Brianzecum

settembre 18, 2013

INTERVISTA A VERONESI

QUELLA DI BERGOGLIO È UNA PROTESTA LAICA; LA VIOLENZA È CONTRO NATURA, LO DICE LA SCIENZA

di CARLO BRAMBILLA, La Repubblica 4 sett. 2013, pag. 13

«Il digiuno come protesta laica». «Come contestazione di un mondo consumistico che ignora la solidarietà». «Il digiuno come valore simbolico: la forza del controllo della mente sul corpo». «La vittoria del pensiero sui bisogni dell’organismo». Umberto Veronesi spiega la sua scelta di osservare, sabato 7 settembre, un giorno di digiuno per la pace in Siria, nel Medio Oriente e nel mondo intero. E perché ha esteso l’invito a digiunare a tutti i membri del movimento Science for Peace di cui è presidente e fondatore, e di cui fanno parte 21 premi Nobel.

Professor Veronesi, un grande laico come lei accetta l’appello di Papa Francesco? «Questo terreno è un punto di incontro tra scienza e pensiero evangelico. Le parole del Papa “non è la cultura dello scontro e del conflitto che produce la convivenza” coincidono con le conclusioni riportate nella carta di Siviglia, il documento che riporta gli studi più recenti su biologia e antropologia umana, che confermano come la natura umana sia incline alla solidarietà e all’aiuto reciproco. La violenza è una reazione a situazioni avverse, prima di tutto ad altra violenza. Biologicamente la violenza genera violenza. Rispondere alle armi con le armi non risolve i conflitti, ma, al contrario, li amplifica».

Lei pensa davvero che l’alleanza tra tutte le forze pacifiste mondiali, credenti o non credenti, possa indurre il Congresso Usa a fermare il suo presidente? «Vale la pena di provare. È impensabile che le armi, per quanto sofisticate, colpiscano solo obiettivi militari. Siamo certi che moriranno centinaia di civili, molti dei quali bambini».

Lei è convinto che la guerra sia un atto contro natura. «La posizione di Bergoglio si rifà alla grande cultura pacifista di molti suoi predecessori, come Giovanni XXIII che con l’enciclica “Pacem in Terris” ha posto le basi del pacifismo moderno, condiviso dai movimenti laici. Riecheggia anche il pensiero agostinano nella sua teoria della “privatio boni”: il bene è la regola della vita umana e il male non è che la sua privazione. Dunque, anche dal punto di vista filosofico, se l’uomo è buono per natura ogni violenza è un atto contro natura. E quindi la guerra è contro natura».

Il digiuno come grande mobilitazione popolare? «Nel mondo moderno la volontà popolare è quella che fa la Storia. Con il web e la globalizzazione siamo entrati nell’era della partecipazione. È chiaro a tutti che è un’assurdità, anzi un atto di crudeltà, andare ad uccidere in un Paese che già conta oltre 90 mila morti». Come contrastare però l’uso delle armi chimiche? «Reagire uccidendo con armi convenzionali non è meno grave. La campagna contro l’intervento militare in Siria deve essere l’occasione per riaffermare il principio della pace, che sta prevalendo quasi ovunque salvo che negli Usa. Gli Stati Uniti con la loro tradizione western continuano ad avere un approccio violento come mezzo di controllo e di dominio. Non a caso sono l’unico Paese occidentale a mantenere la pena di morte».

Un digiuno allora come giornata di riflessione? «Sì. Il cibo non predispone né alla meditazione né alla semplice riflessione».

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Maggio 30, 2013

TANGENTI SULLA VENDITA D’ARMI

QUANTO VA AI PARTITI?

Appello di Alex Zanotelli

 L’inchiesta giudiziaria della Procura di Napoli su Finmeccanica, il colosso italiano che ingloba una ventina di aziende specializzate nella costruzione di armi pesanti, mi costringe a porre al nuovo governo Letta e al neo-eletto Parlamento alcune domande scottanti su armi e politica. Questa inchiesta, condotta dai pm V. Piscitelli e H. John Woodcock della Procura di Napoli (ora anche da altre Procure), ci obbliga a riaprire un tema che nessuno vuole affrontare: che connessione c’è tra la produzione e vendita d’armi e la politica italiana? E’ questo uno dei capitoli più oscuri della nostra storia repubblicana.

 Le indagini della Procura di Napoli hanno già portato alle dimissioni nel 2011 del presidente e dell’amministratore delegato di Finmeccanica, Pier Francesco Guarguaglini, nonché di sua moglie, Marina Grossi, amministratrice delegata di Selex Sistemi Integrati, una controllata di Finmeccanica. Anche il nuovo presidente di Finmeccanica, G.Orsi, è stato arrestato il 12 febbraio su ordine della Procura di Busto Arsizio e verrà processato il 19 giugno, per la fornitura di 12 elicotteri di Agusta Westland al governo dell’India, del valore di 566 milioni di euro, su cui spunta una tangente di 51 milioni di euro. Sale così di un gradino l’inchiesta giudiziaria per corruzione internazionale e riciclaggio che ipotizza tangenti milionarie ad esponenti politici di vari partiti.

 Nell’altra indagine della Procura di Napoli spunta una presunta maxitangente di quasi 550 milioni di euro (concordata, ma mai intascata) su una fornitura di navi fregate Fremm al Brasile, del valore di 5 miliardi di euro. Per questa indagine sono indagati l’ex-ministro degli Interni, Claudio Scajola e il deputato PDL M. Nicolucci. Un’altra ‘commessa’ sotto inchiesta da parte della Procura di Napoli riguarda l’accordo di 180 milioni di euro con il governo di Panama per 6 elicotteri e altri materiali su cui spunta una tangente di 18 milioni di euro. Per questo, il 23 ottobre il direttore commerciale di Finmeccanica, Paolo Pozzessere è finito in carcere. La Procura sta indagando anche su una vendita di elicotteri all’Indonesia su cui spunta un ‘ritorno’ tra il 5 e il10%. E’ importante sottolineare che il 30% delle azioni di Finmeccanica sono dello Stato Italiano.

 Dobbiamo sostenere le Procure di Napoli, di Busto Arsizio e di Roma perché possano continuare la loro indagine per permetterci di capire gli intrecci tra il commercio delle armi e la politica. Noi cittadini abbiamo il diritto di sapere la verità su questo misterioso intreccio. E’ in gioco la nostra stessa democrazia. Soprattutto ora che l’Italia sta investendo somme astronomiche in armi. Secondo il SIPRI di Stoccolma, l’Italia, nel 2012, ha speso 26 miliardi in Difesa a cui bisogna aggiungere 15 miliardi di euro stanziati per i cacciabombardieri F-35.

Ecco perché diventa sempre più fondamentale capire la connessione fra armi e politica. E’ stata questa la domanda che avevo posto al popolo italiano come direttore della rivista Nigrizia negli anni ‘85-’87, pagandone poi le conseguenze. All’epoca avevo saputo che alla politica andava dal 10 al 15 per cento, a seconda di come tirava il mercato. Tutti i partiti avevano negato questo.

 Noi cittadini italiani abbiamo il diritto di sapere se quella pratica è continuata in questi ultimi 20 anni. In questi anni l’industria bellica italiana è cresciuta enormemente. Abbiamo venduto armi, violando tutte le leggi, a paesi in guerra come Iraq e Iran e a feroci dittature da Mobutu a Gheddafi, che hanno usato le nostre armi per reprimere la loro gente. Noi chiediamo al governo Letta e ai neo-eletti deputati e senatori di sapere la verità sulle relazioni tra armi e politica.

 Per questo chiediamo che venga costituita una commissione incaricata di investigare la connessione tra vendita d’armi e politica. Non possiamo più accettare che il Segreto di Stato copra tali intrecci! Ci appelliamo a voi, neodeputati e neosenatori, perché abbiate il coraggio di prendere decisioni forti, rifiutandovi di continuare sulla via della morte (le armi uccidono!) e così trovare i soldi necessari per dare vita a tanti in mezzo a noi che soffrono.

 E’ immorale:

  • spendere 26 miliardi di euro in Difesa come abbiamo fatto lo scorso anno, mentre non troviamo soldi per la sanità e la scuola in questa Italia.
  • spendere 15 miliardi di euro per i cacciabombardieri F-35 che potranno portare anche bombe atomiche, mentre abbiamo 1 miliardo di affamati nel mondo.
  • il colossale piano dell’Esercito Italiano di ‘digitalizzare’ e mettere in rete tutto l’apparato militare italiano, un progetto che ci costerà 22 miliardi di euro, mentre abbiamo 8 milioni di italiani che vivono in povertà relativa e 3 milioni in povertà assoluta.
  • permettere sul suolo italiano che Sigonella diventi entro il 2015 la capitale dei droni e Niscemi diventi il centro mondiale di comunicazioni militari, mentre la nostra Costituzione ‘ripudia’ la guerra come strumento per risolvere le contese internazionali.

 Mi appello a tutti i gruppi, associazioni, reti, impegnati per la pace, a mettersi insieme, a creare un Forum nazionale come abbiamo fatto per l’acqua. Cosa impedisce al movimento della pace, così ricco, ma anche così frastagliato, di mettersi insieme, di premere unitariamente sul governo e sul Parlamento?

E’ perché siamo così divisi che otteniamo così poco. Dobbiamo unire le forze che operano per la pace, partendo dalla Lombardia e dal Piemonte come stanno tentando di fare con il convegno a Venegono Superiore (Varese), fino alla Sicilia dove è così attivo il movimento pacifista contro il MUOS a Niscemi. Solo se saremo capaci di metterci insieme, di fare rete, credenti e non, ma con i principi della nonviolenza attiva, riusciremo ad ottenere quello che chiediamo.

Alex Zanotelli

Napoli, 28 maggio 2013

per sottoscrivere l’appello: http://www.ildialogo.org/appelli/MaleOscuro_1369771177.htm

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gennaio 15, 2013

APPELLO DI PAX CHRISTI PER LE ELEZIONI

Filed under: 3) pace — brianzecum @ 9:20 PM

SVUOTARE GLI ARSENALI E VOTARE PER LA PACE

Convinti che la pace è un bene primario e supremo da invocare e per cui adoperarsi instancabilmente (Beati gli operatori di pace);

Ricordando i 50 anni dell’Enciclica Pacem in terris, che definisce la guerra ‘alienum est a ratione’ (cioè una follia);

In prossimità della scadenza elettorale, Pax Christi Italia, chiede a tutti gli elettori che si apprestano a dare il loro voto per il rinnovo del Parlamento, di includere tra le priorità su cui effettueranno la loro scelta:

Un chiaro impegno per la pace, la nonviolenza e il ‘ripudio della guerra’, come dichiara l’art. 11 della nostra Costituzione.

La riduzione delle spese militari a partire dalla sospensione del progetto dei caccia F35, strumenti di morte che sottraggono ingenti risorse (quasi 15 miliardi di euro) ad altri bisogni vitali della gente. Le armi uccidono anche se non vengono usate!

La cancellazione della “riforma dello strumento militare italiano” approvata lo scorso mese di dicembre.

Uno stop alla corsa al riarmo, in forte aumento nell’Unione Europea, e un ‘no’ alla vendita di armi, aumentata del 18% nel 2012, e indirizzata specialmente a Paesi in guerra come quelli del Medio Oriente, nonostante la legge 185/90.

“Di fronte alle crescenti differenze tra pochi, sempre più ricchi, e molti irrimediabilmente più poveri” (Benedetto XVI al Corpo diplomatico, 7 gennaio 2013), di fronte alle numerose guerre che seminano ancora oggi distruzione e morte in tante parti del mondo, riteniamo importante ribadire “un SI alla vita, e un NO alla guerra… sconfitta dell’umanità” (Giovanni Paolo II al Corpo diplomatico, 13 gennaio 2003).

Come cittadini e come credenti, chiediamo ai candidati un esplicito impegno anche su queste scelte che sentiamo qualificanti per un programma che abbia davvero a cuore il bene comune, cioè la vita di tutti e di ciascuno.

Firenze, 13 gennaio 2013

                                              Il Presidente Nazionale di Pax Christi

                                               Mons. Giovanni Giudici, vescovo di Pavia,

                                                con il Consiglio Nazionale

per contatti: info@paxchristi.it  3473176588

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gennaio 1, 2013

GIORNATA MONDIALE DELLA PACE

ACCOMUNA CREDENTI E NON CREDENTI, MERITA CONCENTRAZIONE E INSISTENZA SU CIÒ CHE È ESSENZIALE E NON SU QUANTO DIVIDE

 

Omelia di don Giorgio De Capitani del 1 gennaio 2013*

 

Universalità.  La prima giornata mondiale della pace risale al 1968, indetta da Paolo VI. Dunque sono passati 45 anni. Mi sembra interessante, forse anche doveroso, risalire a quel primo messaggio di Paolo VI dove troviamo le indicazioni per le successive giornate della pace. Papa Montini dice esplicitamente che tale giornata non deve essere rivolta esclusivamente ai credenti, ma a “tutti gli uomini di buona volontà”. La pace, in altre parole, accomuna le aspirazioni di tutti i popoli, di qualsiasi fede politica e religiosa. Dice testualmente Paolo VI: «La proposta di dedicare alla Pace il primo giorno dell’anno nuovo non intende perciò qualificarsi come esclusivamente nostra, religiosa cioè cattolica; essa vorrebbe incontrare l’adesione di tutti i veri amici della pace, come fosse iniziativa loro propria, ed esprimersi in libere forme, congeniali all’indole particolare di quanti avvertono quanto bella e quanto importante sia la consonanza d’ogni voce nel mondo per l’esaltazione di questo bene primario, che è la pace, nel vario concerto della moderna umanità. La Chiesa cattolica, con intenzione di servizio e di esempio, vuole semplicemente “lanciare l’idea”, nella speranza ch’essa raccolga non solo il più largo consenso del mondo civile, ma che tale idea trovi dappertutto promotori molteplici, abili e validi a imprimere nella “Giornata della Pace”, da celebrarsi alle calende d’ogni anno nuovo, quel sincero e forte carattere d’umanità cosciente e redenta dai suoi tristi e fatali conflitti bellici, che sappia dare alla storia del mondo un più felice svolgimento ordinato e civile».

Bene comune.  In questi 45 anni, i messaggi del Papa sono stati tra loro differenti, con temi inerenti anche alla reale situazione storica (in 45 anni quanti mutamenti nel campo socio-politico e anche in quello religioso!), ma talora si è verificato il rischio di deviare dalle intenzioni originarie di Paolo VI, che ha esplicitamente voluto che questa giornata mantenesse sempre un carattere universalistico, evitando di sfruttare l’occasione per lanciare messaggi strettamente religiosi. La pace è un bene comune. Lo dice anche il messaggio di Benedetto XVI per l’inizio di questo nuovo anno. È un bene cioè che riguarda l’essere umano in quanto tale indipendentemente dalla razza o dalla religione. Un bene che deve coinvolgere l’attenzione e gli impegni di tutti. È chiaro che ognuno attinge alle sue migliori risorse intellettuali e spirituali per far sì che questo bene comune prevalga sugli interessi o sugli egoismi di parte.

Evitare ciò che divide.  Sinceramente però avrei preferito che il Papa, nel suo recente messaggio, non avesse toccato argomenti scottanti che hanno subito scatenato forti reazioni. Sia ben chiaro: nessuno contesta il fatto che la Chiesa possa dire la sua anche nel campo bioetico. Ma non tutti sono d’accordo sulle motivazioni per cui la Chiesa condanna ad esempio il matrimonio degli omosessuali. Ora dire che è la stessa natura umana, e non tanto la rivelazione di fede, a stabilire il fondamento della famiglia significa chiudere ogni discussione, creando un muro con quel mondo che, in buona fede, in buona volontà, la pensa diversamente. Nei giorni scorsi, dopo le polemiche apparse sui giornali che, come al solito, hanno evidenziato solo una frase di un lungo discorso, e cioè che, in sintesi, l’aborto, l’eutanasia e il matrimonio tra gay sono “una ferita grave inflitta alla giustizia e alla pace”, mi sono chiesto se le parole del Papa non potevano essere indirizzate ad altri argomenti, su cui raccogliere il consenso di tutti gli “uomini e donne di buona volontà”, ma su cui purtroppo esiste una grande confusione e talora una grande indifferenza.

 

Insistere su giustizia e pace.  Inoltre, a parte le affermazioni che hanno suscitato una forte ribellione tra i cosiddetti “laicisti” e non solo, anche negli stessi ambienti cattolici più aperti, man mano leggevo il Messaggio notavo poca omogeneità, con continui passaggi da un tema all’altro: temi interessanti quali il lavoro, il mercato, la persona. Avrei preferito che quest’anno il Papa si soffermasse sulla grave crisi, non solo di tipo economico, che sta attraversando l’intera umanità, magari suggerendo qualche alternativa, ad esempio la via della decrescita felice, puntando quindi alla essenzialità, alla qualità, all’essere, al contesto ambientale da rivalutare e da privilegiare sul profitto di un mercato folle che ha contaminato anche la massa dei cittadini. Perché parlare in questo Messaggio ancora di aborto, di eutanasia, di matrimonio tra gay, quando invece ciò che sta attanagliando l’Umanità è la violenza sulla Coscienza universale, quando la Politica è strapazzata da partiti corrotti con visuali meschine di Società, quando tutto è visto e imposto come se fosse una questione puramente economica? I veri crimini contro l’Umanità sono le ingiustizie sociali, la distribuzione squilibrata dei beni, sono lo sfruttamento delle terre dei poveri a vantaggio di una tecnologia disumana, sono le guerre d’interessi nazionali, sono le ferite inferte al creato, sono i veleni prodotti da fabbriche di morte. Non bastano degli accenni. Occorre una insistenza quasi ossessiva, tanto da scuotere le coscienze dei violenti e le coscienze addormentate. Vorrei concludere, citando un testo di don Tonino Bello che sulla pace ha scritto e ha predicato con calore e con insistenza.

La pace come cammino

A dire il vero non siamo molto abituati a legare il termine PACE a concetti dinamici.

Raramente sentiamo dire:

“Quell’uomo si affatica in pace”,

“lotta in pace”,

“strappa la vita coi denti in pace”…

Più consuete, nel nostro linguaggio, sono invece le espressioni:

“Sta seduto in pace”,

“sta leggendo in pace”,

“medita in pace” e,

ovviamente, “riposa in pace”.

La pace, insomma, ci richiama più la vestaglia da camera che lo zaino del viandante.

Più il comfort del salotto che i pericoli della strada.

Più il caminetto che l’officina brulicante di problemi.

Più il silenzio del deserto che il traffico della metropoli.

Più la penombra raccolta di una chiesa che una riunione di sindacato.

Più il mistero della notte che i rumori del meriggio.

Occorre forse una rivoluzione di mentalità per capire che la pace non è un dato, ma una conquista.

Non un bene di consumo, ma il prodotto di un impegno.

Non un nastro di partenza, ma uno striscione di arrivo.

La pace richiede lotta, sofferenza, tenacia.

Esige alti costi di incomprensione e di sacrificio.

Rifiuta la tentazione del godimento.

Non tollera atteggiamenti sedentari.

Non annulla la conflittualità.

Non ha molto da spartire con la banale “vita pacifica”.

Sì, la pace prima che traguardo, è cammino.

E, per giunta, cammino in salita.

Vuol dire allora che ha le sue tabelle di marcia e i suoi ritmi, i suoi percorsi preferenziali ed i suoi tempi tecnici, i suoi rallentamenti e le sue accelerazioni.

Forse anche le sue soste.

Se è così, occorrono attese pazienti.

E sarà beato, perché operatore di pace,

non chi pretende di trovarsi all’arrivo senza essere mai partito, ma chi parte.

Col miraggio di una sosta sempre gioiosamente intravista, anche se mai – su questa terra s’intende – pienamente raggiunta.

*Fonte: http://www.dongiorgio.it/31/12/2012/omelie-2013-di-don-giorgio-giornata-mondiale-della-pace/

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dicembre 22, 2012

UN DIRITTO NON È MAI UN PERICOLO

Filed under: 3) pace — Tag:, , — brianzecum @ 10:06 PM

AFFERMARE CHE IL MATRIMONIO OMOSESSUALE SIA UN ATTENTATO ALLA PACE SIGNIFICA DISTRARRE L’ATTENZIONE DAL CARATTERE VIOLENTO E ARBITRARIO DELLE GUERRE

di CHIARA SARACENO  La repubblica    21 dicembre 2012  pag. 41, sez. Commenti

È per lo meno singolare  che tra gli attentati alla pace, alla giustizia e alla dignità umana il Papa abbia messo ai primi posti l’estensione alle persone omosessuali del diritto a sposarsi. Era già una forzatura, cui per altro Giovanni Paolo II ci aveva abituato: equiparare il diritto all’aborto e a chiedere di essere aiutati a morire, alle uccisioni che si effettuano in guerra e ai genocidi che spesso accompagnano le guerre civili. Perché si confondono feti con esseri umani già compiuti, vittime con carnefici, la libertà di disporre di sé con la violenza su altri. Anche chi non approva l’aborto e l’eutanasia dovrebbe preoccuparsi di questa operazione in cui tutto viene mescolato senza distinzione, con il rischio non già che si salvi qualche feto perché diventi un bambino non voluto, o che qualche malato terminale venga tenuto in vita ad oltranza, ma che guerre e genocidi perdano il loro carattere di violenza arbitraria e cieca, ove le vittime sono pure casualità, specie se appartengono ai gruppi più deboli.

Assuefazione ottusa alla guerra.  Sta già succedendo, in quest’epoca in cui le guerre – dichiarate o meno – sono dappertutto e ciascun belligerante vede, nel migliore dei casi, solo i propri morti, mentre quelli altrui sono tutti solo “nemici” – dai lattanti in su. Non c’è proprio bisogno che ci si metta anche il Papa, con tutte le migliori intenzioni, a dare manforte a questo clima di assuefazione ottusa. Se poi si aggiunge alla lista degli attentati alla pace e alla vita e dignità umana la questione dei matrimoni omosessuali davvero la confusione, l’incapacità, o il non desiderio, di operare distinzioni risultano in una denuncia generica e inefficace del problema che a parole si dice di voler affrontare. È difficile anche a chi è contrario ai matrimoni tra omosessuali cogliere un qualche nesso tra una legge che li consenta e l’operare per la pace. A meno che il pontefice non voglia suggerire che l’approvazione di una legge simile produrrebbe guerra civile, ciò che è smentito da quanto (non) è avvenuto nei Paesi che hanno una legge del genere. Mentre, viceversa, molti Paesi che vietano l’aborto (e anche la contraccezione), puniscono le donne che vi ricorrono e mettono al bando gli omosessuali sono governati da dittature violente e talvolta anche guerrafondaie. A differenza del pontefice, non intendo postulare che esista un nesso tra riconoscimento del diritto ad abortire, ad usare la contraccezione, a sposarsi tra omosessuali e il mantenimento della pace. I rapporti causa ed effetto sono molto più complessi di queste rozze semplificazioni.

Laicità dello Stato.  Continuare a evocare i temi dell’aborto, dell’eutanasia, della omosessualità come temi validi per la denuncia di qualsiasi cosa vada male nel mondo rischia di marginalizzare proprio l’attenzione per ciò che va male, in questo caso per un mondo attraversato da guerre ricorrenti e continue, abitato da signori della guerra che non riposano mai. Certo, dà l’impressione che al pontefice e alla gerarchia cattolica interessi di più porre il proprio veto sulle legislazioni degli Stati democratici, in tema di diritti di libertà nell’ambito della sessualità e della riproduzione, che non condannare le guerre (o le incursioni) preventive e le violenze sulle popolazioni inermi. Più che un monito contro i signori della guerra, sembra un monito contro la laicità dello Stato, del tutto in consonanza con quello lanciato dal cardinale Scola alcuni giorni fa.

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giugno 3, 2012

TRINITÀ COME MODELLO DA PERSEGUIRE

FONDAMENTALE UGUAGLIANZA DELLE PERSONE E CONVIVIALITÀ  DELLE DIFFERENZE

di don Giorgio De Capitani*

Far rivivere gli eventi.  Non so che senso possa avere celebrare una festa in onore della Santissima Trinità. Le altre festività – Natale, Pasqua e Pentecoste – riguardano di per sé un evento: la nascita di Cristo, la sua passione, morte e risurrezione, la discesa dello Spirito santo. Già gli ebrei celebravano gli eventi: pensiamo all’uscita dall’Egitto, alla promulgazione della legge sul monte Sinai. Gli eventi fanno parte della storia di ogni popolo, di ogni religione. Ancora oggi celebriamo degli eventi. Anzi, ogni giorno c’è qualcosa da ricordare. Forse si sta esagerando: ciò ha prodotto da una parte un rigetto e dall’altra un menefreghismo. Abbiamo celebrato l’anno scorso il 150° anniversario della nascita dell’Italia (1861-2011) ma quanti tra gli italiani se ne sono ricordati? Tuttavia c’è un senso nel commemorare un evento, se non altro per tenere ancora vivo un avvenimento che ha lasciato un certo solco nella storia. Certo, tutto dipende dal come si vivono poi queste celebrazioni. Anche qui si cade nel rischio di programmare una miriade di iniziative che finiscono poi per far perdere il senso dell’evento da commemorare. Le celebrazioni servono nella misura in cui ci fanno rivivere l’evento che si vuole ricordare. Questo dovrebbe essere l’intento di ogni celebrazione civile e religiosa. Torniamo alla festività liturgica di oggi. Celebrare il mistero trinitario in sé che senso teologico può avere? Non c’è il rischio di ridurre il più grande Mistero ad una celebrazione che finisce al termine del giorno? Una prova di tutto questo è la poca o nulla consapevolezza da parte del popolo cristiano che non sa neppure che oggi è la festa della Santissima Trinità. Ma immaginate il mio disagio nel tentare di dirvi qualcosa sul mistero trinitario! Anche qui, cerchiamo di riflettere: un tempo i cristiani erano come immersi in un contesto vitale di fede per cui le festività entravano quasi naturalmente nella sequenza liturgica. Oggi, che fatica anche solo recuperare il senso cristiano di certe festività: pensate al Natale consumistico! Ad ogni modo, ogni occasione – anche la festa di oggi – è buona per stimolare ad una maggiore presa di coscienza. Guai se dovessimo arrenderci, e dire: a che serve? Sarebbe la fine. Ma attenti: evitiamo di dire le solite cose. Un tentativo di approfondimento non è mai azzardato, anche se la mia impressione è che partire da zero in fatto di fede non è affatto facile per nessuno. Tenterò di dirvi qualcosa di nuovo. Magari con mille interrogativi. D’altronde se la Trinità è uno dei più grandi Misteri, chi può avere delle certezze?

Dogma universale.  Diciamo subito una cosa. Che il mistero trinitario sia una verità rivelata, rivelata da Gesù stesso, ciò non significa che sia una prerogativa del cristianesimo, e tanto meno che sia un dogma esclusivo della Chiesa cattolica. Rivelazione non significa di per sé che quella verità prima di essere rivelata era del tutto sconosciuta. Dio, quando ha dato l’input iniziale per dare origine al mondo, ci ha messo del suo, ovvero ha lasciato la sua impronta. La Bibbia lo dice chiaramente quando parla della creazione dell’essere umano: “lo ha fatto a sua immagine e somiglianza”. In altre parole, Dio ha creato l’universo già come immagine del suo essere trinitario. Pur senza saperlo, tutto ciò che esiste ha in sé nel suo dna il mistero trinitario.

Siamo tutti trinitari.  Certamente, con Gesù Cristo la realtà diventerà più chiara: ora sappiamo che Dio è trinitario: Dio è Padre. Dio è Figlio, Dio è Spirito santo. Ma ciò non significa che il Mistero trinitario non fosse già presente nell’Universo, e non fosse già presente, benché confusamente, in tutte le religioni. Col senno di poi o, meglio, con la rivelazione di Cristo, ciò sarà più evidente, ma Cristo non ha fatto che togliere dei veli sul profondo segreto divino e anche sull’Umanità intera che, indipendentemente dal fattore religioso, porta in sé impressa l’immagine del Dio trinitario. Ho detto “indipendentemente dal fattore religioso”: sì, perché, che sia credente o no, che me ne renda conto oppure no, sono trinitario. Qualcuno ha detto che, volere o no, siamo tutti “cristiani”, possiamo anche dire che, volere o no, siamo tutti trinitari: siamo a immagine e somiglianza del Dio Trinitario.  Si è anche arrivati a dire che il numero tre è quasi la caratteristica costituiva dell’universo. In ogni cosa si può notare la presenza di una triplice realtà. Certo, si è anche esagerati nel voler a tutti i costi vedere nella realtà il numero tre. Comunque, non possiamo negare che ci sia qualcosa di suggestivo, diciamo anche di vero. In ogni caso, la presenza trinitaria è innegabile se non altro come modello a cui ispirarsi. Vedete: la cosa notevole di una certa ricerca teologica di oggi è l’aver abbandonato il cosiddetto dogmatismo un po’ fine a se stesso, diciamo meglio: quel dogmatismo che, pur creando discussioni a non finire tanto da far nascere diverse scuole teologiche, talora più formali che sostanziali (si litigava sui termini da usare!), era però lontano dalla vita reale del popolo di Dio, il quale, lasciando nelle loro beghe i teologi del tempo, si rifugiava nelle devozioni per trovare qualche appagamento interiore.

Convivialità delle differenze.  In breve, oggi si guarda al mistero trinitario con un altro occhio: l’occhio ad esempio della mistica, oppure con l’occhio più pastorale che è anche quello più realistico. Ad esempio, è noto come don Tonino Bello abbia preso la Trinità come un ideale a cui ispirarsi per il fatto stesso che Dio è uno e trino, ovvero che in Dio convivono nello stesso tempo unità e molteplicità, ma nell’armonia più perfetta. Don Tonino Bello parlava di “convivialità delle differenze”, proprio pensando al Mistero trinitario. Come possono coesistere tre persone senza perciò dividersi e separarsi? Scrive don Tonino Bello: «Una delle cose più belle e più pratiche messe in luce dalla teologia in questi ultimi anni è che la SS. Trinità non è solo il mistero principale della nostra fede, ma è anche il principio architettonico supremo della nostra morale. Quella trinitaria, cioè, non è solo una dottrina da contemplare, ma un’etica da vivere… Gesù, pertanto, ci ha rivelato questo segreto di casa sua non certo per accontentare le nostre curiosità intellettuali, quanto per coinvolgerci nella stessa logica di comunione che lega le tre persone divine.

Fondamentale uguaglianza. Nel cielo tre persone uguali e distinte vivono così profondamente la comunione, che formano un solo Dio. Sulla terra più persone, uguali per dignità e distinte per estrazione, sono chiamate a vivere così intensamente la solidarietà, da formare un solo uomo, l’uomo nuovo: Cristo Gesù. Sicché l’essenza della nostra vita etica consiste nel tradurre con gesti feriali la contemplazione festiva del mistero trinitario, scoprendo in tutti gli esseri umani la dignità della persona, riconoscendo la loro fondamentale uguaglianza, rispettando i tratti caratteristici della loro distinzione… L’imperativo etico che ne deriva per coloro che vivono sulla terra è che se tengono sotto sequestro le proprie risorse spirituali o materiali senza metterle a disposizione degli altri, non possono esimersi dall’accusa di appropriazione indebita».

Pace come convivialità.  Continua don Tonino Bello: «… il genere umano è chiamato a vivere sulla terra ciò che le tre persone divine vivono nel cielo: la convivialità delle differenze. Che significa? Nel cielo, più persone mettono così tutto in comunione sul tavolo della stessa divinità, che a loro rimane intrasferibile solo l’identikit personale di ciascuna, che è rispettivamente l’essere Padre, l’essere Figlio, l’essere Spirito Santo. Sulla terra, gli uomini sono chiamati a vivere secondo questo archetipo trinitario: a mettere, cioè, tutto in comunione sul tavolo della stessa umanità, trattenendo per sé solo ciò che fa parte del proprio identikit personale. Questa, in ultima analisi, è la pace: la convivialità delle differenze. Definizione più bella non possiamo dare. Perché siamo andati a cercarla proprio nel cuore della SS. Trinità. Le stesse parole che servono a definire il mistero principale della nostra fede, ci servono a definire l’anelito supremo del nostro impegno umano. Pace non è la semplice distruzione delle armi. Ma non è neppure l’equa distribuzione dei pani a tutti i commensali della terra. Pace è mangiare il proprio pane a tavola insieme con i fratelli. Convivialità delle differenze, appunto… Come è dato vedere, il Signore Gesù se ci ha rivelato questo mistero, non l’ha fatto certo per complicarci le idee. Ma l’ha fatto per offrirci un principio permanente di critica cui sottoporre tutta la nostra vita nelle sue espressioni personali e comunitarie, e per indicarci, nel contempo, il porto al quale attraccheremo finalmente la nostra barca. Sicché la Trinità non è una specie di teorema celeste buono per le esercitazioni accademiche dei teologi. Ma è la sorgente da cui devono scaturire l’etica del contadino e il codice deontologico del medico, i doveri dei singoli e gli obblighi delle istituzioni, le leggi del mercato e le linee ispiratrici dell’economia, le ragioni che fondano l’impegno per la pace e gli orientamenti di fondo del diritto internazionale. La Trinità, dunque, è una storia che ci riguarda. Ed è a partire da essa che va pensata tutta l’esistenza cristiana. Ernst Bloch (scrittore e filosofo tedesco marxista, nonché teologo dell’ateismo) diceva che Dio è un padrone collocato così in alto che l’uomo, il servo, di fronte a lui rimane a bocca asciutta. Nulla di più falso, almeno per il nostro Signore, il quale, se si è rivelato uno e trino, è perché vuol far sedere il servo alla tavola delle sue ricchezze».

*omelia del 3 giugno 2012: Festa della SS. Trinità  (Es 33,18-23; 34,5-7a; Rm 8,1-9b; Gv 15,24-27) Fonte: http://www.dongiorgio.it/02/06/2012/omelia-di-don-giorgio-festa-della-ss-trinita-2012/

marzo 23, 2012

TAGLI ALLE SPESE MILITARI, È SOLO FUMO NEGLI OCCHI

CONTRO 180 MILIONI PER CIASCUN F35, SOLO 68 STANZIATI PER IL SERVIZIO CIVILE.

 

di don Antonio Sciortino  Famiglia Cristiana – 22 marzo 2012

Forza della ragione.  Forse è il momento di rispolverare l’articolo 11 della nostra Costituzione. E ripartire da lì. «L’Italia», si legge, «ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali». Dopo gli orrori del secondo conflitto mondiale, l’Italia faceva a sé stessa una promessa: «Valga solo la forza della ragione. Si smetta con le ragioni della forza, sostenute con le armi». In questi ultimi anni, però, per aggirare il dettato costituzionale, si è fatto uso di ogni contorsione verbale. E si è ignorato il Magistero dei Papi che contro il ricorso alla guerra come strumento per risolvere i contrasti tra le nazioni hanno scritto pagine esemplari. Dalla Pacem in terris di Giovanni XXIII alla Populorum progressio di Paolo VI, fino al monito di Giovanni Paolo II: «Mai più la guerra!».

Costo astronomico dei cacciabombardieri.  Oggi, l’Italia ha una grande opportunità: discutere in Parlamento sul modello di Difesa. E su un poderoso taglio alle spese militari. A maggior ragione, in tempi di grave crisi economica. Il ministro della Difesa, l’ammiraglio Giampaolo Di Paola, ha annunciato riduzioni del personale e la rinuncia ad alcuni cacciabombardieri F35. Non ne compreremo più centotrentuno, ma soltanto novanta. «Rischia di essere solo fumo negli occhi», denuncia la società civile. Dalle Acli alla Tavola della pace, alla Rete disarmo, alla Focsiv. I tagli alle spese militari, in realtà, sarebbero solo “artifici contabili”. Una partita di giro, per acquistare nuovi sistemi d’arma. Dal bilancio della Difesa, in realtà, si sottrarrebbero solo pochi euro. Altro che recuperare ingenti risorse per scuole, ospedali e posti di lavoro per i giovani! E poi, nelle stesse ore in cui il ministro Di Paola rendeva nota la riduzione degli F35, la Lockheed Martin che li costruisce s’affrettava a precisare che il costo astronomico di 180 milioni di dollari per ogni cacciabombardiere era destinato a impennarsi ulteriormente.

Affossato il servizio civile.  Nel 2012 le spese militari ammontano, complessivamente, a 23 miliardi di euro. Si fa fatica a intaccare questa montagna di soldi. Ai cittadini e alle famiglie, invece, si chiedono ulteriori sacrifici e tagli sui loro miseri bilanci. Forse, perché non hanno “santi in paradiso” o “stellette” sulle divise. Un dato colpisce, tra i tanti, oltre al massacro del Terzo settore e al seppellimento del principio di sussidiarietà: mentre si riempiono gli arsenali, si affossa l’esperienza del servizio civile. Per l’anno in corso, sono stati stanziati appena 68 milioni. Per il prossimo si vedrà! In Parlamento, i pochi che lavorano per coniugare “buona politica” e “buoni princìpi” (tra questi Savino Pezzotta, Gian Piero Scanu e Andrea Sarubbi) agiscono in un assordante silenzio. Sono giorni decisivi per decidere di tagliare drasticamente le spese militari e rivedere il nostro modello di difesa. Speriamo che Pasqua, ormai prossima, sia all’insegna della pace. E che, ancora una volta, non la spuntino i “trucchi” del Palazzo.

Fonte: http://www.peacelink.it/disarmo/a/35943.html

gennaio 16, 2012

FERMARE I PREPARATIVI DI GUERRA!

Filed under: 3) pace — brianzecum @ 8:45 am

METTERE FINE ALL’EMBARGO! SOLIDARIETÀ CON IL POPOLO IRANIANO E SIRIANO! APPELLO DI INTELLETTUALI

Decine di migliaia di morti, una popolazione traumatizzata, un’infrastruttura largamente distrutta e uno Stato disintegrato: questo il risultato della guerra condotta dagli Usa e dalla Nato per poter saccheggiare la ricchezza della Libia e ricolonizzare questo paese. Ora preparano apertamente la guerra contro l’Iran e la Siria, due paesi strategicamente importanti e ricchi di materie prime che perseguono una politica indipendente, senza sottomettersi al loro diktat. Un attacco della Nato contro la Siria o l’Iran potrebbe provocare un diretto confronto con la Russia e la Cina , con conseguenze inimmaginabili. Con continue minacce di guerra, con lo schieramento di forze militari ai confini dell’Iran e della Siria, nonché con azioni terroristiche e di sabotaggio da parte di ‘unità speciali’ infiltrate, gli Usa e altri Stati della Nato impongono uno stato d’eccezione ai due paesi al fine di fiaccarli. Gli USA e l’UE cercano in modo cinico e disumano di paralizzare puntualmente con l’embargo il commercio estero e le transazioni finanziarie di questi paesi. In modo deliberato vogliono precipitare l’economia dell’Iran e della Siria in una grave crisi, aumentare il numero dei disoccupati e peggiorare drasticamente la situazione degli approvvigionamenti della loro popolazione. Al fine di procurarsi un pretesto per l’intervento militare da tempo pianificato cercano di acutizzare i conflitti etnici e sociali interni e di provocare una guerra civile. A questa politica dell’embargo e delle minacce di guerra contro l’Iran e la Siria collaborano in misura notevole l’Unione europea e il governo italiano.

Facciamo appello a tutti i cittadini, alle chiese, ai partiti, ai sindacati, al movimento pacifista perché si oppongano energicamente a questa politica di guerra.

Chiediamo al governo italiano:

– di revocare senza condizioni e immediatamente le misure di embargo contro l’Iran e la Siria
– di chiarire che non parteciperà in nessun modo a una guerra contro questi Stati e che non consentirà l’uso di siti italiani per un’aggressione da parte degli Usa e della Nato
– di impegnarsi a livello internazionale per porre fine alla politica dei ricatti e delle minacce di guerra contro l’Iran e la Siria.

Il popolo iraniano e siriano hanno il diritto a decidere da soli e in modo sovrano l’organizzazione del loro ordinamento politico e sociale. Il mantenimento della pace richiede che venga rispettato rigorosamente il principio della non-ingerenza negli affari interni di altri Stati.

Domenico Losurdo, Gianni Vattimo, Manlio Dinucci, Vladimiro Giacché, Federico Martino

Venerdì 13 Gennaio,2012 Ore: 18:04

Fonte: http://www.ildialogo.org/cEv.php?f=http://www.ildialogo.org/noguerra/Appelli_1326474307.htm

gennaio 1, 2012

EDUCARE I GIOVANI ALLA GIUSTIZIA E ALLA PACE

Omelia di don Giorgio De Capitani per capodanno 2012*

Giornata dedicata alla pace.  1 gennaio 1968: Papa Montini, Paolo VI, dedicava per la prima volta al tema della pace l’inizio di un nuovo anno. Iniziava così tutta quella serie di messaggi che impegneranno anche i successori fino ad oggi. Ogni anno un tema diverso. All’inizio del 2012, 45^ Giornata mondiale della Pace, Benedetto XVI ci invita a pensare ai giovani, sul tema: “Educare i giovani alla giustizia e alla pace”. Il messaggio non può essere che stimolante. Il Papa inizia la sua lettera con una domanda: «Con quale atteggiamento guardare al nuovo anno? Nel Salmo 130 troviamo una bellissima immagine. Il Salmista dice che l’uomo di fede attende il Signore “più che le sentinelle l’aurora” (v. 6), lo attende con ferma speranza, perché sa che porterà luce, misericordia, salvezza. Tale attesa nasce dall’esperienza del popolo eletto, il quale riconosce di essere educato da Dio a guardare il mondo nella sua verità e a non lasciarsi abbattere dalle tribolazioni. Vi invito a guardare il 2012 con questo atteggiamento fiducioso. È vero che nell’anno che termina è cresciuto il senso di frustrazione per la crisi che sta assillando la società, il mondo del lavoro e l’economia; una crisi le cui radici sono anzitutto culturali e antropologiche. Sembra quasi che una coltre di oscurità sia scesa sul nostro tempo e non permetta di vedere con chiarezza la luce del giorno. In questa oscurità il cuore dell’uomo non cessa tuttavia di attendere l’aurora di cui parla il Salmista. Tale attesa è particolarmente viva e visibile nei giovani, ed è per questo che il mio pensiero si rivolge a loro considerando il contributo che possono e debbono offrire alla società”.

Verità.  Mi ha colpito quest’ultima osservazione: solitamente noi diciamo che sono gli adulti a preparare un futuro diverso ai giovani, e poi succede che siamo noi adulti a preparare ai giovani il futuro, perciò imponendo loro un avvenire che è ancora “nostro”. Invece il papa invita i giovani a dare il loro contributo, proprio perché il futuro è loro. Casomai a noi adulti spetta il compito di far piazza pulita del marcio per permettere ai giovani di ricostruire, senza dover lavorare in un sistema che brucia già sul nascere ogni bocciòlo. È chiaro che non bisogna lasciarli soli, ma il nostro compito educativo sta nel far capire ai giovani i Valori, senza imporre il nostro punto di vista. Qui sta la nostra difficoltà di adulti. Che cosa significa educare in concreto i giovani alla verità e alla libertà? È un punto chiave del messaggio del Papa. Benedetto XVI risponde: «Sant’Agostino si domandava: “Quid enim fortius desiderat anima quam veritatem? – Che cosa desidera l’uomo più fortemente della verità?”. Il volto umano di una società dipende molto dal contributo dell’educazione a mantenere viva tale insopprimibile domanda. L’educazione, infatti, riguarda la formazione integrale della persona, inclusa la dimensione morale e spirituale dell’essere, in vista del suo fine ultimo e del bene della società di cui è membro. Perciò, per educare alla verità occorre innanzitutto sapere chi è la persona umana, conoscerne la natura. Contemplando la realtà che lo circonda, il Salmista riflette: “Quando vedo i tuoi cieli, opera delle tue dita, la luna e le stelle che tu hai fissato, che cosa è mai l’uomo perché di lui ti ricordi, il figlio dell’uomo, perché te ne curi?” (Sal 8,4-5). È questa la domanda fondamentale da porsi: chi è l’uomo? L’uomo è un essere che porta nel cuore una sete di infinito, una sete di verità – non parziale, ma capace di spiegare il senso della vita – perché è stato creato a immagine e somiglianza di Dio. Riconoscere allora con gratitudine la vita come dono inestimabile, conduce a scoprire la propria dignità profonda e l’inviolabilità di ogni persona».

Giustizia.  Il Papa passa poi al tema del messaggio: educare i giovani alla giustizia e alla pace. Anzitutto, educarli alla giustizia. Scrive Benedetto XVI: «Nel nostro mondo, in cui il valore della persona, della sua dignità e dei suoi diritti, al di là delle proclamazioni di intenti, è seriamente minacciato dalla diffusa tendenza a ricorrere esclusivamente ai criteri dell’utilità, del profitto e dell’avere, è importante non separare il concetto di giustizia dalle sue radici trascendenti. La giustizia, infatti, non è una semplice convenzione umana, poiché ciò che è giusto non è originariamente determinato dalla legge positiva, ma dall’identità profonda dell’essere umano. È la visione integrale dell’uomo che permette di non cadere in una concezione contrattualistica della giustizia e di aprire anche per essa l’orizzonte della solidarietà e dell’amore».

Pace.  Ed ecco l’altro tema: educare i giovani alla pace. Citando il Catechismo della Chiesa cattolica, Benedetto XVI scrive: «”La pace non è la semplice assenza di guerra e non può ridursi ad assicurare l’equilibrio delle forze contrastanti. La pace non si può ottenere sulla terra senza la tutela dei beni delle persone, la libera comunicazione tra gli esseri umani, il rispetto della dignità delle persone e dei popoli, l’assidua pratica della fratellanza”». Il Papa commenta: «La pace è frutto della giustizia ed effetto della carità. La pace per tutti nasce dalla giustizia di ciascuno e nessuno può eludere questo impegno essenziale di promuovere la giustizia, secondo le proprie competenze e responsabilità. Invito in particolare i giovani, che hanno sempre viva la tensione verso gli ideali, ad avere la pazienza e la tenacia di ricercare la giustizia e la pace, di coltivare il gusto per ciò che è giusto e vero, anche quando ciò può comportare sacrificio e andare controcorrente». Il Papa continua: «Di fronte alla difficile sfida di percorrere le vie della giustizia e della pace possiamo essere tentati di chiederci, come il Salmista: “Alzo gli occhi verso i monti: da dove mi verrà l’aiuto?” (Sal 121,1). A tutti, in particolare ai giovani, voglio dire con forza (qui il Papa cita le sue stesse parole durante la veglia ai giovani a Colonia il 20 agosto del 2005): “Non sono le ideologie che salvano il mondo, ma soltanto il volgersi al Dio vivente, che è il nostro creatore, il garante della nostra libertà, il garante di ciò che è veramente buono e vero… il volgersi senza riserve a Dio che è la misura di ciò che è giusto e allo stesso tempo è l’amore eterno. E che cosa mai potrebbe salvarci se non l’amore?”.

L’amore  si compiace della verità, è la forza che rende capaci di impegnarsi per la verità, per la giustizia, per la pace, perché tutto copre, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta (cfr 1 Cor 13,1-13). Cari giovani, voi siete un dono prezioso per la società. Non lasciatevi prendere dallo scoraggiamento di fronte alle difficoltà e non abbandonatevi a false soluzioni, che spesso si presentano come la via più facile per superare i problemi. Non abbiate paura di impegnarvi, di affrontare la fatica e il sacrificio, di scegliere le vie che richiedono fedeltà e costanza, umiltà e dedizione. Vivete con fiducia la vostra giovinezza e quei profondi desideri che provate di felicità, di verità, di bellezza e di amore vero! Vivete intensamente questa stagione della vita così ricca e piena di entusiasmo. Siate coscienti di essere voi stessi di esempio e di stimolo per gli adulti, e lo sarete quanto più vi sforzate di superare le ingiustizie e la corruzione, quanto più desiderate un futuro migliore e vi impegnate a costruirlo. Siate consapevoli delle vostre potenzialità e non chiudetevi mai in voi stessi, ma sappiate lavorare per un futuro più luminoso per tutti. Non siete mai soli. La Chiesa ha fiducia in voi, vi segue, vi incoraggia e desidera offrirvi quanto ha di più prezioso: la possibilità di alzare gli occhi a Dio, di incontrare Gesù Cristo, Colui che è la giustizia e la pace».

Conclusione.  Un bel messaggio, certamente, ma che bisognerebbe diffondere, tradurlo nel concreto della vita quotidiana: da parte di noi educatori, e da parte soprattutto dei giovani che devono sentirsi protagonisti della rinascita di un mondo nuovo.

*Fonte: http://www.dongiorgio.it/scelta.php?id=1780&nome=omelie

novembre 3, 2011

FORZE ARMATE: NON C’È NULLA DA FESTEGGIARE!

Filed under: 3) pace — Tag:, — brianzecum @ 10:08 PM

Flavio Lotti, coordinatore nazionale della Tavola della pace

Perugia, 3 novembre 2011

Domani è la Festa delle Forze Armate, ma coi tempi che corrono, non c’è proprio nulla da festeggiare. Anzi, è arrivato il tempo di ripensare un’istituzione pubblica che ci costa ventisette miliardi di euro all’anno, che spende male e spreca moltissimo. Domandiamoci: A che ci serve mantenere 178.600 militari in servizio quando ne impieghiamo al massimo trentamila? Perché accettiamo che nel frattempo la polizia continui ad essere gravemente sotto organico? A che ci serve avere un generale ogni 356 soldati e un maresciallo ogni tre militari in servizio (in tutto 500 generali e 57.000 marescialli)? A cosa ci servono due portaerei, 131 cacciabombardieri, 400 carri armati e centinaia di altre armi che non potranno e dovranno essere mai utilizzate? Perché vogliamo costringere i giovani a pagare il conto delle armi che stiamo ancora costruendo? Perché continuiamo a mantenere quattromila soldati in Afghanistan quando tutti sanno che dieci anni di guerra non hanno risolto alcun problema? E ancora (sono le domande puntuali del Generale Fabio Mini): Perché illudiamo i giovani sulle prospettive d’impiego e buttiamo i soldi facendoli giocare alla guerra? Perché arruoliamo volontari per un anno quando abbiamo sempre detto che non basta per addestrare, non basta per mandarli all’estero e uno di loro costa complessivamente come uno in servizio permanente? Perché continuiamo a reclutare ufficiali e sottufficiali e li promuoviamo come se in futuro dovessimo avere dieci corpi d’armata? Perché diciamo di avere un esubero di marescialli che comunque sono già addestrati e una vita operativa futura di pochi anni e li vogliamo rimpiazzare con un ugual numero di sergenti da formare, addestrare e tenere in esubero per i prossimi 40 anni? Perché avevamo uno “scandalo” di comandi centrali e periferici ridondanti e oggi li abbiamo moltiplicati senza migliorarne l’efficienza? Perché dobbiamo lasciare alla speculazione e all’abusivismo gli immobili militari dai quali sappiamo di non ricavare nulla di significativo? Perché facciamo gravare gli oneri della crisi sul personale e non tocchiamo i contratti esterni, gli appalti, le forniture e gli sprechi?

La risposta a tutte queste (e a molte altre) domande è un atto dovuto a tutti i giovani che non riescono a trovare un lavoro, a chi lo sta perdendo, a chi pur lavorando tantissimo non riesce a vivere dignitosamente, a tutti quelli a cui i tagli del governo stanno rendendo la vita impossibile.

In poche parole: Non possiamo tollerare uno spreco così enorme, non ce lo possiamo più permettere. Dobbiamo programmare un taglio radicale delle spese. Dobbiamo ripensare in che modo e con quali strumenti vogliamo garantire la sicurezza del nostro paese e dell’Europa. E’ un dovere improrogabile!

PS. Domani, 4 novembre, ricordiamo le vittime innocenti di tutte le guerre e di tutte le nazionalità, dai seicentocinquantamila italiani che sono stati ammazzati “nell’inutile strage” della Prima Guerra Mondiale ai quarantacinque militari italiani che hanno perso la vita in Afghanistan, i feriti, i mutilati, gli invalidi e tutti i loro familiari. Con questo spirito oggi rinnoviamo il triplice appello di Assisi: Mai più guerra! Mai più terrorismo. Mai più violenza!


fonte: http://www.perlapace.it/index.php?id_article=7434&PHPSESSID=a103a4f5bfcd92a152b0b5aa5507c79f

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