Brianzecum

luglio 20, 2017

I PIROMANI

FORSE GLI INCENDI APPICCATI SONO LEGGENDA METROPOLITANA. FORSE VI SONO SEGNI DELLA FINE DELL’EPOCA SUICIDA INIZIATA NEL 1992

di Raniero La Valle fonte: http://ranierolavalle.blogspot.it/2017/07/i-piromani.html

Leggenda metropolitana. Che l’Italia sia devastata da un esercito di piromani e di untori è una leggenda metropolitana come quella dell’incendio di Nerone. Ma un tempo è finito. La storia secondo la quale all’Italia sarebbe stato appiccato il fuoco dalle Alpi alla Sicilia (quattordici incendi solo nella città di Messina) da un esercito di piromani, mafiosi, camorristi speculatori e padroncini di Canadair, è come la favola dell’incendio di Roma appiccato da Nerone. Fa comodo a tutti dare la colpa ai piromani quando i piromani sono loro. Il vero piromane è Trump che rompe il timidissimo e solo preliminare accordo mondiale sul clima; piromani sono gli interessi petroliferi e finanziari che hanno bloccato fin qui le tecnologie già pronte per il passaggio alle energie alternative, per le quali già oggi il parco delle automobili potrebbe essere formato da auto elettriche e la motorizzazione su autostrada potrebbe essere sostituita dalle ferrovie; piromani sono le economie speculative che hanno fatto inaridire la terra, rinsecchire il verde, hanno privatizzato le acque, abolito le guardie forestali, burocratizzato le procedure antincendio, messo in ferie forzate guardie ambientali e vigili del fuoco; piromani sono quelli che non battono ciglio quando già intere isole sono sommerse, terre fertili sono diventate un deserto, i tropici avanzano e dalle riserve frigorifere dei poli si staccano iceberg grandi come la Liguria; piromani sono quelli che non permettono l’immigrazione se non clandestina e ammassano fuggiaschi infelici in campi di detenzione dove basta una bombola, una lite o una spedizione punitiva di difensori dell’identità bianca per scatenare un inferno. In questa situazione, quando il sole brucia la terra fino a 45 gradi, basta un frammento di vetro, una bottiglia abbandonata, un rifiuto di plastica per concentrare i raggi e accendere il fuoco alle stoppie, ai campi riarsi, ai cigli delle strade inariditi, alle città stesse.

Si può cambiare? Sì, si può cambiare, se torna la grande politica, non solo a mettere a tacere la petulanza dei piccoli arrivisti italiani, ma a mettere insieme i popoli in un nuovo grande patto mondiale come quello che fondò il diritto sovranazionale e mise al bando la guerra e perfino la minaccia dell’uso della forza nel 1945 a San Francisco. Diritto universale di migrare, apertura delle frontiere e risanamento della terra sono i problemi più urgenti che con tenace speranza papa Francesco ha messo davanti ai potenti riuniti per un loro ennesimo balbettante vertice ad Amburgo nella prima settimana di luglio, con una lettera che pubblichiamo qui sotto.

Fine o principio? Ma per cambiare rotta e registro bisogna prendere atto che questa epoca suicida è giunta alla fine, e che un nuovo tempo sta lievitando dal profondo, ed il tempo è questo, come argomenterà la nostra assemblea del prossimo 2 dicembre a Roma. Quasi a ricordarci che tutto un tempo è finito, si sono accumulati i lutti di questo mese, tra giugno e luglio 2017. A metterli tutti in una luce non di fine, ma di principio, era venuto il 20 giugno scorso la grande rivendicazione papale delle profezia civile e religiosa di don Milani; e le morti dolorose che si sono susseguite dopo quel giorno, quasi a prolungarne il ricordo, sono state evocatrici di un intrico di dolori e speranze, di sconfitte subite e di vittorie annunciate: da quella, il 23 giugno, di Stefano Rodotà, a quelle di Ettore Masina, di Luigi Pedrazzi, fino alla morte il 13 luglio di Giovanni Franzoni. Ed è stato bello che nel commiato funebre dall’ex abate di San Paolo l’attuale abate della basilica lo abbia in qualche modo ricompreso nel mondo monastico, a cui Franzoni comunque apparteneva come “monaco in uscita”.

Verso l’aurora. Messe tutte insieme, queste morti sono un segno dei tempi, che annuncia un passaggio d’epoca, così come nel 1992 avemmo il segno del passaggio da una stagione di progetto e di speranza che si chiudeva a una stagione di tristezza e restaurazione che si annunciava, quando mancarono insieme padre Ernesto Balducci, David Maria Turoldo, Cettina Capocasale, Italo Mancini, e la guerra tornava di moda. Adesso invece una stagione sembra aprirsi, una novità annunciarsi. I tempi si succedono, a volte scanditi da segni più vistosi, a dirci che la storia va avanti, e nonostante tutto va verso l’aurora e non verso il tramonto.

LETTERA DEL SANTO PADRE FRANCESCO IN OCCASIONE DELL’APERTURA DEI LAVORI DEL VERTICE DEL G20

[Amburgo, 7-8 luglio 2017]

A Sua Eccellenza Dottoressa Angela Merkel, Cancelliere della Repubblica Federale di Germania

In seguito al nostro recente incontro in Vaticano e rispondendo alla Sua opportuna richiesta, desidero trasmetterLe alcune considerazioni che stanno a cuore a me e a tutti i Pastori della Chiesa Cattolica, in vista del prossimo incontro del G20, nel quale sono presenti i Capi di Stato e di Governo del Gruppo delle maggiori economie mondiali e le massime autorità dell’Unione Europea. Seguo così anche una tradizione iniziata da Papa Benedetto XVI, nell’aprile 2009, in occasione del G20 di Londra. Il mio Predecessore scrisse all’Eccellenza Vostra anche nel 2006 nella circostanza della Presidenza tedesca dell’Unione Europea e del G8.

Vorrei innanzitutto manifestare a Lei e ai leader che si incontreranno ad Amburgo il mio apprezzamento per gli sforzi compiuti per assicurare la governabilità e la stabilità dell’economia mondiale, con particolare attenzione ai mercati finanziari, al commercio, ai problemi fiscali e, più in generale, ad una crescita economica mondiale che sia inclusiva e sostenibile (cfr. Comunicato del G20 di Hangzhou, 5 settembre 2016). Tali sforzi, come ben prevede il programma di lavoro del Vertice, sono inseparabili dall’attenzione rivolta ai conflitti in atto e al problema mondiale delle migrazioni.

Nel Documento programmatico del mio Pontificato rivolto ai fedeli cattolici, l’Esortazione Apostolica Evangelii Gaudium, ho proposto quattro principi di azione per la costruzione di società fraterne, giuste e pacifiche: il tempo è superiore allo spazio; l’unità prevale sul conflitto; la realtà è più importante dell’idea; e il tutto è superiore alle parti. E’ evidente che queste linee di azione appartengano alla sapienza multisecolare di tutta l’umanità e perciò ritengo che possano anche servire come contributo alla riflessione per l’incontro di Amburgo e anche per valutare i suoi risultati.

Il tempo è superiore allo spazio. La gravità, la complessità e l’interconnessione delle problematiche mondiali sono tali che non esistono soluzioni immediate e del tutto soddisfacenti. Purtroppo, il dramma delle migrazioni, inseparabile dalla povertà ed esacerbato dalle guerre, ne è una prova. E’ possibile invece mettere in moto processi che siano capaci di offrire soluzioni progressive e non traumatiche e di condurre, in tempi relativamente brevi, ad una libera circolazione e alla stabilità delle persone che siano vantaggiosi per tutti. Tuttavia, questa tensione tra spazio e tempo, tra limite e pienezza, richiede un movimento esattamente contrario nella coscienza dei governanti e dei potenti. Una efficace soluzione distesa necessariamente nel tempo sarà possibile solo se l’obiettivo finale del processo è chiaramente presente nella sua progettualità. Nei cuori e nelle menti dei governanti e in ognuna delle fasi d’attuazione delle misure politiche c’è bisogno di dare priorità assoluta ai poveri, ai profughi, ai sofferenti, agli sfollati e agli esclusi, senza distinzione di nazione, razza, religione o cultura, e di rigettare i conflitti armati.

A questo punto, non posso mancare di rivolgere ai Capi di Stato e di Governo del G20 e a tutta la comunità mondiale un accorato appello per la tragica situazione del Sud Sudan, del bacino del Lago Ciad, del Corno d’Africa e dello Yemen, dove ci sono 30 milioni di persone che non hanno cibo e acqua per sopravvivere. L’impegno per venire urgentemente incontro a queste situazioni e dare un immediato sostegno a quelle popolazioni sarà un segno della serietà e sincerità dell’impegno a medio termine per riformare l’economia mondiale ed una garanzia del suo efficace sviluppo.

L’unità prevale sul conflitto. La storia dell’umanità, anche oggi, ci presenta un vasto panorama di conflitti attuali o potenziali. La guerra, tuttavia, non è mai una soluzione. Nella prossimità del centenario della Lettera di Benedetto XV Ai Capi dei Popoli Belligeranti, mi sento obbligato a chiedere al mondo di porre fine a tutte queste inutili stragi. Lo scopo del G20 e di altri simili incontri annuali è quello di risolvere in pace le differenze economiche e di trovare regole finanziarie e commerciali comuni che consentano lo sviluppo integrale di tutti, per raggiungere l’Agenda 2030 e gli Obiettivi di sviluppo sostenibile (cfr. Comunicato del G20 di Hangzhou). Tuttavia, ciò non sarà possibile se tutte le parti non si impegnano a ridurre sostanzialmente i livelli di conflittualità, a fermare l’attuale corsa agli armamenti e a rinunciare a coinvolgersi direttamente o indirettamente nei conflitti, come pure se non si accetta di discutere in modo sincero e trasparente tutte le divergenze. È una tragica contraddizione e incoerenza l’apparente unità in fori comuni a scopo economico o sociale e la voluta o accettata persistenza di confronti bellici.

La realtà è più importante dell’idea. Le tragiche ideologie della prima metà del secolo XX sono state sostituite dalle nuove ideologie dell’autonomia assoluta dei mercati e della speculazione finanziaria (cfr. EG, 56). Esse lasciano una scia dolorosa di esclusione e di scarto, e anche di morte. Nei successi politici ed economici, invece, che pure non sono mancati nel secolo scorso, si riscontra sempre un sano e prudente pragmatismo, guidato dal primato dell’essere umano e dalla ricerca di integrare e di coordinare realtà diverse e a volte contrastanti, a partire dal rispetto di ogni singolo cittadino. In tale senso, prego Dio che il Vertice di Amburgo sia illuminato dall’esempio di leader europei e mondiali che hanno privilegiato sempre il dialogo e la ricerca di soluzioni comuni: Schuman, De Gasperi, Adenauer, Monnet e tanti altri.

Il tutto è superiore alle parti. I problemi vanno risolti in concreto e dando tutta la dovuta attenzione alle loro peculiarità, ma le soluzioni, per essere durature, non possono non avere una visione più ampia e devono considerare le ripercussioni su tutti i Paesi e tutti i loro cittadini, nonché rispettare i loro pareri e le loro opinioni. Vorrei ripetere l’avvertenza che Benedetto XVI indirizzava al G20 di Londra nel 2009. Sebbene sia ragionevole che i Vertici del G20 si limitino al ridotto numero di Paesi che rappresentano il 90% della produzione mondiale di beni e di servizi, questa stessa situazione deve muovere i partecipanti ad una profonda riflessione. Coloro – Stati e persone – la cui voce ha meno forza sulla scena politica mondiale sono precisamente quelli che soffrono di più gli effetti perniciosi delle crisi economiche per le quali hanno ben poca o nessuna responsabilità. Allo stesso tempo, questa grande maggioranza che in termini economici rappresenta solo il 10 % del totale, è quella parte dell’umanità che avrebbe il maggiore potenziale per contribuire al progresso di tutti. Occorre, pertanto, far sempre riferimento alle Nazioni Unite, ai programmi e alle agenzie associate e alle organizzazioni regionali, rispettare e onorare i trattati internazionali e continuare a promuovere il multilateralismo, affinché le soluzioni siano veramente universali e durature, a beneficio di tutti (cfr. Benedetto XVI, Lettera all’On. Gordon Brown, 30 marzo 2009).

Ho voluto offrire queste considerazioni come contribuito ai lavori del G20, fiducioso nello spirito di solidarietà responsabile che anima tutti i partecipanti. Invoco perciò la benedizione di Dio sull’incontro di Amburgo e su tutti gli sforzi della comunità internazionale per attivare una nuova era di sviluppo innovativa, interconnessa, sostenibile, rispettosa dell’ambiente e inclusiva di tutti i popoli e di tutte le persone (cfr. Comunicato del G20 di Hangzhou).

Gradisca, Eccellenza, le mie espressioni di alta considerazione e stima.

Vaticano, 29 Giugno 2017

Francesco

gennaio 12, 2017

LE ACQUE DELLA VITA

BENE COMUNE UNIVERSALE, OLTRE ALL’ASPETTO PURIFICATORIO, EVOCANO L’AZIONE CREATRICE E VIVIFICANTE DI DIO. L’ACQUA VIVA CHE DÀ GESÙ È LO SPIRITO SANTO

di don Giorgio De Capitani*

Alle sorgenti della vita. Di proposito, non vorrei neppure sfiorare il tema del battesimo penitenziale di Giovanni il Precursore, a cui anche Gesù si sarebbe volontariamente sottoposto, nonostante le iniziali perplessità e riluttanze dello stesso Battista. E nemmeno vorrei parlare del battesimo rituale/sacramentale della Chiesa cattolica. Anche qui, perché non cercare invece un senso più profondo del gesto anche provocatorio di Gesù di sottoporsi al battesimo penitenziale del cugino Giovanni? Diciamo subito che Gesù non era andato al fiume Giordano per chiedere perdono dei suoi peccati: era il Figlio di Dio, concepito senza peccato da una vergine senza peccato, dunque che peccato poteva avere? Ma se il fiume Giordano, con le sue acque e i suoi luoghi solitari, poteva essere il posto ideale per riflettere sui propri peccati, chiedere perdono e fare penitenza, aveva anche un altro richiamo, proprio per le sue acque. Le acque, infatti, non rappresentano solo l’aspetto purificatorio (l’acqua, proprio perché serve anche per lavarsi, è diventata presso ogni religione un rito di purificazione dell’anima), ma le acque richiamano anzitutto le sorgenti della vita, dopo che, come dice il primo versetto della Genesi, lo spirito o soffio di Dio come un uccello dalle grandi ali si era posato sulle acque primitive, agitandole in vista dell’azione creatrice e vivificante di Dio. Più che un uccello, l’immagine potrebbe richiamare la chioccia che sta covando l’armonia cosmica. Certo, sono immagini, attinte dall’autore sacro ai miti anche rozzi dei popoli antichi. Ma c’è un chiaro messaggio da cogliere al di là del mito: le acque sono all’origine della vita del creato.

Bene comune universale. Non vogliamo invadere le competenze della scienza, ma nessuno può negare che l’acqua sia l’elemento chimico e biologico più importante della nostra vita e del mondo intero. Non dimentichiamo che il nostro corpo è fatto del 60 per cento di acqua. Ancora oggi lottiamo, magari con idee parecchio confuse, per salvare l’acqua dal mercato, essendo un bene comune universale, a cui tutti gli abitanti del mondo hanno diritto, almeno per quel minimo che serve per poter vivere. Del resto, la descrizione del bene e del male sembra particolarmente legata alle acque: alla loro fertilità oppure alla loro distruzione. Pensate al giardino terrestre: nella Genesi viene descritto come irrigato dai fiumi, di cui due li conosciamo: il Tigri e l’Eufrate. E pensate, dal lato negativo, agli abissi marini dove nel mondo antico e anche in quello ebraico abitavano forze misteriose e terribili creature. Pensate anche a ciò che ha procurato il diluvio universale (per le zone allora abitate), con la distruzione degli esseri umani e degli animali, salvando solo Noè, la sua famiglia e gli animali che si trovavano sull’arca. Pensate al duplice aspetto, negativo e positivo, della miracolosa attraversata del Mar Rosso: con la distruzione dell’esercito egiziano e con la salvezza del popolo ebreo.

Gesù e l’acqua. Gesù non poteva non conoscere il valore dell’acqua, nei suoi aspetti di purificazione, ma soprattutto nei suoi aspetti rigenerativi. Ed è per questo che, quando è sceso al fiume Giordano, ha voluto compiere un gesto che è sfuggito ai più, soffermandosi sull’aspetto rituale/penitenziale, tra l’altro solo apparente, visto che, come abbiamo già detto, Cristo era senza peccato. Il gesto riguardava qualcosa di veramente radicale: Gesù ha voluto dirci una cosa essenziale, ovvero di tornare alle sorgenti della vita. Qui dovrei aprire una lunga parentesi, ma mi limito ad alcuni accenni. Il quarto evangelista tratta, più degli altri tre, il tema dell’acqua, e lo fa con l’occhio teologico o meglio mistico, avendo anche alle spalle una comunità cristiana che si distingueva per la sua maturità profetica, a differenza della chiesa di Pietro, più gerarchica e già strutturale. Ecco allora l’episodio delle nozze di Cana: l’acqua rituale è mutata in un vino speciale. Ecco l’incontro di Gesù con la donna samaritana: l’acqua che disseta per la vita eterna è simbolo della grazia divina. Ecco il dialogo notturno di Gesù con Nicodemo: si parla di una nuova nascita, “da acqua e Spirito”, una rinascita come un ritorno al grembo materno, nel cui liquido amniotico ogni essere umano vive la sua formazione iniziale. Ed ecco l’episodio del cieco nato, che viene inviato per lavarsi alla piscina di Siloe (era stata costruita dal re Ezechia come luogo di raccolta dell’acqua che egli aveva incanalato dalla sorgente di Ghihon, per assicurare il rifornimento idrico alla città in caso di assedio). C’è di più. Durante la festa delle Capanne (o dei Tabernacoli), il popolo con i sacerdoti si recava in processione alla piscina per attingere con una brocca d’oro l’acqua che veniva poi versata sull’altare. Durante la processione da Siloe a Ghihon il popolo cantava un versetto di Isaia (12,3): «Attingerete acqua con gioia alle fonti della salvezza». È in questo contesto che Gesù prese lo spunto per pronunciare il suo discorso sull’«acqua viva». Commenta l’evangelista Giovanni (7,37-39): «Nell’ultimo giorno, il grande giorno della festa, Gesù, ritto in piedi, gridò: ”Se qualcuno ha sete, venga a me; e beva chi crede in me. Come dice la Scrittura: Dal suo grembo sgorgheranno fiumi di acqua viva. Quegli egli disse dello Spirito che avrebbero ricevuto i credenti in lui: infatti non vi era ancora lo Spirito, perché Gesù non era ancora stato glorificato».

L’acqua e lo Spirito santo. Dunque, l’acqua viva è lo Spirito santo. Ora ci è più facile capire anche il senso del cosiddetto battesimo di Gesù, che in realtà è stato l’aver restituito all’acqua il suo stretto collegamento con lo Spirito divino. Se Giovanni Battista battezzava solo con l’acqua, il Messia avrebbe battezzato nello Spirito santo. Come scrivono gli evangelisti, proprio al Giordano, su Gesù scenderà lo Spirito santo sotto forma di colomba, un’immagine che richiama l’acqua primitiva, quando lo spirito di Dio “aleggiava sulle acque”. Non posso chiudere queste riflessioni senza dire l’importanza dell’acqua presso le spiritualità orientali: pensate al legame particolare degli induisti con le sorgenti del Gange. C’è un libretto bellissimo, “Alle sorgenti del Gange – Pellegrinaggio spirituale”, scritto da Henri Le Saux. L’autore scrive che l’uomo è chiamato a salire verso le vette, là dove pensa ci sia la dimora di Dio. «Irresistibilmente egli sale, quasi per ritornare alla sua “fonte”, lassù, da dove provengono tutte le acque: quelle che si diffondono su tutta la terra per fecondarla e quelle a cui misticamente possono ristorarsi le anime».

*Omelia dell’8 gennaio 2017: battesimo del Signore (Is 55, 4-7; Ef 2,13-22; Lc 3,15-16.21-22). Fonte: http://www.dongiorgio.it/08/01/2017/omelie-2017-di-don-giorgio-battesimo-del-signore/

giugno 20, 2016

ACCOGLIERE GLI STRANIERI

Filed under: 4) giustizia — Tag: — brianzecum @ 7:19 am

IL GRAVE PECCATO DI SODOMA NON ERA L’OMOSESSUALITÀ, MA IL RIFIUTO DELL’OSPITALITÀ

di don Giorgio De Capitani*

Tre uomini misteriosi. Il primo brano, tolto dal libro della Genesi, presenta i primi trentatré versetti del capitolo 18: sono stati tralasciati quelli riguardanti l’accoglienza tipicamente orientale di Abramo nei riguardi dei tre ospiti, che gli annunciano la nascita di un figlio, nonostante la tarda età della moglie Sara. Il brano non è di facile lettura, e contiene vari spunti di riflessione. Anzitutto, presso le Querce di Mamre si presentano ad Abramo tre uomini misteriosi. Angeli? Dio stesso in quanto Trinità? Qui le interpretazioni sono le più disparate. Da notare, in ogni caso, un particolare: Abramo, quando li vede, li accoglie con doveroso rispetto, e si rivolge a loro come se si trattasse di una sola persona: «Mio signore, se ho trovato grazia ai tuoi occhi, non passar oltre senza fermarti dal tuo servo». Sant’Agostino commenterà questo passo come una anticipazione del mistero trinitario. Egli scriverà, infatti, che Abramo “tres vidit et unum adoravit” (Abramo vide tre e adorò uno). Nella interpretazione più diffusa del testo biblico i tre uomini salutati e poi ospitati da Abramo in una mensa approntata per loro, vengono intesi come presenze angeliche e come tali le troviamo raffigurati in quadri ed icone. Non possiamo non ricordare la celebre icona del pittore monaco russo, Andrej Rublëv, che la dipinse negli anni dal 1422 al 1427. I tre angeli sono seduti attorno ad un tavolo e benedicono un vaso contenente la carne del vitello sacrificato da Abramo.

Impronta di Dio. Che dire di queste interpretazioni del testo biblico? Le riletture allegoriche o simboliche dei fatti biblici, a meno che non siano del tutto fantasiose, possono essere interessanti e a me sinceramente non dispiacciono. Del resto, in ogni realtà ci sono “vestigia dei”, ovvero le impronte di Dio, come ha scritto San Bonaventura da Bagnoregio (XIII secolo d.C.). Le impronte di Dio si manifestano in ogni essere, animato o inanimato che sia. Una cosa interessante: S. Bonaventura come prova cita un passo evangelico, quando i discepoli di Gesù, esclamano: «Benedetto colui che viene, il re, nel nome del Signore. Pace in cielo e gloria nel più alto dei cieli!». Alcuni farisei tra la folla gli dissero: «Maestro, rimprovera i tuoi discepoli». Ma egli rispose: «Vi dico che, se questi taceranno, grideranno le pietre». Ecco, perfino le pietre “gridano” il loro legame col divino. Vorrei, infine, ricordare ciò che ha scritto la grande filosofa francese, Simone Weil, secondo cui nel mondo ci sono i simboli di Dio, che però non sono altro che segni delle “porte” sul divino. Spetta a noi scoprirli. Dio ha messo delle “trappole” per catturarci, tra cui la bellezza: tocca a noi farci catturare.

Sacro dovere dell’ospitalità. C’è un altro aspetto del racconto da chiarire. Dopo che ha dato ad Abramo il lieto annuncio della nascita di un figlio, il Signore lo rende partecipe della sua intenzione di voler distruggere la città di Sodoma. È lecito chiederci: per quale motivo? Che cosa avevano combinato di così grave i suoi abitanti? Qui le interpretazioni si sono quasi tutte concentrate sulla loro omosessualità. Il termine “sodomia” deriva, appunto, dalla città di Sodoma. Pensate a l’uso che si è fatto del racconto della Genesi e della punizione di Dio di Sodoma anche in occasione della approvazione da parte del Parlamento italiano dei diritti delle unioni civili e delle unioni omosessuali, da parte dei soliti fondamentalisti pseudo-cristiani! Ecco il bello: in realtà, il vero motivo della punizione divina di Sodoma era un altro. Secondo l’interpretazione dei rabbini, gli abitanti di Sodoma sono stati puniti perché avevano violato il dovere, sacro presso tutti gli antichi popoli, dell’ospitalità, ovvero il diritto di qualsiasi ospite ad essere accolto e salvaguardato, come ospite, da ogni offesa alla sua dignità. “Un peccato, scrive don Angelo Casati, che incenerisce la città. Non solo quella di Sodoma: ogni città, di ogni tempo”.

Fobia del diverso. Come la prospettiva cambia! Dall’aspetto puramente sessuale si passa all’aspetto umano-sociale di fratellanza universale. Abbiamo allora il coraggio di porci questa domanda: il Signore, oggi, chi ridurrebbe in cenere: il governo che ha approvato le unioni civili e i diritti delle coppie omosessuali, oppure quei partiti e quei politici che ogni giorno predicano l’odio verso gli extracomunitari e i migranti? Ancora oggi siamo malati di sessuofobia, e ci dimentichiamo che il vero peccato è l’alterofobia o la fobia del diverso, di chi noi riteniamo “diverso”. Per evitare di ripetere le solite cose sulla preghiera di intercessione e di citare ogniqualvolta le parole di Carlo Maria Martini che, a proposito della parola “intercessione”, ha fatto una interessante analisi, vorrei invece soffermarmi su una domanda che magari in tanti ci siamo posti: perché Abramo si è fermato a dieci? non poteva scendere fino a uno?

Basta un solo giusto? Don Raffaello Ciccone fa osservare: «Geremia ed Ezechiele oseranno scendere ancora di più, intuendo che Dio perdona il suo popolo se incontrasse anche un solo giusto. Va ricordato Geremia: “Percorrete le vie di Gerusalemme, osservate bene e informatevi, cercate nelle sue piazze se c’è un uomo che pratichi il diritto, e cerchi la fedeltà, e io la perdonerò” (5,1). Va ricordato Ezechiele: “Ho cercato fra loro un uomo che costruisse un muro e si ergesse sulla breccia di fronte a me, per difendere il paese perché io non lo devastassi, ma non l’ho trovato” (22,30). E il profeta Isaia (capitolo 53) garantisce che la sofferenza del solo “Servo di Jahvè” salva tutto il popolo; ma quest’annuncio non sarà compreso che quando si manifesterà Gesù». Ed ecco la domanda: un solo giusto potrebbe salvare l’umanità? Dunque, la forza del bene non sta nella quantità, nel numero, nella massa, nel moltiplicare le opere buone, nell’aumentare le canonizzazioni. La forza del bene sta nel bene stesso, e il bene non richiede visibilità, non vuole consenso e popolarità. Nessuno riuscirà a distruggerlo. Ecco perché, nonostante tutto, ovvero nonostante i continui disastri della cattiveria umana, nessuno potrà distruggere l’energia latente di un bene che, proprio perché latente, ovvero realmente presente ma invisibile, è la sorgente della vita, di un presente che mette sempre in scatto matto il male, che, a forza di inganni e di bugie, vuole mostrare la sua faccia da trionfatore. Ma sarà sconfitto.

*omelia del 19 giugno 2016: Quinta dopo Pentecoste (Gen 18,1-2a.16-33; Rm 4,16-25; Lc 13,23-39). Fonte: http://www.dongiorgio.it/19/06/2016/omelie-2016-di-don-giorgio-quinta-dopo-pentecoste/

aprile 28, 2016

IL PROSSIMO NON HA ETICHETTE

Filed under: 4) giustizia — Tag: — brianzecum @ 7:37 PM

I LIMITI DELLA PROPRIETÀ PRIVATA E L’OPPORTUNITÀ DI UN ARRICCHIMENTO SPIRITUALE

di don Giorgio De Capitani*

La fede che non divide. Vorrei rileggere il primo brano della Messa, tolto dal libro “Atti degli Apostoli”, alla luce o, per lo meno, con il sostegno degli altri due brani: quello dell’apostolo Paolo con il famoso inno alla carità, e quello di Giovanni, che è l’inizio del primo Discorso di addio, che Gesù ha tenuto ai suoi discepoli durante l’Ultima Cena. Anzitutto, una annotazione. Nei primi capitoli degli “Atti degli Apostoli”, Luca, che ne è l’autore, presenta tre “sommari”, ovvero fa per tre volte il punto della situazione. Qui non potrei non far notare, come doverosa premessa, la stretta inscindibile connessione tra il brano di oggi, che è il secondo sommario, con la Risurrezione di Cristo, come del resto così andrebbe letto tutto il libro degli Atti. Dunque, la condivisione tra i fratelli, come vedremo, è la prova più concreta della Risurrezione. Già questo fa capire che, quando si parla del Cristo della fede, non si tratta di qualcosa di aleatorio o di qualcosa di così interiore o spirituale da non incidere sulla vita esistenziale dei credenti. È esattamente il contrario: più il Cristo della fede anima il mio mondo interiore, più mi sento unito all’Umanità più reale, più concreta, ma – qui sta la grande novità – in modo tale da non separare o dividere la realtà in razze, in culture o in religioni diverse e tra loro in conflitto. Invece, più mi aggrappo al Cristo storico, più rischio di farne una religione chiusa all’Umanità nella sua realtà universale.

Condivisione di cuori e di beni. Con il secondo sommario, Luca risponde a questa domanda: che cosa distingue più palesemente la vita pratica dei primi cristiani? Ecco la risposta: una volontaria comunione dei beni anche materiali. Il sommario andrebbe interpretato bene, senza cadere nell’equivoco di pensare che i primi cristiani avessero tentato una specie di “comunismo” in anteprima, anche se qualche particolare del racconto potrebbe farlo pensare. Carlo Maria Martini, con la sua grande capacità intuitiva, ci ha dato uno spunto illuminante: secondo il cardinale, non si trattava di mettere in comune per forza o per amore tutti i beni materiali, privandosi perciò di una rinuncia totale alla proprietà privata, ma della “disponibilità” concreta a mettere i propri beni a servizio degli altri, per venire incontro alle necessità dei bisognosi quando la situazione lo richiedeva. Specifichiamo. Tale disponibilità è doverosa non solo perché uno crede nel Cristo risorto o nel Dio dell’amore, ma perché ciò fa parte della stessa natura umana, quella natura che, come dicevo poco fa, è il nostro interiore più profondo. E allora, vorrei ripeterlo, più uno scende nel proprio essere, più si sente solidale con tutti.

Fuori del proprio gruppo. Anche qui chiariamo. Non basta dire: faccio qualcosa per gli altri per sentirmi utile oppure per acquistare qualche merito per la vita eterna. Mi ricordo che, anni fa, senza citare il Movimento ecclesiale, gli aderenti dovevano dare prova di fedeltà o di credibilità inventando qualche opera caritativa. Questo significa strumentalizzare la solidarietà ai fini personali o del gruppo. Ognuno di noi è prossimo perché è un essere umano. Non va perciò scelto in base a criteri ideologici. Il prossimo da aiutare è chiunque – italiano o straniero, regolare o clandestino, cattolico o islamico – si trovi in una situazione di bisogno. La “disponibilità” concreta, di cui parlava Martini, a mettere anche i propri beni materiali non mette certo in discussione la proprietà privata, tuttavia ne pone dei limiti. I limiti sono stabiliti dalla solidarietà per i casi di emergenza, il che significa che non è un gesto di generosità il mio, ma un dovere che, ripeto, non fa parte solo della mia fede nel Cristo Risorto, ma della mia stessa natura umana. E allora possiamo parlare anche di un dovere sociale, imposto dal Bene comune. Da qui la domanda: che cos’è il Bene comune? È quel Bene che riguarda tutti, senza fare o mantenere privilegi, senza permettere l’eccesso di beni, ovvero la possibilità che chi è ricco possa prendersi tutto, a svantaggio di altri. Dobbiamo smettere di pensare che con i soldi si possa comperare tutto ciò che si vuole, magari un intero paese. Non è questione solo di carità cristiana, ma di quel bene che, se vogliamo continuare a chiamarlo comune, riguarda tutti, così da creare quella uguaglianza sociale che non deve solo restare scritta sui documenti o sui programmi elettorali.

Non proprietari ma solo amministratori. Se dovessi dire certe cose, senza citare le fonti, passerei per il solito vetero marxista da quattro soldi. Potrei stare qui per delle ore a leggervi pagine e pagine di qualche Padre della Chiesa. Cito solo una frase di Giovanni Crisostomo: «Il mio e il tuo non sono altro che parole prive di fondamento reale. Se dici che la casa è tua, dici parole inconsistenti, perché l’aria, la terra, la materia sono doni del Creatore, come pure tu che l’hai costruita e così tutto il resto”. Aveva anche colpito quanto aveva scritto Benedetto XVI, nel messaggio quaresimale del 2008: «Non siamo proprietari, bensì amministratori dei beni che possediamo: essi quindi non vanno considerati come esclusiva proprietà, ma come mezzi attraverso i quali il Signore chiama ciascuno di noi a farsi tramite della sua provvidenza verso il prossimo».

Condivisione tra poveri e ricchi. San Paolo, nella sua seconda Lettera ai cristiani di Corinto, al capitolo ottavo, invita calorosamente i cristiani di quella comunità ad aderire anch’essi alla raccolta di offerte per sostenere i cristiani indigenti di Gerusalemme. Vorrei farvi notare una frase che mi ha colpito: «Per il momento la vostra abbondanza supplisca alla loro indigenza, perché anche la loro abbondanza supplisca alla vostra indigenza, e vi sia uguaglianza». Qualche esegeta così interpreta: la vostra abbondanza materiale dia una mano alla loro indigenza materiale, in compenso sarete arricchiti dalla loro ricchezza spirituale. Se pensassimo a questo scambio tra beni materiali e beni spirituali, forse potremmo vedere sotto un’altra angolatura anche il problema della immigrazione. Forse saremmo noi occidentali, ricchi di beni materiali ma poveri di beni spirituali, a guadagnarci da una positiva integrazione. Purtroppo c’è chi, come Matteo Salvini, che campa sulle disgrazie altrui, e non si accorge che così s’impoverisce di umanità, supposto che sia ancora possibile aggiungere qualcosa di negativo a un cervello vuoto.

*omelia del 24 aprile 2016 (At 4,32-37; 1Cor 12,31-13,8a; Gv 13,31b-35). Fonte: http://www.dongiorgio.it/24/04/2016/omelie-2016-di-don-giorgio-quinta-di-pasqua/

dicembre 29, 2015

NOSTALGIA E SPERANZA

Filed under: 4) giustizia — Tag: — brianzecum @ 10:38 PM

IL RICORDO PUÒ ESSERE RIVOLTO AL PASSATO OPPURE APERTO ALLA SPERANZA E ALL’ATTESA

di Piero Stefani, Il pensiero della settimana, n. 548

Parente povera. «Sentivo nell’aria una nostalgia di bene». Un verso natalizio? Se lo fosse sarebbe anacronistico. Nell’aria delle nostre città si diffonde altro. Luci, suoni e odori vanno in una diversa direzione. Sepolto nei cuori forse quel supposto verso però c’è, o almeno è presente in chi, a motivo della sua età, è propenso ad ascoltare i rintocchi della nostalgia. Il bene, in quest’ottica, appare paragonabile a una persona che per tanti anni è stata lì, seduta alla tavola della festa, ma che quest’anno, forse per la prima volta, non è più con noi. La tavola e i cibi si ripropongono, la cara presenza invece non c’è più. La nostalgia è la parente povera della speranza. È uno sperare rivolto al passato: resta il desiderio, scompare l’attesa. La nostalgia è il volto della mancanza fattasi con il tempo meno aspra. Non conosce il baratro, ignora il grido, non sperimenta la lacerazione. Ha in sé qualcosa di soffuso, è più levigata che pungente. È una forma di presenza nell’assenza. Si rivolge al passato perché le è precluso di guardare al domani.

Nostalgia dell’attesa. A differenza della nostalgia, il ricordo è in grado di incontrarsi con la speranza. La memoria alimenta l’attesa: «fate questo in memoria di me… in attesa della tua venuta». Nei giorni dell’Avvento la liturgia ci ha riproposto una paradossale memoria dell’attesa. I testi – a iniziare da quelli, ormai desueti, della Novena di Natale – dicono con verbi al futuro quanto la fede afferma già essere avvenuto. Per quattro settimane la comunità cristiana ripercorre la speranza nell’avvento del Messia che i credenti celebrano già venuto. Anzi proprio in quella venuta essi trovano il fondamento stesso della loro fede. Il tempo di Avvento tocca il nostro cuore perché instilla in noi la nostalgia dell’attesa. È troppo poco per vivere il Natale: ora ci è chiesto di attendere e non già di averne solo nostalgia. In questo giorno la memoria di una presenza è chiamata a dischiudere il cuore verso l’attesa di un nuovo e definitivo incontro. Perché ciò avvenga bisogna che la nostalgia lasci il posto alla speranza e faccia spazio a un attendere certo, in grado di reggere il confronto con cumuli di smentite.

Perseveranza. È possibile? Lo è solo per quel tanto in cui il senso della delusione è riassorbito in una perseveranza aperta verso la speranza perché prima è stata in grado di reggere alla prova. A dircelo è Paolo. Lo fa attraverso parole capaci, nella loro complicazione, di sottrarsi alla lima sia della nostalgia sia del sentimentalismo: «ci vantiamo anche nelle tribolazioni, sapendo che la tribolazione produce perseveranza (ypomonē), la perseveranza una virtù provata e la virtù provata la speranza. La speranza poi non delude, perché l’amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato» (Rm 5,3-5). Senza dimenticare altre parole di Paolo complementari a quelle ora citate: «Nella speranza siamo stati salvati. Ora, ciò che si spera, se è visto, non è più oggetto di speranza, infatti, ciò che uno già vede, come potrebbe sperarlo? Ma, se speriamo quello che non vediamo, lo attendiamo con perseveranza» (Rm 8,24-25).

 

dicembre 21, 2015

PAPA FRANCESCO NELLO SPECCHIO DI MACHIAVELLI

Filed under: 4) giustizia — Tag: — brianzecum @ 9:32 am

DENUNCIAVA LA CONTRADDIZIONE DEI PRELATI CHE NON PRATICANO LA POVERTÀ EVANGELICA, PREDICANO L’OBBEDIENZA E NON TEMONO PUNIZIONI

di Piero Stefani, Il pensiero della settimana, n. 547

Non temono punizione. «Ma quanto alle sètte si vede ancora queste rinnovazioni essere necessarie, per lo esemplo della nostra religione, la quale, se non fossi stata ritirata verso il suo principio da Santo Francesco e da Santo Domenico sarebbe al tutto spenta. Perché questi, con la povertà e con lo esemplo della vita di Cristo, la ridussono nella mente degli uomini, che già vi era spenta: e furono sì potenti gli ordini loro nuovi, che ei son cagione che la disonestà de’ prelati e de’ capi della religione non la rovinino; vivendo ancora poveramente, ed avendo tanto credito nelle confessioni con i popoli e nelle predicazioni, che ci dànno loro ad intendere come egli è male dir male del male, e che sia bene vivere sotto la obedienza loro, e, se fanno errore, lasciargli gastigare da Dio e così egli fanno il peggio che possono, perché non temono quella punizione che non veggono e non credono» (Niccolò Machiavelli, Discorsi sulla prima Deca di Tito Livio, libro III, cap. 1).

Povertà e mitezza. La solenne prosa di Machiavelli merita una parafrasi che si trasforma di per sé in una specie di commento. Difficile infatti sottovalutare la perenne attualità di questo passo. Il ritorno alle origini è una dinamica presente in quasi tutte le istituzioni che si vogliono rivitalizzare ed è l’anima della riforma all’interno di molti sistemi religiosi. Tuttavia il punto non è solo e tanto questo. La questione centrale è constatare che una via privilegiata per “ritirare” il cristianesimo verso il suo principio è quella della povertà valorizzata e praticata sull’esempio di Gesù Cristo. Ciò riavvicina la gente alla Chiesa. Inoltre queste “buone pratiche” sono tali da far sì che neppure la disonestà dell’alto clero riesca a distruggere del tutto la credibilità della Chiesa. A ciò si aggiunge la mitezza che si rifiuta di dir male del male e che invita ad obbedire alle autorità ecclesiastiche, qualunque esse siano, lasciando il giudizio a Dio, ma tale scelta non ha grandi ricadute sui prelati che continuano ad agire come prima, visto che a quella punizione non credono.

Imitazione di Cristo. In questo spettro di problemi quel che più preme sottolineare è il fatto che la via principe per ritornare allo spirito delle origini è di attuare una imitatio Christi. Essa si compie attraverso la povertà e la mitezza vissute e collocate dentro le contraddizioni della Chiesa, si tratta di una strada difficile ma percorribile. L’esemplarità è un fattore che evidentemente non nega la storia, tuttavia essa si pone su un piano non solo storico altrimenti, per ragioni interne, perderebbe consistenza: il passato in quanto tale non è normativo, a esserlo è la vita di Gesù Cristo; essa è a un tempo luogo di imitazione e segno di distanza rispetto all’attuale condizione della Chiesa. Tuttavia se c’è qualcuno che mette in pratica il primo fattore pure il secondo diviene tollerabile. Anche una Chiesa opulenta è capace di accogliere dentro di sè la povertà. Sembra una contraddizione, anzi lo è, eppure stranamente ciò sfocia in una crescita di credibilità. Il fatto che in una Chiesa ricca qualcuno pratichi la povertà senza indicare la necessità di uscire dalla comunità ecclesiale accresce la fiducia in una istituzione contraddittoria eppur salvifica. Chi traligna sarà giudicato da Dio non dagli uomini.

Dir male del male. Nei nostri giorni la credibilità della Chiesa cattolica è affidata in larga misura al suo vertice più alto. La povertà è di casa anche a Santa Marta. Lo stile di vita, i gesti, le intuizioni (come quella di aprire la prima porta santa nella povera e fino allora ben poco nota Bangui) di papa Francesco «ritirano» la Chiesa «verso il suo principio». Trovandosi al vertice, al papa non è però oggettivamente concesso né di sostenere che «è male dir male del male» né di lasciar tutto nelle mani del giudizio divino (a cui alcuni alti prelati forse tuttora non credono). Perciò Francesco è obbligato, come in effetti più volte fa, ad assumere toni di rimprovero verso i “suoi”; ciò provoca sorde resistenze in settori a lui ostili e qualche disorientamento anche nei suoi sostenitori nella misura in cui si sentono coinvolti in un discorso rivolto a gruppi a cui loro stessi appartengono, tipo la curia romana (dicembre 2014) o l’episcopato italiano (novembre 2015). Tuttavia anche se Francesco optasse per la mite convinzione che è «male dir male del male», resterebbe comunque aperta davanti a lui e a noi la contraddizione oggettiva di vivere poveramente all’interno di una Chiesa che povera non è.

novembre 26, 2015

LA DIFFERENZA TRA MANGIARE E STARE A TAVOLA

Filed under: 4) giustizia, Uncategorized — Tag: — brianzecum @ 9:08 am

NON LA MODERNA IDOLATRIA DEL CORPO, MA L’UMANISSIMO AMORE DELLA TAVOLA, SIMBOLO DI ACCOGLIENZA E CONDIVISIONE

di Massimo Recalcati  La Repubblica 24 nov 2015, pag.45

Nuovo idolo. Il nostro tempo è il tempo, come scriveva Piero Camporesi, di una nuova “religione del corpo”. L’attenzione salutista estrema per il proprio corpo sembra, infatti, bilanciare il culto dell’abbondanza alimentare, sino al limite dello spreco, che caratterizza l’Occidente. Il Dio di questa nuova religione è l’immagine e l’efficienza prestazionale del corpo-magro, disciplinato nel suo appetito, obbligato a diete perpetue, ridotto alla compattezza minerale di una fascio di nervi e ossa. È questo uno degli idoli più spettrali che incombe sulla tavola dell’Occidente. Lo constatano gli antropologi da tempo: si mangia sempre più velocemente e sempre più soli. Il luogo simbolico della tavola e il suo rituale vengono disertati e offesi. Il nostro tempo è il tempo del tramonto del Convivio dove la parola si alternava all’atto del condividere il cibo. L’affermazione del corpo in forma, del corpo-fitness, sempre in gara, del corpo-anoressico, ma anche di quello, altrettanto diffuso, del corpo-bulimico preso nell’abbuffata compulsiva e vorace, nella divorazione illimitata, del consumo senza sapore, hanno reso il tempo collettivo della commensalità inutile e ingombrante. Meglio mangiare soli, meglio mangiare senza l’Altro.

Umanità e accoglienza. Contro questa cifra disperata del nostro tempo si muove, con la consueta forza e sapienza biblica, l’ultimo libro di Enzo Bianchi, Priore di Bose, che ci conduce ad esplorare uno dei gesti più alti e, insieme, più semplici dell’insegnamento di Gesù Cristo: quello di Spezzare il pane, che è anche il titolo del suo nuovo libro edito da Einaudi*. Diversamente dalla nuova “religione del corpo” che ha sostituito al Dio della parola, l’idolo del corpo-magro o quello del corpo-ingozzato, il priore di Bose ci mostra in tutte le sue pieghe l’amore umanissimo di Gesù verso la tavola. Spezzare il pane è, infatti, l’atto che istituisce la tavola come luogo dell’Altro. Nel gesto di offrire il pane a chi è a tavola con noi, l’atto del mangiare trascende immediatamente la semplice necessità di nutrirsi, il piano del puro bisogno animale, per acquisire il significato evangelico dell’accoglienza dello straniero, del povero, dell’abbandonato. La radice ultima di tutta la predicazione di Enzo Bianchi, dei suoi studi biblici e del suo lavoro di scrittura, è sempre la stessa: ritornare all’umanità di Cristo, al Verbo che si fa carne. In questo senso egli ci dice che Dio non è solo “luce” o “logos”, ma è anche “vino” e “pane”, perché il pane, essendo un dono di Dio, e il primo “volto del Signore”.

Il banchetto non è allora il luogo del vizio o del peccato perché il suo compito è quello di “cantare il sapore del mondo”. Il cristianesimo di Bianchi è immanentista, avverso a ogni forma astratta di spiritualismo, radicalmente anti-platonico, profondamente umanista sebbene mai antropocentrico. Egli detesta la riduzione della religione ad una ritualità vuota e inutilmente sacrificale. La sua passione cristiana è animata da un desiderio che sa caricare eroticamente sia il mondo che le relazioni tra gli esseri umani.

La terra è di tutti. È lo sguardo del monaco che sa cogliere tutta la potenza dell’enigma dell’incarnazione dove l’infinito non può essere colto dall’astrazione teologica, né dalla pura teoresi speculativa, ma solo attraverso il corpo dell’evento del mondo. Per questo il suo primo ammonimento è quello di non dimenticare la terra, di non ridurla a mera risorsa da sfruttare, di non annientarla. Perché è la terra, ci dice, il primo vero nome dell’Altro a cui l’umano è esposto. La violenza accade originariamente nel voler sostituire la necessità di abitare la terra — come “ospiti” e “pellegrini” — con l’impeto di chi pretende di ergersi a suo padrone incontrastato. Per questo la terra, come il pane, è di tutti. «Il termine adam — spiega Bianchi — non dovremmo renderlo con “uomo”, ma con “terrestre”. La terra non è solo polvere, roccia, sabbia — come si pensa — ma è un organismo vivente, che dobbiamo rispettare, amare, contemplare e, soprattutto, sentire solidale con noi». Si tratta — ricordando l’amore di Gesù per la tavola che scatenava l’ironia sferzante dei suoi nemici che lo consideravano un “mangione e un beone” — di «sviluppare il Vangelo della terra», di dare parola ad «un nuovo ethos della terra». Per questa ragione Gesù poteva dichiarare — come ricorda l’evangelista Marco citato da Bianchi — «puri tutti gli alimenti ». Se il miracolo di Dio è il miracolo del mondo, è il miracolo dell’evento del mondo, nulla è impuro. L’impuro, infatti, non è mai ciò che entra nel corpo dell’uomo, ma solo ciò che esce dal suo cuore. Anche in questo senso l’ascesi di Socrate che accompagna il suo ultimo gesto estremo (avvelenarsi bevendo la cicuta per invocare il rispetto della Legge della polis) ci appare così diversa dalla passione di Cristo.

Condivisione e ospitalità. Quest’ultimo, prima di incamminarsi verso la solitudine straziante del Gestemani e del calvario della croce, sceglie la via della condivisione con i suoi discepoli; sceglie la via dell’ultima cena, dello stare assieme a chi lo ha amato. Non sceglie la via del gesto solitario, ma decide di offrire a chi è con lui il vino e il pane del proprio corpo che la memoria dovrà riuscire a conservare nei tempi a venire. In questo senso lo sguardo cristiano di Bianchi non è mai semplicemente nostalgico, perché la lezione di Gesù è innanzitutto quella di sostenere una promessa che non si rivolge al passato ma investe l’orizzonte stesso della nostra vita. La promessa del Regno parte sempre da qui, da ove noi siamo, altrimenti non avrebbe alcun senso. Ricostruire l’ospitalità della tavola, ricostruire la tavola dell’Altro, è una prospettiva per un futuro capace di fare posto all’umanizzazione della vita. «Solo se c’è condivisione, ci possono essere banchetto e festa; solo se la tavola non è chiusa ma aperta a chi bussa, allo straniero, al pellegrino, al povero, è una tavola veramente umana». Per chi ha avuto la fortuna di frequentare almeno una volta il Monastero di Bose sa che la cura e l’attenzione per il dettaglio dei monaci che ci vivono non è vano estetismo, ma risponde ad una posta in gioco etica radicale: aprire le porte allo straniero è aprire le porte a Gesù, al Verbo che si è fatto carne.

*Il libro: Spezzare il pane, di Enzo Bianchi (Einaudi pagg. 110 euro 17)

IMG_20151031_111216

luglio 27, 2015

DEBOLE E NASCOSTO IL PREFERITO

DIO SCEGLIE CIÒ CHE È DEBOLE PER CONFONDERE I FORTI.

LA DIGNITÀ DELL’ESSERE UMANO È SPESSO DIMENTICATA ANCHE NELLA RELIGIONE

di don Giorgio De Capitani*

Ciò che unisce i primi due brani della Messa è, da una parte, l’atteggiamento di umiliazione del re Davide che, davanti all’Arca dell’Alleanza, si è spogliato, danzando e cantando, in mezzo al suo popolo, tanto da essere duramente rimproverato dalla prima moglie, Mical, figlia di Saul; e, dall’altra parte, le parole di San Paolo, nella prima Lettera ai cristiani di Corinto: «Quello che è ignobile e disprezzato per il mondo, quello che è nulla, Dio lo ha scelto per ridurre al nulla le cose che sono, perché nessuno possa vantarsi di fronte a Dio». Il brano del Vangelo va ben oltre: Gesù invita a rinnegare se stessi, parole che vanno intese in tutta la loro radicalità.

Santo discutibile. Dal primo brano la figura di Davide esce bene: un re devoto, tanto religioso da farsi disprezzare perfino dalla moglie, per essersi spogliato davanti all’Arca del Signore (una cassetta adornata che simboleggia la Sua presenza). Spesso sentiamo parlare di Davide come se fosse un santo: il santo re Davide. E la tradizione biblica attribuisce a Davide la paternità di tutto il Salterio: 150 composizioni, considerate dagli ebrei la preghiere per eccellenza. In realtà, la composizione dei Salmi abbraccia un lungo periodo, che va dall’epoca di Davide (XI sec. a.C.) fino al IV sec. a.C. La figura di Davide è molto complessa e la sua santità è molto discutibile. È stata mitizzata per dare più prestigio alla storia del popolo ebraico. Le stesse manchevolezze (pensate all’episodio di Betsabea, già sposata, di cui il re s’invaghisce: per poterla sposare, fa uccidere il marito mandandolo in prima fila in battaglia) sono diventate l’esempio di pentimento da seguire. Il Salmo 50 che cos’è? Pur inserendo il personaggio nel suo periodo storico, quando andare in battaglia e uccidere era come soffiarsi il naso, oggi non riusciremmo mai ad accettare una santità grondante sangue. Tuttavia, il gesto del re Davide, preso in sé, potrebbe anche insegnarci qualcosa. Di fronte a Dio, i nostri paludamenti, di qualsiasi tipo, cadono: ci sentiamo tutti nudi. Ed è così che, poveri o ricchi, siamo tutti uguali. Ciò che ci distingue è un vestito, o un onore, o una carica, o un titolo, o un gruzzolo di soldi. L’essere non ha gradini su cui salire per arrivare chissà dove. Torneremo, commentando il Vangelo di oggi.

Follia di Dio. San Paolo, nella prima Lettera ai cristiani di Corinto, insiste sulla distinzione tra la sapienza di Dio e la sapienza umana. L’Apostolo usa parole forti: stoltezza, follia, scandalo, che sarebbero le qualità specifiche di Dio e di ciò che lo riguarda, in particolare il Figlio che si è incarnato, incarnando proprio la follia di Dio, scandalizzando tutti per il suo messaggio provocatorio e per la sua vita donata sulla Croce. La follia di Dio consiste in particolare nello scegliere gli scarti per dare voce alla sua voce. La storia biblica è tutta una testimonianza di questo stile di Dio e, nello stesso tempo, sembra quasi che, quando lo scarto da lui scelto perde la testa (vedi il caso di Davide), Dio si diverta a farlo cadere dal trono del suo orgoglio. Dio rispetta la libertà, certo, ma, nello stesso tempo, rispetta il suo criterio. Non solo la storia biblica, ma anche la storia della Chiesa è una storia complessa di scelte di Dio e di stravolgimenti umani. Anche qui, “ciò che è debole per il mondo” scelto da Dio “per confondere i forti”, è sempre soggetto alla tentazione di farsi forte, appena raggiunge una certa carica. E Dio non perdona: non perdona i forti, nel senso che non li sceglie escludendoli dai suoi piani, ma non perdona neppure colui che sceglie perché debole, appena costui tradisce la sua debolezza, entrando nella categoria dei forti o dei potenti. Se consideriamo i due millenni di storia della Chiesa-istituzione, proviamo a chiederci: quante volte Dio ha dovuto cambiare i suoi piani, contrapponendo ad una gerarchia forte una élite di profeti, insofferenti di ogni potere? Ancora oggi, la Chiesa che cos’è? Pensate soltanto alla sua struttura organizzativa: un insieme di potenti mezzi che possono gareggiare con gli strumenti di qualsiasi altro ente pubblico o privato. La Chiesa è una mastodontica istituzione che non soffre mai la crisi economica, e che sembra avere una energia imprevedibile. Ma è questo che vuole Dio? è questo che voleva Gesù Cristo? Ha scelto come apostoli umili pescatori, duri di cervice, pronti anche a tradirlo (vedi Giuda e Pietro), e poi che cosa è successo? Eppure, nonostante tutto questo, Dio sfida il mondo e perfino la sua Chiesa potente, scegliendo i più deboli per realizzare i suoi piani.

Paradossi ed equivoci. Il brano del Vangelo riporta alcune affermazioni “paradossali” di Cristo. In realtà, tutto in Cristo è paradossale. La stessa persona di Cristo è paradossale. Paradosso è qualcosa che esce dalla logica comune. Noi abbiamo una logica direi matematica: due più due fa quattro. Ma per il Signore due più due non fa necessariamente quattro. C’è sempre qualcosa che scombussola qualsiasi logica. Quando leggiamo i Vangeli, ci accorgiamo che qualcosa non rientra nel nostro modo di pensare. Cristo ci sconvolge sempre. Purtroppo è successo, e succede ancora oggi, che i credenti hanno cercato di far rientrare Cristo nella propria logica, anche semplicemente traducendo male una parola. Basta cambiare il suo significato originale, ed ecco: tutto diventa chiaro, cioè logico, cioè umano. E il paradosso è sciolto. Ci sono parole nel Vangelo di oggi che andrebbero spiegate. Cristo parla di rinnegamento, di rinnegare se stesso, di salvare la propria vita, di perdere la propria vita. Che senso dare alla parola “rinnegamento”, alla parola “sé stesso”, alla parola “vita”? Ed ecco il paradosso: «Chi vuole salvare la propria vita, la perderà, ma chi perderà la propria vita per causa mia e del Vangelo, la salverà». A rendere maggiormente incomprensibile questa espressione di Gesù, è anche la parola “vita”, il cui termine originale greco è “psyché”. È nato così un grosso equivoco, come un invito a rinnegare la vita terrena con tutti i suoi beni e vantaggi per “guadagnare” la vita eterna nell’aldilà.

Spirito, anima e corpo.  Per capire il senso originale del pensiero di Gesù, bisognerebbe allargare il discorso, e distinguere, come fa del resto la Bibbia, in particolare San Paolo, ma soprattutto i mistici, tra: spirito, anima e corpo. Brevemente: lo spirito è la realtà più profonda dell’essere umano, è l’essere umano nel suo contatto con l’infinito; l’anima, invece, dirige le facoltà dell’essere umano in questa vita terrena, e può anche dirigerle contro lo spirito; il corpo tutti sappiamo che cos’è. In questa vita terrena, ciò che Gesù ci invita a fare è lasciarci guidare dallo spirito, a partire dall’anima che non può fare da sé, agire autonomamente. Rinnegare, allora, significa, togliere tutto ciò che l’anima mette come ostacolo allo spirito. Per anima s’intende, ad esempio, la volontà, l’intelligenza, ecc. Il nostro impegno o ascesi sta nel liberare lo spirito dai pesi o dagli ostacoli che gli impediscono di agire liberamente. Ecco in che cosa consiste rinnegare, perdere. Non si tratta tanto o solo di punire il proprio corpo, di agire all’esterno di noi. È l’anima, la quale dirige il corpo, a dover essere purificata. Ecco perché i mistici parlano di via negativa. Negare significa togliere tutto ciò che finisce per coprire il nostro vero mondo interiore, quello dove risiede lo spirito, nella sua nudità e nella sua libertà. Sono concetti che andrebbero approfonditi, perché qui è in gioco l’essere umano. Anche la religione, soprattutto la religione, ha contribuito a confondere le cose. Non parliamo, poi, del mondo sociale e politico, dove anche i termini più nobili, quali libertà, giustizia, verità hanno subito preso un’altra strada, portandoci ben lontano dalla dignità del nostro essere umano, nella sua realtà più interiore.

* omelia di domenica 26 luglio 2015, nona dopo Pentecoste. Letture: 2Sam 6,12b-22; 1Cor 1,25-31; Mc 8,34-38. Fonte: http://www.dongiorgio.it/26/07/2015/omelie-2015-di-don-giorgio-nona-dopo-pentecoste/

Complesso monastico di S. Pietro al monte (Civate)

Complesso monastico di S. Pietro al monte (Civate)

Maggio 30, 2015

LO SPIRITO DEL MONDO

OGNUNO HA DIRITTO A VIVERE L’AMORE INTEGRALE, CHE DEVE AVERE ANCHE UNO STATUTO PUBBLICO: È IL PUNTO DI VISTA DI GESÙ

di Vito Mancuso, La Repubblica 25 maggio 2015

Primato del singolo. Una lotta iniziata più di due secoli fa nel nome dell’uguaglianza e che ha portato a una serie di conquiste sociali tra cui il suffragio universale, la libertà di stampa, la libertà religiosa, l’istruzione per tutti, la parità uomo-donna nel diritto di famiglia, il superamento legale di ogni discriminazione razziale e altri traguardi di questo genere, tutti riconducibili al valore dell’uguaglianza di ogni essere umano. Sabato l’ha ribadito la maggioranza degli irlandesi: “Yes Equality”. In queste trasformazioni dei costumi e del diritto si manifesta l’evoluzione della cultura e del pensiero prodotta da ciò che Hegel denominava “Spirito del mondo”, nel senso che noi non siamo i padroni delle nostre idee, ma sono le idee a entrare in noi. C’è però una differenza rispetto al filosofo tedesco, e cioè che ora il primato non è più dello “Spirito oggettivo” rispetto allo “Spirito soggettivo”, ma al contrario. Assistiamo a una radicale riscrittura dei rapporti tra singolo e società: il primato non è più della società e delle sue istituzioni a cui il singolo si deve uniformare come nei secoli passati, ma è piuttosto del singolo a cui la società deve sapersi adattare servendone la felicità e la realizzazione. Prima erano i singoli a piegarsi alle istituzioni, ora sono le istituzioni a piegarsi ai singoli, modificando persino la Costituzione, come in Irlanda.

Amore integrale. Il valore in gioco era il diritto di ogni essere umano all’amore integrale. Fino a poco tempo fa nei Paesi più avanzati del mondo (ma in Italia ancora oggi) se una persona nasceva con un orientamento sessuale di tipo omosessuale si vedeva negato il diritto all’amore integrale, che non si accontenta di esprimersi solo come passione privata ma desidera uno statuto pubblico, nel senso che esso entra a definire l’identità sociale di una persona, non più singolo, ma legato a un’altra persona in permanente comunità di vita. È questo desiderio dell’amore di acquisire una dimensione pubblica che porta le persone a sposarsi, e non semplicemente a convivere. Chi desidera sposarsi non riesce più a pensare se stesso a prescindere dall’altro e chiede alla società di riconoscere pubblicamente il suo nuovo statuto, mutando per così dire la sua carta d’identità sociale e dicendo al mondo: “non sono più solo io, io sono unito con l’altro”. Questo è ciò che io chiamo “amore integrale” e che ritengo essere un diritto costitutivo di ogni essere umano. L’aspirazione all’amore integrale deve essere riconosciuto come diritto inalienabile che ogni essere umano acquisisce alla nascita, un diritto nativo, radicale, di cui nessuno può essere privato.

Senso evangelico. Ormai il tempo è compiuto anche da noi per sostenere nel modo più esplicito che tutti hanno il diritto di realizzarsi nell’amore integrale, senza distinzione. Il ritardo italiano non va colmato procedendo solo al riconoscimento delle unioni civili senza parlare di matrimonio, ma occorre procedere al matrimonio anche per le coppie gay, perché sono in gioco l’uguaglianza e il diritto nativo all’amore integrale. Il senso complessivo di questo movimento è altamente evangelico, perché sempre, quando trionfa la singolarità della persona rispetto alla logica di Stato delle istituzioni e delle tradizioni, si afferma il punto di vista di Gesù, il quale sosteneva che il sabato era per l’uomo e non l’uomo per il sabato, e che per questo venne eliminato dal potere istituzionale. La Chiesa gerarchica però non l’ha ancora capito. Non l’ha capito nel 1789 quando il movimento è iniziato, e non l’ha capito in questi giorni in Irlanda con i vescovi che hanno lanciato un appello per il «rispetto dei valori della famiglia tradizionale». I singoli credenti invece sì. A meno infatti di non ritenere che essi in una nazione tra le più cattoliche al mondo siano solo il 37,9%, occorre riconoscere che per la maggioranza dei fedeli le posizioni della gerarchia cattolica non hanno rilevanza quando sono in gioco questioni etiche e diritti umani. L’arcivescovo di Dublino ha detto che «la Chiesa ora deve fare i conti con la realtà». È vero, e spero che qualcosa avverrà. Ma ancora più importante è che i conti con la realtà li faccia la politica italiana, dando al nostro Paese una legge che consenta a ogni cittadino di vivere, nella pienezza del matrimonio, il diritto nativo all’amore integrale.

DSC00950.resized

Maggio 19, 2015

PANE QUOTIDIANO UN DIRITTO DI TUTTI

IL CRESCENTE SQUILIBRIO NEL MONDO PUÒ RENDERE IL CIBO MORTALE. URGENTE RICONOSCERLO BENE COMUNE

di ENZO BIANCHI,  La Repubblica,  19 maggio 2015,  pag.51

Omnia sunt communia: questa affermazione, risalente ai padri della chiesa, è stata la bandiera della rivoluzione di Thomas Müntzer (1489-1525), la “rivoluzione dei contadini”. Dal 1968 riappare periodicamente – così anche poche settimane fa a Milano, in occasione dell’inaugurazione di Expo 2015 – come scritta di protesta. Si può essere sorpresi dalla predicazione ecclesiastica degli ultimi decenni, muta sui temi della giustizia e dell’equità, ma questa affermazione era stata ripresa dal concilio Vaticano II: “Dio ha destinato la terra e tutto quello che essa contiene all’uso di tutti gli uomini e di tutti i popoli, e pertanto i beni creati debbono essere partecipati equamente a tutti, secondo la regola della giustizia, inseparabile dalla carità… L’uomo, usando di questi beni, deve considerare le cose che legittimamente possiede non solo come proprie, ma anche come comuni” (Gaudium et spes 69).

Rischio di guerra. Il cibo, che ci dà la vita e senza il quale moriamo, è la prima realtà che va necessariamente condivisa. Oggi siamo consapevoli dell’ingiustizia regnante, dell’assoluta mancanza di equità nella distribuzione delle risorse del pianeta. Si pensi solo che meno del 20% della popolazione possiede l’86% della ricchezza mondiale. La diseguaglianza planetaria, a partire dall’ingiusta ripartizione del cibo, dovrebbe farci provare vergogna. L’abisso sempre più profondo che separa i poveri dai ricchi dovrebbe inquietarci, perché una tale situazione può solo preparare una rivolta dei poveri, una guerra – dai nuovi connotati, ma sempre guerra – tra i privilegiati da un lato e, dall’altro, i bisognosi che non solo ricevono sempre meno aiuti e sono sempre più abbandonati a se stessi, alla miseria, all’ignoranza, alle regressioni tribali che generano violenza tra gli stessi poveri, ma che vengono anche defraudati delle loro terre e delle ricchezze che vi si trovano.

Dogmi economici e idolatrie. I ricchi oggi diventano più ricchi e i poveri più poveri, cresce il numero delle persone obese nel ricco occidente, mentre gli abitanti dell’emisfero sud, dell’Africa, continuano a morire di fame o di malnutrizione. Purtroppo negli ultimi venticinque anni si sono imposti e regnano “dogmi economici” che favoriscono i ricchi e aumentano l’ingiustizia nella società. L’idolo della crescita economica che si pretende inarrestabile; il consumo, anch’esso pensato sempre in aumento per soddisfare una ricerca di felicità falsata; la concezione della naturalità della diseguaglianza, che sarebbe vantaggiosa per tutti: questi sono diventati dogmi poco contraddetti e invece sempre capaci di rendere idolatre e alienate le masse.

Urgenza di giustizia.. Per la fede ebraica e cristiana, in ogni caso, Dio è la presenza che non solo chiede equità, ma la impone, “ricolmando di beni gli affamati e rimandando i ricchi a mani vuote” (cf. Lc 1,53), mentre attualmente si crede alla mano invisibile del mercato, pensata come l’artefice assoluto del benessere del pianeta: idolatria, avrebbero gridato i profeti e i padri della chiesa! Abbiamo perduto il senso della grande e decisiva nozione cristiana del bene comune e, con esso, ogni urgenza di giustizia e di equità. La terra è di Dio e su di essa noi siamo solo ospiti e pellegrini (cf. Lv 25,23); la terra è stata affidata a tutta l’umanità perché fosse lavorata, custodita e potesse dare le risorse necessarie per la vita di tutti gli abitanti del pianeta, umani e animali. Il cibo, il pane, secondo la metafora che lo rappresenta, è di tutti e per tutti. Diceva il pensiero cristiano: “Il ‘mio’ e il ‘tuo’, queste fredde parole, introdussero nel mondo infinite guerre… Un tempo i poveri non invidiavano i ricchi perché non c’erano poveri, essendo tutte le cose comuni” (Giovanni Crisostomo, Omelia su 1Cor 11,19 2). Ecco da dove sorgono il contrasto, l’inimicizia, la violenza…

..e di condivisione. Oggi è urgente che gli umani riscoprano la communitas la quale, sola, può aiutare i tentativi di equa redistribuzione delle ricchezze del pianeta; è urgente che ritrovino l’idea di bene comune, per la felicità della convivenza; è urgente che si esercitino alla “con-vivialità”, alla condivisione del cibo per ritrovare i legami sociali, la possibilità di instaurare una fiducia reciproca che si traduce in responsabilità l’uno verso l’altro. Non mi dilungo a declinare l’istanza della condivisione del cibo, ma è facile comprendere che non significa solo l’atto finale dello spezzare il pane insieme, seduti alla stessa tavola, bensì anche il rispetto del lavoro del produttore di alimenti, il riconoscimento del lavoro dei contadini, sostenibilità sociale ed ecologica, l’instaurazione di un mercato equo e solidale e, all’inizio dei processi, l’affermazione della proprietà comune delle risorse naturali come l’acqua e la destinazione della terra a quanti la lavorano.

Diventa mortale. Il cibo, dunque, è tale quando è condiviso, altrimenti è veleno per chi se lo accaparra e morte per chi non ce l’ha. Il mondo, purtroppo, sembra diviso tra chi non ha fame perché ha troppo cibo e chi ha fame perché non ne ha. In virtù di questa perversa situazione, molti sono esclusi dalla società in cui vivono e diventano ben più che sfruttati: diventano avanzi, scarti, rifiuti… Il paradosso dell’abbondanza in cui credevamo di vivere, con la crisi economica di questi ultimi anni ha mostrato che la miseria può essere tra di noi e colpire qui, nelle nostre terre, uomini e donne che vivono tra la penuria e la fame, faticando ad avere ciò che è necessario per vivere e dovendo così ricorrere all’aiuto di istituzioni caritative. Ripeto, qui in mezzo a noi! Condividere il cibo dovrebbe essere condizione essenziale per poterlo assumere con sapienza e per renderlo causa di festa, trasformandolo da cibo quotidiano in banchetto. Mai senza l’altro, neppure a tavola! Nel Padre nostro non sta scritto: “Dammi oggi il mio pane quotidiano” – suonerebbe come una bestemmia! – ma “Dacci, da’ a tutti noi il pane di ogni giorno (cf. Mt 6,11; Lc 11,3), e così ti potremo chiamare ‘Padre nostro’ e non ‘Padre mio’”! Permettetemi di ricordarlo: se il pane, bisogno comune, pane per tutti, non è condiviso, allora “le pain se lève”, “il pane insorge, si alza in rivolta”. Questo è il grido delle rivoluzioni per la mancanza di pane e la fame dei poveri: lo era nel medioevo ma lo è ancora ai giorni nostri (come dimenticare la scintilla che ha scatenato la rivolta tunisina un paio d’anni fa?).

Conversione. Vigiliamo dunque e, soprattutto, decidiamoci a una conversione, a un mutamento dei nostri comportamenti verso il cibo: dobbiamo combattere gli sprechi, sentire come un furto il buttare via il cibo, assumere uno stile di sobrietà, fare le battaglie politiche ed economiche necessarie affinché il cibo sia sempre condiviso. E subito, nel quotidiano, dove ci troviamo, dobbiamo dare da mangiare a chi ha fame, aiutandolo con denaro o invitandolo alla nostra tavola. Sulla condivisione del cibo – dice Gesù – saremo giudicati degni di vivere oppure maledetti, consegnati alla morte: “Ho avuto fame e mi avete dato da mangiare … ho avuto fame e non mi avete dato da mangiare” (Mt 25,35.42). Il rapporto tra sapienza umana e cibo non può eludere il problema della fame e dunque chiede, anzi reclama con forza la condivisione.

Fonte: http://www.monasterodibose.it/priore/articoli/articoli-su-quotidiani/9190-pane-quotidiano-un-diritto-di-tutti

pane

 Julian Merrow-Smith, Pane e vino, olio su tela.

« Newer PostsOlder Posts »

Blog su WordPress.com.