Brianzecum

marzo 23, 2011

ODISSEA DALLA POLITICA

Comunicato stampa del presidente di Pax Christi Italia Mons. Giovanni Giudici

Il regime di Gheddafi ha sempre mostrato il suo volto tirannico. Pax Christi, con altri, ha denunciando le connivenze di chi, Italia in testa, gli forniva una quantità enormi di armi senza dire nulla, anche dopo la sua visita in Italia “sui diritti umani violati in Libia, sulla tragica sorte delle vittime dei respingimenti, su chi muore nel deserto o nelle prigioni libiche. Il dio interesse è un dio assoluto, totalitario, a cui tutto va immolato. Anche a costo di imprigionare innocenti, torturarli, privarli di ogni diritto, purché accada lontano da qui. In Libia.” (Pax Christi 2 settembre 2010). Il Colonnello era già in guerra con la sua gente anche quando era nostro alleato e amico! Non possiamo tacere la triste verità di un’operazione militare che, per quanto legittimata dal voto di una incerta e divisa comunità internazionale, porterà ulteriore dolore in un’area così delicata ed esplosiva, piena di incognite ma anche di speranze. Le operazioni militari contro la Libia non ci avvicinano all’alba, come si dice, ma costituiscono un’uscita dalla razionalità, un’“odissea” perchè viaggio dalla meta incerta e dalle tappe contraddittorie a causa di una debolezza della politica. Di fronte a questi fatti, vogliamo proporre cinque passi di speranza e uno sguardo di fede.

1) Constatiamo l’assenza della politica e la fretta della guerra. E’ evidente a tutti che non si sono messe in opera tutte le misure diplomatiche, non sono state chiamate in azione tutte le possibili forze di interposizione. L’opinione pubblica deve esserne consapevole e deve chiedere un cambiamento della gestione della politica internazionale.

2) Si avverte la mancanza di una polizia internazionale che garantisca il Diritto dei popoli alla autodeterminazione.

3) Non vogliamo arrenderci alla logica delle armi. Non possiamo accettare che i conflitti diventino guerre. Teniamo desto il dibattito a proposito delle azioni militari, chiediamo che esse siano il più possibile limitate e siano accompagnate da seri impegni di mediazione. Perchè si sceglie sempre e solo la strada della guerra? Ce lo hanno chiesto più volte in questi anni i tanti amici che abbiamo in Bosnia, in Serbia, in Kosovo, in Iraq.

4) Operiamo in ogni ambito possibile di confronto e di dialogo perché si faccia ogni sforzo così che l’attuale attacco armato non diventi anche una guerra di religione. In particolare vogliamo rivolgerci al mondo musulmano e insieme, a partire dall’Italia, invocare il Dio della Pace e dell’Amore, non dell’odio e della guerra. Ce lo insegnano tanti testimoni che vivono in molte zone di guerra.

5) Come Pax Christi continuiamo con rinnovata consapevolezza la campagna per il disarmo contro la produzione costosissima di cacciabombardieri F-35. Inoltre invitiamo tutti a mobilitarsi per la difesa della attuale legge sul commercio delle armi, ricordiamo anche le parole accorate di d. Tonino Bello: “dovremmo protenderci nel Mediterraneo non come “arco di guerra” ma come “arca di pace”.

Giovanni Paolo II per molti anni ha parlato dei fenomeni bellici contemporanei come “avventura senza ritorno”, “ spirale di lutto e di violenza”, “abisso del male”, “suicidio dell’umanità”, “crimine”, “tragedia umana e catastrofe religiosa”. Per lui “le esigenze dell’umanità ci chiedono di andare risolutamente verso l’assoluta proscrizione della guerra e di coltivare la pace come bene supremo, al quale tutti i programmi e tutte le strategie devono essere subordinati” (12 gennaio 1991).

In questa prospettiva Pax Cristi ricorda ai suoi aderenti che il credente riconosce nei mali collettivi, o strutture di peccato, quel mistero dell’iniquità che sfugge all’atto dell’intelligenza e tuttavia è osservabile nei suoi effetti storici. Nella fede comprendiamo che di questi mali sono complici anche l’acquiescenza dei buoni, la pigrizia di massa, il rifiuto di pensare. Chi è discepolo del Vangelo non smette mai di cercare di comprendere quali sono state le complicità, le omissioni, le colpe. E allo stesso tempo con ogni mezzo dell’azione culturale tende a mettere a fuoco la verità su Dio e sull’uomo.

Pavia, 21 marzo 2011

Per contatti segreteriavescovo@diocesi.pavia.it

Fonte: http://www.mosaicodipace.it/

ottobre 28, 2010

NO ALLA GUERRA: PRINCIPIO “NON NEGOZIABILE”

di Mons. Luigi Bettazzi

Ogni volta che un soldato italiano si trova a morire all’estero si alimenta l’interrogativo sulla validità di queste che vengono chiamate “missioni di pace”.L’interrogativo è giustificato dal fatto che queste operazioni tendono sempre più a rivelarsi azioni di guerra, tanto più se – come si sta sollecitando – i nostri aerei, finora destinati a ricognizioni, venissero invece corredati di bombe da sganciare sul territorio occupato dai “nemici”, che si dichiarano invece difensori della loro patria occupata da stranieri o da alleati di stranieri. In realtà questa “missione di pace” è così definita dagli organismi internazionali, anche se venne iniziata come reazione istintiva all’attacco delle Torri gemelle nel 2001.

Quello che emerge, in questo insieme di vicende, è la scarsa reazione del mondo cattolico, così giustamente sensibile per la difesa della vita nascente, osteggiata dall’aborto, e così silenzioso di fronte alla vita adulta minacciata dalla guerra. In passato proclamammo perfino “guerre sante” a difesa delle nostre vite (ovviamente più valide delle vite dei nemici, che pure Gesù ci aveva imposto di amare, quantomeno nel senso di non odiarle), poi avevamo precisato che erano ammissibili le guerre solo se erano “giuste” (e si enumeravano le condizioni che rendevano “giuste” le guerre), riducendole poi alle sole guerre “di difesa”, magari dei nostri interessi, escludendo quindi quelle di occupazione.

È stato papa Giovanni XXIII, nell’enciclica Pacem in Terris, ad affermare che, dati i mezzi di distruzione oggi disponibili e le possibilità di dialogo e di arbitrati, ritenere che la guerra possa realizzare la giustizia e la pace è inammissibile (“alienum a ratione”: assolutamente irragionevole). Dopo due anni la Costituzione conciliare Gaudium et spes, anche se non è giunta a condannare la guerra in sé – per la resistenza dei vescovi americani, allora condizionati dalla guerra in Vietnam –, ha però condannato (ed è stata l’unica condanna del Concilio che papa Giovanni aveva voluto come “Concilio pastorale”) la guerra totale, quella che coinvolge anche le popolazioni civili (allora si indicavano come Abc, atomica-biologica-chimica): “È delitto contro Dio e la stessa umanità e con fermezza e senza esitazione dev’essere condannato” (Gs, 80).

Mi chiedo se questa chiara condanna sia stata accolta nella Chiesa, se la si consideri come “principio non negoziabile”, come la condanna dell’aborto e l’eutanasia. Se noi cristiani – tutti i cristiani – per fedeltà al Vangelo riconoscessimo l’immoralità della guerra, che ci fa scendere sotto il livello degli animali (che non si uccidono fra simili!), dando vigore a tutte le istituzioni internazionali in grado di promuovere validi embarghi finanziari o commerciali, o al massimo di costituire un’efficace “polizia internazionale” (già funzionò nel 1956 contro la minacciata guerra per il Canale di Suez), non solo avremmo finalmente attualizzato il Vangelo, ma avremmo così dato un apporto efficace al cammino della civiltà.

L’attuale vicenda dell’Afghanistan – dove il nostro orgoglio occidentale sta facendo tante vittime tra i civili, mentre lo stesso governo locale, da noi promosso e sostenuto, sta avviando colloqui di pacificazione con quelli che forse considera, se non come partigiani, certo come connazionali comunque da non sterminare – credo che dovrebbe costituire come un sussulto, perché le nostre Chiese, popolo di Dio e pastori, si facciano profeti e pionieri del rifiuto della guerra, di ogni guerra. Altre sono le strade da battere, certo più difficili, ma doverose ed anche – lo stiamo constatando – più sicure e più aperte alla speranza, e quindi umanamente più efficaci.

* Vescovo emerito di Ivrea, già presidente nazionale di Pax Christi


__._,_.___

ottobre 27, 2010

DALLA COMPETIZIONE ALLA COOPERAZIONE*

ANNUNCIARE LA BELLEZZA DELLA VITA

Cooperazione e creatività. Certe attenzioni morbose dell’opinione pubblica per fatti sanguinosi di cronaca nera possono confermare che nella nostra cultura si stanno diffondendo tendenze necrofile. Probabilmente questa è anche la conseguenza di una mentalità dalle radici lontane, che non ha apprezzato, come merita, la bellezza della vita. La modernità ha privilegiato le scienze fisiche – quelle che consentono la manipolazione rapida della realtà – rispetto alle discipline biologiche ed umanistiche – le quali invece richiedono piuttosto l’adeguamento ai ritmi naturali, aprendo alla “saggezza” insita nella natura e nella vita. Così è prevalsa una visione del mondo meccanicistica, piuttosto che vitale, un’idea di natura come ingegnere piuttosto che madre. L’idea ancestrale di natura come madre comporta, a differenza dei modelli meccanici, quell’essenziale auto-creatività, che hanno i semi delle piante, oltre che il mondo animale, fino all’uomo e la donna. Per le coppie, evidentemente, è necessario un comportamento cooperativo, e il frutto creativo è la generazione dei figli. È questa creatività che consente di affermare che, in certo senso, la vita vince la morte, a differenza dei meccanismi. La creatività conseguente al comportamento cooperativo può essere verificata in molti altri campi: lavoro, studio, arte, ricerca…

Terra vivente. Solo da pochi decenni, con l’ipotesi Gaia di Livelock, si è avanzata l’idea che l’uomo non sia un vivente isolato ma parte integrante di un organismo vivente più grande. La natura è stata vista come un ecosistema complesso, e per questo capace anche di autoregolarsi. In effetti la vita sulla terra deriva dal combinarsi di una serie incredibile di circostanze favorevoli. Tra i pianeti vicini, Venere sarebbe troppo calda, Marte troppo freddo. L’atmosfera terrestre è tenuta costantemente con una percentuale di ossigeno prossima al 21%. Un po’ di più e si scatenerebbero incendi in tutto il pianeta, anche nei prati umidi. Un po’ meno e noi, assieme a tutte le creature che respirano, moriremmo; sotto il 15% nulla brucerebbe, non esisterebbe quindi il quarto elemento della tradizione ancestrale: il fuoco. L’ossigeno, come quasi tutti i gas dell’atmosfera è prodotto (nella strabiliante quantità di quattro miliardi di tonnellate l’anno) dagli esseri viventi (vegetali). Analogamente sono viventi gli organismi che trasformano i sali nitrati in azoto e lo pompano nell’aria. E si potrebbero portare molti altri esempi di come la natura vivente mantenga i giusti equilibri chimici e fisici che consentono il miracolo della vita.

Col darwinismo,  alla semplificazione meccanicista si è aggiunta l’idea della competizione naturale che porta alla sopravvivenza del più adatto – e al soccombere dei più deboli. Anche questa idea affascinò le classi emergenti nel nascente capitalismo – che già erano state influenzate dall’homo homini lupus di precedenti pensatori. Si potevano così avallare la sperequazione tra le classi sociali, il colonialismo, l’imperialismo, le guerre… Ma la trasposizione alla società umana dei processi selettivi che avvengono in natura, è del tutto arbitraria. Anche tra gli uomini, come tra gli altri viventi, sono di gran lunga più rilevanti i processi di simbiosi, o di mutua dipendenza cooperativa (capisce meglio questo termine chi ha figli) rispetto a quelli competitivi. Oltre a favorire la creatività, come sopra accennato, migliorano la qualità della vita – legata assai più alle relazioni con gli altri che non alle ricchezze accumulate o al potere conquistato. Anche questo è un insegnamento che dovremmo saper trarre dall’osservazione della natura. L’esaltazione liberista della competizione economica ha certamente un fondamento valido. Ma perché si assiste a una continua concentrazione economica e finanziaria? Non sarà perché è ancor più auspicabile il modello cooperativo?

La bellezza della vita,  in definitiva – con le sue qualità predominanti di simbiosi e cooperazione creativa – se permane nelle espressioni artistiche e letterarie, è stata totalmente cancellata in molte manifestazioni umane di importanza crescente, come l’economia e la tecnica. Forse è questo il motivo principale delle tendenze necrofile sopra notate. Se la vita non attrae, resta solo… la morte. Forse il compito principale dei genitori e degli educatori è quello di saper comunicare i valori che rendono la vita attraente e meritevole di essere vissuta. Dando motivi per desiderare il futuro. Contro i (dis)valori che quotidianamente ci vengono propinati dai media e dai poteri dominanti: arrivismo, competizione, consumismo, apparenza, ansia, fretta… In una parola avere anziché essere.

*da una conferenza di Giuliana Martirani a Erba il 22-10-2010. Bibliografia: Martirani, La danza della pace, dalla competizione alla cooperazione, Paoline, Milano 2004.

per riflettere:

-l’idea ancestrale di natura-madre;

-si erano diffuse visioni meccanicistiche della natura;

-dimenticando l’auto-creatività della vita;

-con l’ipotesi Gaia l’uomo è visto come parte integrante di un organismo vivente più grande;

-la vita sulla terra deriva da una serie incredibile di circostanze favorevoli;

-grazie all’opera di organismi viventi;

-il capitalismo ha esaltato l’idea darwiniana di competizione naturale;

-che porta alla sopravvivenza dei più adatti;

-con estensioni arbitrarie al campo sociale per avallare guerre e colonialismo;

-in natura sono molto più rilevanti i processi di simbiosi rispetto a quelli competitivi;

-economia e tecnica hanno dimenticato la bellezza della vita;

-genitori ed educatori devono comunicarla;

-dando motivi per desiderare il futuro.


ottobre 11, 2010

GUERRA IN AFGHANISTAN: MISSIONE DI PACE?

RIFLESSIONE E APPELLO DEL VESCOVO NOGARO, ZANOTELLI E ALTRI

4 ottobre 2010 – Festa di s. Francesco D’Assisi

Per aderire all’appello: redazione@ildialogo.org

 

Meccanismo di odio, non pace. Stiamo entrando nel decimo anniversario della guerra contro l’Afghanistan: è un momento importante per porci una serie di domande. In quel lontano e tragico 7 ottobre 2001 il governo USA, appoggiato dalla Coalizione Internazionale contro il terrorismo, ha lanciato un attacco aereo contro l’Afghanistan. Questa guerra continua nel silenzio e nell’indifferenza, nonostante l’infinita processione di poco meno di 2.000 bare dei nostri soldati morti. Che si tratti di guerra è ormai certo, sia perché tutti gli eserciti coinvolti la definiscono tale, sia perché il numero dei soldati che la combattono e le armi micidiali che usano non lasciano spazio agli eufemismi della propaganda italiana che continua a chiamarla “missione di pace”. Si parla di 40.000 morti afgani (militari e civili), e il meccanismo di odio che si è scatenato non ha niente a che vedere con la pace. Come si può chiamare pace e desiderare la pace, se con una mano diciamo di volere offrire aiuti e liberazione e con l’altra impugniamo le armi e uccidiamo?

 

Patriottismo guerrafondaio.  La guerra in Afghanistan ha trovato in Italia in questi quasi 10 anni unanime consenso da parte di tutti i partiti – soprattutto quando erano nella maggioranza – e di tutti i governi. Rileggere le dichiarazioni di voto in occasione dei ricorrenti finanziamenti della “missione” rivela – oltre devastanti luoghi comuni e diffuso retorico patriottismo – un’unanimità che il nostro Parlamento non conosce su nessun argomento e problema. Perché solo la guerra trova la politica italiana tutta d’accordo? Chi ispira questo patriottismo guerrafondaio che rigetta l’articolo 11 della nostra Costituzione?

 

L’elenco degli strumenti di morte utilizzati è tanto lungo quanto quello dei cosiddetti “danni collaterali” cioè 10.000 civili, innocenti ed estranei alla stessa guerriglia, uccisi per errore. Ma la guerra non fa errori, poiché è fatta per uccidere e basta. Noi vogliamo rompere le mistificazioni, le complicità e le false notizie di guerra che condannano i cittadini alla disinformazione, che orientano l’opinione pubblica a giustificare la guerra e a considerare questa guerra in Afghanistan come inevitabile e buona. La guerra in Iraq, i suoi orrori e la sua ufficiale conclusione hanno confermato negli ultimi giorni la totale inutilità di queste ‘missioni di morte’. Le sevizie compiute nel carcere di Abu Ghraib e in quello di Guantanamo, i bombardamenti al fosforo della città di Falluja nella infame operazione Phantom Fury, non hanno costruito certo né pace né democrazia, ma hanno moltiplicato in Iraq il rancore e la vendetta. Altrimenti perché sono ormai centinaia i soldati degli Stati Uniti, del Canada e del Regno Unito che si suicidano, dopo essere tornati dall’Iraq e dall’Afghanistan? Cosa tormenta la coscienza e la memoria di questi veterani? Cosa hanno visto e cosa hanno fatto che non possono più dimenticare?Dall’inizio della guerra in Afghanistan ci sono più morti fra i soldati tornati a casa che tra quelli al fronte: si susseguono i suicidi dei veterani negli USA.

 

Obbligo civile di demistificare. Tutto il XX secolo ha visto la nostra nazione impegnata a combattere guerre micidiali ed inutili nelle quali i cattolici hanno offerto un decisivo sostegno ideologico. Ancora troppo peso grava sulla coscienza dei cattolici italiani per avere esaltato, pregato e partecipato alla I guerra mondiale e tanto più ancora all’omicida guerra coloniale in Abissinia.”Ci presentavano l’Impero come gloria della patria!”- scriveva Don Milani nella celebre lettera ai giudici L’obbedienza non è più una virtù. Avevo 13 anni. Mi pare oggi. Saltavo di gioia per l’Impero. I nostri maestri si erano dimenticati di dirci che gli Etiopici erano migliori di noi. Che andavamo a bruciare le loro capanne con dentro le loro donne e i loro bambini, mentre loro non ci avevano fatto proprio nulla. Quella scuola vile, consciamente o inconsciamente non lo so, preparava gli orrori di tre anni dopo… E dopo essere stato così volgarmente mistificato dai miei maestri… vorreste che non sentissi l’obbligo non solo morale, ma anche civico, di demistificare tutto?”

 

Formare senso critico. Forse conoscere la storia dei tanti eccidi criminali compiuti dai militari, dagli industriali, dai servizi segreti nella nostra storia contemporanea aiuterà i giovani a formarsi una coscienza politica e un senso critico. Tanto da renderli immuni dalla propaganda che vuole soltanto carpire consenso e impegnarli in imprese di morte come la guerra in Afghanistan, nella quale facciamo parte di una coalizione che applica sistematicamente la tortura – come nel carcere di Bagram e nelle prigioni clandestine delle basi Nato – e le esecuzioni sommarie. Chi dunque ha voluto e vuole questa guerra afghana che ci costa quasi 2 milioni di euro al giorno? Chi decide di spendere oltre 600 milioni di euro in un anno per mantenere in Afghanistan 3300 soldati, sostenuti da 750 mezzi terrestri e 30 veicoli? Come facciamo tra poco ad aggiungere al nostro contingente altri 700 militari? Quante scuole e ospedali si potrebbero costruire? Chi sono i fabbricanti italiani di morte e di mutilazioni che vendono le armi per fare questa guerra? Chi sono gli ex generali italiani che sono ai vertici di queste industrie? Che pressioni fanno le industrie militari sul Parlamento per ottenere commesse di armi e di sistemi d’arma? Quanto lucrano su queste guerre la Finmeccanica, l’Iveco-Fiat, la Oto Melara, l’Alenia Aeronautica e le banche che le finanziano? E come fanno tante associazioni cattoliche ad accettare da queste industrie e da queste banche elargizioni e benefici? Può una nazione come l’Italia – che per presunte carenze economiche riduce i posti letto negli ospedali, blocca gli stipendi, tiene i carcerati in condizioni abominevoli e inumane, licenzia gli insegnanti, aumenta gli studenti per classe fino al numero di 35, riduce le ore di scuola, accetta senza scomporsi che una parte sempre più grande di cittadini viva nell’indigenza e nella povertà – impegnare in armamenti e sistemi d’arma decine di miliardi di euro? A cosa serviranno per il nostro benessere e per la pace i cacciabombardieri JSF che ci costano 14 miliardi di euro (quanto ricostruire tutto l’Abruzzo terremotato)? E le navi FREM da 5,7 miliardi di euro? E la portaerei Cavour – costata quasi 1,5 miliardi e per il cui esercizio sprechiamo in media circa 150.000 euro al giorno – come contribuirà a costruire la pace? E come è possibile che il Parlamento abbia stanziato 24 miliardi di euro per la difesa nel bilancio 2010?

 

Le vere ragioni della guerra. Chi sottoscrive questo appello vuole soltanto che in Italia si risponda a queste domande. Rispondano i presidenti del Consiglio di questi ultimi 10 anni, i ministri della difesa e tutti parlamentari che hanno approvato i finanziamenti a questa guerra. Dicano con franchezza che questa guerra si combatte perché l’Afghanistan è un nodo strategico per il controllo delle energie, per il profitto di alcuni gruppi industriali italiani, per una egemonia economica internazionale, per una volontà di potenza che rappresenta un neocolonialismo mascherato da intenti umanitari e democratici, poiché questi non si possono mai affermare con armi e violenza. Facciamo nostre le parole profetiche di una grande donna indiana Arundathi Roy, scritte in quel tragico 7 ottobre 2001: “Il bombardamento dell’Afghanistan non è una vendetta per New York e Washington. E’ l’ennesimo atto di terrorismo contro il popolo del mondo. Ogni persona innocente che viene uccisa deve essere aggiunta, e non sottratta, all’orrendo bilancio di civili morti a New York e Washington. La gente raramente vince le guerre, i governi raramente le perdono. La gente viene uccisa. I governi si trasformano e si ricompongono come teste di idra. Usano la bandiera prima per cellofanare la mente della gente e soffocare il pensiero e poi, come sudario cerimoniale, per avvolgere i cadaveri straziati dei loro morti volenterosi”.

luglio 30, 2010

LA “GUERRA GIUSTA” DI OBAMA È ORMAI PERDUTA

Filed under: 3) pace — brianzecum @ 12:52 PM

di LUCIO CARACCIOLO da La Repubblica — 29 luglio 2010   pagine 1 e 12

La guerra in Afghanistan è persa da tempo.  Eppure continua. Non perché sia possibile vincerla, ma perché chi l’ha persa non trova il coraggio di ammetterlo. E di assumersene la responsabilità. Sicché sul fronte afgano-pachistano si uccide e si muore come mai in questi nove anni di un conflitto apparentemente interminabile. Ieri è toccato a due nostri soldati, impegnati in una missione che il nostro governo non trova il coraggio di chiamare con il proprio nome: guerra. Peggio, una guerra di cui non sappiamo chiarire l’obiettivo, se non slittando in una retorica che suona ormai peggio che falsa, offensiva per i nostri caduti e per la nostra democrazia. Se vogliamo dare un senso al sacrificio dei nostri militari dobbiamo capire perché oggi stiamo molto peggio che all’inizio di questa campagna. E stabilire come uscire da un meccanismo infernale che non siamo in grado di controllare.

Noi italiani in Afghanistan ci stiamo per l’America.  Ma l’America non è più sicura delle ragioni per cui pensava di doverci stare. Se prima potevamo fare l’economia di un nostro punto di vista, oggi non più. I nostri alleati l’hanno capito e stanno definendo una posizione propria, visto che quella americana è piuttosto nebulosa. Lo hanno fatto prima canadesi e olandesi, poi tedeschi e financo inglesi, tutti alla ricerca di una via e di una data di uscita dalla trappola afgana. Quanto a noi, restiamo a rimorchio di un convoglio impazzito, con diversi vagoni già deragliati. Perché la novità degli ultimi mesi è che i militari americani cominciano a non poterne più, a non credere nella propaganda che d’ufficio sono costretti a disseminare. I leader politici lo sanno bene, ma si dividono su come affrontare l’emergenza di un conflitto invincibile. Oltre alla guerra calda, contro gli insorti, è in corso una guerra fredda fra capi militari e politici. Sul terreno questo si traduce nel caos operativo, fatto di ordini e contrordini, di scelte proclamate e subito rivedute, di rivalità personali e di corpo. Prima il caso McChrystal, poi, in stretta sequenza, i 91.731 documenti più o meno segreti trapelati attraverso le larghe maglie dell’intelligence Usa, rivelano la frustrazione di chi sta al fronte senza sentirsi le spalle coperte. Anzi, teme di finire vittima delle faide di Washington. E dunque vorrebbe andarsene al più presto. Questo clima può contribuire a spiegare una tale fuga di notizie riservate: un modo scelto da alcuni militari per alimentare lo scetticismo dell’elettore americano, per sbattere in faccia ai decisori i fatti e non le pietose bugie che amano ripetere, ad esempio riguardo all’”alleato” pachistano.

Difficile bere la favola della talpa ventiduenne incistata in una base a nord di Bagdad, che avrebbe trasmesso quella miniera di informazioni classificate all’attivista australiano Julian Assange, sulfureo capo di WikiLeaks. Le dimissioni dell’ex comandante del fronte afgano scelto da Obama e le rivelazioni del sito pirata sono le punte emerse della furibonda battaglia intestina che sta scuotendo l’intera Amministrazione, nei suoi centri nervosi militari e politici. I rapporti pubblicati da WikiLeaks non cambiano il quadro afgano-pachistano già noto al pubblico più accorto, ne accentuano solo le tinte fosche. Ma hanno un notevole impatto politico-mediatico. Perché illustrando con inediti dettagli il fallimento afgano, demoliscono il teatrino che Obama stava allestendo per fingere di vincere la guerra persa. Il “cambio di strategia” partorito a fine 2009 dopo mesi di scontri fra le diverse branche dell’amministrazione e fra i troppi Napoleoni che si affrontano negli alti comandi delle Forze armate Usa, aveva infatti un solo obiettivo: “oscurare” l’Afghanistan prima dell’inizio della campagna presidenziale del 2012.

Il cuore della famosa controinsurrezione – la bibbia strategica di Petraeus e McChrystal – consiste infatti nell’imporre la propria “narrativa”, ossia la propria propaganda, come vera. Una paradossale controinformazione ufficiale. Obiettivo: trasformare qualche successo tattico in Vittoria, fingere di aver allestito uno Stato non indecente a Kabul, e ritirare il grosso delle truppe prima del voto. Non molto diversamente da quanto Bush aveva immaginato di fare appena presa Bagdad. L’ironia della storia vuole che oggi Bush possa apparire come colui che ha raddrizzato in extremis la disastrosa guerra mesopotamica – la “guerra sbagliata” secondo Obama – mentre l’attuale inquilino della Casa Bianca è additato come responsabile di un disastro maturato sotto il suo predecessore, come martellano le rivelazioni di WikiLeaks. Percezione accentuata dal fatto che Obama ha subito fatto sua la “giusta” guerra afgana, quando già appariva perduta, mentre criticava la campagna irachena, anche quando a Baghdad l’orizzonte pareva schiarirsi (o meglio, la controinformazione ufficiale ne offriva con successo, e con qualche fondamento, una fotografia rassicurante).

Responsabilità della sconfitta.  Obama sperava di potersene andare avendo salvato la faccia con qualche successo modesto ma ben rivenduto. Come ad esempio la troppe volte annunciata e poi rinunciata presa di Kandahar, eretta a Berlino talibana. Il guaio è che il trucco non funziona. Il teatrino non è credibile. La ribellione di McChrystal e le rivelazioni affidate a WikiLeaks dimostrano che la posta in gioco non è più la sconfitta o la vittoria, ma la responsabilità della sconfitta. Il cerino è acceso e sta girando di mano in mano, tra Casa Bianca, Pentagono, Dipartimento di Stato e dintorni. Su questo sfondo, suona sempre più patetica la tesi per cui la nostra presenza in Afghanistan serva a impedire che vi si installino i terroristi. Come confermano in abbondanza i documenti dell’intelligence Usa, non solo la campagna ha rafforzato i Taliban, ma ha contribuito a destabilizzare il Pakistan. Più che nelle caverne o nelle gole afgane, è nel vespaio pachistano che bisognerà scavare, se davvero intendiamo limitare il rischio, mai sradicabile, di un nuovo 11 settembre. Rischio aumentato, non diminuito, dalla guerra in corso. Un giorno, temiamo non vicino, ce ne andremo. Non perché avremo compiuto la missione (quale?). Per esaurimento. Con questa inerzia, dall’Afghanistan non ci ritireremo: lo evacueremo.

luglio 16, 2010

SACRALITÀ E VIOLENZA

PSICANALISI DELLA GUERRA

Mimetismo significa desiderare quello che gli altri desiderano, fare ciò che gli altri fanno. C’è in molti animali, ma nell’uomo, che è anzitutto desiderio, assume un rilievo particolare. Se tutti desiderano la stessa cosa è chiaro che, nel perseguirla, si genera una competizione, un conflitto. Ecco perché è stato indicato, già nelle società arcaiche, come una causa profonda all’origine delle guerre e della violenza.[1] Ma, secondo la stessa logica arcaica, il conflitto si placa riversando la colpa su un unico soggetto, uomo o animale, che assolve la funzione di capro espiatorio: la sua uccisione placa il conflitto e ricompone l’accordo del gruppo. Un’uccisione rituale che rivela una connessione tra il sacro e la violenza. Ancora oggi permane certamente nel nostro subconscio questa logica arcaica di perseguire un capro espiatorio. Ad es. nel paese più “progredito” del mondo, gli USA, quando viene annunciata la esecuzione di un condannato a morte, c’è di solito una piccola folla che festeggia l’evento con canti e danze. Spesso sono condannati degli innocenti, o appartenenti a classi emarginate, negri… Ma ciò non conta: l’opinione pubblica è placata perchè ha ottenuto il capro espiatorio.

Nell’uccisione di Cristo è chiaramente rinvenibile questo schema della violenza rituale e del capro espiatorio: per ragioni essenzialmente mimetiche, lui, innocente, viene preferito a Barabba, che invece innocente non era. La folla lo sceglie perché “lo fanno tutti”, anche se, qualche giorno prima, tutti lo osannavano. Gesù chiede per loro il perdono perché “non sanno quello che fanno”: il mimetismo porta all’irresponsabilità. Cristo smaschera l’ingiustizia di questo schema, innovando radicalmente rispetto alle religioni arcaiche. Anzitutto mostra l’innocenza della vittima; invita quindi a esercitare il senso critico, cercando la colpa non già in un capro espiatorio esterno, ma in sé stessi, nella propria responsabilità. Inoltre rifiuta ogni forma di violenza o di costrizione. Non chiede sacrifici violenti, come gli dei arcaici, offre semmai sé stesso in sacrificio. Quando si adira, ad es. con i mercanti nel tempio, esprime uno sdegno verso un’azione riprovevole che la gente non percepiva come tale: ha un intento educativo e non vuole certo una punizione violenta.

Violenza nel sacro? Quando se ne parla si pensa di solito a ciò che discende dalle certezze della fede e dalla verità assoluta che le religioni pretendono di possedere. Portano spesso a separare nettamente il bene dal male: il bene dalla nostra parte, il male, ovviamente, negli altri. È chiaro che questa concezione fondamentalistica della religione porti facilmente alla guerra e alla violenza. Qui ancora gioca il mimetismo, che spinge la gente a “unirsi contro”: il nemico contro cui lottare è assolutamente necessario per il potere. Se non c’è il nemico, bisogna inventarselo. Questa non è certo la prospettiva evangelica, ispirata invece alla fratellanza e alla laicità. “Gesù rifiuta la distinzione giudaica tra puro e impuro, fra una sfera religiosa, separata, in cui Dio è presente e una sfera ordinaria, quotidiana, in cui Dio è assente. Non ci si purifica dalla vita quotidiana per incontrare Dio altrove: ci si deve purificare dal peccato che portiamo dentro di noi.”[2]

Con l’era costantiniana,  il cristianesimo è diventato religione di stato, collegata con il potere e la cultura di un impero violento e guerriero. Potrebbe essere che questa separatezza del sacro rispetto alla vita quotidiana sia stata mantenuta ed accentuata – contraddicendo le indicazioni evangeliche. Il sacro è stato “sequestrato dal potere, separato dalla vita, collocato in spazi, gesti e riti determinati, gestito da persone sacralizzate. (…) Il cristianesimo è diventato il sigillo della sacralità alla violenza della società e alla cultura di guerra”[3]. Da allora questa funzione di sacralizzazione e legittimazione della violenza potrebbe essere rimasta ancora oggi inconscia, strutturale, e non solo tra i credenti, ma per la società nel suo insieme. Potrebbe andare oltre le parole e i documenti; rimanere anche quando a parole viene condannata la guerra. Pertanto “è anche sul profondo che bisogna incessantemente lavorare”[4].

Oggi, nell’era atomica,  per la capacità distruttiva di cui l’uomo dispone, non è più possibile integrare la violenza entro i confini della ragione – tanto meno della sacralità. Alcune considerazioni potrebbero avallare la correttezza delle preoccupazioni sulla strutturalità della violenza nella nostra cultura: dopo le guerre di religione di secoli precedenti, la persistenza ancor oggi della pena di morte, anche in paesi che si dichiarano cristiani; soprattutto il largo consenso alla violenza e alla guerra “preventiva”: si ritiene, evidentemente, che il fine (buono) giustifica il mezzo (cattivo, come la violenza). Si pensi poi alla supponenza con cui vengono in genere considerate le testimonianze e l’esperienza dei nonviolenti, i quali, pur essendo pochi, hanno ormai una lunga e consolidata tradizione, che risale a Gandhi, Tolstoi e prima ancora; oppure all’ostracismo verso una maggiore presenza femminile, che potrebbe attenuare la violenza della cultura patriarcale; alla frequenza con cui si benedicono le armi e si esalta la “missione” (di morte) degli eserciti. Si pensi infine alla violenza dell’educazione, quando impone il conformismo acritico su determinati schemi o, ancor più, al conformismo mimetico con cui accettiamo il modello di sviluppo corrente. Il quale crea squilibri e ingiustizie, e potrebbe quindi contenere in sé una violenza strutturale. È indubbio, in ogni caso, che resta molto strada da fare per sostituire a quella corrente una cultura nonviolenta. Bisognerebbe ripartire dai principi evangelici, non scaricare le colpe al di fuori di noi, scovare e bandire rigorosamente ogni forma di violenza dall’ordine civile e anche da quello religioso.

[1] Si segnalano in particolare gli studi di René Girard.

[2] B. Maggioni, Il racconto di Marco, Cittadella ed., Assisi 1985, pag. 106.

[3] E. Mazzi, Ma all’amore non serve la violenza della sacralità, in Il manifesto, 18-3-2003, pag. 11.

[4] ivi

Per riflettere:

-mimetismo: uno degli animal senses che la civiltà ci invita a controllare?

-l’uccisione rituale del capro espiatorio;

-nella morte di Cristo si può rinvenire questo schema rituale arcaico;

-controllare il mimetismo con senso critico e umanità;

-il potere ha bisogno di un nemico;

-ci può essere violenza nell’educazione?



VIOLENZA DEL POTERE E FORZA DELLA NON VIOLENZA

EFFICACIA DEGLI STRUMENTI DI LIBERAZIONE

Il terrorismo suicida è un fenomeno recente nella storia dell’umanità e anche piuttosto inedito. L’occidente lo ha subito relegato nella categoria del fanatismo islamico, senza domandarsi se dietro di esso si nascondano situazioni umane o sociali insopportabili, fame, disperazione o altro. Non è possibile, ovviamente, punire chi si è immolato uccidendo, ma la strategia dell’occidente ha imboccato ancora una volta la via della violenza e della guerra, sentendosi autorizzato ad estirpare “alla radice” ogni covo di terrorismo, per evitarne il ripetersi in futuro. Forse però qualcosa è stato sbagliato se il fenomeno continua a ripetersi nel mondo, nonostante i mezzi profusi e l’uccisione del mandante Bin Laden, lo sceicco della morte. Forse per trovare le radici del terrorismo bisogna scavare più a fondo e usare mezzi più efficaci. Cerchiamo dunque di capire le ragioni di fondo da cui può essere nato questo tragico atteggiamento dei terroristi suicidi.

Potere e violenza.  Si deve premettere che dopo la caduta del muro di Berlino l’islamismo è rimasto la maggiore (pressoché l’unica) forza che nel mondo tende ad opporsi al potere traboccante dell’occidente. In effetti molti islamici rimproverano all’occidente di essere una civiltà atea, senza anima, di avere un comportamento egoista, consumista, inquinante, che sfrutta gli altri popoli, affama, uccide. Eserciterebbe, in altri termini, un potere violento sul resto del mondo. Per vedere il fondamento di questa affermazione è bene ripercorrere brevemente l’origine dello sviluppo occidentale, non senza aver prima chiarito i termini. Potere è un dominio esercitato nei confronti degli altri, anche contro la loro volontà, e può manifestarsi attraverso molteplici forme: superiorità tecnica o economica, coercizione, repressione, manipolazione… La violenza è un’espressione estrema del potere, sempre esercitata contro la volontà di chi la subisce. Potere e violenza (che spesso si accompagnano) sono da mettere in relazione anche con lo squilibrio tra chi esercita e chi subisce: il potere di manipolazione esercitato dalla televisione sui bambini, ad es., può essere considerato come vera e propria violenza – se pure di solito restiamo indifferenti. Le forme di potere e violenza più sofisticate e recenti, ma non certo meno temibili, passano oggi attraverso vie immateriali, come la comunicazione mediatica e tendono a semplificare, omologare, ridurre il senso critico, la diversità e la complessità sociale.

Sviluppo del potere occidentale.  Così definito, non è difficile scorgere nello sviluppo del potere la caratteristica centrale della storia dell’occidente, con un ricorso alla violenza – nei suoi diversi aspetti – tutt’altro che infrequente. Già nei primi secoli del cristianesimo la svolta costantiniana può essere considerata un cedimento della chiesa alla logica del potere, più che la conversione dell’impero al cristianesimo, come di solito viene descritta. Ma il grande sviluppo del potere occidentale cominciò nell’era moderna, col fiorire dei commerci, delle tecniche, delle arti, le scoperte geografiche, poi la colonizzazione e la rivoluzione industriale. Alla base di questo sviluppo vi furono anche idee che subordinavano l’etica all’utilitarismo ed all’economia. Il potere dell’occidente sul resto del mondo ha raggiunto una superiorità schiacciante per quasi tutte le componenti del potere stesso: militare, tecnologico, economico, mediatico… È ovvio che nel resto del mondo possano nascere sentimenti di rancore e di opposizione contro questa superiorità, specie in concomitanza con guerre, carestie o altre situazioni che possano attribuire all’occidente la responsabilità ultima dei loro mali. Nel primo anno della crisi economica mondiale nata negli USA nel 2008, ad es. il numero di persone sottonutrite nel mondo è aumentato di 100 milioni: ecco chi paga il maggior prezzo delle “nostre” difficoltà economiche.

La prevenzione radicale di ogni forma di terrorismo potrebbe consistere nella giustizia. Oggi si contrappone un miliardo di affamati nel sud del mondo ad un opulento occidente quotidianamente alle prese con le malattie del benessere – in gran parte dovute all’eccesso alimentare. Con l’accentuarsi degli squilibri il terrorismo potrebbe moltiplicarsi, qualora si percepisse l’aspetto sfruttatore dello sviluppo invece di quello di fenomeno da imitare – indicato dai media. Ma forse ciò che è più rilevante è la fiducia nella violenza che nasconde. Per secoli l’occidente cristiano ha creduto che la violenza fosse la via più rapida per vincere il male. C’è voluto un orientale come Gandhi per dimostrare che, al contrario, la violenza aumenta il potere del male e genera altra violenza. Abbracciando la non violenza – scoperta sia nelle sue radici induiste, sia come essenza del messaggio evangelico – Gandhi ne ha dimostrato l’eccezionale efficacia con l’incredibile vittoria dell’India sul potere coloniale inglese, ottenuta appunto col boicottaggio e altri strumenti non violenti. Pertanto gli oppressi devono cercare con intelligenza vie diverse da quelle del potere che li opprime, se vogliono liberarsene definitivamente: alla violenza va data una risposta non violenta.

Da questi brevi cenni si può rilevare quanto l’occidente dovrebbe rimettere in discussione il proprio sviluppo, anche in relazione al resto del mondo. Magari alla luce di un termine che per due secoli è stato escluso dal linguaggio economico: reciprocità. Il terrorismo potrebbe essere la spia di un allarme assai più grave di quanto si tende a descrivere: l’esito finale di una cultura della violenza che è stata coltivata ed esportata dallo stesso occidente. La reazione sia dei terroristi che dell’occidente sono entrambe errate perché violente. Per essere efficaci avrebbero dovuto porsi su un piano totalmente diverso dalla controparte, in particolare quello culturale, immateriale. È questo il piano su cui si stanno spostando anche le forme più sottili di sfruttamento e di potere. Ma per fortuna anche ai poveri è dato disporre di un’arma potente: quella dell’intelligenza.

Per riflettere:

-il terrorismo suicida è solo fanatismo islamico o nasconde un malessere più profondo?

-islamismo come unica forza che può oggi contrastare il potere occidentale;

-correlazione tra potere e violenza;

-tappe nello sviluppo del potere occidentale;

-giustizia come prevenzione radicale;

-efficacia della non violenza;

-spostarsi sul piano immateriale;

-intelligenza come unica arma a disposizione di tutti.


giugno 29, 2010

RICONCILIAZIONE, PERDONO, VERITÀ: GUARDARE AVANTI*

RISCHI DI INVOLUZIONE DOPO IL GRANDE GIUBILEO DEL 2000

Non c’è pace senza giustizia, non c’è giustizia senza perdono, non c’è perdono senza verità:  queste in estrema sintesi potrebbero essere le linee portanti della preparazione del grande Giubileo del 2000. Preparazione, fortemente voluta da Giovanni Paolo II, che è da considerare l’ermeneutica, il significato profondo, del suo pontificato, come ha detto esplicitamente lui stesso. I giubilei esistevano già nell’Antico Testamento ogni 50 anni, cioè dopo sette settennati, conclusi ciascuno con l’anno sabbatico. Nell’anno sabbatico venivano liberati gli schiavi, si lasciava riposare la terra, si condonavano i debiti, secondo precise prescrizioni bibliche. Nell’anno giubilare le usanze di quello sabbatico erano ampliate e celebrate ancor più solennemente. In questa occasione ogni israelita rientrava in possesso della terra dei suoi padri, qualora l’avesse venduta o persa cadendo in schiavitù. Non si poteva essere privati in modo definitivo della terra, poiché essa appartiene a Dio, né gli israeliti potevano rimanere per sempre in una situazione di schiavitù, dato che Dio li aveva «riscattati» per sé come esclusiva proprietà, liberandoli dall’Egitto. Gli anni sabbatici e ancor più quelli giubilari, avevano dunque il profondo significato di avvicinarsi all’era messianica, caratterizzata da pace e giustizia.

Riconciliazione.  Altrettanto profondo, ma evidentemente con diversa prospettiva, il significato dei giubilei dell’era cristiana, inaugurati nel 1300 da Bonifacio VIII, fino a quello del 2000. Il significato principale è la riconciliazione (interna ed esterna) a partire dalla massima forma di riconciliazione, quella operata dal Messia Gesù tra l’umanità e Dio, incarnandosi 2000 anni fa. Tutti i Giubilei si riferiscono al tempo della salvezza, alla «pienezza del tempo» e riguardano la missione messianica di Cristo[1]. Si fa memoria di un evento del passato (come la nascita o la morte di Gesù) al fine di preparare un futuro più vicino all’era messianica. “Lo sguardo, pertanto, sia fisso sul futuro” dice la bolla di indizione del grande Giubileo[2]. La tendenza degli uomini è diversa: “mentre Dio si apre al futuro, vede cioè la storia come cammino verso l’alto, l’uomo è portato invece a vivere il presente, ripetendo il passato”[3]. Un altro punto importante è che la riconciliazione non deve rimanere soltanto a livello interiore, ma trasformarsi in pace tra le nazioni, tra gruppi sociali e politici, per la giustizia, contro lo spirito di vendetta, ecc. Così si può comprendere l’esistenza di una strettissima relazione tra riconciliazione e redenzione: la riconciliazione deve mostrare come opera nella storia la redenzione di Gesù Cristo.

Perdono.  Si può vedere, attraverso alcune ulteriori citazioni, quale sia stata l’evoluzione successiva. Giovanni Paolo II, verso la fine del viaggio in Colombia del 1986 ebbe a dichiarare che quel paese – sconvolto dalla guerra civile – va riconciliato perché è una nazione cristiana. Entra nella dimensione della storia delle civiltà come luogo di mediazione tra l’opera redentiva e l’opera storica. In questo modo il passato diventa un problema. Nella teologia dei segni dei tempi il passato era chiuso in sé; qui invece il confronto con il passato diventa elemento di grande importanza, sia pure in uno schema particolare, quello delle tradizioni nazionali. Si tratta di entrare nel 3° millennio di una storia fattasi cristiana e destinata a diventare sempre più cristiana e perciò posta all’insegna della riconciliazione, della capacità di trascrivere il perdono dalle relazioni interpersonali alle relazioni collettive e storiche.

Verità.  Un’ultima citazione fa allusione a processi di riconciliazione che vengono compiuti altrove, al di fuori della chiesa cattolica. “Il perdono, lungi dall’escludere la ricerca della verità, la esige. Il male compiuto deve essere riconosciuto e per quanto possibile riparato. Proprio questa esigenza ha portato a stabilire in varie parti del mondo a riguardo delle prevaricazioni tra gruppi etnici e/o nazioni opportune procedure di accertamento della verità quale primo passo verso la riconciliazione”[4]. È chiara l’allusione al Sudafrica di Mandela e Tutu. È forse questo il punto in cui è stato portata più avanti la questione verità e riconciliazione, con un limite oggettivo però: che questo processo è stato così legato al clima giubilare che, tramontato il clima giubilare, è tramontato anche il processo. Così il luogo in cui si poteva ammettere le proprie colpe e i propri errori, ponendo la verità come una delle condizioni della riconciliazione è in qualche modo finito.

Il pontificato di Benedetto XVI,  dopo il salto di millennio, può essere considerato anche post grande giubileo poiché attribuisce l’errore e la colpa non tanto ai figli e figlie della chiesa quanto alle condizioni storico-culturali in cui il messaggio ecclesiale è stato colto, cioè a questioni marginali. È il capovolgimento dei segni dei tempi: grazie ad essi l’insegnamento, perenne ma sopito, emerge. Qui invece sembra che le condizioni storico-culturali hanno fatto travisare l’insegnamento perenne. La colpa è delle condizioni esterne, non dei figli e figlie della chiesa. Le religioni non hanno colpe né hanno commesso errori riguardo a violenza e riconciliazione. Perciò il tema della riconciliazione, della purificazione delle memorie, che può essere forte soltanto là dove c’è l’ammissione della propria colpa e/o del proprio errore è finito rapidamente con il termine del grande giubileo del 2000. Bisognerà forse attendere un’altra occasione per fare ripartire il processo: potrebbe essere nel 2013 il 17° centenario dell’Editto di Milano, fatto da Costantino, che sanciva la libertà di religione?

* Dall’intervento di Piero Stefani alla settimana estiva di Motta 2008 su: Pace, giustizia e riconciliazione nella Pacem in terris e successivi documenti pontifici, organizzata dalla Comunità di via Sambuco 13, Milano.

[1] Enciclica Tertio millennio adveniente, n. 11.

[2] Incarnationis mysterium, n. 11.

[3] Parabola evangelica fuori da ogni logica sindacale, omelia di don Giorgio De Capitani.

[4] Giovanni Paolo II, Mancano soltanto tre anni, Allocuzione in occasione della giornata mondiale della pace del1997.

Per riflettere:

-Giubileo come avvicinamento all’era messianica;

-quella operata da Gesù è la massima forma di riconciliazione;

-lo sguardo deve essere fisso sul futuro;

-stretta relazione tra riconciliazione e redenzione;

-la riconciliazione deve mostrare come opera nella storia la redenzione di Gesù;

-nel terzo millennio la storia si è fatta cristiana?

-la riconciliazione esige la verità;

-capovolgimento dei segni dei tempi: attribuire le colpe non alla chiesa ma alle condizioni storico-culturali.



MEMORIA E PROFEZIA PER COSTRUIRE LA PACE*

IMPORTANZA DEL PASSATO PER L’IDENTITÀ

Esempi recenti di lotte sanguinose tra etnie diverse, anche in paesi vicini al nostro, come quelli dei Balcani, hanno dimostrato che ancora oggi molti si sentono autorizzati ad uccidere in nome di eventi avvenuti secoli addietro, magari per motivazioni religiose. Da dove deriva questa importanza attribuita al passato? Quale concezione del tempo c’è dietro? Può avere un valore fondante per la propria identità? Il passato, per definizione, è morto, non c’è più. Ma la sua memoria, come uno spettro, può ritornare a spaventare e dividere. Giovanni Paolo II, il papa polacco, ha insistito molto nel suo magistero sull’importanza della memoria, parlando della necessità di riconciliare le memorie (ciò che richiede l’incontro con altri) e di purificare la memoria (ciò che invece può essere iniziato da soli). L’esempio più significativo di questa esigenza di riconciliare e purificare la memoria è forse quello del Sudafrica di Tutu e Mandela, dove la guerra civile conseguente all’abolizione dell’apartheid fu evitata grazie all’istituzione di una Commissione di verità e riconciliazione. Mirava appunto alla riappacificazione tra le parti attraverso l’accertamento della realtà dei fatti subiti e l’invocazione del perdono reciproco.

Tempo circolare e tempo lineare.  Questa idea di passato che ritorna era già presente nell’antica Grecia e oggi si estende in molte culture anche orientali. In modo molto semplificato si può contrapporre ad essa una visione lineare della storia, con un inizio ed una fine, che dovrebbe invece caratterizzare la cultura ebraico-cristiana. In tal caso l’attenzione andrebbe concentrata non sul passato (che non ritorna), ma sul futuro da costruire; dovrebbe quindi diventare meno nefasta nella genesi della guerra la memoria dell’ingiustizia subita. La prova dei fatti non sembra però confermare questa ipotesi, dato che i popoli di cultura cristiana non hanno mostrato nella storia un’aggressività bellica inferiore ad altri. Potrebbe essere una potenzialità del cristianesimo, ma non è ancora attuata.

Due grandi rivoluzioni possono essere riscontrate nella storia della guerra. La prima consiste nella scoperta e nell’introduzione della polvere da sparo. Ha trasformato la guerra da un fatto di coraggio, forza, abilità, intelligenza, in una questione di accumulo di potenza distruttiva, di tecnologia e di disponibilità economiche. Il rischio di una rincorsa ad accrescere a dismisura la potenza distruttiva fu subito paventato quando si vide cosa produce la polvere da sparo; si parlò di arma sleale perché colpiva a distanza, senza vedere in faccia l’avversario, arma diabolica, ecc. Cominciava così ad essere messa in discussione l’immagine positiva che la guerra aveva in precedenza, immagine che può essere fatta risalire, nell’inconscio collettivo, ai nostri progenitori dell’epoca glaciale, impegnati nella caccia ai grossi animali per la sopravvivenza in un clima ostile[1]. L’altra grande svolta nella storia della guerra è l’entrata nell’era nucleare. I rischi paventati dai più pessimisti diventano reali; l’umanità per la prima volta è in grado non solo di distruggere sé stessa, ma perfino ogni forma di vita sulla terra. Diventa rischiosa anche la difesa militare. La guerra diviene distruzione reciproca assicurata[2]. Se prima aveva soltanto un’immagine negativa, con l’atomica la guerra diventa follia pura. Ma lo diventa anche la guerra convenzionale, perché si trasforma in guerra civile o in guerriglia, dove i perdenti, con attentati magari suicidi, si sforzano di rendere impossibile la vita dei vincitori.

In definitiva il passato e la sua memoria sono preziosi per capire il presente, le motivazioni della gente, i disastri delle guerre e altro ancora. Dobbiamo però assolutamente evitare di restare schiavi di schemi circolari che prefigurano come inevitabile il ripetersi di eventi già avvenuti. Invece dovrebbe esserci un interesse assai maggiore sul futuro. Se il potere politico ed economico sembrano interessati soltanto al presente o ad un futuro immediato, dovrebbero essere le religioni a prendersi cura delle sorti dell’umanità anche a medio e lungo termine. La profezia è una componente fondamentale delle religioni, e mai come ai giorni nostri diventa essenziale contro i rischi incombenti: guerra atomica, terrorismo, fame, effetto serra… È diventato impossibile considerare la guerra come proseguimento della politica con altri mezzi. Invece il dialogo e la trattativa, cioè la politica, finalizzata a un futuro pacifico, vanno considerati per tutti gli unici mezzi leciti per risolvere i conflitti, anche se vengono da ingiustizie lontane.

* Scheda tratta in prevalenza dagli interventi di Piero Stefani alla settimana estiva di Motta 2007 sulla pace, organizzata dalla Comunità di via Sambuco 13, Milano.


[1] Cfr. E. Drewermann, Guerra e cristianesimo, la spirale dell’angoscia, ed. Raetia, Bolzano 1999.
[2] In inglese Mutual Assured Distruption, acronimo mad = pazzo.


Per riflettere:

-utile o pericolosa la memoria del passato?

-riconciliare e purificare la memoria;

-tempo circolare e tempo lineare;

-immagine positiva della guerra e sue origini inconsce;

-due svolte radicali nella storia della guerra;

-la degenerazione della guerra in guerriglia;

-chi si preoccupa del futuro?


Maggio 26, 2010

È PIÙ IMPORTANTE LA VERITÀ O LA PACE?

IMPLICAZIONI DELLA TEOLOGIA SULLA POLITICA

Aronne, fratello maggiore di Mosè, viene descritto nella tradizione rabbinica come sinonimo di uomo mite, o uomo di pace. Il suo impegno più qualificante era quello di porsi in mezzo ai contendenti, parlando separatamente all’uno bene dell’altro: dicendo non proprio una bugia, ma quello che l’altro dovrebbe essere, piuttosto di quello che è in realtà. Grazie a questi interventi discreti – di cui era disposto anche a pagare un prezzo, addossandosene gli oneri – era in grado di creare le condizioni per cui, quando i contendenti si ritrovavano, non potevano che scusarsi, rappacificarsi, abbracciarsi. Questa figura biblica dell’uomo mite indicherebbe una superiorità della pace rispetto alla verità.[1]

Nella storia questa superiorità non è certo verificabile. Basti pensare alle guerre – in parte ancora oggi – dichiarate in nome di una verità religiosa. Poiché uccidere è un problema assoluto, lo si giustifica spesso appellandosi a una realtà assoluta: quella religiosa. Non va dimenticato che la cultura della guerra è un antico retaggio dell’umanità (e quindi anche delle tradizioni religiose), fino a quando la distruttività delle armi moderne (dalla polvere da sparo fino agli ordigni atomici) ha fatto aprire gli occhi prima al pensiero laico-illuminista, poi anche a quello religioso, sulla assoluta improponibilità della guerra come mezzo di soluzione dei conflitti. Oltre alle guerre in nome di un assoluto religioso, si può ricordare l’inquisizione, “una conseguenza dell’assolutismo della verità al di sopra dell’uomo”[2]. Arturo Paoli è convinto che se è in via di fallimento “questo cristianesimo celebrato come l’unico capace di essere il vero umanesimo, (..) una delle cause è di aver annunziato al mondo il Dio-verità piuttosto che il Dio-amore”. Infatti “il senso vero della politica è quello di costruire e mantenere una società pacifica perché giusta, giusta perché guidata dall’intenzione sempre vigile di soddisfare i bisogni essenziali dei cittadini”[3], anziché quelli superflui, imposti dalla pubblicità. Altrimenti è facile che si impongano idoli che fanno leva “sulla pancia” dei cittadini. La pace quindi dovrebbe essere al vertice della costruzione politica e, secondo diversi studiosi, come Luigi Sartori, anche della stessa teologia (vedi scheda).

Verità dialogica.  Va quindi riscoperta la lezione di Aronne sulla priorità della pace, nonché il valore del dialogo e di tutto ciò che lo rende possibile, come: rispetto e apertura verso l’altro, mitezza, etica del dubbio[4]. Non il dubbio scettico che nega la possibilità di raggiungere una verità, ma il dubbio di coloro che riconoscono la limitatezza delle proprie conoscenze e sono sempre disponibili a perfezionarle nell’incontro con l’altro; a ipotizzare, in altri termini, che nel dialogo posso avvicinarmi maggiormente alla verità. Quindi una verità dialogica, non definitiva, non raggiunta una volta per tutte, ma in evoluzione come conseguenza dell’incontro con la diversità. Un grave pericolo è quello di applicare gli assolutismi religiosi alla politica. La politica è l’arte del possibile, dove di solito è preferibile scegliere il male minore, piuttosto che una verità assoluta o un ideale irraggiungibile. Dover fare i conti con l’ottusità e l’ignoranza delle persone – allettabili dall’idolatria del denaro e dalle vie comode del consumismo – rende spesso utopiche anche le scelte dettate dai più nobili ideali.

 


[1] Da un intervento di Piero Stefani alla settimana estiva di Motta 2007 sulla pace, organizzata dalla Comunità di via Sambuco 13, Milano.
[2] A. Paoli, E’ bello esistere? In “Oreundici” gennaio 2008-03-11, pag. 4.
[3] Ivi.
[4] G. Zagrebelsky, Contro l’etica della verità, Laterza 2008.

Per riflettere:

-la dialettica tra ambito politico e ambito religioso;

-tra cesaropapismo e teocrazia;

-guerre di religione;

-politica come casa di tutti;

-tra clericalismo e laicismo;

-rispetto per l’altro che non crede;

-debolezza di Dio.

[scaricato da:   https://brianzecum.wordpress.com%5D

« Newer PostsOlder Posts »

Blog su WordPress.com.