIONE E DAI VALORI UMANI

da una lezione del prof. Mauro Magatti*

La fiducia  è un fattore essenziale nella società moderna, e può illuminarci sugli avvenimenti riguardanti l’attuale crisi mondiale. Come è noto, le prime avvisaglie si sono manifestate negli Stati Uniti nel 2007, con l’insolvenza di alcune banche americane. In precedenza, disponendo di molta liquidità, avevano erogato mutui per l’acquisto della casa anche a persone povere, disoccupate e facilmente insolventi, confidando in un complesso sistema di ripartizione e riassicurazione dei rischi. I debiti a rischio (subprime) venivano inseriti, assieme ad altri debiti di buona qualità, in titoli complessi, i quali a loro volta venivano raggruppati in titoli ancora più complessi, e così via, fino a rendere pressoché impossibile una loro valutazione. Una debolezza congiunturale, con diversi casi di disoccupazione, ha reso manifestamente insolventi molti mutuatari, costringendo le banche a vendere le loro case (ipotecate). L’aumento dell’offerta di case ne ha determinato il crollo del valore di mercato, anche al di sotto del loro valore iniziale. Così diverse banche sono arrivate all’orlo del fallimento, e alcune sono state lasciate fallire, in omaggio alla dominante ideologia liberista.

Infarto.  Questo però ha gettato il panico nel mondo finanziario e Obama ha capito che era il caso di intervenire pesantemente per evitare danni ancor peggiori. Infatti la crisi si è manifestata come un infarto che ha colpito il cuore della finanza mondale: Wall Street. Una cosa gravissima, che rischiava di far crollare tutto il sistema finanziario ed economico del globo. Questo era basato su un’enorme quantità di debiti, nonché su una spregiudicata esposizione delle banche, rispetto ai depositi, alla ricerca di guadagni sempre più alti e rapidi. Un infarto gravissimo che poteva portare alla morte del malato – cioè di tutti noi. L’infarto è stato fermato con un farmaco salvavita, cioè stampando qualcosa come 800 miliardi di dollari: avevano essenzialmente la funzione di ristabilire la fiducia nella gente, specificamente la fiducia che lo Stato americano fosse in grado di controllare la situazione, fosse il pagatore di ultima istanza.

Europa.  Poi la crisi è arrivata in Europa, dove però non c’è uno Stato unico, come quello americano. Difficoltà e problemi sono stati maggiori e più complessi: si sono avute speculazioni finanziarie persino contro l’euro; la liquidità erogata come farmaco salvavita è stata probabilmente ancor più abbondante che in America. Sostanzialmente si è avuta la contrattazione tra la Germania e i paesi del Sud (PIGS, sinonimo di maiali, o meglio PIIGS se si include anche il nostro paese). Facile comprendere chi ha avuto la meglio: il colosso tedesco, con la politica del rigore, contrapposta a quella interventista di ispirazione keynesiana. Tuttavia alla fine si è avuta la dichiarazione di Draghi che la BCE sarebbe comunque intervenuta in ultima istanza: sempre per ristabilire quel fattore fondamentale che si chiama fiducia.

Per superare un infarto  non basta somministrare un farmaco salvavita: bisogna curare l’organo cardiaco (chirurgicamente se necessario) e soprattutto modificare gli stili di vita (spesso caratterizzati da incongrui stili alimentari, ricchi di cibi-spazzatura). Fuor di metafora bisogna scoprire le motivazioni di fondo della crisi, strutturali e psicologiche, prima dell’evento finanziario che l’ha fatta scoppiare (ampia documentazione in CRISI ECONOMICA). Qui ci soffermiamo su un aspetto soltanto. Cos’è che ha spinto le banche a indebitarsi anche con persone facilmente insolvibili? Una eccessiva fiducia in uno strumento tecnico (l’inserimento dei loro crediti in titoli complessi e la loro vendita a ignari risparmiatori). Ma la stessa deregulation economica e finanziaria, che è all’origine della crisi, cos’è se non la fede che questo strumento tecnico anonimo che è il mercato sarà in grado di risolvere tutti i nostri problemi collettivi a prescindere da ogni volontà politica?

Fede nella tecnica:  si tratta di un fattore che possiamo riscontrare anche in altri campi della nostra modernità. Si pensi al riscaldamento climatico e ai rischi di irreversibilità: perché mai politici, imprese, gente comune non prendono sul serio questo pericolo? Per l’esistenza, più o meno inconscia, della fiducia che la tecnica sarà in grado di risolvere il problema quando sarà diventato grave. Così per l’energia atomica e lo smaltimento delle scorie. Un cenno particolare merita la bioetica, dato che la tecnica sarà sempre più applicata anche al nostro corpo. Gli ospedali si stanno trasformando in strumenti dove si entra con dei difetti e se ne esce messi a nuovo, grazie alla tecnica. Quella sanitaria è però una tecnica che più si sviluppa, più crea la propria domanda: in Italia la sanità rappresenta circa il 12% del PIL, negli Stati Uniti quasi il doppio: il 20%. Per evitare che la sanità diventi ingovernabile, oppure privilegio dei soli ricchi, si dovranno mettere in atto strumenti di prevenzione primaria, come l’adeguatezza della dieta: tornando, ad es. alla dieta della nostra tradizione: quella mediterranea. “Custodire la tradizione non è adorare le ceneri, ma trasmettere il fuoco”, diceva Malraux. Anche nel campo della salute la fede nella tecnica – che spesso assomiglia a una vera e propria fede religiosa – rischia di essere malriposta.

Il dogma  che sta dietro la nostra società tecnologica è che tutto ciò che è reso possibile dalla tecnica è di per sé legittimo. Così si è creato un sistema tecnico globale che si autogiustifica e che, alla fine, prescinde dalla realtà. Per questo si sono ignorati i limiti dello sviluppo – di ordine sociale, ambientale… – ci si è allontanati dai valori umani, dalle tradizioni, le radici ecc. Ed ecco l’esito: la crisi economica, dovuta essenzialmente all’avidità e imprevidenza del mondo finanziario, viene pagata in ultima analisi dai più deboli: giovani, lavoratori anziani, paesi e aree depresse… Tuttavia la crisi potrà avere un risvolto positivo se ci richiamerà ad anteporre l’umanità all’economia. Bisogna rifare quello che ha fatto Keynes nel secolo scorso: ricollegare l’economia alla società.

*dal titolo: La grande contrazione. I fallimenti della libertà e le vie del suo riscatto; 9 febbraio 2013, corso di formazione alla politica dei Circoli Dossetti. Testo non rivisto dal Relatore. Fonte: http://www.dossetti.com/corso/corso%202013/201304magatti.html

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giugno 15, 2013

È UNA CRISI DELLA LIBERTÀ

ALLA RADICE DELLA ATTUALE CRISI C’È UN’IDEA DI ESPANSIONE SENZA LIMITI, INDIVIDUALISTICA E DISTRUTTIVA

da una lezione del prof. Mauro Magatti*

Espansione. Anche se il nostro paese vi ha partecipato in misura marginale, gli ultimi due decenni sono stati caratterizzati da un straordinaria espansione economica planetaria. Il crollo del muro di Berlino del 1989 ne ha create le premesse, così come la globalizzazione dei mercati, il progresso tecnico, specie nel campo informatico, la finanziarizzazione ed altro ancora. Si è avuta la novità storica di un sistema organizzato e univoco, che ha esteso un elevato livello di tecnologia pressoché in tutti i paesi. Parallelamente a quella economica, c’è stata una forte espansione della soggettività e della libertà individuale; questa è stata intesa prevalentemente nella direzione di esplorare il mondo, collezionare esperienze, cogliere opportunità.

Consumo. Tutto ciò si esprime anzitutto nel campo del consumo. Non si tratta di banale consumismo, che appartiene ad una fase storica precedente; si tratta di avere una disposizione aperta a cogliere ogni occasione in un mondo percepito in espansione da tutti i punti di vista. Il termine consumo va qui inteso in un suo significato originario e profondo, derivante dal latino cum summa che evoca l’esperienza sessuale dell’orgasmo. Nel senso che col consumo cerchiamo di toccare qualcosa della realtà che ci sfugge: non è una banalità, ma un atto di profonda ricerca, se pure spesso illusoria.

Risvolto tragico. A questo modo di concepire la libertà nell’espansione non è mancato un risvolto tragico: ha slegato i rapporti sociali, a partire dai rapporti affettivi. Perché se l’espansione consiste nell’aumento delle opportunità e bisogna soggettivamente disporsi a coglierne il più possibile, ogni vincolo – familiare, sociale, amicale – può limitare. La relazione è stata concepita come una riduzione della libertà! Per questo i ragazzi oggi non si sposano più, perché se la cultura dentro cui vivono impone di cogliere tutte le opportunità, non possono impegnarsi per sempre: non solo non si possono fidare dell’altro, ma neppure di sè stessi. Non possiamo impegnarci in qualcosa che riduce le possibilità future.

Due motori. A livello politico possiamo distinguere due motori, attivi soprattutto negli ultimi vent’anni: il motore della destra, che fa coincidere la libertà con la scelta di mercato; e il motore della sinistra, secondo cui ciascuno è legislatore di se stesso: decide il bene e il male per conto proprio. Due motori che hanno fatto finta di combattersi, il primo spingendo sul lato dell’economia, il secondo sul lato dei diritti soggettivi. In realtà vanno tutti dalla stessa parte – quella del capitalismo tecno-nichilista – proprio perché non mettono in discussione l’idea di libertà assoluta che entrambi abbracciano – oltre ovviamente ad altre componenti.

La libertà assoluta, cioè sciolta da tutto, va incontro all’esperienza della perdizione, come dice la sapienza biblica. È come essere abbandonati nel deserto o in mezzo al mare: si è liberi di andare dove si vuole, ma in realtà non si va da nessuna parte. Il problema della libertà, che è una gran bella cosa, ha in se il drammatico problema della perdizione, o per dirla con un’altra categoria, dell’auto-annichilimento. Se si è sempre liberi di disfare tutto quello che si è fatto il giorno prima, alla fine non resta più nulla. L’altro fondamentale aspetto è che non siamo individui isolati: non siamo proprio nel deserto. L’immagine che dovremmo piuttosto utilizzare è che noi siamo dentro un mercato arabo, o una festa patronale, con un flusso di gente che ti chiama, ti spinge, ti condiziona. Francamente, la nostra libertà è lungi dall’essere nel senso che ognuno può fare quel che vuole. Naturalmente siamo ben orgogliosi di essere dentro una storia di libertà, della modernità e della cristianità medioevale (che è la genitrice della modernità). Ma non possiamo trascurare i condizionamenti e il nichilismo che questa libertà ha in sé.

Crisi spirituale. Da ultimo non possiamo non fare un cenno alla questione del senso, del significato. Il processo di espansione lascia un vuoto nella vita personale e collettiva. Siamo sempre più pressati da un sistema tecnico che ci chiede tanto, facciamo un’ampia collezione di esperienze, ma alla fine ci sfugge il perché. Così la depressione è diventata la malattia sociale di questi ultimi vent’anni. E se ne può anche capire il motivo: perché è forte l’energia richiesta, ma non se ne comprende la motivazione. Va bene il godimento del consumo, però non è che sempre si stia proprio così bene; spesso la vita è diversa da quello che si immagina. Allora la crisi è una crisi economica, certo, è una crisi sociale, certo, ma è anche una crisi spirituale, come dicono i pontefici: una crisi spirituale della libertà di massa. Se non partiamo da qui, anche le vicende più spicciole sono completamente sganciate dalla realtà.

Generatività. In sintesi il problema è: passare da una libertà dissipativa, consumativa, a una libertà generativa. In una società come la nostra in cui si fanno meno figli e pertanto il ciclo della generatività biologica si riduce, si pone il problema di altre forme di generatività: cioè di qualcosa di impegnativo, che ha a che fare col mettere al mondo. Proprio perché il consumo tocca corde profonde, come si è detto, non possiamo non mettere in campo qualcosa di veramente profondo per superarlo. Non si tratta di opporsi al consumo, si tratta di capire che la nostra libertà non si può ridurre a quell’atto e che in quanto liberi noi possiamo fare tutto quello che vogliamo, ma alla fine la nostra libertà è chiamata a giocarsi per qualche valore che si mette al mondo. Che si tratti di un’impresa per un artigiano, facendo le cose in una certa maniera, che sia un’associazione di volontariato o un circolo culturale, che siano i tuoi allievi da far crescere se sei un insegnante, o tirar su i figli se sei un genitore, la generatività vuol dire che abbiamo bisogno di mettere al mondo valori. Dato che il nostro essere cittadini non riguarda solo il momento del voto, abbiamo il diritto e il dovere di partecipare alla produzione del bene comune, ciascuno per un suo frammento.

Anche le democrazie sono in crisi: attraverseranno decenni di sventura se noi cittadini non ci assumiamo più pienamente questa responsabilità dell’essere generatori di valori, offrendoci, in certo senso, alla comunità per realizzare una parte di noi stessi. In definitiva la generatività, che ha a che fare con l’esperienza antropologica fondamentale del mettere al mondo, può riguardare diverse cose. Alcune cose meritano la nostra vita, perché hanno valore e questo è anche il vero antidoto al nichilismo. Perché il nichilismo non si batte con le prediche, ma solo testimoniando che nella vita c’è qualcosa che vale e che noi contribuiamo a incarnare.

*dal titolo: La grande contrazione. I fallimenti della libertà e le vie del suo riscatto; 9 febbraio 2013, corso di formazione alla politica dei Circoli Dossetti (testo non rivisto dal Relatore). Fonte: http://www.dossetti.com/corso/corso%202013/201304magatti.html

Engadina

Engadina

aprile 22, 2013

PROFEZIA CORAGGIO INTELLIGENZA*

TRE QUALITÀ INDISPENSABILI, SIA IN AMBITO ECCLESIALE CHE POLITICO

Finalità e coraggio.  Dove c’è una pluralità di persone, una comunità, sempre ci sono difficoltà. Così anche per i primi cristiani. C’erano contrasti perfino tra gli stessi apostoli: litigavano, si dividevano, ognuno andava per la sua strada. Discutevano anche animatamente, non tanto per questioni personali o per gelosie, quanto invece per diversità di vedute. Paolo era un tipo duro, molto deciso, determinato, anche autoritario. Non era facile collaborare con lui. E soprattutto era infaticabile e coraggioso: metteva in difficoltà qualsiasi collaboratore che fosse timido, pauroso, non abituato alla fatica. Non si lasciava condizionare: se si prefiggeva uno scopo in cui ravvisava la volontà di Dio, lo raggiungeva a tutti i costi, mettendo a rischio anche la propria vita. Così ad es. aveva intrapreso il lungo e pericoloso viaggio verso Gerusalemme, senza lasciarsi dissuadere dal sentimento dei suoi, che non lo volevano perdere. Spesso è proprio quando ci viene tolta una persona che ci accorgiamo del suo valore. Ed è proprio il martirio a risvegliare la coscienza degli indifferenti. Chi rischia la vita merita sempre la nostra ammirazione.

Profezia. Ogni tanto nella Bibbia si trovano persone dotate del carisma della profezia. In realtà non dimentichiamo che lo Spirito santo, il giorno della Pentecoste, aveva fatto alla Chiesa il dono della profezia, che perciò è di tutti, dovrebbe essere di tutti i credenti. Ancora oggi fatichiamo a distinguere la profezia come dono dello Spirito santo dalla profezia come predizione di qualcosa che riguarda il futuro. Di per sé profezia non è predizione del futuro. Anzi, la profezia, dono dello Spirito santo, riguarda il presente, un presente che è già futuro. Noi solitamente diciamo: quel tale sa prevedere il futuro nel senso che quel fatto poi capiterà. La profezia anticipa in un certo senso il futuro. La profezia fa sì che non si perda troppo tempo posticipando ciò che oggi potremmo già fare. Noi, purtroppo, arriviamo sempre tardi: ciò succede un po’ in tutti i campi, da quello socio-politico a quello ecclesiastico. Il profeta è colui che cammina col passo di Dio, il quale sempre anticipa i tempi che, per vari motivi, ritardano in confronto all’orologio di Dio; e ciò può succedere per vari motivi: per pigrizia, per poca saggezza, per poca oculatezza, per poco discernimento delle varie situazioni. Senza offesa, purtroppo, anche noi cristiani, siamo dei ritardati: arriviamo sempre in ritardo sulla tabella di marcia di Dio.

L’intelligenza del Maligno.  Ora, non si può non fare un richiamo alla attuale situazione politica italiana. Perché ci sia una buona politica occorrono almeno tre cose: l’amore spassionato (e profetico) per il bene comune, l’intelligenza di saperlo individuare, distinguendolo dai beni particolari, e il coraggio di perseguirlo senza farsi condizionare da sentimenti, pregiudizi o ideologie obsolete. In particolare va ricordato che per intelligenza (che deriva dal latino intus+legere) è da intendere la capacità di saper leggere in profondità soprattutto il presente, ovvero il momento storico in cui viviamo, nelle sue varie sfaccettature ed evenienze. Noi credenti sappiamo che, dopo Dio, l’essere più intelligente è proprio il Principe del male. Perciò stiamo attenti: l’intelligenza non è prerogativa assoluta del bene. Il Maligno sa leggere realisticamente il presente, e che cosa fa? Inocula al momento opportuno ogni sorta di male. E, per fare questo, usa tutti i mezzi a sua disposizione: la calunnia, la menzogna, la corruzione. La cosa peggiore, dunque, è quando l’intelligenza fa corpo unico con la volontà di fare del male. Questa è la cattiva politica.

La buona politica,  invece, si ha quando l’intelligenza si unisce all’amore spassionato per il bene comune. Non bastano, dunque, le migliori intenzioni, la buona volontà, e neppure la rettitudine morale. Non può mancare assolutamente l’intelligenza, ovvero quel saper leggere il momento presente per poter poi trovare le soluzioni migliori. Quando si tratta di fare scelte importanti per il bene comune, occorre anzitutto l’intelligenza di saper cogliere la realtà. È ciò che è mancato alla politica della sinistra italiana che doveva proporre come presidente della repubblica l’uomo o la donna migliore, in vista del bene comune del paese, senza fare i soliti giochi o giochetti politici in vista di chissà quali alleanze. In Italia, purtroppo, l’intelligenza è di casa nel campo politico più corrotto, mentre sembra mancare tra le persone più oneste. Oggi la sinistra italiana difetta di “intelligenza”, ovvero di capacità di cogliere il momento presente. Non bastano più (certo, ci vogliono!) le buone intenzioni o la rettitudine morale. La destra italiana è più opportunistica, perché sa trovare la strategia giusta per colpire il cuore della Democrazia. È triste dirlo: siamo nelle mani di politici corrotti che sanno usare più intelligenza dei politici onesti. Speriamo che il sacrificio di qualche onesto svegli e illumini le coscienze. La capacità di unire profezia, coraggio e intelligenza è la sfida che non possiamo evitare sia nel campo ecclesiale che in quello politico-sociale.

*riflessioni dall’omelia di don Giorgio De Capitani del 21 aprile 2013¸ fonte: http://www.dongiorgio.it/20/04/2013/omelie-2013-di-don-giorgio-quarta-di-pasqua/

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giugno 17, 2012

IL POTERE DEI MEDIA

LA STRATEGIA D’IMBONIMENTO E CONFORMISMO IN UN BRANO DI NOAM CHOMSKY

Semplificare, distrarre, illudere.  Prima parlavo dello scopo dei media e delle élite opportunamente indottrinate. Ma che dire della maggioranza ignorante e intrigante? Essa deve in qualche modo essere distratta. Le si possono propinare semplificazioni e illusioni emotivamente potenti, cosicché sia capace di scimmiottare la linea di partito. La linea principale è comunque quella di tenerla fuori. Le si lasci fare cose prive di importanza, la si lasci urlare per una squadra di calcio o divertirsi con una soap opera. Ciò che si deve fare è creare un sistema adatto nel quale ciascun individuo rimanga incollato al tubo catodico. E’ un noto principio delle culture totalitarie quello di voler isolare gli individui: se ne discute dal secolo XVIII. Per la cultura totalitaria è estremamente importante separare tra loro le persone. Quando la maggioranza ‘ignorante e deficiente’ sta insieme può capitare che si faccia venire strane idee. Se invece si tengono gli individui isolati, non è interessante se pensano e quello che pensano. Dunque bisogna tenere la gente isolata, e nella nostra società ciò significa incollarla alla televisione. Una strategia perfetta. Sei completamente passivo e presti attenzione a cose completamente insignificanti, che non hanno alcuna incidenza. Sei obbediente. Sei un consumatore. Compri spazzatura della quale non hai alcun bisogno. Compri un paio di scarpe da tennis da 200 dollari, perché le usa Magic Johnson. E non rompi le scatole a nessuno. Se vuoi uccidere quel bambino che sta vicino a casa tua, fallo pure, questo non ci preoccupa. Ma non cercare di depredare i ricchi. Uccidetevi fra voi, nel vostro ghetto.

Isolare e saturare.  Questo è il trucco. Questo è ciò che i media hanno il compito di fare. Se si esaminano i programmi trasmessi dalla televisione si vedrà che non ha molto senso interrogarsi sulla loro veridicità. E infatti nessuno si interroga su questo. L’industria delle pubbliche relazioni non spende miliardi di dollari all’anno per gioco. L’industria delle pubbliche relazioni è un’invenzione americana che è stata creata all’inizio del ‘900 con lo scopo, dicono gli esperti, ‘di controllare la mente della gente, che altrimenti rappresenterebbe il pericolo più forte nel quale potrebbero incorrere le grandi multinazionali‘. Questi sono i metodi per attuare questo genere di controllo. I ‘metodi scientifici di gestione‘ furono messi a punto – sempre in quegli anni (1930) – anche per interrompere gli scioperi. Si comprese che i media dovevano essere saturati con una serie di convinzioni appropriate: questo sistema fu applicato a Johnstown, in Pennsylvania, durante lo sciopero dei metalmeccanici del 1936-37. L’operazione riuscì. Da allora questo metodo prese il nome di ‘formula di Mohawk Valley’ (dove si trovava Johnstown). L’idea fu quella di inserirsi nei gruppi di scioperanti, di saturarli di propaganda attraverso i media – e le chiese – in modo tale che alla fine ognuno di loro avesse chiara in mente l’esistenza di due gruppi contrapposti: noi e loro. ‘Noi’ erano i lavoratori che continuavano a lavorare e le loro mogli che si curavano della casa. Le schiave che per venti ore al giorno aiutavano i lavoratori. Gli ‘altri’ erano i cani sciolti, i diversi, gli anarchici, gli elementi di disturbo, i leader sindacali, coloro cioè che cercavano di rompere l’armonia e la pace della comunità. Dobbiamo proteggerci, dicevano i ‘Noi’, dobbiamo proteggerci dagli estremisti che cercano di disturbare la nostra armonia. Questa strategia ebbe grande successo. E questa è l’immagine dello sciopero che ancora viene propagandata e che la maggioranza condivide: rottura dell’armonia. Si guardino le immagini che delle lotte dei lavoratori danno i media, le soap opera, i film.

Fonte: http://www.dongiorgio.it/04/06/2012/il-potere-dei-media/  Barbara x by dongiorgio, 4 giugno 2012

Maggio 5, 2012

IL CORPO E L’IMMAGINE

POTERE, DENARO, APPARENZE: NON INTERESSA LA RELAZIONE

di Piero Stefani*

 

L’immagine è legata al potere. Gesù compì gesti. Risanò toccando corpi malati, rovesciò banchi dei cambiavalute, mangiò assieme ai peccatori, lavò i piedi ai propri discepoli, gettò sguardi carichi di affetto, abbracciò bambini; si lasciò toccare i vestiti, lavare i piedi con le lacrime, baciare, profumare il capo; subì la violenza delle percosse e dei chiodi. Come per tutti anche per Gesù il corpo è il luogo per eccellenza della comunicazione e della relazione. Nei vangeli la corporeità è posta in grande evidenza. Gesù è un uomo che, oltre a parlare alle folle, incontra persone. Perciò la parola, il mezzo fondamentale per comunicare l’evangelo, non gli basta. In Gesù nessun ruolo è affidato all’immagine. Non ci sono suoi ritratti. Fin dall’antichità l’immagine è legata al potere. Sulla moneta del tributo vi è il ritratto di Cesare. L’immagine è l’espediente per rendere presente chi in effetti non è lì. Statue e insegne avevano questo scopo. Ciò vale anche per l’ostensione del potente davanti alle folle. Anche Gesù vi fu sottoposto nell’«ecce homo»; ma ciò avvenne in maniera paradossale. Egli è soggetto ai riti del potere come colui che li subisce, non come chi li sfrutta.

 

Il corpo è il luogo della relazione diretta. Di contro un esteso potere si afferma, di solito, attraverso rapporti indiretti. Chi lo esercita deve essere presente al di là dei confini legati alle relazioni interpersonali. Per questo i capi delle nazioni debbono mostrarsi e dove non arriva la loro immagine immediata si ricorre a dei sostituti. Si può ipotizzare che proprio la disgiunzione tra presenza e immagine costituisca una delle ragioni per cui i vangeli, che pur tanto parlano della corporeità di Gesù, non riportano alcuna sua descrizione fisica. Nulla sappiamo della sua statura, dei suoi occhi, dei suoi capelli, del suo incedere; vale a dire dei tratti caratterizzanti le biografie classiche. I vangeli raccontano solo fatti e trasmettono detti. I riferimenti al corpo sono in funzione di queste situazioni. Non ci sono ritratti; forse ci sono immagini, ma solo in situazioni «altre». Le apparizioni del Risorto, che tanto peso hanno avuto nell’elaborazione della fede primitiva, rasentano infatti la sfera dell’immagine. Forse per questo sono state considerate come una forma solo temporanea di una presenza che poi va testimoniata attraverso la parola.

 

Presenza priva di immagini.  Qui si apre il problema immenso di sapere perché, a partire da questa descrizione solo funzionale di gesti, sia sorto un patrimonio iconografico senza uguali. Ovunque ci imbattiamo in ritratti di Gesù. Di contro nei vangeli la sua è una presenza priva di immagini. È così perché si descrive una relazione corporea diretta; è così perché c’è la promessa di un «esserci» non visibile: «dove due o tre sono riuniti nel mio nome io sono in mezzo a loro» (Mt 18,20). Lo stesso vale per il pane e per il vino. Sono forme di presenza invisibili, silenti e spoglie di potere. Di contro il potere legittimo (gli altri non a caso si chiamano occulti) è di solito connesso a una presenza manifesta e indiretta, fatta di «segni» e «insegne».

 

Denaro immagine del potere.  Gesù, quando fu interpellato se fosse lecito o meno pagare il tributo a Cesare, si fece dare la moneta (lui in proprio ne era sprovvisto) e si fece dire di chi era l’immagine impressa su di essa. Anche quando non raffigurano imperatori, i soldi sono sempre immagini del potere (non limitato a quello di acquisto). Sono portavalori universali perché astratti e convenzionali. In se stessi non hanno alcun valore d’uso perché tutto in essi si risolve nel valore di scambio. Per questo il denaro può essere a sua volta sostituito da forme ancora più virtuali di rappresentazione, senza che ciò ne muti l’efficacia. Specie nel XIX secolo, quando l’elettronica era lungi dal venire, si è riflettuto a lungo su ciò: sono pensieri divenuti desueti. Eppure l’affinità profonda tra civiltà (o barbarie) dell’immagine e quella del denaro si conferma ogni giorno di più. Come tutti sanno, oggi anche il corpo viene subordinato sempre più all’immagine. La sua peculiarità più diffusa sta ormai nell’apparire. Ciò è molto affine all’universale prevalere del «denaro» sulle «cose» proprio dei nostri tempi. Si parla ormai solo di conti, bilanci, deficit, debiti, tasse e di vite schiacciate o auto-estinte a causa dell’eccedenza del mondo dell’immagine costituito dal denaro rispetto a quello del corpo e della relazione. Tutto appare subordinato al denaro e quando esso o i suoi sostituti mancano è come se tutto venisse meno.

* Il pensiero della settimana, n. 385

aprile 4, 2012

LA PAROLA DELLA CROCE

SPUNTI DALLA MEDITAZIONE PASQUALE DI DORA CASTENETTO

(docente alla Facoltà teologica dell’Italia settentrionale) al Meic di Lecco il 24 marzo 2012 sul versetto 1,18 della Prima lettera ai Corinzi: «Poiché la predicazione della croce è pazzia per quelli che periscono, ma per noi, che veniamo salvati, è la potenza di Dio»

Il mistero della croce  è centrale nella fede cristiana, ma si può correre il rischio di ridurlo a puro simbolo culturale. È necessario prescindere da certe discussioni improprie, come quelle avvenute sull’esposizione del crocefisso nei luoghi pubblici. La croce parla, è un messaggio vivo. È l’icona del modo con cui Dio si dona all’uomo. Ci dice che Gesù è il Salvatore, figlio di Dio. La crocefissione – pena infamante per chi veniva ritenuto maledetto da Dio – è una morte scelta da Gesù, non subita: in questa morte Dio rivela sé stesso. Sembra paradossale, ma il mistero della croce – pur restando un mistero – rivela chi è Dio per noi, come intende farci essere davanti a lui e con lui, pertanto rivela chi siamo noi. Vediamo in concreto come avvenne la morte di Cristo. Dei due delinquenti vicino a lui è bastato che uno dicesse: ricordati di me e la risposta fu l’immediata accoglienza, non una promessa di perdono futuro o condizionato. Dio ama gli uomini incondizionatamente, basta un cenno di adesione: entra non appena lo si lascia entrare.

Meraviglia e incredulità  sono atteggiamenti che possiamo provare: meraviglia per tanta misericordia, incredulità, di contro, per chiedersi se non ci sia una forma diversa dalla croce per esprimere l’amore di Dio per l’uomo. Joseph Ratzinger disse che la croce si presenta “come espressione di quel folle amore di Dio, che si abbandona ad ogni umiliazione pur di redimere l’uomo”. Il tema è sempre quello dell’uomo salvato e di un Dio salvatore. Una certa idea di un dio giustiziere – invalsa in tempi passati – è totalmente sbagliata: il Dio vero è quello che perdona, che salva: è più grande della nostra meschinità. S. Ambrogio ha affermato che se si perdona si ha ragione di credere di essere perdonati; se non si perdona, come osare rivolgersi a lui? Non si può capire la sua misericordia trascendente.

Dio è misericordia.  Questo atteggiamento divino contrapposto a quello umano può essere visto già nel primo testamento, ad es. in passi come il seguente: Il mio cuore si commuove dentro di me, il mio intimo freme di compassione. Non darò sfogo all’ardore della mia ira, non tornerò a distruggere Efraim, perché sono Dio e non uomo; sono il Santo in mezzo a te e non verrò nella mia ira (Osea 11,8-9). Anche Caino viene protetto da Dio, contrariamente a quanto avrebbe fatto la giustizia umana. La potenza di Dio si manifesta, dunque, non come potere o arbitrio, ma come misericordia e perdono: e questo lo dice il crocefisso. È stata anche un’intuizione di s. Teresa del Bambin Gesù. Entrata nell’ordine delle carmelitane – che allora (fine ‘800) aveva lo scopo di offrirsi vittime alla giustizia di Dio – intuì che Dio è giusto in quanto misericordioso: significa che Dio realizza la sua identità (quindi è giusto con sé stesso) nella misericordia. Pertanto Dio non mostra la sua distanza da noi: piuttosto siamo noi che attribuiamo a Dio una distanza e una giustizia umana. Ma è ideologico partire da noi e attribuire a Dio il punto di vista umano.

La croce è principio di comunione.  Sulla croce è stipulata pienamente l’alleanza tra Dio e l’uomo. Ne consegue che da li nasce ogni possibilità di comunione tra gli uomini. Perché sulla croce Gesù sconfessa l’odio, sconfessa ogni aggressione, sconfessa ogni oppressione. Sconfessa pure la nostra autosufficienza, la pretesa di essere in grado di salvarci grazie ai nostri meriti. Sulla croce Gesù muore per tutti gli uomini: la croce distrugge ogni muro divisorio che vogliamo erigere con chi ha una fede diversa o non ha fede. Ci possiamo chiedere se è possibile condividere la croce. O, prima ancora, se la croce è una proposta credibile. L’uomo è fatto per la felicità, non per la croce. Condividere la croce può sembrare una proposta sconcertante, ma non si è discepoli se non condividendo la croce. Le parole di Gesù in proposito sono inequivocabili: Se uno vuol venire dietro a me, rinunci a se stesso, prenda la sua croce e mi segua (Mt 16,24). Bisogna avere il coraggio di condividere le scelte fondamentali della fede; o, in altre parole, bisogna decidere di essere cristiani. Portare la croce vuol dire assumere lo stile di Gesù.

Rinunciare a sé stessi  cosa vuol dire? Non certo rinnegare il corpo né, tanto meno, la propria personalità. Vuol dire rinnegare l’indocile (rispetto alla legge della carità), l’incredulo che è dentro di noi, per ricondurre tutto in noi alla fede, allo stile di Gesù. Qui si aprono problemi molto profondi: si può chiamare croce il dolore dell’uomo? Perché il dolore innocente? Perché proprio a me? Probabilmente non si trova una risposta se si resta sul piano puramente razionale. Dolore e male appaiono come ostacoli, si cerca di nasconderli, ma sempre riemergono. Il dolore è un enigma per tutti, credenti e non credenti. Possiamo ricordare, ad es., Edith Stein, che disse alla sorella: andiamo a morire per il nostro popolo. Il card. Martini, dopo una visita ad Auschwitz, non fu in grado di fare la solita meditazione dinanzi all’assurdo di quel mistero d’iniquità: non ci sono parole. Ma, aggiunse, guai a chi abbassa la guardia.

Il dolore prende senso dall’amore.  Il libro di Giobbe descrive un atteggiamento forte rispetto al dolore: quello che gli fa dire: Dio ha dato, Dio ha tolto. Ma non sempre l’uomo è così forte, come insegna la stessa morte di Gesù. La quale è una morte per la vita, per la salvezza dell’umanità. Una morte totalmente umana perché l’umano di Gesù è totalmente umano. Solo la fede dà un senso al dolore. Senza titanismi, fatalismi o, peggio, disperazioni. Bonhoeffer ha parlato di resistenza e resa: resa non al dolore ma al mistero di Dio. Questa resa ci dà una resistenza reale che genera speranza e pazienza. La lezione del Crocefisso non ci dà una teoria del dolore, né afferma che il dolore è un valore. Insegna piuttosto che è sbagliato respingere la fede per il dolore. Il dolore, il venerdi santo, prelude alla resurrezione. La Pasqua è questa certezza.

Bibliografia: G. Moioli, La parola della croce, Glossa, Milano 1994

marzo 25, 2012

GESÙ E LA RESURREZIONE DI LAZZARO

L’ATTESA DEL MIRACOLO È SPESSO LA SCUSA PER NON OPERARE CONTRO I GRANDI MALI DEL NOSTRO TEMPO: DISORDINE NEL SESSO, DANARO, POTERE

omelia di don Giorgio De Capitani del 25 marzo 2012

Quattro resurrezioni.  A parte la risurrezione di Cristo, nei Vangeli canonici troviamo tre casi di resurrezioni. Due sono narrati da Matteo, Marco e Luca: Gesù restituisce la vita alla figlia di Giàiro, capo di una sinagoga locale; e ridona la vita al figlio di una vedova di Nain. Il terzo miracolo riguarda la risurrezione di Lazzaro, che è presente solo nel quarto Vangelo. Ed è il brano di oggi. Prima di passare a fare qualche riflessione, vorrei dire una cosa, anche se potrà suscitare qualche perplessità. Non si dà nulla per scontato quando si tratta di studiare, commentare e riflettere sui Vangeli. Anche l’omelia domenicale non dovrebbe limitarsi a qualche riflessione moralistica. Certo, non è una conferenza, ma non penso che sia fuori luogo cercare di dire sempre qualcosa di nuovo nei limiti del tempo a disposizione. Non per mettere le mani in avanti, ma per amore della verità, premetto subito che ciò che dirò non sono mie congetture o le congetture di qualche eccentrico. Ci sono studiosi degni di considerazione che sentono l’esigenza di tornare il più possibile alla fonte delle narrazioni evangeliche, onde riscoprire il Cristo autentico, quello genuino, quello radicale ovvero delle origini, prima che i Vangeli venissero interpretati o addirittura manipolati dalle primitive comunità cristiane.

I miracoli non ci fanno maturare nella fede.  Anche da parte mia non sopporto per niente l’idea di un Cristo santone, di un Cristo guaritore, di un Cristo esorcista, di un Cristo carismatico. Non è questo il Cristo che mi piace, anche perché non vi trovo quella Novità che mi aspetterei invece dal Figlio di Dio che si è fatto Uomo. Per cui insistere troppo su questi aspetti non potrà dare maggiore credibilità al Cristianesimo. Solitamente diciamo: i miracoli sono la prova che Gesù è il Figlio di Dio. Ma chi ha detto che per provare che Gesù è il Figlio di Dio occorrono i miracoli? Anche i santoni fanno cose straordinarie. Ho un concetto diverso di Cristo, diciamo di Dio. Cristo non è venuto sulla terra per compiere miracoli dimostrando così che egli era il Figlio di Dio. Se così fosse, perché allora gli ebrei del suo tempo, a iniziare dai capi e dai teologi di allora non gli hanno creduto? Anzi, secondo i Vangeli, più Gesù compiva i miracoli, più i suoi nemici diventavano ciechi, lo volevano addirittura uccidere. Se Dio oggi compisse numerosi miracoli straordinari, la gente aumenterebbe la propria fede? Non credo proprio. Le cose eccezionali non servono a farci maturare nella fede. I miracoli, poi, secondo la mia opinione personale, non rientrano in quella paternità universale di Dio che tanto predichiamo: Dio o compie i miracoli per tutti, o non li fa per nessuno.

Quale morte.  Detto questo, è vero che nei Vangeli troviamo racconti di miracoli, di cui alcuni anche spettacolari. Ma perché ad esempio il miracolo della risurrezione di Lazzaro è narrato solo da Giovanni? Gli altri tre evangelisti se ne sono dimenticati? Ma come potevano di fronte ad un miracolo simile? Non ritengo opportuno, per diverse ragioni – questa è un’omelia, non una conferenza – dilungarmi sui miracoli in genere di Gesù e nemmeno sui racconti riguardanti la risurrezione dei morti. Dico solo: bisognerebbe anzitutto capire bene che cosa, ai tempi di Gesù, s’intendeva per morte. Se avete fatto caso, Gesù parla di sonno. “Lazzaro, il nostro amico, si è addormentato, ma io vado a svegliarlo”. Anche nel caso della figlia di Giàiro Gesù dice: ”La bambina non è morta, ma dorme”. Dunque, secondo alcuni studiosi, sempre più accreditati, non si tratterebbe di risurrezioni e nemmeno di rianimazioni di un cadavere, ma di una specie di catalessi, o di sonno momentaneo o, secondo altri, di uno stato comatoso che precedeva immediatamente la morte. Scusate la terminologia non strettamente medica. Non entro nel merito, tuttavia penso che sia doveroso tener conto delle teorie sulla pre-morte ai tempi di Cristo. In ogni caso, qualcuno ha fatto osservare: se è vero che la morte introduce ad uno stato di beatitudine, che senso avrebbe farci rientrare ancora in un precedente stato esistenziale di sofferenza? Comunque, la risurrezione di Cristo è un’altra cosa. Cristo, dopo la morte, non è ritornato su questa terra. Qui ci sarebbe da discutere a lungo sul Cristo risorto. Secondo me, dal dopo morte non si ritorna più indietro. Tutto sta allora nel capire che cosa s’intende per morte. E qui le parole di Cristo sono di grande aiuto: “la bambina non è morta, ma dorme” e Cristo la risveglia, così come ha fatto con Lazzaro.

Nostra responsabilità di fare miracoli. Certamente, tutto il racconto del miracolo porterebbe a pensare il contrario, ovvero che si è trattato di una vera morte. Ma non dimentichiamo, e qui ci aiutano ancora gli esegeti, che il racconto rivela una grande discontinuità di narrazione, contiene elementi che non si amalgamano bene tra di loro, è come un collage di più redazioni. È difficile da parte degli stessi esegeti ridurre il racconto al testo originario. A noi importa però cogliere il messaggio essenziale. Anche questo racconto si presta a simbologie utili per una riflessione inerente alla nostra fede. Padre Aldo Bergamaschi, alla fine del suo commento al brano di Giovanni, così invita a riflettere. «… Molti cristiani sono “miracolisti”, cioè continuano a pensare la storia dopo Cristo, coma prima di Lui. Prima di Lui la storia era concepita così: Dio, un essere onnipotente che ronza attorno alla storia e fa quello che vuole; può dare una scoppola a uno, una carezza a un altro e così di seguito. Questo, il cristiano se lo deve dimenticare, ormai la concezione di Dio per noi è quella di “Dio con noi”: Gesù è entrato nelle nervature della storia e i miracoli li dobbiamo fare noi! Avete capito? I miracolisti credono tanto nei miracoli perché si vogliono togliere di dosso la responsabilità, come cristiani, di doverli fare loro! L’abilitazione che Gesù ci ha dato, cioè la sua vera novità, è la cosiddetta “metànoia” (conversione nel profondo) in cui divento una nuova creatura e operatore di “miracoli”.

Sesso, danaro, potere.  Guardo con estrema pietà i “movimenti spirituali” – e prego per loro – i quali, accentuano questo aspetto miracolistico del cristianesimo; fanno riunioni che durano ore, dove si canta, si balla, si battono le mani, ci si getta per terra e così via; e dopo? Finito tutto, credono di avere capito il movimento dello spirito ecc. Poi quando tornano a casa, il mondo resta come prima, a parte tutti i travagli che ognuno di loro ha all’interno della coscienza. Ora, se noi siamo abilitati a fare i miracoli, vi dico i punti che ci devono responsabilizzare e che finalmente faranno vedere la novità cristiana nel mondo. I peccati su cui poggia la società – basta aprire la televisione e lo vedete – sono: sesso in disordine, danaro in disordine, e potere in disordine. Le tragedie delle famiglie, si ripetono in piccolo; quando c’è una famiglia che va a picco, andate a vedere: sesso, danaro, potere, non si scappa. Questo è il punto che Gesù è venuto a sanare, questo è il miracolo che nessun fondatore di religioni ha mai detto; “Amatevi come io ho amato voi”: senza profitto in quei tre settori. Sogno una comunità cristiana, non riunita qui con mille persone a gracidare e così via, ma in una fattoria, dove si è messo in ordine il lavoro, vale a dire l’origine del capitale. Il danaro, o viene dal lavoro o diversamente è una divinità che ci inganna tutti quanti, e così nel sesso, così nel potere.

Miracolo del granellino.  Mettere in ordine questi tre punti, che sono poi il cuore del messaggio di Gesù: sono il miracolo che il mondo attende e che i cristiani devono fare. Il miracolo che abilita il cristiano a introdurre la novità nel mondo è paragonabile a quella del granellino di frumento, il quale deve rinunciare ad essere granellino per diventare farina; la farina a sua volta deve lasciarsi fecondare dall’acqua e dal lievito; per diventare pane deve lasciarsi andare dentro al forno, solo allora da quel granellino avremo il pane profumato. Il miracolo è dovuto alle rinunce del piccolo seme di grano. Non dobbiamo celebrare un Gesù che fa dei miracoli per metterlo di fronte a quelli che non credono, dobbiamo celebrare quella conversione che Gesù è venuto a operare in quelli che credono in Lui. Soltanto così, rinnoveremo noi stessi e il mondo».

Fonte: http://www.dongiorgio.it/scelta.php?id=1866&nome=prima

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