Brianzecum

aprile 11, 2011

L’ESSENZIALE È INVISIBILE

NON FERMARSI ALLE APPARENZE

MODI DIVERSI DI GUARDARE E VEDERE

di Don Giorgio De Capitani, dall’omelia del 3-4-2011 sulla guarigione del cieco nato (Gv 9,1-38b)

Usare la mente.  Quello che noi percepiamo non è la realtà vera e propria, come è in se stessa, ma solo il suo riflesso nel nostro sistema di conoscenza. Se noi conosciamo gli oggetti secondo i modi della nostra conoscenza, questo significa che, in senso proprio, noi non conosciamo gli oggetti come essi sono in realtà, ma come ci appaiono, come essi risultano dall’incontro con le nostre strutture conoscitive. La realtà in sé rimane consegnata all’inconoscibilità. Tale realtà in sé è definita da Kant noumeno (“pensabile”, dal verbo greco “noéo”, pensare): essa è ciò che in senso proprio non si può conoscere ma che tuttavia è necessario pensare come concetto limite del nostro conoscere. Tutto questo fa capire quanto sia almeno importante usare la mente, ovvero l’intelligenza, per avvicinarci il più possibile alla realtà. Altrimenti ci abitueremo a vedere solo le apparenze, vivere di apparenze, giudicare in base alle apparenze.

Apparenze per tutti. In altre parole, non ci accorgiamo di vivere in un mondo di falsità e di falsificazioni, il che significa che c’è gente di potere (anche di tipo economico e direi anche di tipo religioso) che, sapendo che il mondo reale ci è quasi impossibile, fa di tutto per farci credere che il mondo vero è quello apparente, anche perché è più comodo, immediato, alla portata di mano. A me sembra che il miracolo del cieco abbia anche questo senso: aiutare ad avvicinarci il più possibile alla realtà, a coglierne qualche sprazzo, a non farci illudere dalle apparenze. E il mondo delle apparenze riguarda ogni categoria di persone: il popolo comune e l’élite che si crede privilegiata, il mondo analfabeta e il mondo colto.

Guardare attorno. Un‘altra riflessione riguarda il verbo vedere o guardare. Nei Vangeli quando si parla di Gesù che “guarda”, troviamo tre significative varianti. Anche qui bisogna capire il contesto e bisogna tradurre bene il verbo greco. Anzitutto, c’è un “guardare attorno” nel senso di “fulminare con gli occhi”. C’è un passo nel Vangelo secondo Marco molto significativo. Merita una particolare attenzione. Gesù entra nella sinagoga. È presente un uomo che ha una mano paralizzata. Gli scribi e i farisei stanno a “vedere” se Gesù lo guarisce per poi accusarlo. È giorno di sabato, dunque di assoluto riposo: proibito anche compiere qualcosa per soccorrere un malato. Ma lo sguardo di Gesù è su quell’uomo che sembra supplicarlo. Inoltre Gesù, scrive Marco, “guardandoli tutt’intorno con indignazione, rattristato per la durezza dei loro cuori”, dice a quell’uomo: “Tendi la mano!”, e lo guarisce. Qualcuno ha definito questo episodio come la storia di sguardi che si incrociano, nella durezza o nell’amore.

Sguardi di compassione e sguardi spietati. «L’uomo della mano secca si trova fra due sguardi diversi: sotto lo sguardo di Gesù, pieno di compassione che vuole dargli la vita, rinvigorire quella mano secca e impotente; e lo sguardo degli uomini religiosi che vedono la sua mano secca come un problema dell’uomo, perché le loro mani, credono, non sono secche, si considerano giusti e credono di essere in regola con i comandamenti della legge di Dio. Due sguardi molto diversi, non vi sfugga questo conflitto di sguardi che potrebbe ricordarci alcuna immagine potente del cinema muto dove tutto era spesso affidato all’intensità dello sguardo degli attori. Uno sguardo di compassione e uno sguardo spietato, lo sguardo della misericordia divina che ha pietà della nostra condizione, lo sguardo dell’uomo religioso spietato che si considera a posto e giudica tutti gli altri dalla superiorità pretesa della sua giustizia, che è in realtà ipocrisia. Lottano gli sguardi, sono in conflitto. Gesù guarda l’uomo della mano secca e sente una compassione senza limiti, un amore profondo. I farisei guardano l’uomo con indifferenza, ma guardano Gesù con attenzione per coglierlo in un fallo e accusarlo e condannarlo per toglierlo di mezzo. E Gesù guarda lo sguardo duro di quegli uomini e sente una tristezza profonda, un dolore intenso. Perché quello che si è seccato dentro quegli uomini religiosi è il cuore. Forse riescono a compiere ogni comandamento con una precisione da macchine collaudate, da meccanismi religiosi senza macchia. Ma i loro cuori sono vuoti, sono un deserto dentro, sono un lago di ghiaccio incapaci di sentire compassione, tenerezza, di commuoversi, di sentire pietà».

Guardare dentro. C’è un altro sguardo, ed è quello che tocca la parte interiore della persona che si guarda. Nei Vangeli troviamo anche quest’altra variante espressiva: “guardare dentro”. Gesù sapeva guardare dentro il cuore umano. E lo faceva con quella sua particolare, direi unica, capacità di arrivare a scuotere i veri sentimenti umani. Penso che gli apostoli ne sapessero qualcosa nel loro primo incontro con il Maestro, e soprattutto Pietro quando incrociò lo sguardo di Gesù dopo il tradimento.

Guardare in alto. Non solo “guardare attorno”, non solo “guardare dentro”, ma anche “guardare in alto”. Diversi i momenti narrati dagli evangelisti in cui Gesù elevava lo sguardo al cielo, per pregare il Padre. Chi non ricorda la preghiera di Gesù prima di compiere la moltiplicazione dei pani? «Prese i cinque pani e i due pesci, alzò gli occhi al cielo…» (Mc 6,41). Se ora consideriamo il cieco dopo la sua guarigione, possiamo dire che anche nei suoi riguardi possiamo trovare questa triplice variante del verbo “guardare”. Anche lui si guarda attorno: e che cosa vede? Solitudine, emarginazione, indifferenza, e anche cattiveria nei suoi riguardi. Proprio perché vede la realtà, si sente solo. Fosse rimasto cieco, un po’ di compassione l’avrebbe sempre avuta. Ora che “vede la realtà”, tutti lo rifiutano. Diventa scomodo. E si guarda anche dentro di sé: capisce che ha bisogno di Qualcuno di importante, di una Novità che appaghi la sua solitudine.

Infine guarda in alto, e scopre l’Essenziale.  Ecco il punto. E dove scopre l’Essenziale? Fuori della religione ufficiale. Dopo che è stato cacciato fuori, scrive Giovanni, incontra di nuovo Gesù, ma sotto un’altra luce. Forse non è tanto il luogo – fuori di una struttura – che conta per incontrare l’Essenziale. Tornano le parole dello scrittore Miller: «La nostra meta non è mai un luogo ma un nuovo modo di vedere le cose». Si può, si deve rimanere nella Chiesa anche struttura. Così rispondo a quanti mi chiedono il motivo per cui ci rimango. Il problema è lì: nel saper trovare “un nuovo modo di vedere le cose”. Diventano sempre attuali le parole della volpe al Piccolo Principe: “L’essenziale è invisibile agli occhi”.

Fonte:  http://www.dongiorgio.it/scelta.php?id=1500&nome=omelie


marzo 27, 2011

LA VERITÀ VI FARÀ LIBERI!

COME LEGGERE OGGI L’IMPORTANTE AFFERMAZIONE DI GESÙ

di Don Giorgio De Capitani dall’omelia del 27-3-2011

Scontro senza dialogo. Il brano del Vangelo di Giovanni 8,31-59 è uno tra i più drammatici riportati dai quattro Vangeli. Per dramma intendo un confronto durissimo. Qui salta tutto: non c’è spiraglio di dialogo. Più che confronto, è solo scontro, sia nelle parole che nei fatti. Poteva concludersi con una lapidazione, se Gesù non si fosse miracolosamente dileguato. Ci si accusa a vicenda usando anche l’arma dell’offesa, se per offesa s’intende il ricorso reciproco a termini che oggi suonerebbero come diffamazione soggetta a querela. Leggiamo parole come: prostituzione, indemoniato, samaritano, omicida, menzognero… Se tu oggi dovessi dare della puttana ad una giornalista che riporta fatti stravolgendoli per far piacere al padrone di casa, saresti querelato. Tra Gesù e i suoi avversari sono volati termini peggiori. Gesù sarà poi querelato, messo sotto processo, e condannato alla morte di croce.

Pregiudizi religiosi. Diciamo subito che lo scontro non è tra Gesù e i suoi ben noti avversari, scribi e farisei. Stavolta a contestarlo sono proprio quei giudei che avevano creduto in lui. Questo fa già capire tante cose. Forse sta qui tutta la rabbia di Cristo: nel constatare come, dietro a un’apparente adesione di fede, i pregiudizi religiosi rimangano intatti, e che di tempo ce ne voglia prima di aderire alla Novità. Diciamo meglio: prima che di tempo, parlerei di apertura mentale. Se non ci si apre subito alla Novità, il tempo da solo non potrà compiere il miracolo.

Lo scontro non riguardava questioni secondarie della religione. Era capitato che si arrivasse a litigare con gli scribi e i farisei su alcune formalità. Ora in questione sono valori quali la libertà e la verità. Ecco perché Gesù non poteva più sopportare interpretazioni distorte, manipolazioni, strumentalizzazioni, tanto più che di mezzo c’era la religione. Sì, la religione che, di per sé, si sente in obbligo di puntare il suo sguardo su Dio e da lì poi volgerlo sul mondo. Qualcuno ha accusato Gesù di aver detto poco sulla società come tale, nei suoi aspetti socio-politici, e di aver pensato solo a combattere la religione. Non ci si rende ancora conto del potere che ha la religione di schiavizzare le coscienze, di imprigionare lo stesso essere umano, di asservire l’Universo ai suoi fini. Gesù doveva anzitutto liberare la dignità del nostro essere figli di Dio dalle mura di una prigione che, in nome di Dio, toglieva spazi di libertà e luci di verità.

Monarchia e obbedienza. Ed è qui il mio discorso che vorrei ora fare sulla libertà e sulla verità. Cercherò di essere chiaro. In gioco ci sono valori che costituiscono il futuro dell’Umanità. Sto male, quando sento presentare la Chiesa o il Vaticano come un apparato statale: non avete mai sentito parlare del Segretario di Stato del Vaticano? Segretario di Stato! Pensate! Come si può immaginare una Chiesa come se fosse uno Stato con un suo governo, una sua gerarchia di poteri, con dei dicasteri, uffici vari, strutture, organismi? Mi sono chiesto: in fondo, perché la Chiesa è diventata una tale struttura da competere, nel potere e nel possesso, con gli Stati peggiori? E, per di più, la storia della monarchia – il Papa è un vero monarca assoluto – ha contribuito a dare alla Chiesa una più ferrea compattezza, tanto più che la virtù principale predicata e imposta – usando la tattica del volere di Dio, e del suo servo fedele Gesù Cristo – era l’obbedienza. Una obbedienza ottenuta usando in particolar modo il sacramento della confessione. In breve: io Chiesa creo i peccati (che aumentano in rapporto alle leggi che stabilisco), di conseguenza creo un disagio interiore, e ti costringo poi a confessare le tue colpe per liberarti dai tuoi disagi di coscienza, seguendo alcune vie privilegiate, una di questa è il confessionale.

Ordine e paura. Cosa c’entra tutto questo? C’entra, eccome, per potenziare il dovere dell’obbedienza. Con il peccato, il disagio e la confessione la Chiesa ha mantenuto, per secoli, l’ordine della struttura. Un regime politico si appoggia sulla obbedienza dei suoi cittadini, e per farli obbedire il mezzo più efficace è la paura di incorrere in qualche punizione. La Chiesa usa il timore della dannazione dell’anima, un tempo parlava d’inferno. Voi chiamate tutto questo libertà? Ed ecco la domanda: c’è una ragione che possa giustificare la buona fede di quella parte della Chiesa che è convinta di agire per il bene delle anime? Una ragione c’è, ed è qui che entra in gioco l’altra parola: verità.

Dogmatizzazione. Sì, è proprio per aver interpretato male la verità che la Chiesa ha tolto anche la libertà. Proprio per proteggere la verità, ma nel modo sbagliato. L’ha protetta per paura che la verità fosse soggetta alla ricerca, e per fare questo ha fatto sì che, ad ogni polemica, seguisse subito una dogmatizzazione della verità: ingabbiarla, renderla intoccabile, dicendo che non era più soggetta a discussioni. Ogni dogma chiudeva ogni possibilità di ulteriore ricerca. Ogni dogma metteva un marchio sulla verità, un sigillo, il copyright. Proprietà privata! Anche la struttura, anche il potere, anche gli organismi vari erano tutti in funzione di una verità dogmatica, per proteggerla, ma da che cosa? Ecco il punto. A che serve proteggere la verità, quando la verità, stretta in un dogmatismo chiuso ad ogni Novità, diventa inutile, sterile?

Appropriazione.  Sta qui un grosso equivoco. Il più grande equivoco della religione. Fare cioè della verità un privilegio, una sua proprietà. Anche l’errore della Chiesa sta qui: nel non capire che la verità è fuori di ogni schema, di ogni struttura, di ogni religione: la verità, se possiamo trovarle una casa, abita nell’Universo, è disseminata nell’Universo. La religione casomai dovrebbe aiutarci a scoprirla nell’Umanità e nell’essere umano in quanto essere umano. Così la Chiesa che non deve perciò ritenersi l’unica casa dove abita la verità.

Verità che salva. Proprio in nome della verità che si è fatta dogma da proteggere tra quattro mura, nelle sue formulazioni più restrittive, in una rigidità di vocabolario al limite del fondamentalismo più bieco, la Chiesa è dovuta ricorrere ad ogni mezzo per garantire la verità, la “sua” verità, bruciando libri ritenuti pericolosi, mandando al rogo gli eretici o ritenuti tali, sospettando di tutto e di tutti, chiedendo vergognosi giuramenti prima di assumere certe cariche ecclesiastiche, minacciando scomuniche. La verità-dogma ha giustificato porcherie, torture, emarginazioni. E poi ha avuto, e tuttora ce l’ha, la spudoratezza di parlare di una verità che salva! Sì, in realtà sta proprio qui il valore della verità rivelata: verità che salva. E come si può parlare di verità salvifica quando non si è fatto altro che voler a tutti i costi salvare la verità da ogni tentativo di ricerca? E la ricerca della verità non consiste forse nel dare alla verità più possibilità di salvezza?

Verità da ricercare. Il peccato più grosso della Chiesa è stato quello di boicottare ogni ricerca della verità, e perciò di togliere all’Umanità di camminare nella storia della salvezza. E per salvezza intendo libertà, democrazia, progresso, sviluppo, umanesimo. La verità è nell’Universo in ogni sua particella, in ogni suo respiro. Il vero credente è colui che guarda il mondo intero, e allarga le sue possibilità di vivere in libertà. Il vero credente è colui che dubita di ogni dogma come ostacolo alla ricerca. La verità è ricerca. Il vero credente è colui che teme le strutture troppo rigide. Casomai le prende per sviluppare con più forza la sua ricerca di una verità che è infinita, e se è infinita non può essere chiusa tra quattro mura, o in un dogma. La Chiesa non deve temere le ricerche nel campo scientifico o filosofico, e non deve allearsi con le teorie che fanno comodo alle sue dottrine. E tanto meno la Chiesa deve mettere sotto sigillo la teologia che, come dice la parola, è lo studio sulle verità che riguardano Dio. Studiare non è solo imparare a memoria formule già precostituire, ma approfondire ovvero ricercare la verità divina. Non si chiede alla Chiesa il permesso di cercare, ma il diritto di cercare, perché la verità è ricerca. Ma la Chiesa stessa ha il dovere di mettersi in ricerca, di uscire da se stessa come struttura, perché la Verità non è la Chiesa.

Farsi guidare dalla profezia. Allora – se sono stato chiaro – il vero peccato della Chiesa è di fondo, strutturale: in due mila anni non ha fatto altro che ridurre le verità in formule, in dogmi, e ha condizionato tutto in funzione di una dottrina asettica, priva di salvezza e non si è accontentata di ingabbiare le verità religiose, ma la verità in sé, mortificando la ricerca nel campo scientifico e filosofico. Qui potrei parlare di un crimine di cui oggi paghiamo le conseguenze. Ha ucciso l’umanesimo, il rinascimento, l’illuminismo, la civiltà. Qualcuno obietterà: la Chiesa nei momenti bui della storia è stata come un faro, ha lasciato orme di santità, è stata talora l’unica testimonianza di quella carità sociale che ha dato speranza ai più deboli. Tutto vero! Non vedo tuttavia un rapporto vitale tra la dottrina e la carità, c’è sempre stato un grande divario tra la profezia e una dottrina tanto rigida quanto disumana. Il bene sociale è stato lasciato nelle mani di un volontariato coraggioso e talora eroico, mentre la dottrina ha tenuto la Chiesa ingessata, a freno, sempre in ritardo sul progresso umano. Se la carità illuminava il cammino, il dogma spegneva il giorno. Ma la carità senza la profezia è puro pragmatismo del momento. Se si vuole incidere sul progresso dell’Umanità, occorre farsi guidare dalla Profezia, ma la Profezia ha sempre trovato ostacoli nella Chiesa, la quale invece dava credito alla dottrina, chiusa all’Umanità. La Profezia cammina, la dottrina è immobile. La profezia è vita, la dottrina è morta.

Basta il volontariato? Vorrei concludere con una domanda molto attuale: di tutta la secolare dottrina-dogma della Chiesa che cosa oggi è rimasto? Sì, la carità continua la sua strada, per fortuna, anche se il volontariato ha perso parecchio della profezia di un tempo, profezia legata anche alla gratuità del gesto, ma basta il volontariato per dare più futuro a questa società che sembra in balìa della demenza più atroce e della follia più cieca? Un volontariato cristiano, tra l’altro, che è una contraddizione: cerca di sanare o di alleviare le ferite di una politica economica che la Chiesa stessa sostiene! E la Chiesa insiste nelle sue battaglie per proteggere principi assurdi che non stanno né in cielo né in terra, nel campo soprattutto della morale e della bioetica, e difende una politica che ogni giorno si diverte a strozzare la libertà del nostro essere umano. La verità vi farà liberi! Mio Dio, ma quale verità? Se in realtà non ci sentiamo oggi per nulla liberi, quale verità abbiamo finora predicato? E perché ci ostiniamo a predicare una verità che non libera affatto?

Fonte: http://www.dongiorgio.it/scelta.php?id=1493&nome=omelie


marzo 16, 2011

I CATTOLICI TEDESCHI E IL BIOTESTAMENTO

INCOMPRENSIBILI DIFFERENZE RISPETTO AGLI ITALIANI

di ADRIANO PROSPERI  La Repubblica 15 marzo 2011 —   pagina 51   sezione: COMMENTI

 

Uso strumentale del fine vita. È così difficile ragionare sulle cose italiane. E, più che difficile, sembra quasi un lusso parlare della diatriba sulla legge del «fine vita» sullo sfondo di una cronaca del mondo dove la violenza della natura e quella degli uomini falciano vite senza regola e senza leggi. Eppure bisogna tentare di farlo, almeno per reagire all’uso strumentale di questo progetto di legge e al clima che si è voluto creare intorno ad esso. Si va rapidamente all’approvazione di norme sul testamento biologico in un clima di crociata che il governo attuale ha fortemente voluto e sul quale conta per far passare inosservate le prove processuali che attendono il premier. In questo clima la stampa cattolica ha messo la sordina a qualunque critica e si è schierata dietro la bandiera della «indisponibilità della vita». Monsignor Luigi Negri vescovo di San Marino ha chiamato a raccolta per la difesa di «principi non negoziabili». E questa sembra la parola d’ordine più diffusa, anche se un altro vescovo, Luigi Bettazzi, ha ricordato al confratello che il dovere di tutelare la vita si esprime soprattutto con l’aiuto a tutte le vite minacciate: da quelle degli immigrati in fuga dalla miseria insopportabile e dalla persecuzione politica (il lettore pensa a Gheddafi e al supporto italiano al suo regime) a quelle dei bambini che non nascono perché non ci sono da noi leggi come quelle della «laica» Francia che incoraggiano il matrimonio e la procreazione; e fino a quelle dei giovani senza lavoro condannati alla disperazione.

 

E che dire di quella idolatria del danaro e del successo che porta le famiglie a incoraggiare le ragazze di casa a vendersi ad alto prezzo? Ma sullo sfondo di questi garbati dissensi resta l’ombra di un pericolo contro il quale il fronte cattolico appare compatto: l’eutanasia. Ora, poiché per i malati terminali non ci sarà la possibilità di quel turismo sanitario praticato da chi ha voluto avere figli sfuggendo alle forche della legge 40 sulla fecondazione assistita, sarebbe bene confrontare il caso italiano con quello della Germania. Come ha raccontato Marlis Ingemney in un articolo molto preciso e informato uscito su Micromega on-line, qui le Chiese cristiane tutte, inclusa quella cattolica, hanno dedicato assidue riflessioni alla questione. Nel 1975 avevano pubblicato un opuscolo per i fedeli molto preciso e dettagliato. Lo hanno ripreso e rielaborato con un lavoro durato diciannove mesi dopo che il Bundestag ha approvato nel giugno 2009 la legge sulle «disposizioni del paziente».

 

Dignità. La legge tedesca parla di «diritto alla vita» e non della vita come dovere, come obbligo; e impone il rispetto delle disposizioni date dai singoli nel quadro della intangibile dignità dell’uomo come individuo, affidando al potere statale solo l’obbligo di difendere la vita individuale se minacciata dall’intervento di terzi. Di questa legge le Chiese nel loro documento hanno criticato lo squilibrio tra il rispetto dell’autodeterminazione e la mancanza di una concreta presa in carico del paziente, chiedendo una assistenza alle persone capace di perfezionare e rendere effettiva quella autonomia dei singoli. Ma intanto già nel documento del 1975 il Consiglio permanente delle Chiese aveva riconosciuto il diritto di ognuno a una morte dignitosa e da qui aveva dedotto che fosse «eticamente ammissibile» rinunciare a interventi e trattamenti sanitari straordinari per prolungare artificialmente una vita senza speranza.

 

«La morale non richiede terapie a ogni costo»: questa frase introdotta nel testo tedesco del 1992 del Catechismo post-conciliare cattolico segnò già allora la via che si voleva battere. Oggi che la nuova normativa riconosce il diritto individuale a rifiutare anche i trattamenti medici salvavita, le Chiese non contestano quel diritto, anzi lo riconoscono ammettendo esplicitamente la possibilità di una «eutanasia passiva» o «indiretta». Si limitano a chiedere ai fedeli di avvalersene solo quando ci si trovi nello stadio terminale di una malattia incurabile. In un modulo allegato al testo il lettore può barrare precise caselle per richiedere per esempio che solo col consenso del paziente o dei suoi fiduciari si possa procedere alla nutrizione e idratazione artificiale o alla somministrazione di farmaci che possano alleviare i dolori anche se c’è il rischio di abbreviare così la vita del moribondo.

 

Stato vegetativo. Ma il punto più interessante per i lettori italiani ossessionati dal battage indegno di nuovo orchestrato intorno al caso Englaro è quello che riguarda non la persona di cui sia imminente o prevedibile la morte, ma la persona che versa in stato vegetativo persistente. Chi vorrà dare indicazioni per l’ipotesi di trovarsi un giorno nella condizione angosciosa di tale stato, potrà farlo anche secondo i vescovi tedeschi, che hanno finito con l’accordarsi sostanzialmente con gli evangelici su questo delicatissimo punto. Nel modulo allegato al testo si può barrare una casella che chiede la cessazione di tutti i trattamenti salvavita inclusa la nutrizione artificiale per chi, caduto nello stato vegetativo, vi permanesse per un lungo periodo (per esempio un anno)o fosse minacciato da una malattia intercorrente acuta.

 

Perché queste differenze tra Chiesa cattolica tedesca e Chiesa cattolica italiana? Perché ciò che è tranquillamente ammesso in un paese è severamente vietato nell’altro? Bene, il caso non è nuovo. Già secoli fa, ai tedeschi rimasti cattolici la Chiesa di Roma riserbò su molte questioni un trattamento diverso rispetto a quelli italiani: se ne potrebbe dare un lungo elenco. Ma a questa differenza che ebbe le sue evidenti ragioni tattiche nella necessità di fronteggiare la sfida della Riforma protestante si sono aggiunti nel corso dei secoli motivi legati al regime di dialogo tra confessioni e fedi diverse. La libertà di coscienza ha dato vita a un confronto che ha coinvolto i rapporti tra Chiese e stato, tra l’ordinamento laico e l’esperienza di lunga durata dell’ordinamento ecclesiastico. Da qui la serietà di una riflessione attenta e partecipe sugli imprevisti che possono minacciare la dignità della vita individuale e la volontà di dimostrare coi fatti la capacità del corpo ecclesiastico di contribuire concretamente alla tutela della dignità dell’essere umano. Visto dall’Italia vaticana, questo paesaggio sembra molto lontano. E forse alla fine quell’Inferno che un papa tedesco ha cominciato a mettere in discussione finirà col restare aperto solo per gli italiani. –

 

 

marzo 13, 2011

IL DESERTO, OVVERO IL LUOGO DELLA PAROLA

PERCORSO EDUCATIVO CONTRO L’IDOLATRIA

di Don Giorgio De Capitani  dall’omelia del 13-3-2011, prima domenica di quaresima

Cristo è stato tentato, ovvero messo alla prova (questo è il senso originale della parola “tentazione”), prima di iniziare il suo ministero pubblico. Sembra quasi di poter leggere nel pensiero del Padre: Figlio, fammi capire senza equivoci qual è la tua scelta! Patti chiari, subito! Una pagina dunque, quella delle tentazioni, che viene come messa in scena, rappresentata visivamente, per farci cogliere, al di là delle sensazioni, il vero messaggio che è tutto lì, in quella triplice secca risposta che Cristo ha dato al Maligno, diciamo meglio: diavolo. La parola diavolo significa colui che divide. Da qui: calunniatore. Sarebbe già interessante soffermarsi sulla finalità di fondo di ogni azione diabolica: appunto quella di contrapporre la verità alla menzogna.

Tentazioni per crescere. Vorrei soffermarmi invece sulla parola “deserto”. Fin da bambini, se a colpirci era soprattutto quel brutto o talora simpatico diavolaccio che si divertiva a far volare Gesù, anche la parola “deserto” ci affascinava parecchio, a mano a mano crescevamo nell’età. Il deserto: chi tra noi ragazzi l’aveva visto per potersene fare una certa idea? Eppure il deserto tornava spesso nei racconti biblici di avvenimenti che avevano segnato momenti particolari della storia del popolo eletto: uno su tutti, il periodo durato quarant’anni trascorso proprio nel deserto prima dell’ingresso nella Terra promessa. Non ho citato a caso questo esempio: quel periodo di lotte e di prove è stato uno dei motivi per cui Gesù è stato spinto dallo Spirito nel deserto. Non ho sbagliato parola: è stato proprio lo Spirito del bene a condurre Gesù nel deserto per essere poi tentato dallo Spirito del male. È Dio a tentarci più che il diavolo. La nostra vita è tutta una prova, una tentazione. La tentazione purifica le nostre scelte, ci fa crescere, maturare. La parte del demonio sta nell’approfittare della tentazione o della prova per farci cadere nelle trappole, magari semplicemente nel farci fare scelte minime. Solitamente si parte dal giocare al ribasso, per poi scendere al di sotto del livello del minimo, e si cade nel male. C’è ancora gente che si confessa di avere delle tentazioni come se le tentazioni in sé fossero mancanze o peccati. Casomai, è il contrario: è quando non si hanno più tentazioni che bisognerebbe preoccuparsi.

Anche i dubbi sono tentazioni o prove che hanno un loro vantaggio: farci riflettere, porci domande, cercare risposte. Uno che non dubita mai non è neppure un essere umano. Ciò che fa grande un uomo è il dubbio. Le certezze assolute hanno sempre portato alla dittatura, e i dittatori sono coloro che non si mettono mai in dubbio, e sono i più pericolosi.  Torniamo al deserto. Il deserto ha tuttora un certo fascino. Almeno su di me. Mi fa pensare a tante cose. Edmond Jabès, poeta, figlio di ebrei italiani, nato e cresciuto in Egitto, ma con educazione francese, ha scritto: “L’esperienza del deserto è stata per me dominante. Tra cielo e sabbia, fra il Tutto e il Nulla, la domanda diventa bruciante. Come il roveto ardente, essa brucia e non si consuma. Brucia per se stessa, nel vuoto. L’esperienza del deserto è anche l’ascolto, l’estremo ascolto”. Diciamo subito che il deserto è anzitutto un luogo. Scrive Enzo Bianchi, della Comunità di Bose. «Il deserto biblico non è quasi mai il deserto di sabbia, ma è frutto dell’erosione del vento, dell’azione dell’acqua dovuta alle piogge rare ma violente, ed è caratterizzato da brusche escursioni termiche fra il giorno e la notte (cf. Salmo 121,6).

Pedagogia.  Refrattario alla presenza umana e ostile alla vita (Numeri 20,5), il deserto, questo luogo di morte, diviene nella Bibbia la necessaria pedagogia del credente, l’iniziazione attraverso cui la massa di schiavi usciti dall’Egitto diviene il popolo di Dio, diviene in sostanza luogo di rinascita. La nascita del mondo come cosmo ordinato non avviene forse a partire dal caos informe del deserto degli inizi? La terra segnata da mancanza e negatività (“Quando il Signore Dio fece la terra e il cielo, nessun cespuglio campestre era sulla terra, nessuna erba campestre era spuntata, perché il Signore Dio non aveva fatto piovere sulla terra”: Genesi 2,4b-5) diviene il giardino apprestato per l’uomo nell’opera creazionale (Genesi 2,8-15). E la nuova creazione, l’era messianica, non sarà forse un far fiorire il deserto? “Si rallegreranno il deserto e la terra arida, esulterà e fiorirà la steppa, fiorirà come fiore di narciso” (Isaia 35,1-2). Ma tra prima creazione e nuova creazione si stende l’opera di creatio continua, l’intervento salvifico di Dio nella storia.

Rivelazioni. Ed è in quella storia che il deserto appare come luogo delle grandi rivelazioni di Dio: nel midbar (deserto), dice il Talmud, Dio si fa sentire come medabber (colui che parla) (in ebraico dabar indica la parola, midbar tradotto in “deserto” significa di per sé il “posto della parola”). È nel deserto che Mosè vede il roveto ardente e riceve la rivelazione del Nome (Esodo 3,1-14); è nel deserto che Dio dona la Legge al suo popolo, lo incontra e si lega a lui in alleanza (Esodo 19-24); è nel deserto che colma di doni il suo popolo (la manna, le quaglie, l’acqua dalla roccia); è nel deserto che si fa presente a Elia nella “voce di un silenzio sottile” (1 Libro dei Re 19,12); è nel deserto che attirerà nuovamente a sé la sua sposa-Israele dopo il tradimento di quest’ultima (Osea 2,16) per rinnovare l’alleanza nuziale… ».

Simboli. Tenendo presenti questi due aspetti, negativi e positivi – l’uno non può fare a meno dell’altro – il deserto, continua Enzo Bianchi, rimanda a tre grandi ambiti simbolici: lo spazio, il tempo, il cammino. «Spazio ostile da attraversare per giungere alla terra promessa; tempo lungo ma a termine, con una fine, tempo intermedio di un’attesa, di una speranza; cammino faticoso, duro, tra un’uscita da un grembo di schiavitù e l’ingresso in una terra accogliente, “che stilla latte e miele”: ecco il deserto dell’esodo! La spazialità arida, monotona, fatta silenzio, del deserto si riverbera nel paesaggio interiore del credente come prova, come tentazione. Valeva la pena l’esodo? Non era meglio rimanere in Egitto? Che salvezza è mai quella in cui si patiscono la fame e la sete, in cui ogni giorno porta in dote agli umani la visione del medesimo orizzonte? Non è facile accettare che il deserto è parte integrante della salvezza! Nel deserto allora Israele tenta Dio, e il luogo desertico si mostra essere un terribile vaglio, un rivelatore di ciò che abita il cuore umano. “Ricordati di tutto il cammino che il Signore tuo Dio ti ha fatto percorrere in questi quarant’anni nel deserto, per umiliarti e metterti alla prova, per sapere quello che avevi nel cuore” (Deuteronomio 8,2).

Educazione e ribellioni. Il deserto è un’educazione alla conoscenza di sé, e forse il viaggio intrapreso dal padre dei credenti, Abramo, a risposta dell’invito di Dio “Va’ verso te stesso!” (Genesi 12,1), coglie il senso spirituale del viaggio nel deserto. Il deserto è il luogo delle ribellioni a Dio, delle mormorazioni, delle contestazioni (Esodo 14,11-12; 15,24; 16,2-3.20.27; 17,2-3.7; Numeri 12,1-2; 14,2-4; 16,3-4; 20,2-5; 21,4-5)». Tutto ciò fa capire il perché anche Gesù è stato spinto dallo Spirito nel deserto. Qui, nel deserto, darà il via al suo ministero, tentato in pochi giorni – il numero quaranta richiama i quarant’anni dell’esodo – con un faccia a faccia con il potere dell’illusione satanica e qui nel deserto sarà costretto a scegliere: tra lo spettacolare e l’essenziale di una Parola che non soffre vestiti, formalità, compromessi.

Avventura della libertà. Continua Enzo Bianchi: «Il deserto appare anche come tempo intermedio: non ci si installa nel deserto, ma si traversa il deserto! Quaranta anni, quaranta giorni: è il tempo del deserto per tutto Israele, ma anche per Mosè, per Elia, per Gesù. Tempo che può essere vissuto solo imparando la pazienza, l’attesa, la perseveranza, accettando il caro prezzo della speranza. E forse, l’immensità del tempo del deserto è già esperienza e pregustazione di eternità! Ma il deserto è anche cammino: nel deserto occorre avanzare, non è consentito “disertare”, ma la tentazione è la regressione, la paura che spinge a tornare indietro, a preferire la sicurezza della schiavitù egiziana al rischio dell’avventura della libertà. Una libertà che non è situata al termine del cammino, ma che si vive nel cammino. Ma per compiere questo cammino occorre essere leggeri, con pochi bagagli: il deserto insegna l’essenzialità, è apprendistato di sottrazione e di spogliazione».

Essenzialità!  Mio Dio, sta qui il segreto di ogni felicità. Nell’aldilà il godimento dell’essere sarà il suo stesso essere nella sua nudità, come essere. In questa vita, l’essenzialità è il segreto del nostro star bene, del nostro star meglio. Essenzialità! Se capissimo il valore della essenzialità, troveremmo la soluzione ad ogni problema, anche nel campo socio-politico ed economico. E questo è il nostro messaggio da credenti. Sta qui, nella essenzialità di una Parola che è la nuda verità, il nostro impegno di cristiani. L’essenzialità porta alla povertà di beni, all’uso moderato di essi, ad evitare i compromessi col potere per sostenere opere che non parlano il linguaggio della essenzialità e della povertà. Interessante quando Enzo Bianchi parla di “apprendistato di sottrazione e di spogliazione”. La parola “sottrazione”, più che la parola “spogliazione”, ci fa riflettere in questo tempo in cui tutti promettono aggiunte, un di più, l’eccedente, anche se poi, in pratica, fanno di tutto per lasciarci in mutande. “Sottrazione”: sottrarre ciò che impedisce il cammino in libertà. Non sono più concepibili sacrifici che sacrificano il nostro essere e neppure i valori del corpo. Nulla si deve sottrarre di ciò che è umano. Da sottrarre è ciò che è accessorio, illusorio, quel di più che appesantisce il nostro essere.

Idolatria. Scrive ancora Enzo Bianchi: «Il deserto è magistero di fede: esso aguzza lo sguardo interiore e fa dell’uomo un vigilante, un uomo dall’occhio penetrante. L’uomo del deserto può così riconoscere la presenza di Dio e denunciare l’idolatria». Qui il discorso si farebbe lungo. Dio e idolatria non stanno insieme. Bisognerebbe riflettere di più su Dio e sul mondo idolatrico che solitamente – parlo di noi credenti – accompagna il nostro credo. Parliamo di Dio e adoriamo un mondo di cose e di beni che sostituiscono Dio. O meglio, noi credenti non facciamo altro che parlare di Dio come se fosse il vero Dio, in realtà il Dio in cui crediamo e, ancor peggio, il Dio che imponiamo agli altri è un idolo, l’immagine di una religione che deturpa nel modo più osceno il volto del Dio di Gesù Cristo.

Mammona. Non giochiamo sulle parole: ancora oggi – lo è sempre stato – il vero idolo è il denaro. Dio è il denaro. Ancora oggi la religione è denaro. Ancora oggi il dio della religione è mammona. Satana qui rivela tutta la sua scaltrezza: non contrappone Dio al denaro, sminuendo l’importanza di Dio e ingigantendo quella del denaro. No! Con una capacità di convinzione, veramente diabolica, fa credere che Dio stesso è il denaro, e che il denaro è Dio. I peggiori materialisti sono i mistici o quelli che appaiono tali: qui la conversione è quasi impossibile, qui il deserto diventa solo sogno di cose che mancano. Questo è il vero peccato di blasfemia: quando il misticismo sposa il materialismo. Il vero pericolo non è l’ateo materialista ma il credente materialista.

febbraio 18, 2011

IL TEMPO DELL’ANIMA


IL BESTSELLER DI FOX TEOLOGO ERETICO

di  VITO MANCUSO La Repubblica  17 febbraio 2011 pag. 58   sezione: CULTURA

Ci sono libri che mettono paura a chi detiene il potere. Forse anche così si spiega il paradosso di un bestseller pubblicato in America nel 1983, tradotto nelle principali lingue del mondo e che arriva in Italia solo ora col titolo In principio era la gioia. L’autore, Matthew Fox, prima della pubblicazione era un padre domenicano, ma dopo venne espulso dal suo ordine dietro iniziativa dell’allora cardinal Ratzinger in qualità di Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede. Così Fox commenta l’accaduto: «Dalla reazione esagerata di Ratzinger al messaggio di speranza, creatività e responsabilità di questo libro, ho imparato che la fazione patriarcale del Cristianesimo è legata a filo doppio con il peccato originale (…). Ha definito questo libro “pericoloso e fuorviante” e mi ha fatto espellere dall’ordine domenicano (…). Io sono convinto che a essere pericolosa e fuorviante sia la crescita del controllo patriarcale, del pessimismo, dell’antropocentrismo e dell’ideologia del peccato originale». Fox intende restaurare il più autentico cristianesimo in fedeltà all’ideale originario del fondatore, l’ebreo Gesù di Nazareth, per una spiritualità non-dualistica, amica di Dio e amica del mondo, fedele al mondo e proprio per questo fedele a Dio, la spiritualità della gioia quieta e della perfetta letizia vissuta da Ildegarda di Bingen, Francesco d’Assisi, Meister Eckhart, Giuliana di Norwich, Matilde di Magdeburgo, Teilhard de Chardin, Thomas Merton e molti altri grandi spirituali.

 

Spiritualità cosmocentrica. Nonostante i suoi libri siano tradotti in 42 lingue, Matthew Fox è sconosciuto in Italia. Eppure il nostro paese avrebbe un motivo in più per interessarsi di lui, vale a dire il fatto di essere la patria di un altro ex frate domenicano che pure faceva paura al potere ecclesiastico e che per questo venne bruciato vivo il 17 febbraio 1600 a Roma in Campo de’Fiori, Giordano Bruno. Pur nel rispetto delle proporzioni e senza voler fare in alcun modo di Fox un Bruno redivivo, vi sono tuttavia alcune concrete analogie: l’appartenenza all’ordine domenicano, l’ostilità della Chiesa gerarchica, l’importanza della scienza per la loro spiritualità, l’interesse per le altre religioni, e infine il nucleo stesso della proposta spirituale che per entrambi si caratterizza come religiosità cosmocentrica basata su tre punti fondamentali: 1) immanenza di Dio nella natura e conseguente abbattimento del dualismo Dio-Mondo; 2) spiritualità come riconoscenza verso la vita; 3) lotta contro la cupa ideologia del peccato originale.

 

Libera ricerca spirituale. Con il libro di Matthew Fox si apre la collana fondata e diretta da Elido Fazi e me con il nome “Campo dei Fiori”. I motivi che ci hanno spinto a questa iniziativa risiedono nella qualità spirituale del nostro tempo, un’epoca senza più una religione condivisa ma con una grande domanda di spiritualità. È precisamente questa domanda che la nostra collana intende laicamente interpretare. Al di là di chi vive la spiritualità come disciplinata obbedienza a un’istituzione e di chi, sul fronte opposto, nega la dimensione universalmente umana della ricerca spirituale, con questa collana intendiamo promuovere una spiritualità come fiducia nella vita, libertà critica, amore per la bellezza, comunione con la natura e con gli esseri umani. Abbiamo chiamato la collana “Campo dei Fiori” in omaggio alla libera ricerca spirituale che condusse Giordano Bruno sul rogo dell’Inquisizione cattolica nella quasi omonima piazza di Roma. Prima e dopo di lui altri uomini e altre donne subirono la medesima sorte. Vennero uccisi solo perché avevano idee religiose diverse rispetto a quelle del potere ecclesiastico costituito. Uccisi in modo da procurare loro le sofferenze più atroci. Uccisi in modo che del loro corpo non rimanesse più nulla, le ceneri disperse nel Tevere o in Arno o nel Po, o semplicemente ammonticchiate con le verdure marcite e lo sterco degli asini e dei cavalli in un angolo della piazza dell’esecuzione, dove di solito si aveva un gran accorrere di popolo, e quindi di animali. Bruciandoli, si volevano impedire due cose: che sulla loro tomba si originasse un culto e che i loro corpi si ricomponessero nel giorno dell’ultimo giudizio al momento della “risurrezione della carne”.

 

Sacralità della vita. Sarebbe bello, oltre che giusto, che queste vittime del fanatismo venissero ricordate anche da coloro che oggi difendono la sacralità della vita, come monito esemplare per comprendere che non esiste modalità migliore di rispettare la sacralità della vita umana che non sia quello di rispettare la sacralità della vita umana libera, nella sua singolare autodeterminazione, e che quando non si è disposti a rispettare la libertà degli altri non è difficile che si giunga a non rispettarne neppure la vita fisica. Io sono convinto che senza il sacrificio di questi liberi cercatori della verità, noi non saremmo arrivati a godere della libertà intellettuale che oggi, tutti, cattolici e non cattolici, qui in occidente possiamo esercitare. Nella storia nessuno regala nulla, e se il potere della Chiesa cattolica (e di altre chiese in altre nazioni) è giunto a cedere il controllo sul pensiero esercitato per secoli con sistematico assolutismo, è stato principalmente a causa della forza di questo sangue innocente che, come quello di Abele il giusto, si è levato per secoli e si leva ancora oggi in grido verso Dio. Pensando a esso, si diviene consapevoli della forza dello spirito umano, che sceglie di morire tra i più atroci tormenti piuttosto che rinnegare la propria fede e i propri ideali. Esattamente come nel caso dei martiri cristiani dei primi secoli, del ‘900 e dei nostri giorni. In forza di questo sangue versato la popolazione d’Europa è giunta a realizzare a livello politico quello che, paradossalmente, la teologia a livello teorico ha sempre saputo, cioè il primato insindacabile della coscienza, il luogo dove abita lo spirito di Dio. Anche per questo ancora oggi, anzi forse soprattutto oggi, voci come quella di Matthew Fox sono tanto preziose.

novembre 20, 2010

TRA IL SINAI E SICHEM

CONTRO LE IDOLATRIE QUOTIDIANE

NON SERVIRSI DI DIO MA SERVIRLO

di  Piero Stefani*

 

Proclama il comandamento:  «Non avrai altri dèi di fronte a me» (Es 20,3). Cosa significa quel «di fronte a me»? Se volessimo compiere un calco letterale (eccessivo) dell’ebraico, si dovrebbe tradurre così: «non saranno a te dèi altri sopra il mio volto». Vale a dire: non bisogna sovrapporre altro al volto del Signore. La formulazione ci aiuta a capire che il comandamento non va inteso né come un imperativo di uscire dall’idolatria, né come un invito a scegliere tra Dio e gli dèi. La constatazione che il Signore, all’inizio del Decalogo, si presenti come colui che ha fatto uscire il suo popolo dall’Egitto comporta che Egli si sia già manifestato. Il precetto quindi non va inteso nel senso che Dio, rivolgendosi al popolo ebraico, gli dica: «adesso non devi più essere idolatra e devi credere al Dio unico». Questa fede c’era già. Per dirla in breve: il comando è rivolto a monoteisti e non già a politeisti o a pagani. L’idolatria di cui parla il Decalogo va compresa, per usare termini contemporanei, come una degenerazione, o, se si vuole, un tradimento della fede.

 

Il «non avere altri dèi di fronte a me», significa non offuscare la fede nel Signore costruendo idoli che lo deturpano. L’idolatria è una tentazione perenne di ogni credente nel Dio vivo e vero. Quali siano gli idoli propri di coloro che accettano il patto, può essere riassunto in una formula: è tutto quanto offusca l’immagine di Dio liberatore che chiama alla libera scelta di accettare la sua regalità (proposta contenuta nel diciannovesimo capitolo dell’Esodo). L’accoglimento della signoria di Dio e il rifiuto degli idoli sono due aspetti complementari: per godere del sole bisogna non stare all’ombra. Tuttavia non è raro che il sole sia bruciante, perciò la costruzione di spazi umbratili è tentazione perenne. Dio è esigente.

 

Non contro il politeismo.  Quanto si è andati fin qui dicendo non va assunto come prospettiva generale. Nella Bibbia non è affatto impossibile trovare un patto che preveda l’esistenza di un’alternativa formulata in questi termini: scegliete tra il Dio vero e gli altri dèi. Esempi ve ne sono; il più celebre tra essi è contenuto nel libro di Giosuè. Tuttavia l’alleanza sinaitica non può essere ricondotta a questo modello. Non è pensabile che il Signore si manifesti dicendo: o con me o con gli altri dèi. La teofania di Jhwh confuta, dall’interno, ogni idolatria. Perciò la scelta tra Dio e gli dèi deve essere prospettata al popolo a opera di un uomo e non da parte del Signore. È quanto avvenne nella «grande assemblea di Sichem» di cui si parla nel libro di Giosuè. Al cospetto di tutto il popolo, il successore di Mosè tiene un discorso che inizia ricordando, nell’ordine, l’antica condizione di idolatra di Terach, padre di Abramo, la discesa in Egitto, la liberazione (ma non il Sinai) e l’ingresso nella terra di Canaan (per intenderci la cosiddetta “Terra promessa”). A questo punto Giosuè propone l’alternativa: «Se sembra male ai vostri occhi servire il Signore, sceglietevi oggi chi servire: se gli dèi che i vostri padri hanno servito oltre il Fiume, oppure gli dèi degli Amorrei, nel cui territorio abitate. Quanto a me e alla mia casa, serviremo il Signore”. Il popolo rispose: “Lontano da noi abbandonare il Signore per servire altri dèi! Poiché è il Signore, nostro Dio, che ha fatto salire noi e i nostri padri dalla terra d’Egitto…”» (Gs 24,14-15).

 

Ma contro i nostri idoli.  In questo brano vi è una scelta proposta da Giosuè e fatta proprio dal popolo; non c’è, perciò, un’offerta di alleanza avanzata dal Signore. È chiaro che nel libro dell’Esodo e in quello di Giosuè ci troviamo di fronte a tradizioni diverse. A conferma di ciò basterebbe il fatto che Giosuè ignora la stessa presenza del Sinai. Quanto conta è tener presente che Giosuè prospetta al popolo la scelta tra il Dio d’Israele e gli idoli proprio perché non si richiama al Sinai. Per converso, dunque, ciò conferma che il comandamento contenuto nel Decalogo di non avere altri dèi di fronte al Signore non va inteso come alternativa tra «fede monoteistica» e «idolatria».

 

Servirsi anziché servire.  In un certo senso si può affermare che la differenza tra Sinai e Sichem sta nel fatto che nel primo caso c’è un patto tra il Signore e il suo popolo, mentre nel secondo è il popolo che, davanti al proprio capo, si impegna a servire il Signore. A Sichem siamo di fronte a un gruppo di persone che sceglie collettivamente di servire una divinità piuttosto che altre. Il primo comandamento, di contro, non va inteso come un invito a scegliere tra il Signore e gli idoli. Vale la pena di ribadirlo; secondo «le Dieci Parole»: l’idolatria costituisce una forma di degenerazione a cui si è esposti una volta che si è già aderito al Signore. Si può proporre una formula molto sintetica ed evocativa: all’interno dell’accoglimento del patto, essere idolatri significa servirsi di Dio in luogo di servirlo. In questa luce va recepita la proibizione di farsi immagini (in realtà dotata di molti altri significati) presente nei versetti immediatamente successivi (Es 20,4-6). Il cuore di ogni idolatria antica o contemporanea, sta nel fabbricare immagini sacre – in senso proprio e soprattutto in senso lato – al fine di servirsene per qualche scopo di parte. In definitiva, il comandamento non dichiara «scegli Dio piuttosto che gli idoli»; il suo imperativo è un altro: «non trasformare Dio in idolo».

*Il pensiero della settimana, n. 315  http://pierostefani.myblog.it/

ottobre 4, 2010

EVANGELIZZARE NON SIGNIFICA FARE PROSELITI

DIO NON APPARTIENE IN MODO ASSOLUTO AD ALCUNA RELIGIONE

di don Giorgio De Capitani*

Cos’è il proselitismo? Era presente, e lo è tuttora, sotto varie forme e differenti priorità presso tutte le religioni. È lo zelo nell’acquistarsi seguaci. Oggi diremmo: è un’opera di conversione, per convincere chi non crede a credere e a far parte della propria religione. Di per sé proselito vuol dire “un nuovo arrivato”, perciò uno straniero, uno che viene da fuori. Il proselitismo consiste dunque nel portare i lontani a far parte della propria religione, la quale si crede depositaria della verità assoluta, e che perciò sente il dovere di comunicarla a tutti, Ma – ecco il punto – con il rischio di esercitare un’azione coercitiva allo scopo di potenziare il proprio potere. Basti pensare a ciò che fecero certi re cattolici (in particolare Carlo Magno) che hanno imposto il battesimo con la spada. O ti battezzi, altrimenti ti uccido. Giustiniano, l’imperatore del diritto, dichiarò illegali i non-battezzati, e dichiarò gli eretici giuridicamente inabili a ricevere una carica. Lo stesso sant’Agostino fu il rappresentante più influente della concezione dello Stato che ha il dovere non solo di difendere la Chiesa, ma anche quello di costringere gli eretici alla verità. Il nostro sant’Ambrogio approvò la distruzione delle sinagoghe, poiché, testuali sue parole “non può esserci alcun luogo, ove Cristo venga negato”.

Violenza psicologica.  Anche senza arrivare a forme violente – comunque, Carlo Magno ha fatto scuola per lungo tempo – si sono usati altri metodi, altrettanto coercitivi, che agivano dal punto di vista psicologico: se non sei battezzato, vai all’inferno! Già il fatto di aver predicato, fino a qualche anno fa, che “extra Ecclesiam nulla salus”, che cosa significava? È vero: se apprendo una verità ho anche il dovere di comunicarla. Pensiamo al campo scientifico. Le scoperte vanno rese pubbliche per il bene dell’umanità. Ma comunicare le verità, nel campo filosofico o teologico, non significa imporle, e si possono imporle creando sette o movimenti religiosi dove, una volta che sei entrato, ti fanno il lavaggio del cervello. La verità di per sé non sopporta pareti chiuse, prigioni, schemi. Sarebbe una verità incatenata!

Stranieri di serie b. C’è una cosa che mi ha colpito leggendo attentamente il primo brano (Is 56,1-7). Gli stranieri che aderivano alla religione ebraica si sentivano di serie b. In fondo, non erano considerati alla stregua degli ebrei. Il profeta, in nome di Dio, li assicura che saranno trattati allo stesso modo, figli e fratelli come gli ebrei. Ma in realtà non era così. Erano giudicati sempre “stranieri”. A loro venivano imposti obblighi, leggi, senza però i benefici o i privilegi degli ebrei. (Bisognerebbe, per essere completi, distinguere tra i “proseliti della porta”, ovvero coloro che accettavano la religione ebraica nella sua spiritualità, ma non nei suoi riti, ad esempio non si facevano circoncidere, e i “proseliti della giustizia”, ovvero coloro che accettavano tutto).

Religione-prigione. Ma a parte questo, mi chiedo che beneficio potevano avere i convertiti se poi cadevano in un altro tipo di prigione, quello della religione. Dovrebbe farci riflettere una delle maledizioni lanciate da Cristo nei riguardi degli scribi e dei farisei: “Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, che percorrete il mare e la terra per fare un solo proselito e, quando lo è divenuto, lo rendete degno della Geenna due volte più di voi”. E qui pongo una domanda, che può mettere in crisi il nostro modo di vedere la religione. Prima faccio una premessa. La religione è solo un mezzo, una struttura che di per sé non è intoccabile o indispensabile e tanto meno assoluta.

Bestemmia appropriarsi di Dio. Finora ci hanno detto che l’unica vera religione è la nostra. E ci hanno detto una grossa bestemmia. Sì, bestemmia perché Dio non appartiene in modo assoluto ad alcuna religione. Ogni religione dovrebbe aiutare a scoprire Dio che non è una terra di conquista. Altra cosa casomai è il cristianesimo. Altra cosa, perché non è una religione. Si può essere cristiani anche fuori della religione cattolica. Cristiani, ovvero credenti in quell’umanesimo che Cristo è venuto a ricuperare. A me non interessa giudicare le altre religioni, e parlarne male. Il mio scopo invece è giudicare quel cristianesimo che si è fatto prigioniero di una religione che, proprio per questo, sta tradendo il messaggio di Cristo.

Valori umani comuni.  Che io sia cattolico non mi faccio un grosso problema. Problema casomai è il fatto che, essendo cattolico, faccio parte di una Chiesa-struttura che, proprio perché chiusa nel mondo strettamente religioso, tradisce il cristianesimo. Il mio compito di ministro di Cristo e del Vangelo non è quello di battezzare gli infedeli o di convertirli alla religione cattolica (qui dovrei aprire il libro della evangelizzazione dei popoli pagani), ma quello di far riscoprire, in nome del messaggio universale del Vangelo, i valori umani. Se parlo con un musulmano, perché dovrei convincerlo della mia fede cattolica? Discuterò con lui dei problemi comuni che riguardano il mondo. Anzi, se qualcuno mi chiedesse di farsi cattolico, gli creerei tanti dubbi, ostacoli, lo aiuterei a riscoprire i valori della sua fede. Il cristianesimo è una visuale della storia che va al di là di ogni religione. Non è l’unica visuale. Io, ad esempio, stimo molto anche le filosofie orientali, e sono affascinato dai teologi protestanti.

Ecumenismo allora significa fare un’azione in comune sui valori comuni, senza imporre la propria religione. Ciascuno porterà il meglio della propria credenza religiosa, senza imporre ciò che fa parte di una struttura che è tipica di ogni religione. Mi va bene anche una specie di struttura, ma questa non deve mai entrare quando si tratta di salvare il mondo, che è di tutti, credenti e non credenti, cattolici e protestanti, ebrei, islamici ed ebrei, buddisti e induisti.

*dall’omelia domenicale del 2 ott. 2010 (Is 56,1-7; Rom 15,2-7; Lc 6,27-38)   fonte:           http://www.dongiorgio.it/scelta.php?id=1316&nome=omelie

Per riflettere:

-cos’è il proselitismo;

-chi è depositario della verità assoluta?

-dovere di comunicare le verità, non di imporle;

-violenza psicologica;

-sette e lavaggio del cervello;

-gli stranieri sono di serie b;

-la religione che diventa una prigione;

-il cristianesimo non è una religione;

-unirsi sui valori umani comuni.


agosto 29, 2010

ADDIO A PANIKKAR TEOLOGO DEL DIALOGO

Filed under: 2) dialogo interreligioso — brianzecum @ 8:21 am

Di  VITO MANCUSO la  Repubblica — 28 agosto 2010   pagina 43   sezione: CULTURA

Cosmoteandria. In questa difficile parola è racchiuso il nucleo del pensiero di Raimon Panikkar (morto ieri a 92 anni nella sua casa in Catalogna), uno dei più grandi teologi della nostra epoca, destinato a diventare sempre più una permanente sorgente di luce per tutti i cercatori sinceri della verità. Cosmoteandria è il termine coniato da Panikkar per esprimere la sua intuizione filosofico-teologica fondamentale, cioè che l’Assoluto (teo) è attingibile solo in unione con il mondo (cosmo)e in unione con l’uomo (andria) e, simmetricamente, che l’uomo viene a capo della sua essenza solo in armonia con il mondo naturale e con il divino. Si tratta di una prospettiva che in lui non nacque come un colpo di genio estemporaneo, per quanto parlando di Panikkar è doveroso parlare di “genio” già solo a partire dalla ventina di lingue tra antiche e moderne perfettamente possedute e dagli innumerevoli riconoscimenti internazionali e lauree honoris causa (tra cui quella conferitagli nel 2004 dalla Facoltà di Teologia dell’Università di Tubinga, cioè una sorta di Nobel della ricerca teologica). L’intuizione della cosmoteandria è piuttosto il distillato della sua vita. Nato nel 1918 a Barcellona da madre catalana e da padre indiano (un aristocratico con passaporto britannico), si laureò in chimica, lettere, filosofia e teologia nelle migliori università europee, quasi a scandire con i suoi studi una progressiva ascesa dai fondamenti della materia alle altezze dello spirito. Ordinato sacerdote si dedicò solo per poco alla vita pastorale, mentre prese presto a insegnare e tenere conferenze nelle migliori università di tutti i continenti. Al riguardo ricordo in particolare il ventennio 1966-1987, quando per un semestre viveva in America insegnando a Harvad, in California e a New York, e per un semestre in India studiando e soprattutto vivendo l’induismo e il buddhismo.

Dialogo.  Ed eccoci giunti al punto che più risalta del genio di Panikkar, il dialogo interreligioso, che per lui fu ricerca esistenziale in prima persona. Ne sono una significativa testimonianza queste sue celebri parole: «Sono partito cristiano, mi sono scoperto indù e ritorno buddhista, senza cessare per questo di essere cristiano». Laddove spiriti miopi e insicuri vedono il pericolo dell’eresia e del sincretismo, Panikkar consegna in realtà l’indicazione luminosa verso l’unico sentiero che il nostro mondo globalizzato oggi può percorrere se vuole la pace e l’incontro tra le civiltà, e non il contrario. In questa prospettiva è significativo sapere che Panikkar ha voluto che il dialogo interreligioso da lui praticato per tutta la vita lo accompagnasse fino alla fine: in queste ore il suo corpo verrà cremato e metà delle ceneri saranno depositate nella tomba di famiglia, metà portate sul Gange e adagiate su una foglia secondo antica tradizione indù.

L’Italia ha l’onore di essere il paese nel quale vede la luce in prima mondiale l’opera omnia di Panikkar grazie alla Jaca Book di Milano, al suo presidente Sante Bagnoli e soprattutto alla curatrice Milena Carrara Pavan. Si tratta di dodici volumi, di cui quattro già pubblicati e un quinto che sta per uscire dal titolo Religione e religioni, probabilmente il cuore del pensiero del grande teologo. Così egli stesso presenta i suoi libri: «I miei scritti coprono un lasso di circa settant’anni, in cui mi sono dedicato ad approfondire il senso di una vita umana più giusta e più piena. Non ho vissuto per scrivere, ma ho scritto per vivere in modo più cosciente e aiutare i miei fratelli con pensieri che non sorgono soltanto dalla mia mente, ma scaturiscono da una Fonte superiore che si può chiamare Spirito».E ancora: «Mi sono aperto alla vita che mi sta attorno nella sua concretezza e ho scoperto che non era profana ma sacra». Ed eccoci tornati alla cosmoteandria: è l’apertura alla vita reale e concreta lo spazio per una nuova e più radicale intuizione del sacro. Ma ciò che a me viene in mente ora, a poca distanza dalla sua morte, del Raimon Panikkar che ho conosciuto è soprattutto il sorriso e la passione per il cioccolato. Un sorriso dolcissimo che rivelava gioia di vivere, immancabile senso dell’umorismo, reale attenzione per gli altri, amore tenero e forte per ogni frammento di essere. E la passione per il cioccolato che custodiva in lui fino all’ultimo la semplicità del bambino. –

agosto 4, 2010

PARROCCHIA E VOCAZIONE MESSIANICA*

DAL REGIME DI CRISTIANITÀ AL PLURALISMO

Parrocchia: la parola greca da cui deriva questo termine evoca al contempo presenza del Messia e vivere in esilio o soggiornare da straniero. Dà pertanto un’idea di provvisorietà, di pellegrinare, che si contrappone al risiedere stabile del cittadino nella propria città. In effetti tra i primi cristiani era diffusa la convinzione che fosse vicino il ritorno di Gesù, cioè la sua seconda venuta sulla terra: vivevano un tempo messianico. In seguito, soprattutto dopo Costantino, la comunità cristiana si è stabilizzata e istituzionalizzata, perdendo così l’originaria provvisorietà. Anzi, il rafforzamento delle strutture territoriali della Chiesa, che ha caratterizzato il regime di cristianità, è andato di pari passo con il controllo esercitato su una popolazione ormai totalmente cristiana. In questo modo però ha perso vigore l’originaria vocazione messianica: la Chiesa, anziché soggiornare da straniera in attesa, ha dimorato da cittadina, come tutte le altre istituzioni di questo mondo. Col rischio, comune a ogni istituzione e governo, di crollare.

Come recuperare la vocazione messianica?  “«Ecco ora il momento favorevole, ecco ora il giorno della salvezza!» (2Cor 6,2). Secondo Paolo il tempo del Messia non può essere un tempo futuro, è il tempo dell’adesso. (..) Un già che è anche un non ancora. (..) L’esperienza di questo tempo non è qualcosa che la Chiesa possa scegliere di fare o di non fare. Non vi è Chiesa, se non in questo tempo e per mezzo di questo tempo. (..) Che ne è di questa esperienza del tempo del Messia, nella Chiesa di oggi? Il riferimento alle cose ultime sembra sparito dal discorso della Chiesa. (..) Si tratta della capacità della Chiesa di cogliere ciò che Matteo 16,3 chiama i segni dei tempi. (..) Vivere nel tempo del Messia esige la capacità di leggere i segni della sua presenza nella storia, di riconoscere nel suo corso il sigillo dell’economia della salvezza” (p. 786).

Due polarità,  compresenti ma in tensione dialettica tra loro, sono apparse necessarie per la sopravvivenza di ogni comunità umana, agli occhi dei padri e di chi ha riflettuto sulla filosofia della storia: una votata al governo del mondo, l’altra all’economia della salvezza. “Ora, è esattamente questa tensione che oggi è  spezzata. A mano a mano che la percezione dell’economia della salvezza nel tempo storico si appanna nella Chiesa, si vede l’economia stendere il proprio dominio cieco e derisorio su tutti gli aspetti della vita sociale. Allo stesso tempo, l’esigenza escatologica che la Chiesa ha trascurato ritorna sotto una forma secolarizzata e parodistica nei saperi profani, che sembrano fare a gara per profetizzare in tutti i campi delle catastrofi irreversibili. Lo stato di crisi e d’emergenza permanente che i governi del mondo proclamano oggi è proprio la parodia secolarizzata del perpetuo aggiornamento del giudizio ultimo nella storia della Chiesa. All’eclissi dell’esperienza messianica del compimento della legge e del tempo corrisponde un’ipertrofia inaudita del diritto, che pretende di legiferare su tutto, ma che tradisce con un eccesso di legalità la perdita di ogni vera legittimità” (ivi). Ecco perché oggi si può ritenere che i potenti del mondo sono tutti rei di illegittimità.

Incomunicabilità e frantumazione.  Tornando alla parrocchia è superfluo notare che l’attuale situazione, dopo i processi di secolarizzazione e di globalizzazione, è completamente diversa da quella del regime di cristianità: il pluralismo religioso e culturale è un dato di fatto assolutamente ineccepibile. “Il pluralismo esistente dentro un’istituzione non fondata né sul consenso, né sull’aggregazione (e fermamente decisa a respingere il relativismo valoriale e comportamentale) ha due conseguenze evidenti: l’incomunicabilità e la frantumazione. Oggi appare sempre più evidente che all’interno della Chiesa cattolica esiste, di fatto, un pluralismo assai accentuato; ma altrettanto evidente è l’assenza di comunicazione reciproca tra le varie parti. L’egemonia assunta dai movimenti negli ultimi decenni è esito inevitabile di questa situazione. Là dove vi sono schieramenti, la logica del governo non può che piegarsi allo spirito e alla pratica della «lottizzazione», assegnando a seconda delle circostanze ai vari gruppi la gestione di uno specifico settore ecclesiale. Per questo motivo all’interno della Chiesa cattolica la crisi più accentuata riguarda le strutture territoriali (diocesi, parrocchie). (..) Oggi, quando il pluralismo è tratto caratteristico sia di ogni porzione territoriale, sia della vita intraecclesiale, la parrocchia – vale a dire il territorio in cui ci si trova e non il gruppo a cui si sceglie di aderire – si presenta come un ambito chiamato a esercitare un’accoglienza reciproca sia lungo le piazze e le strade, sia all’interno della chiesa o della canonica. In sintesi, le istituzioni nate per garantire l’omogeneità cristiana di un territorio sono diventate le più esposte nel misurarsi con il pluralismo sociale ed ecclesiale” (pag. 783).

Accoglienza reciproca.  “In questa situazione molte sono state le opzioni messe in campo, comprese quelle dell’arroccamento, dell’occupazione della parrocchia da parte di determinati movimenti e del tentativo di ripristinarsi come simbolo di cristianità territoriale che si contrappone agli «altri». Non credo che sia questa la strada da imboccare. La via tutt’altro che teorica – e in moltissimi casi concretamente messa in pratica – su cui camminare è quella dell’accoglienza reciproca. L’unica risposta che tiene in questo contesto è quella della carità, vale a dire dell’amore del prossimo esercitato nei confronti di tutti coloro che si incontrano; e qui decisivo non è sapere se ciò avvenga intra o extra ecclesiam. Tuttavia quando l’amore del prossimo è esercitato all’interno dell’orizzonte ecclesiale, esso esigerebbe non solo l’abbandono di separatismi e lottizzazioni, ma anche la perenne consapevolezza di essere comunque al di sotto di quanto ci è chiesto. Fa parte della fede (assai più che della religione) patire in noi lo scarto tra la nostra capacità di amare e quella davvero conforme alla volontà di Dio manifestatasi nel Figlio suo venuto ad abitare in mezzo a noi” (ivi).

*tratto dallo “studio del mese” de: Il regno – attualità n. 22/2009 contenente due saggi: -Piero Stefani, Cristianesimo come religione: l’autocoscienza dei credenti (pp.777-783) e: -Giorgio Agamben, La vocazione messianica (pp 784-786).

Per riflettere:

-la parrocchia da soggiorno da straniera a strumento di controllo;

-il tempo messianico è adesso;

-cogliere i segni dei tempi, cioè della presenza divina nella storia;

-ogni comunità deve avere due polarità in tensione dialettica: una per il governo, l’altra per la salvezza;

-oggi questa tensione si è spezzata;

-l’economia stende il suo dominio derisorio sulla società;

-eccesso di legalità che tradisce mancanza di legittimità;

-nella Chiesa c’è incomunicabilità e frammentazione;

-vige la pratica della lottizzazione tra i movimenti;

-la parrocchia come luogo dell’accoglienza reciproca.


giugno 12, 2010

LA LAICITÀ DEI CREDENTI*

PROPOSTA DI METODO PER DEFINIRE LA LAICITÀ

Di solito la parola laico viene definita in negativo: chi è non credente, in ambito civile; non consacrato, in ambito ecclesiale. Se cerchiamo invece di darne una definizione in positivo, ci può venire in soccorso l’etimologia: deriva dal greco laòs «popolo». Ciò dovrebbe indirizzarci verso la ricerca di quanto è comune: il popolo è una dimensione di cui tutti facciamo parte. Si è in grado perciò di prospettare questa pista di riflessione: la laicità attiene a quanto è comune, ci accomuna, o, con maggiore precisione, costituisce la base su cui poggia tutto il resto. Ad es, parlare di sovranità per diritto divino o di culto della personalità, non sarebbe laico, mentre lo sarebbe parlare di democrazia o di sovranità popolare. L’immagine della piramide può ulteriormente chiarire: quando il vertice dipende dalla base si può parlare di laicità, se invece la piramide è “sospesa” e la base (di sudditi) dipende totalmente dal capo, la laicità è in pericolo. Questa definizione di laicità, ovviamente, apre a un discorso di democrazia, comunità, collegialità.

I diritti umani costituiscono la più persuasiva conquista della civiltà rispetto a quanto è comune. Spesso vengono riformulati e resi più vincolanti di prima. Sarebbe importante anche un accordo riguardo al loro fondamento: taluni (i giusnaturalisti) lo trovavano nella natura umana, altri nella dignità dell’uomo; oggi di solito non si vede fondamento se non nel fatto di essere stati formulati e accettati. Non mancano comunque le contraddizioni, come nel caso dell’eutanasia, che può essere sia giustificata che negata appellandosi al principio di dignità umana. Neppure la regola della maggioranza può essere considerata un fondamento, tant’è vero che i principi costituzionali, ad es., non possono essere modificati a maggioranza semplice. Quella della maggioranza è una convenzione largamente applicata, ma per un corretto funzionamento democratico si richiedono alcune condizioni (come un ruolo attivo e propositivo della minoranza) non sempre presenti. Spesso si parla oggi di valori non negoziabili. In realtà, in uno Stato democratico gli unici principi «non negoziabili» sono, per definizione, quelli costituzionali (non per nulla posti al di là del gioco di maggioranza e minoranza), mentre la loro applicazione rientra sempre nella sfera dialettica delle interpretazioni.

Pluralismo. In ambito civile, quando un credente argomenta una sua posizione, è chiamato a basarsi su quanto è comune a tutti, non su quanto è inerente alle proprie credenze. Per lui la dignità umana è senza dubbio fondata anche sulla convinzione che ogni persona è creata a immagine e somiglianza di Dio; tuttavia in sede pubblica e pluralista questo argomento non va addotto in maniera diretta. Se lo si facesse si farebbe prevalere la propria appartenenza religiosa, dalla quale deriverebbero, in modo immediato, le scelte civili, cadendo così nell’integralismo. Il credente deve invece giustificare le proprie scelte politiche con argomentazioni «laiche», che tutti possano recepire (come la dignità della persona, la crescita umana..). La laicità dei credenti impone inoltre, come valore irrinunciabile, il pluralismo in politica. Dalle credenze di fede o dall’appartenenza religiosa non derivano in modo diretto le scelte politiche, neppure nel caso dei valori non negoziabili – i quali, come detto, sono solo quelli costituzionali. Essi rappresentano il solo argine efficace da contrapporre a derive populiste legate alla «dittatura della maggioranza».

Clericalismo.  Anche nel campo ecclesiale, si può definire la laicità applicando il principio della ricerca di quanto è comune. In una comunità di credenti è evidente che il primo fondamento è la fede. Ma c’è un’altra circostanza che può negare la laicità: quando dentro la Chiesa prevale l’idea della «piramide sospesa», in cui tutto (di)pende dal vertice. Così si entra nel regno del clericalismo: l’aver parte della comunità ecclesiale è posto sotto il sigillo dell’appartenenza e i fedeli sono considerati, in pratica, dei sudditi, la cui virtù prima sta nell’obbedienza: attiva, collaborativa, consapevole, ma pur sempre obbedienza. Il clericalismo è una forma mentis che può albergare tanto nei consacrati quanto nei non consacrati. La logica dell’appartenenza esige che una componente ineliminabile della fedeltà sia costituita dalla difesa dell’istituzione ecclesiastica. All’occhio della gerarchia lo schierarsi apologetico diviene, allora, la cartina di tornasole per individuare i figli prediletti. Il clericalismo domina quando si è chiamati a servire l’istituzione e non quando è quest’ultima a essere posta al servizio dei fedeli. Le Scritture a questo proposito sono inequivocabili. Basti ricordare il passo evangelico: chi vuol essere primo tra voi sarà schiavo di tutti[1]. Gregorio Magno poi ha definito il vescovo di Roma come servo dei servi di Dio. La costituzione conciliare Lumen gentium dedicata alla Chiesa, pur con qualche ambiguità conseguente alla precedente visione gerarchica, ha aperto chiaramente alla nuova visione “laica” e comunitaria, presentando la Chiesa come «popolo di Dio». Ciò significa additare il primato di quanto è comune; la funzione del sacerdozio ordinato è di costituire una «parte» posta al servizio del tutto. Il ruolo della laicità si esplicita nel fatto che la gerarchia è subordinata al primato dell’unità.

Fede: è il criterio centrale, secondo cui “non c’è più né giudeo né greco, né schiavo né libero, né maschio né femmina” (Gal 3,28) e – ci si consenta di aggiungere – né presbitero né laico. La fede infatti è l’aspetto comune più profondo, che consente di prospettare lo stesso atto di fede come laico. Non c’è fede perché si appartiene a qualche ambito, a qualche popolo o a qualche istituzione. È un dato dogmatico elementare che ogni persona nasca sempre non cristiana, vale a dire non credente. La fede, a differenza dell’appartenenza, non è comunicata attraverso la nascita. Essa non esprime un privilegio, non manifesta un’identità. Ogni credente continua a essere quello che era prima, vale a dire a condividere quanto è comune: il suo genere, la sua cultura, la sua appartenenza alla polis e, ancor più estesamente, il suo aver parte all’umanità. Molto più che una scelta, la fede è la risposta a una chiamata. A differenza del battesimo, che contraddistingue l’ingresso nella Chiesa, la fede non entra nella sfera di quanto si dà «una tantum». Essa non avviene una volta sola: va confermata giorno dopo giorno. Nelle parole del padre dell’epilettico indemoniato: «credo, aiuta la mia incredulità» (Mc 9,24) è sintetizzata questa quotidiana chiamata laica alla fede. In essa non ci sono ruoli, né appartenenze, né identità, ma un incontro, una presenza; entro questa presenza, secondo un paradosso proprio del credere, si può però sperimentare anche l’abbandono: «Dio mio perché mi hai abbandonato?». Non essendo un possesso definitivo, la fede si può sempre perdere. Ciò vale per ogni membro della Chiesa. Nessuno, qualunque sia la sua carica, può affermare di essere nella fede una volta per tutte. È sempre necessario il confronto, la verifica con la comunità dei credenti. Colta in quest’ottica, la fede non può essere che laica.

*dalla conversazione di Piero Stefani tenuta presso il Meic di Lecco il 19-5-2010. Il testo completo è reperibile in: http://pierostefani.myblog.it/ Pensiero della settimana nn. 295 e 296. Cfr. anche: Il regno attualità n. 12 2010 pp. 427-428.


[1] cfr. Mt 20,25-27; Mc 10,42-45; Lc 22,25-27.


Per riflettere:

-definizione in positivo di laicità;

-diritti umani conquista di civiltà;

-pluralismo necessario;

-cos’è il clericalismo;

-logica dell’appartenenza;

-la fede non è garantita per sempre.

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