Brianzecum

dicembre 2, 2014

COS’È LA GIUSTIZIA

INDISPENSABILI DISTACCO E POVERTÀ DI SPIRITO PER COMPRENDERE LA VERA GIUSTIZIA
di don Giorgio De Capitani*


Guardare alle origini. Domenica scorsa il brano iniziava con “Ascoltatemi!”. Così inizia quello di oggi, che, a metà circa, ripete un secondo imperativo: “Ascoltatemi attenti… porgetemi l’orecchio”. Perché Israele deve mettersi in ascolto? Dio lo invita a guardare al suo passato, alle sue origini, al momento in cui è stato scelto per essere strumento per la salvezza universale. «Guardate alla roccia da cui siete stati tagliati, alla cava da cui siete stati estratti»: la roccia e la cava sono immagini molto espressive, rendono bene l’idea dello stretto legame che c’è tra il Signore e Israele: un’Alleanza che Dio non scioglierà mai. E questo significa garanzia per il futuro del popolo eletto, soprattutto nei momenti difficili. Dio è sempre pronto a riprendere dall’inizio il bandolo della matassa. Il profeta anonimo, autore del brano, ricorda il momento particolare della storia ebraica: i superstiti dall’esilio babilonese, tornati in patria (siamo nel VI secolo a.C.), devono rimboccarsi le maniche per ricostruire una nazione rasa al suolo. Altro che crisi economica! La terra promessa era ridotta a poche case, a pochi abitanti per di più ibridi: un miscuglio di razze e di religioni. Una desolazione e una confusione totale! Bisogna ripartire da capo. Ma Dio interviene subito: prima “ascoltatemi”. Prima che gli esuli si mettano a ricostruire la nazione, ordina loro di ascoltarlo.
Ricostruire non significa far finta di nulla: la desolazione di quella terra era il segno che qualcosa non aveva funzionato nel rapporto tra Dio e il popolo ebraico. Non certo per colpa di Dio. E allora? Bisogna ripensare una ricostruzione “nuova”. Quando, tornati in patria, gli ebrei, presi dall’ansia, mettono subito mano ai mattoni per ricostruire le loro abitazioni, il Signore, tramite il suo profeta, li rimprovera di pensare anzitutto a loro stessi, dimenticando il loro Signore. La ricostruzione andava fatta “ripensando” a ciò che era successo, per evitare che di nuovo succedesse. Che senso ha ricostruire per ricadere negli stessi errori di prima? Questo è il senso di: “Ascoltate”. Riflettete una buona volta! Non basta ricostruire case o cose: bisogna tornare ad essere saggi. Le case vanno costruite su solide fondamenta terrene, ma il vivere sociale ha bisogno di altre fondamenta, quelle che poggiano sul nostro essere, nel nostro essere. “Ascoltate”: aprite gli occhi, ci direbbe ancora il Signore. Chissà perché al boom economico segue prima o poi una crisi, una ricaduta nella miseria materiale e sociale. Ci sono ancora degli economisti che affermano che il progresso economico è inarrestabile, progressivo, per la stessa legge naturale, secondo cui la ricchezza produce ricchezza, i beni producono altri beni. Ma la storia smentisce continuamente questa tesi.
Crisi vuole conversione. Anche noi stiamo vivendo un momento difficile, simile a quello del popolo ebraico quando era in esilio babilonese. Un esilio che è durato più di settant’anni. E noi crediamo che in pochi anni passerà questa crisi, che sta mettendo a dura prova la nostra esistenza, anche nelle sue primarie esigenze di sopravvivenza. E ci illudiamo che tutto tornerà come prima. Ma non sarà così. Ogni crisi lascia ferite, i cui segni resteranno indelebili. Certo, usciremo prima o poi dall’esilio, torneremo in patria. Ma, ecco l’invito del Signore: “ascoltatemi”. Prima di riprendere a ricostruire sui rottami lasciati dalla crisi: “Ascoltatemi, attenti”. Bisogna ricostruire con saggezza! Oggi tutti urlano in nome dei diritti (quali?), tutti protestano per tornare ai beni economici precedenti, tutti prospettano soluzioni immediate, ma nessuno vuole “ascoltare”. Ascoltare significa riflettere, ri-pensare, ovvero riprendere i grandi pensieri, quelli che cambiano la vita, ma prima devono cambiare la mentalità. Conversione!
Il vero bene. Nel brano del profeta, Il Signore a chi si è rivolto? «Ascoltatemi, voi che siete in cerca di giustizia». Dio parte sempre da un nucleo, dal “resto d’Israele”, da ciò che è rimasto di saggio del suo popolo. Riparte dai suoi fedelissimi. Ma anche costoro possono essere disorientati. Dio li incoraggia! Come si possono educare i ragazzi, se genitori ed educatori non hanno idee chiare sui valori fondamentali della vita? Come si può educare un popolo alla democrazia, se quanti hanno delle responsabilità non sanno che cos’è la giustizia e cos’è la legge-diritto? Scusate se torno frequentemente su alcuni concetti, ma li ritengo così fondamentali e attuali da non poter fare a meno di insistere, anche perché, se leggete bene la Bibbia, il Signore stesso, tramite i profeti, insisteva ad esempio nel mettere in rapporto tra loro la giustizia e la legge (o diritto). La salvezza o liberazione scaturisce da questa interconnessione profonda. Quando si parla di salvezza o liberazione s’intende il vero bene dell’essere umano, s’intende la liberazione dalle varie schiavitù. Ecco: l’essere umano prenderà la via della salvezza o della liberazione, quando saprà armonizzare tra loro la giustizia e la legge (o diritto).
Giustizia. Per noi credenti, è fondamentale sapere ciò che dice la Bibbia a proposito della giustizia e della legge. Secondo la Bibbia, giustizia che cos’è? È il disegno di Dio sul mondo: Dio vuole il bene dell’Umanità. I giusti allora chi sono? Sono coloro che rimangono fedeli a questo disegno di Dio: coloro che vogliono il bene di questo mondo. Parlare di disegno o piano divino può sembrare qualcosa di astratto o di generico: in realtà, di che si tratta? La giustizia secondo la Bibbia è l’armonia del creato e del cosmo. Nel campo umano, è l’armonia del nostro essere. Che significa? Qui entrano in scena i grandi mistici, i quali nei loro scritti hanno trattato il tema della giustizia, a partire dal divino che c’è in noi. Noi, purtroppo, poniamo sempre i diritti e i nostri problemi concreti, al di fuori del nostro essere, e parliamo di esistenza. Già la parola “esistenza” dovrebbe farci riflettere: deriva dal latino “ex – sistere”, ovvero stare (sistere) fuori (ex). Fuori da che cosa? Dal nostro essere. Sta qui la causa di tutte le nostre tragedie.
Equilibrio interiore. Ecco allora i mistici ci dicono: Se tu non sei, cioè se tu esci da te stesso, finisci per abitare nelle cose. Diventi forestiero a te stesso. Un alieno. Diventi un altro. E le cose finiscono per possederti. Perdi l’equilibrio. Rompi l’armonia. Esci dalla giustizia. L’uomo crede di prendere consistenza, appoggiandosi alle cose. E ciò crea ingiustizia verso gli altri, perché ciascuno si crea un proprio regno a spese degli altri. Essendo fuori da me stesso, credo di rifarmi una esistenza, ma perdendo l’equilibrio che parte dal proprio essere interiore. L’esistenza, secondo l’etimologia della parola, è vivere fuori di casa, e fuori del proprio essere la legge è quella del più forte. Ciò che noi chiamiamo diritto è quel qualcosa che è unito alla legge del più forte. Simone Weil si rifaceva al mondo greco, dove la giustizia aveva un significato vero, a differenza del mondo romano, dove il diritto aveva solo un valore giuridico, fondato sulla forza.
Distacco. Ecco perché i mistici, come ad esempio Meister Eckhart, parlano continuamente di distacco, di povertà dello spirito. La povertà dello spirito è in realtà la nobiltà dello spirito: l’uomo nobile si distacca dalle cose e da se stesso, inteso come l’io dominante, perché riconosce che la smania di imporsi, di affermarsi, di permanere a tutti i livelli – non solo sociale, ma anche religioso – non è soltanto volgarità, ma una colpa, una menzogna. Purtroppo viviamo in una società, dove è difficile, oggi più di ieri, trovare veri maestri, che sanno elevare il nostro spirito, renderlo nobile. «A noi poverelli le matasse paion più imbrogliate, perché non sappiam trovare il bandolo…”, sostiene Agnese nei Promessi Sposi. E la stessa Agnese dice a Renzo e Lucia che “alle volte un parere, una parolina d’un uomo che abbia studiato”, potrebbe essere utile. Solo che l’uomo che indica: ”l’azzeccagarbugli” non fa al caso loro. Di azzeccagarbugli è pieno il nostro paese. E noi restiamo in balìa di lestofanti che predicano giustizia, ma non sanno che cos’è la vera giustizia. Pescano nel torbido, rendendo l’acqua più sporca per noi. A loro basta un pugno di consensi. E noi sempre qui a chiederci: Ma che cos’è la giustizia?

*omelia del 30 novembre 2014: Terza Domenica di Avvento (Is 51,1-6; 2Cor 2,14-16a; Gv 5,33-39). Fonte: http://www.dongiorgio.it/30/11/2014/omelie-2014-di-don-giorgio-terza-domenica-di-avvento-rito-ambrosiano/

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GIUSTIZIA E MISERICORDIA

DUE METE FONDAMENTALI NEL PERCORSO DELL’AVVENTO, ASSIEME A SILENZIO E RIORDINO INTERIORI

di don Giorgio De Capitani*

Due sono i personaggi che la Liturgia mette in scena durante l’Avvento: sono diversi tra loro, ma complementari. Entrambi hanno un compito ben preciso da compiere: prepararci nel migliore dei modi alla venuta del Salvatore. Sono Giovanni il Battista e Maria santissima. Alla madre del Messia vengono dedicate una festa in particolare, l’Immacolata, e la domenica che precede immediatamente il Natale. Al Precursore la liturgia dedica ben tre brani del Vangelo che parlano di lui: questa domenica, la prossima e domenica 14 dicembre. Prima di soffermarmi sulla figura di Giovanni, merita una particolare attenzione anche il primo brano, tolto dal Libro di Isaia, o meglio del Secondo Isaia, un anonimo profeta vissuto negli anni successivi al 538 a. C, quando il re persiano Ciro, dopo aver sconfitto i babilonesi, aveva permesso agli ebrei esuli a Babilonia di tornare nella terra dei padri, abbandonata nel 586 a. C., al momento della distruzione di Gerusalemme. Il compito di questo profeta consisteva appunto nello stimolare il ritorno in patria e nel cantarlo come un evento glorioso voluto da Dio.
Ascoltatemi. Il brano di oggi è davvero interessante: è un dialogo che si alterna tra il Signore e il suo popolo. Prima interviene Dio che invita i suoi eletti ad ascoltarlo: “Ascoltatemi”. Più che invito, è un ordine. Un ordine che risuona ancora oggi. In mezzo a tanta confusione e a tante incertezze, bisogna a un certo punto fare silenzio, e ascoltare l’Essenziale. Che cos’è l’Avvento, se non uno spazio di tempo che noi togliamo alle nostre quotidiane fatiche e preoccupazioni, per dar modo al nostro interiore di rimettere un po’ di ordine nella nostra mente e nel nostro cuore? Noi parliamo, attorno a noi tutti parlano, le cose parlano, e nessuno vuole ascoltare chi ne sa più di noi e più del mondo intero.
L’Avvento cristiano non è anzitutto un programmare chissà quali attività. Più si avvicina il Natale, più aumentano la frenesia e un insieme di cose da fare. Dovrebbe essere il contrario. Più ci avviciniamo al Natale, più dovremmo sentire l’esigenza di fare silenzio dentro e attorno a noi, per sentire la voce di Colui che è l’unico vero Necessario. “Ascoltatemi”. Dio si rivolge ai suoi fedeli, agli amanti della giustizia, a coloro che portano nel cuore la sua legge. Non devono temere nulla. I nemici tenteranno di farli soccombere, ma Dio sta dalla parte dei giusti. Ed ecco che il popolo d’Israele risponde, invitando a sua volta il Signore perché risvegli la sua potenza, la sua presenza, perché faccia sentire più forte la sua voce.
Crisi, per tornare al Signore. Sì, è vero, il Signore sta dalla parte dei giusti, ma non basta. Ci sono situazioni in cui sembra che il Signore stia in silenzio, sia quasi assente. Sembra, ma così non è. Ma il popolo fedele chiede di più. Proprio perché si è fidato di Dio, non accetta che sia continuamente messo alla prova. Ma Dio ha le sue buone ragioni: succedeva che, quando le cose andavano troppo bene, gli ebrei si dimenticassero di Dio. C’erano le crisi? Il popolo tornava al Signore. La storia si ripete sempre. Non ci chiediamo mai il perché la storia sia soggetta a tante crisi che tolgono il respiro e mettono a dura prova la stessa esistenza? Ogni epoca conosce almeno una grande crisi. Noi le chiamiamo crisi economiche e strutturali. Forse sarebbe più giusto chiamarle crisi di valori. L’Avvento mette a nudo ancora di più questa crisi che sta erodendo l’anima e il corpo. Solo degli illusi potevano credere che la crisi sarebbe durata poco. Ogni crisi ha i suoi tempi. Nessuno, nemmeno gli economisti più esperti, li conosce. Ne usciremo, senza saperne i motivi. Di colpo.
Desiderio di pienezza. Nel frattempo, diamo la colpa a tutto e a tutti, aggrappandoci a questo o a quello per salvarci. Nessun mago ci porterà fuori dalla crisi. La crisi, anche questa, è frutto di un sistema sbagliato che si è creato col tempo, tessuto senz’altro da qualche mente perversa, ma sempre con il sostegno del popolo. Non sopporto che ci si senta sempre delle vittime. Non solo al tempo degli ebrei, ma anche oggi i cosiddetti buoni sono come un peso morto di una grossa parte che subisce e subisce correndo dietro al sistema del momento. I giusti, invece, non si fanno omologare, non si fanno trascinare: su questi pochi eletti il Signore scommette il suo progetto. Infine, il Signore termina con queste parole: «Io, io sono il vostro consolatore». Non so esattamente il significato del termine “consolazione” in ebraico. Mi soffermo sulla parola italiana, che deriva dal latino: “cum + solari”. “Cum” vuol dire “mezzo”, “strumento”, mentre “solari” contiene “solus”, che non vuol dire “solo”, ma “intero”. Perciò, possiamo intendere così le parole del Signore: “Io, io sono colui che soddisferà il vostro desiderio di pienezza, la vostra sete di giustizia”. Le vere sofferenze sono di coloro che cercano il bene, ma non lo trovano. I giusti soffrono perché vivono in un mondo di iniquità. Non si accontentano del poco di bene che c’è. Il disegno di Dio è grande. Non si accontenta del minimo.
Convertitevi. Il Vangelo di oggi introduce la figura di Giovanni il Battista. L’evangelista Matteo non usa preamboli: «In quei giorni venne Giovanni il Battista e predicava nel deserto della Giudea dicendo: “Convertitevi, perché il regno dei cieli è vicino!”». “In quei giorni”: una frase che non fissa un determinato tempo. Non si sa esattamente quando Giovanni è apparso sulla scena pubblica. All’evangelista non interessava. Forse non si ricordava, forse non lo sapeva. Ma una cosa è certa: a un certo punto, Giovanni si è fatto sentire. “In quei giorni” può benissimo indicare qualsiasi tempo: anche i nostri tempi. C’è sempre un momento in cui un certo Giovanni Battista compare a dirci: “Convertitevi!”. Anche in italiano il verbo “convertire” è significativo: vuol dire di per sé “cambiare strada”, invertire la rotta. Mi converto quando mi accorgo di aver preso una strada sbagliata, mi fermo, torno indietro a prendere quella giusta. Il verbo greco, “metanoèite”, è ancora più pregnante di senso: deriva da “metànoia” (“noia” deriva da “nous”, che significa mente, pensiero). Dunque, convertirsi significa cambiare mente, pensiero. È dalla mente e dal pensiero che derivano le nostre azioni, i nostri comportamenti. Quindi, Giovanni il Battista non si è limitato a dire alle folle: “Agite bene”. In altre parole, il suo messaggio non era anzitutto di tipo moralistico. Fate i bravi! Il messaggio di Giovanni era radicale: puntava alla mente e al cuore.
Ipocrisia peccato più grave.
Giovanni ha voluto essere coerente anche nel suo vestito e nel suo cibo. Sobrio, essenziale, asciutto, quasi scostante. Duro nelle parole, altrettanto duro nelle sue scelte di vita. La gente accorreva, perché sentiva che in Giovanni c’era qualcosa di autentico. E non si è ribellata, quando si è sentita colpita sul vivo dalle parole: “Razza di vipere!”. Se dovessimo usare oggi espressioni simili, saremmo denunciati. Ma Giovanni non andava tanto per il sottile: sapeva che l’ipocrisia era anche allora il peccato più grave. Per cambiare la mente, occorrevano parole forti, sconvolgenti, rivoltanti, urticanti. Cristo stesso tornerà sull’ipocrisia, rivolgendosi anzitutto ai capi politici e religiosi.
Misericordia conduce alla giustizia.
Certo, Gesù, a differenza di Giovanni, ha manifestato anche il volto di un Dio misericordioso. Misericordia sì, ma la misericordia non è una specie di condono a ripetizione. La misericordia conduce alla giustizia. Tutti abbiamo bisogno di misericordia di Dio. Ma Dio vuole anzitutto il nostro bene, e il nostro bene è il nostro essere umano, che, se è debole e perciò bisognoso di misericordia, ha però bisogno di essere risvegliato e guidato verso la sua piena realizzazione. La misericordia è la pazienza di Dio che sa attendere, e nel frattempo ci sostiene nelle nostre debolezze. Dio è paziente ma in vista della giustizia, intesa nella pienezza del nostro essere e nella realizzazione del suo disegno sulla storia umana. Secondo la Bibbia, giustizia e misericordia si abbracciano. Ambedue si rifanno al nostro essere umano, da sviluppare nella sua bontà radicale (ecco la giustizia), ma da sostenere a causa dei suoi limiti e debolezze (ecco la misericordia).

*Omelia del 23 novembre 2014: Seconda domenica di Avvento (Is 51,7-12a; Rm 15,15-21; Mt 3,1-12). fonte: http://www.dongiorgio.it/23/11/2014/omelie-2014-di-don-giorgio-seconda-di-avvento-rito-ambrosiano/

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aprile 8, 2014

STATI UNITI D’AMERICA — UNO STATO FALLITO?

SI PUÒ FALLIRE VERSO I PROPRI CITTADINI O VERSO GLI ALTRI STATI; CRESCITA DELLE DISEGUAGLIANZE E INSUCCESSO DELLE GUERRE CONFERMANO LA TESI. COME LA GERMANIA DI HITLER O LA FRANCIA DI NAPOLEONE

di JOHAN GALTUNG*

Due criteri. Dipende, ovviamente, dai criteri. Uno stato ha una politica interna verso i propri cittadini, e una esterna verso il sistema statuale. Dipende dalla politica interna ed estera, in altre parole. Questo vuol dire che può fallire in due modi, col non occuparsi dei propri cittadini e col non venire a patti con altri stati. Effettivamente i due aspetti sono strettamente correlati come sovente è stato fatto notare: un regime (che gestisce lo stato) può compensare un fallimento a casa con vittorie fuori casa. E inversamente compensare fallimenti esteri prendendosi molto cura dei propri cittadini. E anche, la riuscita in casa per mobilitare cittadini riconoscenti in guerre patriottiche all’estero.

Mezza America in povertà. L’America, o anzi gli USA, al presente non si prendono granché cura dei propri cittadini. In un recente studio1 il “Centro sulle Priorità Politiche e di Bilancio” stima che una famiglia media di tre persone ha bisogno di 48.000$ per soddisfare i propri bisogni di base, molto vicino al reddito della famiglia mediana di 51.000$. Dagli anni 1950 i costi alimentari sono raddoppiati, quelli per l’abitazione triplicati, i costi medici sestuplicati, e quelli per un’istruzione universitaria 11 volte maggiori – appunto quattro bisogni fondamentali chiave. Cibo, abitazione, sanità, cura dei figli, trasporti e tasse consumano quasi tutto il reddito mediano – senza contare l’istruzione – quindi, “mezza America è in povertà o giù di lì”. E quella metà inferiore della popolazione USA possiede solo l’1.1% della ricchezza nazionale – tanto quanto i 30 americani più ricchi – con ricchezza uguale a zero per il 47% più in basso. Nulla su cui fare affidamento. Misure di sicurezza come Medicare e Medicaid, buoni pasto, ricoveri pubblici e mense popolari aiutano. Ma molti non sono in grado di beneficiarne e inoltre sono minacciati politicamente.

Iniquità. Si aggiunga il rischio alla sicurezza per suicidi-omicidi-incidenti; una causa importante è costituita dalle pistole, facilmente disponibili. Inoltre, le pensioni in calo per molti a causa delle perdite speculative dei fondi di gestione. E le famiglie della popolazione nera soffrono ancora di più, anche per via dei redditi in calo. Tutto questo indebolisce la maggior fonte d’identità, il Sogno Americano, un tempo accessibile a tanti di varia provenienza. Tuttavia, cos’è rimasto della terra dei liberi, il paese libero? Di libertà di parola ce n’è molta fintanto che nessuno ascolta, salvo l’NSA (National Security Agency). Di libertà economica per usare il denaro per fare altro denaro ce n’è anche molta, ma solo per quelli che hanno denaro. Risultato: una società imbavagliata di iniquità.

Politica estera. Con quasi 250 interventi all’estero dai tempi di Thomas Jefferson, il volume di odio in cerca di reazione di rivalsa violenta (blowback), “conseguenze non intenzionali” – dev’essere notevole. “Non siamo mai stati così al sicuro”, dicono taluni oggi, grazie alla “guerra al terrorismo” e allo spionaggio NSA nazionale ed estero. Ma la vendetta sa trovare le sue vie nuove e molto creative, come l’11 settembre. La politica estera USA ha messo a rischio notevole gli americani sia in patria sia all’estero quando viaggiano. Recentemente quella bellicosa politica estera è stata anche notevolmente priva d’intelligenza. Nel giro di un decennio gli USA sono riusciti a consegnare l’Iraq alla propria maggioranza sciita – sogno dell’Iran avveratosi grazie a Bush Jr – e la Libia, nonché presto, probabilmente, la Siria ad Al Qaeda, movimento arabo sunnita – grazie a Obama. E l’Afghanistan allo status quo, grazie a tutti e due.

Abbiamo già vissuto una tale situazione. Grandi Potenze che trattano bene i cittadini, mobilitandoli per la guerra, dapprima con successo, poi scivolando a valle perdendo le guerre e la soddisfazione dei cittadini. Emergono nomi non gradevoli negli USA: la Francia sotto Napoleone, la Germania sotto Hitler. È appena uscito un libro dell’ex-primo ministro francese Leonel Jospin, Le mal napoleonéen, il male napoleonico. All’inizio egli consolidò la Rivoluzione con grandi benefici per la gente, fece molto per riconciliare le due parti della Francia; il codice civile. Poi giunse una fase autoritaria e corrotta (“Napoléon, Quel Désastre!”, Le Nouvel Observateur, 6 marzo 2014, p. 91), poi l’impero, incoronandosi nel 1804, brillanti battaglie (vedi le stazioni del metro parigino) – e poi Waterloo nel 1815. La fine. E dopo di ciò, una Francia che inciampava in una crisi dopo l’altra.

Quando fermare l’espansione. Sotto Hitleri comuni cittadini tedeschi riuscivano a vivere con posti di lavoro, identità e libertà di cui le famiglie dei ceti inferiori non avevano mai goduto; facilmente mobilitati, con il Kriegsbegeisterung [entusiasmo bellico, ndt], per ristabilire il posto della Germania nel mondo. Battaglie brillanti; come Napoleone, cercò di sconfiggere, perdendo alla fine. I tre casi hanno in comune un fattore importante: né Hitler, né Napoleone, né gli USA seppero quando fermare l’espansione, ma seguirono il copione fino in fondo. Hitler avrebbe potuto fermarsi nel 1940, non attaccando la Russia; Napoleone nel 1807 dopo le sue battaglie vinte; gli USA nel 1945, giungendo a un patto informale con la Russia anziché con Churchill. La Russia sopravvisse a Napoleone e Hitler, occupandone entrambe le capitali dopo terribili perdite. Proprio adesso, se Putin sa dove fermarsi, la Russia sopravviverà anche agli USA. Occupando Washington? Può darsi di no. Quel che invece proprio Washington potrebbe fare è molto ovvio ma non così facile, con molti di coloro che al vertice degli USA vogliono sia più belligeranza sia più iniquità, senza freni né retromarcia.

Si cessino le guerre, si organizzino conferenze di pace con tutte le parti coinvolte, anche quelle non gradite a Washington, si tenga conto di ciò che esse vogliono, si cerchi un nuovo ordine mediante il soddisfacimento, in misura sufficientemente ragionevole, di tutti gli obiettivi legittimi – compresi quelli degli USA. Si dia spazio alla riconciliazione riconoscendo gli errori, disponibili a una qualche compensazione. Si sollevino i ceti al fondo della società USA, cominciando dai più poveri tra i poveri; si arresti la speculazione – il gemello della guerra, si diminuiscano i costi per i bisogni fondamentali permettendo a un numero crescente di persone di coltivare il proprio cibo in cooperative e vivere in coabitazioni pubbliche. Si tragga ispirazione dalla sanità pubblica dell’Europa occidentale; si renda economicamente accessibile l’università invitando a insegnare professori in pensione. Molto semplice, ma va a sbattere contro il muro di pietra di una ideologia trincerata su se stessa. Gli USA come proprio peggior nemico. Gli Stati Uniti d’America uno stato fallito? Non c’è dubbio, come la Francia di Napoleone e la Germania di Hitler. Per una democrazia, ci vuole più tempo per fallire. Essendo una democrazia sui generis, ci potrà volere ancora più tempo per rinnovarsi. Ma dovrà farlo. E – come ha detto una volta qualcuno – Sì, lo possiamo! (Yes, we can!)

 


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Titolo originale: America — A Failed State?https://www.transcend.org/tms/2014/04/america-a-failed-state/

Traduzione di Miky Lanza per il Centro Sereno Regis. Fonte: http://serenoregis.org/2014/04/05/stati-uniti-damerica-uno-stato-fallito-johan-galtung/

1 citato in Nation of Change, More Evidence That Half of America Is in or Near Poverty, (Altre prove che mezza America è in povertà o giù di lì) del 24 marzo 2014, di Paul Buchheit.

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febbraio 17, 2014

OBBEDIRE A DIO E ALLA PROPRIA COSCIENZA

PARTECIPIAMO TUTTI AL SACERDOZIO UNIVERSALE DI CRISTO, AL DI SOPRA DI OGNI RELIGIONE: PRIMATO DELLA COSCIENZA E DELLA RESPONSABILITÀ
di don Giorgio De Capitani*

Capolavoro letterario e teologico. Anche in questa domenica, la liturgia ci presenta alcuni brani della Bibbia che meritano una particolare attenzione. Vorrei partire dalla Lettera agli Ebrei che, come tanti di voi sanno, non è stata scritta da San Paolo, ma da un autore di cui ancora oggi non conosciamo il nome. Già lo scrittore cristiano Origène nel III secolo d. C. si chiedeva: “Chi ha scritto questa lettera? Il vero, Dio solo lo sa!”. Incerto, dunque, l’autore, incerti sono anche i destinatari che non sono certamente ebrei, ma piuttosto giudeo-cristiani, e incerte sono pure le coordinate storiche e geografiche: quando e dove la lettera è stata scritta? L’unica cosa certa è che siamo in presenza di un capolavoro letterario e teologico. Si tratta non tanto di una lettera, quanto di una omelia, al cui centro domina la figura di Cristo, sacerdote perfetto della nuova alleanza tra Dio e l’umanità. La cosa davvero interessante sono i riferimenti all’Antico Testamento, ma soprattutto alla figura di Melchisedek, il re-sacerdote di Salem (ovvero Gerusalemme) che incontra Abramo, dopo che questi stava tornando, vittorioso, da una guerra.

Dove sta la novità rivoluzionaria? Cristo non è sacerdote secondo la religione ebraica, ovvero secondo l’ordine di Levi, ma secondo l’ordine di Melchisedek. Chiariamo meglio. Nella Bibbia il sacerdozio che garantiva il servizio e il culto nel Tempio di Gerusalemme era esclusivo della tribù di Levi, una delle dodici tribù d’Israele, tribù che discendevano dai dodici figli di Giacobbe, di cui il terzo si chiamava appunto Levi. I sacerdoti, dunque, provenivano tutti dalla tribù di Levi, per questo si chiamavano Leviti. Ed ecco la novità. Cristo esce da questa discendenza sacerdotale, sovvertendo la religione ebraica, e si connette a Melchisedek, sacerdote fuori di ogni norma e di ogni schema, un sacerdote pagano, anche se adorava il Dio Altissimo. Altissimo di per sé non vuol dire unico, vuole dire che è al di sopra di tutte le altre divinità. Ma c’è di più. Il racconto della Genesi presenta Melchisedek come privo di genealogia, quindi libero dal tempo e dai vincoli di sangue, perciò radice di un sacerdozio non più ereditario, ma eterno e definitivo.

Il sacerdozio di Cristo, dunque, non appartiene più ad alcuna religione. Egli è il sommo sacerdozio, e da lui, solo da lui, discendono tutti i sacerdoti, non solo quelli ordinati dal vescovo, ma anche il sacerdozio comune, quello del popolo di Dio. Ma soprattutto noi preti, ministri della Chiesa, dovremmo riflettere su questa verità: siamo stati ordinati secondo l’ordine di Melchisedek, “senza padre, senza madre, senza genealogia, senza principio di giorni né fine di vita”. Quando il sacerdote novello celebra la sua prima Messa nel proprio paese, il coro parrocchiale solitamente canta: “Tu es sacerdos in aeternum, secundum ordinem Melchisedek”. Chissà quanti si son chiesti: Carneade, chi era costui? Alla fine di giugno dell’anno scorso, in occasione del mio cinquantesimo di ordinazione sacerdotale, durante l’omelia mi sono soffermato a chiarire questo aspetto essenziale del sacerdozio di Cristo e quindi del sacerdozio nella Chiesa. Vorrei riportare un brano della predica. Melchisedek è sacerdote universale, senza legami di carne e di tempo, senza genealogia, libero da ogni condizionamento, ministro di un Dio non strettamente religioso, al di sopra di tutti e di tutto, non per restare lontano dalle vicende umane, ma per essere ancor più vicino a tutti indistintamente.

Sacerdote cosmico. Noi preti dovremmo ricordarci di essere senza padre e senza madre, senza genealogia, di non essere legati ad un determinato tempo, ad un determinato spazio, pur vivendo in una determinata epoca e incarnati in un determinato territorio, per essere più liberi di vivere il presente in tutta la sua carica di Umanità. Raimon Panikkar, morto alla fine di agosto del 2010, figlio di padre indiano induista e di madre cattolica catalana, che ha sempre rivendicato la sua appartenenza a quattro religioni: la cattolica, l’induista, la buddhista e la secolare, alla domanda: «Tu, maestro, sei un sacerdote cattolico. Ma come intendi il tuo ministero?», risponde: «Io sono un prete cattolico e credo nel Cristo. Ma la mia ordinazione sacerdotale è “secondo l’ordine di Melchisedek”, cioè di quel personaggio, di quel re di cui parla la Bibbia, e al quale fa riferimento la teologia del sacerdozio. Melchisedek non era ebreo, non credeva in Jahve, apparteneva ad una razza maledetta, e ciononostante, come attesta la Bibbia, è detto superiore ad Abramo». Parlando poi della Festa del Corpus Domini, Panikkar dice: «Oggi è la festa del sacerdote cosmico, come lo è stato Melchisedek che fu “rivoluzionario” perché non consacrato a nessun ordine, a nessuna burocrazia sacra.

Sacralità. Allo stesso modo il sacerdote cattolico non può considerarsi parte di nessuna burocrazia, né di quella vaticana né di quella “tribale”, forgiata sul modello giudaico. Lo stesso Gesù ha avuto il buon gusto di non appartenere a nessuna casta sacerdotale, e non fu mai un capo, un boss, ma solo un laico, un comune servitore degli altri per carisma e umiltà». Anche la parola “sacerdote” dovrebbe farci riflettere. Deriva da “sacer”, ovvero sacro, una parola che è stata fraintesa e scambiata con la parola “religioso”. Dire sacro e dire religioso di per sé non è la stessa cosa. Ma la cosa grave è quando la sacralità è al servizio della religione. La sacralità fa parte dell’essere umano, fa parte di tutto il creato, indipendentemente dalle credenze religiose. È sacro allo stesso modo il credente e il non credente, il cattolico e il buddista. La sacralità è il divino che c’è in noi, indipendentemente se uno ci creda o no. La religiosità è una forma di sacralità, ma non è sempre segno della divinità.

Servitori della sacralità. Sommo sacerdozio significa dunque che Gesù Cristo incarna in modo assoluto la divinità. Noi non siamo che partecipi di questa sacralità, anche ministri, ovvero servitori della sacralità che fa parte dell’universo. Invece, ecco il tradimento, ci crediamo padroni in una religione che mette la sacralità al servizio della propria struttura. Il primo brano e il Vangelo ci sconvolgono ancora di più. Il primo racconta l’episodio del sacerdote Achimèlec che permette a Davide e ai suoi compagni affamati di nutrirsi dei pani sacri, i “pani della proposizione”, chiamati anche i pani “della presenza” o “dell’offerta”: erano dodici pagnotte che, secondo un’usanza antichissima (vedi l’episodio di Melchisedech che offre al Dio Altissimo pane e vino), venivano offerte dagli ebrei a Jahveh, in riconoscimento del suo supremo dominio sopra tutte le creature, ed erano poste su un tavolo nel luogo chiamato Santo, e venivano rinnovate ogni sabato. I pani sostituiti potevano essere mangiati solo dai sacerdoti. Questo episodio è stato ricordato anche da Gesù, quando venne criticato dai farisei perché i suoi discepoli, in giorno di sabato, si erano messi a mangiare alcune spighe, cosa che era proibita dalla legge del sabato. E alla legge del sabato si richiama anche il brano del Vangelo: Gesù guarisce, di sabato, un uomo che aveva una mano paralizzata.

Legge come mezzo. La legge, ogni legge, non è che un mezzo, solo un mezzo al servizio di un fine. La cosa tragica è quando si trasforma il mezzo in un fine, ovvero, nel nostro caso, quando la legge prevale sul fine. Qual è il fine che la legge deve servire? Ecco la domanda che dovremmo sempre porci di fronte ad ogni legge. La legge è al servizio della dignità dell’essere umano, dove risiede il divino. In ogni essere umano c’è la presenza del divino, che lo sappiamo o non lo sappiamo. Non tocca a noi e neppure al potere costituito stabilire se e quando c’è la presenza del divino in un essere umano. Per secoli e secoli abbiamo sostenuto, complice anche la religione, che ci sono esseri più umani e meno umani, più divini e meno divini. Pensate alla schiavitù, fenomeno aberrante che ha macchiato generazioni e generazioni anche delle cosiddette civiltà. Alla domanda dei farisei: «È lecito guarire in giorno di sabato?”, Gesù risponde: «È lecito in giorno di sabato fare del bene». Questo è il vero e l’unico criterio per stabilire come osservare il sabato, ovvero la legge. Il sabato sta per legge. Gesù dirà in un’altra occasione: “il sabato è per l’uomo” e non viceversa. Vi rendete conto che sulla legge ci siamo giocati la stessa religione, Dio stesso, per non parlare dell’umanità intera?

Obbedienza e coscienza. Ancora oggi conta la legge, la struttura, l’ordine, la disciplina, più della coscienza, della nostra dignità umana. La legge è solo un mezzo per un fine. Di fronte alla legge, a qualsiasi legge, dovrei chiedermi: qual è il suo fine? Basta con l’obbedienza cieca ad una legge che è fine a se stessa! Così dice la legge, e allora bisogna obbedire. Siamo esseri pensanti, e non automi, o pezzi di una macchina che deve essere funzionante ad ogni costo. I militari un tempo, non lo so oggi, non dovevano mai pensare in proprio, ma obbedire ciecamente anche agli ordini di pazzi gerarchi. Ci sono ancora oggi ordini o congregazioni religiose che impongono in modo del tutto scriteriato il voto dell’obbedienza. Noi preti diocesani non abbiamo fatto il voto di obbedienza, quando siamo stati ordinati, tuttavia mi sento ancora dire che mi sono impegnato davanti al vescovo. Obbedire davanti a un essere umano? Obbedire casomai a Dio e alla mia coscienza. Questo non comporta di per sé il caos o il disordine o l’anarchia. È chiaro che, oltre il mio bene, c’è il bene della società. Si tratta allora di saper armonizzare la mia coscienza con il fatto che sono anche un essere sociale, che vive cioè in una società o in una struttura. Ma anche in tal caso, non è la struttura che devo servire, ma il bene comune che va al di là di ogni struttura. E non ditemi che è sempre comodo disobbedire alla legge: dico solo che è più difficile obbedire alla coscienza per il mio vero bene (che non sono i capricci) e per il bene comune (che non sono i miei interessi personali o familiari o di partito). Coscienza significa responsabilità. L’obbedienza cieca significa irresponsabilità.

*Omelia del 16 febbraio 2014: sesta Domenica dopo l’Epifania; letture:1Sam 21,2-6a.7a; Eb 4,14-16; Mt 12,9b-21

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febbraio 16, 2014

CORRUZIONE, COME TOGLIERCI LA MAGLIA NERA

SCARSA ATTENZIONE ALLE DIVERSE FORME DI CORRUZIONE. NECESSARIO RINNOVATO IMPEGNO COMUNE

di Stefano Micossi,  La Repubblica del 10-2-2014, suppl. Affari e finanza, pag. 10, sez. Commenti

Quale corruzione. Il primo Rapporto della Commissione europea contro la corruzione – pubblicato a Bruxelles il 3 febbraio scorso (documento COM(2014) 38) – ha avuto vasta e meritata eco non solo in Italia, ma nell’Europa intera. La sua principale conclusione è che in gran parte dei paesi membri vi sono strumenti legali e istituzioni per prevenire e combattere la corruzione, ma che tali strumenti sono applicati con intensità variabile. Va sottolineata la definizione di corruzione data nel Rapporto, che va oltre la richiesta o il pagamento di “mazzette”: è corruzione qualunque abuso di potere per beneficio privato, dove privato si riferisce a individui, ma anche a organizzazioni collettive, come partiti e sindacati. Tanto per fare esempi concreti da casa nostra, rientrano in questa definizione sia l’assegnazione di appalti ad imprese “amiche”, come con vari trucchi continuano a fare in maggioranza gli amministratori di regioni, ASL, province e comuni, sia la nomina di persone “espressione” di partiti e sindacati nelle amministrazioni, le aziende pubbliche (ultimo clamoroso esempio, l’INPS, occupato militarmente da esponenti sindacali) e persino le autorità indipendenti (penso al braccio di ferro che obbligò Monti a nominare due esponenti di partito nella neo-nata autorità “indipendente” dei trasporti). Rispetto a questi fenomeni, la discussione pubblica sui costi diretti della politica – la numerosità delle assemblee elettive piuttosto che le province da abolire – si concentra sulla punta dell’iceberg. L’iceberg essendo costituito dall’occupazione sistematica di tutte le amministrazioni e aziende pubbliche da parte di politici e sindacalisti, producendo distorsioni e costi giganteschi che sono la prima ragione della stagnazione economica italiana.

Prevenire e reprimere. Sappiamo già che nel confronto europeo l’Italia esce male, con livelli di corruzione percepita e accertata tra i più elevati. Quel che i commenti hanno finora trascurato sono i suggerimenti e le raccomandazioni del Rapporto su come migliorare la situazione. Da questo punto di vista, il Rapporto distingue le norme per la prevenzione della corruzione nell’amministrazione da quelle per la loro repressione penale: sul primo fronte il nostro quadro normativo risulta piuttosto avanzato, ma la politica e le amministrazioni s’industriano per ritardarne l’applicazione; sul secondo fronte, esistono serie lacune normative da colmare. In effetti, le norme contro la corruzione promosse del governo Monti (con la legge 6 novembre 2012 n. 190) creano presidi in tutte le amministrazioni, obbligandole ad adottare piani anticorruzione (con regole rafforzate di trasparenza su appalti e nomine), e introducono regole di integrità più stringenti per le cariche pubbliche elettive (presidiate da nuove norme di incandidabilità e decadenza dalle cariche elettive). Per ora però le norme sono scarsamente applicate, né si vede alcuna spinta politica a farlo.

ANAC. C’è anche un’autorità anti-corruzione, l’ANAC, ma essa per ora langue senza poteri (e anche senza il presidente); se si volesse fare sul serio, l’azione dell’ANAC potrebbe essere irrobustita con decreti ministeriali o del presidente del consiglio, dato che si tratta di attuare norme in vigore. Invece, viene definito debole e formalistico il quadro di controllo sul finanziamento dei partiti, nonostante il recente decreto; qui ovviamente sono massime le resistenze, ma c’è ancora parecchio da fare anche sul piano normativo (intanto, il disegno di legge sul finanziamento dei partiti annaspa in parlamento). Il Rapporto propone anche di dare alla Corte dei Conti poteri ispettivi, simili a quelli di altre autorità (Antitrust, Consob, ecc.) nei confronti di tutti i soggetti che spendono denaro pubblico.

Campagna di moralizzazione. Sul fronte penale, il Rapporto individua serie lacune normative (peraltro, largamente coincidenti con quelle già ben identificate nel sito Piattaforma per la Giustizia, a suo tempo promosso dal Presidente del Senato Grasso): l’Italia non ottempera ai requisiti in materia di contabilità (falso in bilancio e obblighi di revisione), previsti dalle convenzioni penale e civile del Consiglio d’Europa sulla corruzione. Lo spacchettamento del reato di concussione ne ha reso l’applicazione aleatoria, invece che rafforzarla. Il codice penale non contempla il reato di auto-riciclaggio, il riciclaggio compiuto dal percettore dei proventi di attività criminose; il Senato è al lavoro, ma senza molta fretta. Le norme sulla prescrizione fanno decadere troppi procedimenti (ma si dovrebbe anche accrescere l’efficienza del sistema giudiziario). Simili richieste all’Italia sono presenti nelle Raccomandazioni del Consiglio europeo all’Italia nell’ambito del semestre europeo, che sono legalmente vincolanti. Ovviamente, quel che servirebbe come il pane, e che finora è mancato, è un’iniziativa politica forte del governo su tutte le raccomandazioni del Rapporto; così come servirebbe una campagna interna di moralizzazione di partiti e sindacati, centrata sull’annuncio della fine dell’occupazione a fini privati delle pubbliche amministrazioni e delle aziende pubbliche. Se ciò accadesse, Grillo e i suoi scalmanati sparirebbero dalle nostre assemblee elettive.

2013-12-13 11.01.23

dicembre 23, 2013

PAPA FRANCESCO E LA ECONOMIA POLITICA DELLA ESCLUSIONE

TORNANO I TEMI DELLA TEOLOGIA DELLA LIBERAZIONE

CON LA DENUNCIA DELLA VIOLENZA DEL MERCATO

di Leonardo Boff Teologo e Filosofo (traduzione Antonio Lupo)

Nuove barbarie. Chi ascolta i vari interventi del Vescovo di Roma e attuale Papa, si sente a casa e in America Latina. Egli non è eurocentrico, nè romanocentrico e molto meno vaticanocentrico. Egli è se stesso, un pastore che è venuto dalla fine del mondo, dalla periferia della vecchia cristianità europea, decadente e agonica (solo il 24% dei cattolici sono europei); proviene dal nuovo cristianesimo che si è elaborato in oltre 500 anni in America Latina con il suo volto e la sua teologia. Papa Francesco non ha conosciuto il capitalismo centrale e trionfante dell’Europa ma il capitalismo periferico, subalterno, aggregato e socio minore del grande capitalismo mondiale. Il grande pericolo non è mai stato il marxismo, ma la barbarie del capitalismo incivile. Questo tipo di capitalismo ha generato nel nostro continente latino-americano un accumulazione scandalosa di pochi a scapito della povertà e dell’esclusione della stragrande maggioranza del popolo.

Chiarezza della verità. Il suo discorso è diretto, esplicito, senza metafore nascoste, come è abitudine del discorso ufficiale e equilibrista del Vaticano, che mette l’accento più sulla sicurezza e l’equidistanza che sulla verità e la chiarezza della propria posizione. La posizione di Papa Francesco è chiarissima: a partire dai poveri e dagli esclusi, non ci deve essere alcun dubbio che indebolisca questa opzione, che esiste un legame indissolubile tra la nostra fede e il povero (Esortazione n.48). Denuncia con forza che il sistema sociale ed economico è ingiusto nella sua radice (n.59), dobbiamo dire di no a una economia di esclusione e disuguaglianza sociale; questa economia uccide, l’essere umano è considerato, in se stesso, come un bene di consumo che si può usare e poi buttare via, gli esclusi non sono gli sfruttati, ma sono i rifiuti e avanzi (n. 53).

Opzione per i poveri. Non si può negare che questo tipo di formulazione di Papa Francesco richiama il magistero dei vescovi latinoamericani a Medellin (1968), Puebla (1979) e Aparecida (2005), come il pensiero comune della teologia della liberazione. Questo ha come suo asse centrale l’opzione per i poveri, contro la povertà e in favore della vita e della giustizia sociale. C’è un’affinità evidente con l’economista Karl Polanyi, che per primo ha denunciato la Grande Trasformazione (Titolo del libro del 1944), per rendere l’economia di mercato una società di mercato. In essa tutto diventa merce, le cose più sacre e le più vitali. Tutto è oggetto di profitto. Tale società si regge strettamente sulla concorrenza, sull’individualismo e l’assenza di qualsiasi limite. Quindi non rispetta niente e crea un brodo di violenza, intrinseca al modo in cui si è costruita e lavora, duramente criticato dal Papa Francisco (n. 53). Essa ha nutrito un effetto atroce.

Globalizzazione dell’indifferenza. Nelle parole del Papa questa società ha sviluppato una globalizzazione dell’indifferenza; diventiamo incapaci di simpatizzare quando sentiamo le grida degli altri; ormai non piangiamo alla vista dell’altrui dramma, né ci interessiamo a prenderci cura di loro (n.54). In una parola, viviamo in tempi di grande disumanità, crudeltà e mancanza di pietà. Ci possiamo considerare ancora civilizzati se per civilizzazione intendiamo l’umanizzazione dell’essere umano? In realtà, siamo regrediti alle forme primitive di barbarie. Conclusione finale che il Pontefice deriva da questa inversione è che non possiamo più confidare su forze cieche e sulla mano invisibile del mercato (n.204). Così attacca il cuore ideologico e falso del sistema vigente.

Dove cercare alternative? Non in una attesa Dottrina Sociale della Chiesa. Rispettala, ma osserva che non possiamo evitare di essere concreti affinché i grandi principi sociali non diventino semplici generalizzazioni che non chiamano in causa nessuno (n.182). Vai a cercare nella pratica umanitaria del Gesù storico. Non intendere il suo messaggio come regola, ingessato nel passato, ma come fonte di ispirazione che si apre alla storia in continua evoluzione. Gesù è colui che ci insegna a vivere e convivere, a riconoscere l’altro, curare le ferite, costruire ponti, rafforzare i legami e a aiutarci a portare i pesi l’uno dell’altro (n.67). Personalizzando il suo scopo, ci dice: a me interessa far sì che quanti vivono schiavi di una mentalità individualista, egoista e indifferente, possano liberarsi di tali indegne catene e raggiungere uno stile di vita e pensiero più umano, più nobile, più fecondo che nobiliti il suo passaggio su questa terra (n.208). Questo intento è simile a quello della Carta della Terra e che appunta valori principi per una nuova umanità, che abiti con amore e cura il pianeta Terra. Il sogno di Papa Francesco realizza il sogno del Gesù storico, il regno della giustizia, dell’amore e della pace. Non era nell’intenzione di Gesù creare una nuova religione, ma persone che amano, solidarizzano, mostrano misericordia, sentono tutti come fratelli e sorelle, perché tutti figli e figlie nel Figlio. Questo tipo di cristianesimo non ha nulla del proselitismo, ma conquista per l’attrazione della sua bellezza e profonda umanità. Tali sono i valori che salveranno l’umanità.

Leonardo Boff ha scritto: Il Cristianesimo: il minimo del minimo,Vozes 2011.

Fonte: http://www.ildialogo.org/cEv.php?f=http://www.ildialogo.org/francesco/commenti_1387216398.htm

pesce3

 

settembre 9, 2013

CANTO DELLA VIGNA (Is 5,1-7)

L’ARIDITÀ DI ISRAELE E LA GIUSTIZIA CHE DIO VUOLE TRA GLI UOMINI PER ESSERE ONORATO

di don Giorgio De Capitani*

 

Canto ed enigma. Il brano, tolto dal libro del Primo o Proto Isaia, è detto canto della vigna. Non si tratta solo di un cantico, nel senso di componimento lirico di tono solenne e di contenuto narrativo o religioso, in realtà la gente cantava durante le feste della mietitura e della vendemmia, e cantava il lavoro e l’amore. Due temi, possiamo dire eterni, da quando esiste l’uomo sulla terra. Si proponevano anche degli enigmi. La gente si divertiva nel trovare qualche spiegazione. Forse Isaia cantò questo, che è, nello stesso tempo, un canto di lavoro, un canto d’amore ed un enigma. Ma siccome era anche un profeta, è andato oltre un senso prettamente letterale: il lavoro e l’amore assumevano significati più alti, e l’enigma diventava ancor più misterioso. Sul momento la gente non ha capito, e si è divertita. Anzi si è appassionata per quel contadino che prova tanto amore per la sua terra e le sue coltivazioni. In apertura il profeta ricorre al linguaggio dell’amore per indicare un rapporto di intimità (“mio diletto…, cantico d’amore…), però subito fa intravedere una delusione, presente nel verbo “attendere”, ribadito quattro volte, a indicare una speranza frustrata. Ed ecco che Isaia si rivolge agli spettatori, ponendo loro una domanda: voi che avreste fatto di fronte a questa vigna così curata ma improduttiva? Il vignaiolo ce l’ha messa tutta per farla fruttificare, ma inutilmente: qualcosa non ha funzionato. Di chi è la colpa? Ecco l’enigma.

Dio e Israele. Tocca ora al profeta risolverlo, lasciando il popolo fortemente amareggiato, perché di colpo si sente coinvolto direttamente, perciò responsabile. Chi è il vignaiolo? Dio stesso. Chi è la vigna? Israele. Dio, dunque, ha fatto di tutto per curare con amore il suo popolo, ma il popolo gli è rimasto infedele e disobbediente. Il versetto 7 suggella il senso della parabola profetica con un gioco di parole che in ebraico marcano la delusione di Dio: «egli si aspettava la rettitudine (mishpat) ed ecco invece il sangue versato (mispah), si attendeva giustizia (sedaqah) ed ecco invece grida di oppressi (se’aqah)». I due termini, rettitudine e giustizia, costituiscono una coppia ricorrente nella predicazione profetica. Il termine ebraico “mishpat”, che in italiano corrisponde a “rettitudine” o “diritto”, è legato all’amministrazione della giustizia. Indica la sentenza del giudice, ma anche il suo contenuto e quindi i comportamenti conformi alla legge e al diritto. Il termine ebraico “sedaqah” o “sedeq”, che in italiano corrisponde a “giustizia”, si riferisce soprattutto alle relazioni con gli uomini e con Dio.

Vivere la giustizia significa avere un rapporto positivo e adeguato con il prossimo e con Dio. Compito del re, secondo la Bibbia, è “fare diritto e giustizia”, governare cioè in modo da evitare che i rapporti sociali siano di dominio e di oppressione. Qui sento il dovere di fare un po’ di chiarezza, anche pensando alla società di oggi. Dobbiamo fare attenzione quando parliamo di legalità e quando parliamo di giustizia. Il popolino ritiene che legalità e giustizia siano la stessa cosa. Ma purtroppo non è così. Nella realtà. Legale è una cosa che corrisponde alla legge, ma la legge chi la fa? La fa ad esempio il parlamento, e il parlamento fa forse le leggi sempre giuste? Che cosa sono le cosiddette leggi “ad personam”? La giustizia non la fa il parlamento, e neppure i tribunali o i giudici. La giustizia va oltre, è qualcosa di superiore alle leggi umane. La giustizia proviene dall’alto, diciamo che è dentro lo stesso disegno dell’universo. La giustizia è dentro anche di noi, nella nostra coscienza. Identificare legalità e giustizia è pericoloso, quando c’è ad esempio un regime che impone le sue leggi di dominio sulla stessa coscienza dei cittadini. Certo, l’ideale sarebbe che la legalità corrispondesse alla giustizia, in ogni caso la legalità dipende dalla giustizia e non viceversa. Le leggi, in altre parole, devono corrispondere alla dignità dell’essere umano, al bene comune, al bene dell’umanità. La legalità può diventare illegalità in rapporto alla giustizia, e la giustizia che diventa succube della legalità illegale si fa corrompere a danno dei singoli e della società.

Parlare chiaro. Il brano continua con una vigorosa denuncia contro l’ingiustizia o la legalità illegale. La denuncia è formulata con una serie di sei “Guai!”, che sono una maledizione contro altrettanti delitti concreti e che rivelano la qualità molto viva e diretta – e non generica e astratta – della predicazione profetica. I profeti parlavano chiaro, si riferivano a fatti ben evidenziati e circostanziati, non parlavano in generale, facevano anche i nomi dei corrotti. Una condanna, la loro, che toccava realtà sociali e politiche del loro tempo. Ma che sono attuali. La società cambia, è vero, ma le ingiustizie non cambiano. Cambiano i nomi, ma ancora oggi ci sono i ricchi prepotenti, ci sono i poveracci vittime dei soprusi. Anzi, siccome oggi sembra che la società abbia preso maggiore coscienza dei diritti della persona umana, dei diritti civili, della dignità di ogni essere umano, della fratellanza universale, allora diventa ancora più stridente il fatto che si continui a tollerare il razzismo o la sudditanza al potere corruttore.

Corruzione. Una volta c’era una specie di sacro timore del potere, ritenuto tra l’altro quasi una necessità divina, per cui la gente riveriva le autorità costituite, nonostante fosse costretta a subire angherie. Oggi tale sudditanza non è scomparsa del tutto, anzi è aumentata, camuffata dall’apparenza democratica. In nome della democrazia, io voto ancora i corrotti, i corruttori e i corruttibili. Già i profeti dell’Antico Testamento stigmatizzavano i disordini sociali, che non provenivano certo dal popolo che si ribellava magari con violenza, ma da un potere che governava, anche con la complicità del popolo che taceva. E ancora oggi il popolo tace quando è riuscito, magari sgomitando a danno dei propri simili, a prendersi un angolino in cui vivere in santa pace.

Latifondo. Isaia si scaglia anzitutto contro i latifondisti. Sentite cosa scrive: «Guai a voi, che aggiungete casa a casa e unite campo a campo finché non vi sia più spazio, e così restate soli ad abitare nel paese». Eppure, secondo il libro del Levitico, i passaggi di proprietà erano sottoposti a limitazioni. Secondo la legge del Giubileo, ogni tot anni, le terre tornavano agli antichi proprietari. Il Signore così giustifica questa legge: “La terra è mia e voi siete presso di me come forestieri e ospiti. Perciò, in tutta la terra che avrete in possesso, concederete il diritto di riscatto per i terreni”. Con ciò si garantiva la sicurezza sociale, facendo rimanere il più possibile la proprietà all’interno della famiglia o del clan. Isaia denuncia con vigore il progressivo smantellamento di questa struttura sociale in favore di pochi latifondisti e a spese dei piccoli contadini.

Orge e perversioni. Isaia passa poi a condannare le orge e la dolce vita delle alte classi: esse attirano lo sdegno del Signore, che non rimane indifferente e decide di scendere in campo con la sua potenza, distruggendo l’arroganza e la prepotenza. Poi è la volta della denuncia delle perversioni morali per cui si chiama male il bene e bene il male. Un altro breve “Guai” è riservato a quanti si inorgogliscono per la loro scaltrezza e abilità. L’ultima delle sei maledizioni è lanciata contro la corruzione della magistratura che nega giustizia all’innocente, assolvendo per denaro il colpevole. Come vedete, Isaia ne ha per tutti coloro che, in un modo o nell’altro, violano i diritti della giustizia, intesa nel suo più ampio concetto di bene comune, nel rispetto della singola persona. E tutto questo in nome dell’Alleanza con Dio.

Legge della fratellanza. Secondo i profeti si onora Dio rispettando i diritti dei più deboli, riequilibrando i rapporti sociali, ristabilendo il disegno originario secondo cui tutti siamo fratelli. La religione non è una faccenda personale tra me e Dio. Anche il diritto di proprietà entra in quel rapporto con Dio che ha creato la terra per tutti, e che vuole che tutti abbiano gli stessi diritti di usufruire della terra per garantirsi quella libertà che non sarà possibile, finché ci saranno i prepotenti che vogliono più del dovuto, ovvero più di ciò che è stabilito dalla legge della fratellanza e della destinazione universale dei beni della terra. 

*Omelia dell’8 settembre 2013: Seconda domenica dopo Martirio San Giovanni. Fonte: http://www.dongiorgio.it/07/09/2013/omelie-2013-di-don-giorgio-seconda-domenica-dopo-il-martirio-di-giovanni-battista/

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agosto 26, 2013

NON INGANNARE I GIOVANI

TESTIMONIANZA EROICA DELL’IDENTITÀ EBRAICA PER EDUCARE ALLA VERITÀ

 

di don Giorgio De Capitani*

Sfaldamento. I due libri dei Maccabei narrano vicende che riguardano la storia del popolo ebraico, nel suo periodo più difficile: era in gioco la stessa Alleanza col Signore. Siamo nel secondo secolo a.C. Da notare subito che l’Alleanza fu messa in crisi non solo da un pericolo che veniva dall’esterno, ma anche da una crisi profonda, all’interno del popolo eletto. Israele si è trovato di fronte a una scelta di vita o di morte come popolo di Dio, e ci è voluto il coraggio di un’intera famiglia, quella dei Maccabei, a risvegliare la coscienza nazionale. Parecchi ebrei “si vendettero”, scrive l’autore sacro. C’è stato uno sfaldamento pauroso delle colonne portanti della religione ebraica: la sacralità del Tempio e il rispetto della Legge, la Torah. Non riusciremo a capire tale processo di sfaldamento se non lo inquadriamo nel contesto del regno di Alessandro Magno, considerato uno dei più celebri conquistatori e strateghi della storia. In soli dodici anni aveva conquistato l’intero Impero Persiano, dall’Asia Minore all’Egitto fino agli attuali Pakistan, Afghanistan, India settentrionale fino ai confini della Cina. Le sue vittorie sul campo di battaglia, accompagnate da una diffusione universale della cultura greca e dalla sua integrazione con elementi culturali dei popoli conquistati, diedero l’avvio al periodo cosiddetto ellenistico.

Ellenizzazione deriva da “ellade”, nome antico per indicare la Grecia: sta a descrivere quel fenomeno che portò ad un graduale processo di assimilazione culturale, attraverso il quale le popolazioni non greche adottarono peculiari caratteristiche elleniche, come la lingua, i costumi, le credenze religiose e la filosofia. Un processo un po’ complesso: la cultura greca assorbiva, ma anche integrava. Ma non sempre era così: talora s’imponevano la propria cultura, le proprie tradizioni e la proprie credenze religiose, annullando quelle dei popoli conquistati. Tale processo interessò anche gli Ebrei. Dal III secolo a.C. il mondo culturale giudaico si era aperto alla filosofia ellenistica. L’Antico Testamento appariva conciliabile con alcuni aspetti del pensiero filosofico greco: il rigoroso monoteismo ebraico trovava riscontro nella teologia di Platone (il Demiurgo: era il dio artefice dell’universo) e di Aristotele (il Motore immobile); la distinzione fra materia e spirito del Libro di Giobbe era rintracciabile nel dualismo di Platone; il peccato originale narrato nel libro della Genesi sembrava presente anche in alcune manifestazioni del pessimismo greco; la credenza negli angeli, mediatori fra Jahvè e gli uomini, non era priva di affinità con l’antichissima concezione dei dèmoni (entità intermedie tra il divino e l’umano, che influiscono beneficamente o maleficamente sulle azioni umane).

Aspirazione all’indipendenza. Per comprendere meglio il quadro ideologico e religioso del periodo dei Maccabei, è necessario, anche se brevemente, ripercorrere la storia del popolo ebraico nel periodo immediatamente precedente alla predicazione di Gesù. I Giudei erano stati sudditi dei persiani dal 538 a.C. (con l’editto di Ciro il Grande) fino al 330 a.C., quando Alessandro Magno conquistò l’impero persiano. Alla sua morte, tre generali di Alessandro Magno si presero ciascuno una parte dell’Impero e sorsero le tre monarchie ellenistiche di Macedonia, Egitto e Siria. I Giudei restarono nell’ambito politico dei vari potentati ellenistici, soprattutto di quello di Siria. Da questo momento in poi le vicende politiche diventarono molto complesse: la Giudea in genere ebbe propri re, ma questi venivano più o meno imposti dalle potenze vicine, per cui i giudei si trovarono in una specie di protettorato. In alcuni periodi la situazione era pacifica ma, più spesso, erompevano furiose rivolte: sempre però era diffusa l’aspirazione a una vera e completa indipendenza, impossibile comunque da ottenere nel quadro politico dell’antichità. In questa situazione di disperante subordinazione, la cultura ebraica si venne via via forgiando come una cultura chiusa, in cui giocarono un ruolo centrale il riscatto nazionale e l’unità di fronte all’oppressore. Bisognava essere uniti, e la coesione proveniva soprattutto dalla fedeltà alla Legge di Dio.

Aspirazioni messianiche. Come di fronte alle precedenti invasioni o deportazioni, si svilupparono correnti messianiche che legavano la possibilità di riscatto nazionale alla venuta di un salvatore attorno a cui tutto il popolo ebraico si doveva raccogliere in battaglia. Queste dottrine messianiche si strutturarono in formazioni combattenti scontrandosi con gli eserciti invasori e seguendo le indicazioni di un leader, di solito capo religioso e profeta. Dunque, già molto prima dell’arrivo dei romani, gli ebrei avevano prodotto sette messianico-guerrigliere. Contrapposto a questa aspirazione messianica, si era formato un gruppo elitario che si stava via via aprendo all’ellenismo ed all’ellenizzazione dei costumi. Nel 175 a.C. Antioco IV detto Epìfane divenne sovrano del regno dei selèucidi (Selèuco era uno dei generali che avevano ereditato il regno di Alessandro Magno). Conquistò l’Egitto e volle conquistare anche Gerusalemme. In cambio di privilegi, ebbe l’appoggio del gruppo elitario ebraico che si era aperto al mondo ellenistico. Antioco IV riuscì dunque ad impadronirsi del tesoro del Tempio di Gerusalemme, che fece sconsacrare e adibire al culto pagano dopo averlo dedicato a Zeus Olimpo, ma ci fu una reazione violenta. Il sacerdote Mattatia uccise l’apostata ebreo preposto al nuovo culto e si rifugiò sui monti insieme ai suoi cinque figli e a numerosi seguaci “hassidim” (i devoti), dando l’avvio alla rivolta conosciuta come quella dei “Maccabei”. Alla morte di Mattatia (166 a.C.), suo figlio Giuda guidò i ribelli alla vittoria contro l’esercito selèucide, occupò Gerusalemme e riconsacrò il Tempio al culto di Yahwè (164 a.C.); in memoria di questi eventi fu istituita la festa delle Luci.

Ingannare il popolo. In questo periodo è da inquadrare anche l’episodio del brano della Messa (2Mac 6,1-2.18-28). La Bibbia non narra solo guerre e violenze, ma anche nobili testimonianze di fedeltà alla Legge di Dio. Una di queste riguarda Eleàzaro, un anziano, un dottore della legge, un uomo venerato da tutti. Lo vogliono costringere a mangiare carne suina proibita dalla Legge giudaica. Ma egli si rifiuta, nonostante le pressioni. Da notare anche la strategia: arrivare al punto di suggerire all’anziano ebreo di far finta di mangiare la carne proibita, senza in realtà mangiarla. Questo sarebbe bastato a salvargli la vita. L’inganno! La cosa più vergognosa! L’intento era quello di ingannare il popolo facendogli credere che Eleàzaro aveva ceduto. Qui sta la forza di questo anziano signore, padrone di se stesso a tal punto da non mettere in gioco la sua reputazione, davanti alla propria coscienza e davanti a Dio. Non era questione di cibo: mangiare o no carne suina. In gioco c’era la legge di Dio che non dipendeva tanto dal cibo materiale, ma dalla fedeltà all’Alleanza che si può violare anche semplicemente facendo finta di osservarla.

Verità o inganno. Qui c’è veramente un grande insegnamento. La falsità, il doppio gioco, i sotterfugi, gli stessi compromessi non sono forse le caratteristiche di una società che ha paura della verità, proprio perché è fondata sul potere dell’arte dell’inganno? Noi viviamo in mezzo all’inganno, siamo condizionati dall’inganno, siamo in preda dell’inganno. Oggi vince chi inganna di più. E la cosa ancor più interessante del gesto di Eleàzaro sta nella sua paura di dover ingannare i giovani. Pensava: “Che cosa diranno questi giovani quando sapranno che io li ho eventualmente ingannati?”. I giovani vogliono la verità, cercano la verità. Ingannarli è il male peggiore che si possa far loro. Mi chiedo come fin da ragazzi si dicano bugie? Perché i bambini dicono le bugie? Perché respirano dal primo vagito un’aria di inganno. Sono educati da un mondo bugiardo. E anche loro si adeguano.

Obbedire a strutture false. I ragazzi hanno bisogno di testimonianze di verità. Non parlerei di virtù morali come si è sempre fatto. Anche le virtù cosiddette morali possono far parte di un mondo ingannevole. Mi spiego. La virtù dell’obbedienza che cos’è, se non l’adeguamento talora psicologicamente forzato ad una struttura ingannevole? Mi costringono a obbedire a qualcuno che rappresenta un sistema di menzogne. Come preti, come cristiani, ci hanno costretti a obbedire a strutture di religione false. Obiettivamente false. Non parlo di buone intenzioni. Ci sono superiori che in buona fede credono ad una religione deteriorata, fuori dalla linea evangelica, ma il guaio è che, in forza della loro autorità, credendosi addirittura investiti di un volere divino, impongono l’obbedienza come virtù, e così tarpano le ali della libertà, della coscienza. Ecco perché parlo dell’inganno della religione, dell’inganno della Chiesa. Un inganno, ripeto, che si avvale dell’autorità di Dio. Lo Stato, in fondo, non è così ingannevole quanto la religione. La religione fa entrare in gioco Dio stesso, e in nome di Dio – di quale dio? – si rovinano le coscienze in nome di una verità dietro cui c’è l’inganno. I giovani, i ragazzi! Come si possono ingannare? Sarebbe un grave delitto! Dobbiamo educarli alla verità, far di tutto perché crescano nella verità.

*dall’omelia di domenica 25 agosto 2013; fonte: http://www.dongiorgio.it/24/08/2013/omelie-2013-di-don-giorgio-domenica-che-precede-il-martirio-di-s-giovanni-il-precursore/

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agosto 25, 2013

IL DONO SUBLIME DELLA CREATIVITÀ

SUPERARE CERTI DUALISM(SACRO-PROFANO, CHIESA-MONDO, CASO-NECESSITÀ, FEDE-SCIENZA) CON L’IDEA DI EVOLUZIONE CREATIVA

 

di don Giorgio De Capitani*

C’è bisogno di ricostruzione nella politica italiana, così come nella Chiesa cattolica. Merita dunque riflettere sulla lettura del libro di Neemia (1,1-4; 2,1-8), che parla appunto di una ricostruzione. Un po’ di storia per inquadrare i fatti. Nel 587 a.C. Gerusalemme viene distrutta, il Tempio è raso al suolo e la maggior parte degli ebrei è deportata a Babilonia. È questo il secondo grande esilio, dopo quello egiziano. Come ci insegna spesso la storia, gli imperi crollano, e ne subentrano altri. E così i babilonesi lasciano il posto di comando ai persiani. E cambiano anche i rapporti con gli ebrei. Alcuni di questi riescono a entrare nelle grazie dei nuovi padroni. E questo faciliterà poi il grande ritorno in patria.

Due sono stati i protagonisti del ritorno degli ebrei esiliati in Palestina: Neemia e Esdra. Due personaggi chiave, che agiranno in campi differenti, ma complementari. Usando un linguaggio moderno: Esdra agirà da religioso, Neemia da amministratore politico. Esdra entrerà in scena dopo Neemia. Primo dovere sarà quello di ricostruire materialmente Gerusalemme, e ciò è compito della politica intesa in senso stretto. Neemia era un giudeo al servizio della corte persiana: ricopriva la funzione di coppiere, colui che versava il vino al re. Una funzione dunque importante, perché godeva della fiducia del sovrano. Un giorno Artaserse nota sul volto di Neemia molta tristezza e gli chiede il motivo. Neemia risponde che lo sta addolorando la drammatica situazione della sua terra e dei connazionali che vi sono rimasti. La gente vive in miseria e Gerusalemme senza le mura è ridotta a un cumulo di macerie, preda di ogni razziatore. Alla richiesta di Neemia di voler tornare in Giudea per ridare sicurezza e fiducia, il re acconsente, anche per i suoi interessi politici.

Identità e fedeltà. L’intento di Neemia è chiaro: ricostruire anzitutto Gerusalemme e le sue mura. Ma il suo scopo va oltre: consiste nel ridare identità al popolo ebraico. Così come aveva fatto Mosè, che aveva costruito l’identità di Israele. Da notare subito che l’identità comportava la fedeltà al Dio dell’Alleanza. Per cui anche se l’intento di Neemia, che era un laico e non un sacerdote o uno scriba, era essenzialmente di natura amministrativo-politica, tuttavia la vera legge era in ogni caso la Torah, la legge di Dio. Oggi parleremmo di teocrazia. Ma dobbiamo stare attenti: gli ebrei avevano una concezione particolare di teocrazia. Certo, la politica nel caso di Neemia ha preceduto la funzione religiosa di Esdra. Prima occorreva proteggere Gerusalemme dai nemici, poi si penserà a ricostruire il tempio. Occorreva ricompattare il popolo, nella sua identità come nazione, senza tuttavia dimenticare che la sua vera identità stava nella legge, o nella Torah.

Sacro e profano. Su questo punto dovremmo riflettere a lungo noi moderni, a cui piace distinguere marcatamente tra sacro e profano. Questa distinzione presso gli ebrei non c’era, perché avevano una concezione diversa della politica e della religione, intese nel loro significato più ampio e più genuino. Entrambe avevano presente l’uomo completo, corpo e spirito. Oggi invece abbiamo da un lato i fondamentalismi, che sono la degenerazione delle religioni, e dall‘altro casi frequenti di laicismo chiuso ad ogni trascendenza.

La scienza moderna potrebbe aiutarci a risolvere i problemi. La scienza parla di connessione, di interconnessione, di unitarietà, di legami così stretti e profondi per cui non c’è nulla che possa esistere come se fosse qualcosa a se stante. Non ci sono isole nell’universo. La parola “separazione” o “distinzione” va bandita. Nella realtà più piccola c’è il tutto, e il tutto non è la somma matematica di ogni singola realtà. Il tutto è quell’insieme per cui ogni cosa trova quel giusto posto a contatto con le altre. Siamo un mistero di unitarietà tale per cui non siamo tutti uguali, ma ogni differenza è la ricchezza, la condizione per cui ci sia l’armonia del tutto. Anche i libri di spiritualità parlano di questa nuova visione dell’universo. La scienza per secoli è stata dominata da una concezione meccanicistica, secondo la quale il mondo non sarebbe che una macchina, funzionerebbe come una macchina, composta di tanti pezzetti l’uno distinto dall’altro, con delle leggi prestabilite. Questa visione meccanicistica, di Francesco Bacone, di Cartesio e dello stesso Newton, è ormai superata dalla scienza attuale, che ha una visione diversa, completamente diversa: nell’evoluzione c’è una creatività, che non può esserci in nessuna macchina.

Figli interconnessi dello stesso Big Bang. In breve: tutte le cose provengono da una piccolissima “singolarità” (così viene chiamata), dalla quale si è sprigionata una possente esplosione di energia: il Big Bang. Tutto, ma proprio tutto, si è evoluto a partire da quella “singolarità”: la materia e lo spirito, gli atomi e le stelle, gli elementi chimici e le forme di vita, io e te. In quanto esseri umani o in quanto esseri viventi o come entità individuali apparteniamo tutti alla stessa famiglia. Siamo frutto di un processo straordinariamente creativo di materia e di spirito in via di sviluppo. Siamo una sola cosa con le stelle e con tutto il resto. Ecco perché parliamo di interconnessione o di interdipendenza. Gli stessi scienziati ci dicono che ogni evento nella lunga storia di questo immenso universo è connesso a tutti gli altri eventi. Non esistono eventi separati o isolati. Un’altra cosa fondamentale da sottolineare è questa: l’universo si dispiega e si espande mediante un processo di diversificazione senza fine. Non si tratta dunque di una moltiplicazione di fotocopie. Gli atomi, le molecole, le cellule si combinano in una stupefacente varietà di enti e di specie. Ci sono state e ci sono tuttora innumerevoli specie di piante e di animali.

Caso e necessità. Il dispiegamento dell’universo non è neppure un cieco caso. Uno scienziato afferma: “L’universo nel suo emergere non è né determinato né casuale, bensì creativo”. In parole più comprensibili: lo sviluppo dell’universo non avviene obbedendo a un piano ben preciso, già stabilito, e neppure a caso. Il Creatore non è un fabbricante umano di prodotti per il mercato. Dio è più simile a un artista. L’universo non è l’attuazione di un piano predeterminato, ma il magnifico risultato della creatività artistica. Anche per questo ciascuno di noi è unico, un’opera d’arte inimitabile. Non siamo prodotti in serie. Ho preso queste considerazioni dal libro “Cristiani si diventa” scritto da un frate domenicano sudafricano, di origine inglese, di nome Albert Nolan. Il discorso, comunque, sarebbe più lungo e complesso, ma particolarmente affascinante.

In definitiva, la vicenda biblica di Neemia e la sua scelta di accordare precedenza alla costruzione delle mura piuttosto che al tempio, ha indotto a riflettere su alcuni dualismi che vanno accentuandosi [si veda anche: Superare i dualismi del passato Stefani], a partire da quello tra religione e politica. Entrambe, essendo bisognose di ricostruzione, potrebbero avvantaggiarsi dall’idea di evoluzione creativa che sta imponendosi nel campo scientifico. In ogni caso è evidente la necessità di dare ovunque sempre più spazio alla creatività e all’innovazione. Filosofi e sociologi parlano di generatività per porre rimedio alla libertà distruttiva dell’attuale capitalismo [si veda ad es. E’ una crisi della libertà Magatti] Oggi si è persino arrivati al dialogo tra scienza e mistica. Potremmo forse superare gli steccati che hanno sempre diviso la fede dalla scienza. Siamo in un momento fortunato, provvidenziale; il mondo politico da una parte e la Chiesa dall’altra dovrebbero approfittarne.

*Dall’omelia del 18 agosto 2013. Fonte: http://www.dongiorgio.it/17/08/2013/omelie-2013-di-don-giorgio-tredicesima-dopo-pentecoste/

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agosto 16, 2013

L’ESAME DI COSCIENZA CHE NON CI SARÀ

SULLE RESPONSABILITÀ DEL MONDO CATTOLICO RISPETTO ALL’ENNESIMO ATTO DELLA RECITA BERLUSCONI CHE VA IN SCENA IN QUESTE ORE

di Aldo Maria Valli* 

 

La condanna è arrivata, e irresponsabili non sono i giudici, ma coloro che la mettono in discussione. Non accettarla, o dipingerla come sintomo di un disegno politico, vuol dire minare lo stato di diritto alle fondamenta. Il guitto Berlusconi, ormai vecchio e gonfio, continua la recita, stancamente, come per inerzia, ma la cosa più triste è che un Paese intero questa recita la segue e la subisce da un ventennio. E senza neppure la consolazione di poter dire di aver vissuto una pagina drammatica. Perché qui prevale la farsa, come nella peggior tradizione italica.

Ora però una domanda che riguarda i cattolici e le gerarchie. Come è stato possibile che per tanti, troppi anni la Chiesa istituzionale e un largo numero di cattolici abbiano appoggiato quest’uomo? Com’è stato possibile che tanti cattolici, a tutti i livelli, abbiano votato e chiesto di votare per lui, che gli abbiano concesso credito, che lo abbiano visto come l’uomo della provvidenza? Com’è stato possibile che una parte, una larga parte del mondo cattolico non abbia provato un moto di spontanea ripulsa verso il guitto impegnato a usare la politica e gli italiani per il proprio tornaconto? E’ una vecchia domanda che tuttavia non ha mai trovato risposta. Forse perché rispondere, per i cattolici italiani, vorrebbe dire fare un profondissimo e doloroso esame di coscienza, non solo e non tanto in termini politici, ma sotto il profilo culturale.

Equivarrebbe a mostrare il vuoto culturale di un soggetto, il cattolico medio italiano, che sia sotto la Dc sia, e a maggior ragione, sotto l’ombrello berlusconiano non è mai stato abituato a pensare con la propria testa, a usare lo spirito critico, a distinguere tra senso dello Stato e opportunismo, ma si è lasciato guidare da una categoria tanto generica quanto comoda, l’anticomunismo, accontentandosi di parole d’ordine vuote. Fare questo esame di coscienza equivarrebbe inoltre a togliere il velo steso sopra una classe dirigente ecclesiale in gran parte modesta e tremebonda, incline a non disturbare il manovratore e anzi a ingraziarselo, per ottenere vantaggi immediati. Fare questo esame di coscienza equivarrebbe a mostrare come la religione, separata dalla fede, diventi facilmente alibi per giustificare il non giustificabile, per chiudere gli occhi davanti all’arroganza del potere, per trasformare la stessa appartenenza di fede in strumento di potere e di sottopotere.

Tradimento del Vangelo. Procedere con questo esame di coscienza equivarrebbe alla fin fine a mostrare il tradimento del Vangelo operato da tanti, sia chierici sia laici cattolici, che il berlusconismo o l’hanno sposato in pieno o l’hanno tollerato in silenzio o hanno cercato di utilizzarlo. Fare questo esame di coscienza vorrebbe dire scrivere una pagina triste del cattolicesimo italiano, quasi del tutto incapace di sottrarsi alle lusinghe del guitto e pronto anzi a sponsorizzarlo in maniera più o meno aperta. Fare un simile esame di coscienza vorrebbe dire mostrare come i cattolici italiani, a tutti i livelli, si siano lasciati incantare dalla sottocultura televisiva dispensata a piene mani dal guitto e non abbiano opposto resistenza alcuna, preferendo anzi crogiolarsi in essa come sotto l’effetto di un narcotico. Fare questo esame di coscienza equivarrebbe a chiedersi come e perché politici molto solerti nello sbandierare la loro cattolicità abbiano deciso di militare sotto le insegne truffaldine del guitto. Fare questo esame di coscienza equivarrebbe a constatare che perfino gli oppositori ormai hanno nel proprio dna dosi massicce di berlusconismo. Fare un tale esame di coscienza equivarrebbe a dimostrare che gran parte dei cattolici non sanno nemmeno che cosa sia la parresia, la libertà e la capacità di dire tutto, senza reticenze e senza sotterfugi interessati.

Dov’erano i cattolici quando il guitto destabilizzava lo Stato con le sue battaglie ad personam? Dov’erano quando inebetiva gli italiani con i suoi circenses televisivi? Dov’erano quando separava la morale privata da quella pubblica infrangendo così uno dei pilastri della dottrina sociale della Chiesa? Dov’erano quando, palesemente e senza vergogna, divulgava con il proprio comportamento l’idea che con la ricchezza sia possibile guadagnarsi l’impunità? La verità è che la Chiesa italiana e gran parte dei cattolici, se si studia il loro rapporto con il guitto di Arcore, hanno sulla coscienza gravi peccati, sia di connivenza sia di omissione. Quando ne hanno preso le distanze lo hanno fatto timidamente e in ritardo, a scempio ormai compiuto, e comunque è difficile dimenticare certe immagini, come la folla del meeting di Rimini osannante nei confronti del guitto, accolto come un salvatore e riverito, incredibile dictu, come un vero statista. Per tutte queste ragioni l’esame di coscienza non ci sarà e chi proverà a farlo, dentro il mondo cattolico, sarà guardato per lo più con fastidio e messo ai margini, come del resto è già avvenuto durante il regno del guitto.

*Fonte: http://www.vinonuovo.it/index.php?l=it&art=1380

2013-08-10 15.31.28

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