Brianzecum

giugno 3, 2012

TRINITÀ COME MODELLO DA PERSEGUIRE

FONDAMENTALE UGUAGLIANZA DELLE PERSONE E CONVIVIALITÀ  DELLE DIFFERENZE

di don Giorgio De Capitani*

Far rivivere gli eventi.  Non so che senso possa avere celebrare una festa in onore della Santissima Trinità. Le altre festività – Natale, Pasqua e Pentecoste – riguardano di per sé un evento: la nascita di Cristo, la sua passione, morte e risurrezione, la discesa dello Spirito santo. Già gli ebrei celebravano gli eventi: pensiamo all’uscita dall’Egitto, alla promulgazione della legge sul monte Sinai. Gli eventi fanno parte della storia di ogni popolo, di ogni religione. Ancora oggi celebriamo degli eventi. Anzi, ogni giorno c’è qualcosa da ricordare. Forse si sta esagerando: ciò ha prodotto da una parte un rigetto e dall’altra un menefreghismo. Abbiamo celebrato l’anno scorso il 150° anniversario della nascita dell’Italia (1861-2011) ma quanti tra gli italiani se ne sono ricordati? Tuttavia c’è un senso nel commemorare un evento, se non altro per tenere ancora vivo un avvenimento che ha lasciato un certo solco nella storia. Certo, tutto dipende dal come si vivono poi queste celebrazioni. Anche qui si cade nel rischio di programmare una miriade di iniziative che finiscono poi per far perdere il senso dell’evento da commemorare. Le celebrazioni servono nella misura in cui ci fanno rivivere l’evento che si vuole ricordare. Questo dovrebbe essere l’intento di ogni celebrazione civile e religiosa. Torniamo alla festività liturgica di oggi. Celebrare il mistero trinitario in sé che senso teologico può avere? Non c’è il rischio di ridurre il più grande Mistero ad una celebrazione che finisce al termine del giorno? Una prova di tutto questo è la poca o nulla consapevolezza da parte del popolo cristiano che non sa neppure che oggi è la festa della Santissima Trinità. Ma immaginate il mio disagio nel tentare di dirvi qualcosa sul mistero trinitario! Anche qui, cerchiamo di riflettere: un tempo i cristiani erano come immersi in un contesto vitale di fede per cui le festività entravano quasi naturalmente nella sequenza liturgica. Oggi, che fatica anche solo recuperare il senso cristiano di certe festività: pensate al Natale consumistico! Ad ogni modo, ogni occasione – anche la festa di oggi – è buona per stimolare ad una maggiore presa di coscienza. Guai se dovessimo arrenderci, e dire: a che serve? Sarebbe la fine. Ma attenti: evitiamo di dire le solite cose. Un tentativo di approfondimento non è mai azzardato, anche se la mia impressione è che partire da zero in fatto di fede non è affatto facile per nessuno. Tenterò di dirvi qualcosa di nuovo. Magari con mille interrogativi. D’altronde se la Trinità è uno dei più grandi Misteri, chi può avere delle certezze?

Dogma universale.  Diciamo subito una cosa. Che il mistero trinitario sia una verità rivelata, rivelata da Gesù stesso, ciò non significa che sia una prerogativa del cristianesimo, e tanto meno che sia un dogma esclusivo della Chiesa cattolica. Rivelazione non significa di per sé che quella verità prima di essere rivelata era del tutto sconosciuta. Dio, quando ha dato l’input iniziale per dare origine al mondo, ci ha messo del suo, ovvero ha lasciato la sua impronta. La Bibbia lo dice chiaramente quando parla della creazione dell’essere umano: “lo ha fatto a sua immagine e somiglianza”. In altre parole, Dio ha creato l’universo già come immagine del suo essere trinitario. Pur senza saperlo, tutto ciò che esiste ha in sé nel suo dna il mistero trinitario.

Siamo tutti trinitari.  Certamente, con Gesù Cristo la realtà diventerà più chiara: ora sappiamo che Dio è trinitario: Dio è Padre. Dio è Figlio, Dio è Spirito santo. Ma ciò non significa che il Mistero trinitario non fosse già presente nell’Universo, e non fosse già presente, benché confusamente, in tutte le religioni. Col senno di poi o, meglio, con la rivelazione di Cristo, ciò sarà più evidente, ma Cristo non ha fatto che togliere dei veli sul profondo segreto divino e anche sull’Umanità intera che, indipendentemente dal fattore religioso, porta in sé impressa l’immagine del Dio trinitario. Ho detto “indipendentemente dal fattore religioso”: sì, perché, che sia credente o no, che me ne renda conto oppure no, sono trinitario. Qualcuno ha detto che, volere o no, siamo tutti “cristiani”, possiamo anche dire che, volere o no, siamo tutti trinitari: siamo a immagine e somiglianza del Dio Trinitario.  Si è anche arrivati a dire che il numero tre è quasi la caratteristica costituiva dell’universo. In ogni cosa si può notare la presenza di una triplice realtà. Certo, si è anche esagerati nel voler a tutti i costi vedere nella realtà il numero tre. Comunque, non possiamo negare che ci sia qualcosa di suggestivo, diciamo anche di vero. In ogni caso, la presenza trinitaria è innegabile se non altro come modello a cui ispirarsi. Vedete: la cosa notevole di una certa ricerca teologica di oggi è l’aver abbandonato il cosiddetto dogmatismo un po’ fine a se stesso, diciamo meglio: quel dogmatismo che, pur creando discussioni a non finire tanto da far nascere diverse scuole teologiche, talora più formali che sostanziali (si litigava sui termini da usare!), era però lontano dalla vita reale del popolo di Dio, il quale, lasciando nelle loro beghe i teologi del tempo, si rifugiava nelle devozioni per trovare qualche appagamento interiore.

Convivialità delle differenze.  In breve, oggi si guarda al mistero trinitario con un altro occhio: l’occhio ad esempio della mistica, oppure con l’occhio più pastorale che è anche quello più realistico. Ad esempio, è noto come don Tonino Bello abbia preso la Trinità come un ideale a cui ispirarsi per il fatto stesso che Dio è uno e trino, ovvero che in Dio convivono nello stesso tempo unità e molteplicità, ma nell’armonia più perfetta. Don Tonino Bello parlava di “convivialità delle differenze”, proprio pensando al Mistero trinitario. Come possono coesistere tre persone senza perciò dividersi e separarsi? Scrive don Tonino Bello: «Una delle cose più belle e più pratiche messe in luce dalla teologia in questi ultimi anni è che la SS. Trinità non è solo il mistero principale della nostra fede, ma è anche il principio architettonico supremo della nostra morale. Quella trinitaria, cioè, non è solo una dottrina da contemplare, ma un’etica da vivere… Gesù, pertanto, ci ha rivelato questo segreto di casa sua non certo per accontentare le nostre curiosità intellettuali, quanto per coinvolgerci nella stessa logica di comunione che lega le tre persone divine.

Fondamentale uguaglianza. Nel cielo tre persone uguali e distinte vivono così profondamente la comunione, che formano un solo Dio. Sulla terra più persone, uguali per dignità e distinte per estrazione, sono chiamate a vivere così intensamente la solidarietà, da formare un solo uomo, l’uomo nuovo: Cristo Gesù. Sicché l’essenza della nostra vita etica consiste nel tradurre con gesti feriali la contemplazione festiva del mistero trinitario, scoprendo in tutti gli esseri umani la dignità della persona, riconoscendo la loro fondamentale uguaglianza, rispettando i tratti caratteristici della loro distinzione… L’imperativo etico che ne deriva per coloro che vivono sulla terra è che se tengono sotto sequestro le proprie risorse spirituali o materiali senza metterle a disposizione degli altri, non possono esimersi dall’accusa di appropriazione indebita».

Pace come convivialità.  Continua don Tonino Bello: «… il genere umano è chiamato a vivere sulla terra ciò che le tre persone divine vivono nel cielo: la convivialità delle differenze. Che significa? Nel cielo, più persone mettono così tutto in comunione sul tavolo della stessa divinità, che a loro rimane intrasferibile solo l’identikit personale di ciascuna, che è rispettivamente l’essere Padre, l’essere Figlio, l’essere Spirito Santo. Sulla terra, gli uomini sono chiamati a vivere secondo questo archetipo trinitario: a mettere, cioè, tutto in comunione sul tavolo della stessa umanità, trattenendo per sé solo ciò che fa parte del proprio identikit personale. Questa, in ultima analisi, è la pace: la convivialità delle differenze. Definizione più bella non possiamo dare. Perché siamo andati a cercarla proprio nel cuore della SS. Trinità. Le stesse parole che servono a definire il mistero principale della nostra fede, ci servono a definire l’anelito supremo del nostro impegno umano. Pace non è la semplice distruzione delle armi. Ma non è neppure l’equa distribuzione dei pani a tutti i commensali della terra. Pace è mangiare il proprio pane a tavola insieme con i fratelli. Convivialità delle differenze, appunto… Come è dato vedere, il Signore Gesù se ci ha rivelato questo mistero, non l’ha fatto certo per complicarci le idee. Ma l’ha fatto per offrirci un principio permanente di critica cui sottoporre tutta la nostra vita nelle sue espressioni personali e comunitarie, e per indicarci, nel contempo, il porto al quale attraccheremo finalmente la nostra barca. Sicché la Trinità non è una specie di teorema celeste buono per le esercitazioni accademiche dei teologi. Ma è la sorgente da cui devono scaturire l’etica del contadino e il codice deontologico del medico, i doveri dei singoli e gli obblighi delle istituzioni, le leggi del mercato e le linee ispiratrici dell’economia, le ragioni che fondano l’impegno per la pace e gli orientamenti di fondo del diritto internazionale. La Trinità, dunque, è una storia che ci riguarda. Ed è a partire da essa che va pensata tutta l’esistenza cristiana. Ernst Bloch (scrittore e filosofo tedesco marxista, nonché teologo dell’ateismo) diceva che Dio è un padrone collocato così in alto che l’uomo, il servo, di fronte a lui rimane a bocca asciutta. Nulla di più falso, almeno per il nostro Signore, il quale, se si è rivelato uno e trino, è perché vuol far sedere il servo alla tavola delle sue ricchezze».

*omelia del 3 giugno 2012: Festa della SS. Trinità  (Es 33,18-23; 34,5-7a; Rm 8,1-9b; Gv 15,24-27) Fonte: http://www.dongiorgio.it/02/06/2012/omelia-di-don-giorgio-festa-della-ss-trinita-2012/

Maggio 16, 2012

LA RIVOLUZIONE COPERNICANA DELLE RELIGIONI

UNA NUOVA NASCITA PER LA SPIRITUALITÀ UMANA?*

 

Due fenomeni contrapposti  attraversano il mondo religioso: il ritorno a forme del passato e un’evoluzione verso una laicizzazione di dimensioni inedite. Aspetti del ritorno al passato possono essere colti nel diffondersi delle diverse forme di fondamentalismo e forse anche in certi fenomeni di fervore ed entusiasmo, come la prodigiosa crescita del movimento pentecostale carismatico, più diffuso in America Latina e altri paesi del terzo mondo. La laicizzazione è invece tipica dei paesi ricchi; ma spesso i due fenomeni si accavallano e sono difficilmente separabili. Per dipanare questa matassa e individuare le vie per uscirne, è stata condotta una approfondita analisi da parte di teologi e teologhe di tutto il mondo, aperti anche alla teologia della liberazione. L’impostazione di questa analisi sembra molto orientata da un paradigma evolutivo di tipo positivistico; ulteriore fattore di difficoltà e incertezza sta nel tempo cui riferire l’analisi – più o meno lungo. Tuttavia lo studio ha il grande merito di cogliere aspetti che molti si ostinano a non voler vedere. L’ipotesi interessante è quella di essere alla fine della configurazione socio-religiosa propria dell’era neolitico-agraria, con la conseguente necessità di apprestare un nuovo paradigma nella teologia (il paradigma è il modello di riferimento, la matrice condivisa di una disciplina; il cambio di paradigma connota le “rivoluzioni scientifiche” secondo la teorizzazione di Kuhn). Ne potrebbe derivare un rinnovamento della fede, con maggiore responsabilizzazione e consapevolezza.

Dal paleolitico al neolitico.  Questo passaggio, con la sostituzione di agricoltura e allevamento alla precedente economia di raccolta e caccia, è stata, secondo gli antropologi, la situazione più difficile che abbia sperimentato la nostra specie. Passando dalle tribù nomadi di cacciatori e raccoglitori alla vita sedentaria in società urbane legate alla coltivazione della terra, l’umanità ha dovuto reinventare se stessa, creando dei codici che le permettessero di vivere in quella che è diventata società, non solo banda o altro gruppo; quindi con un diritto, una morale, una coesione sociale, un senso di appartenenza, per poter sopravvivere come specie. In questo contesto, l’uomo ha fatto ricorso alla sua forza specifica dalla apparizione come specie emergente: la capacità simbolica e religiosa, la sua necessità di senso e di esperienza di trascendenza. Così, in epoca neolitica, si sono formate le religioni, giunte fino ai nostri giorni sostanzialmente immutate. In precedenza, nel paleolitico, le religioni non c’erano, pur non mancando certo la spiritualità, come confermato da numerosi reperti. E l’era paleolitica era stata assai più lunga dell’era neolitica.

Le religioni si sono arrogate il monopolio della spiritualità.  Nessuno avrebbe potuto essere spirituale se non mediante le religioni. Si consideravano la fonte stessa della spiritualità, la connessione diretta con il Mistero. Religioni e spiritualità erano la stessa cosa. Con un ulteriore passaggio, le religioni hanno assolutizzato se stesse, attribuendo la propria origine a Dio. È stato un meccanismo che è servito per fissare e dare consistenza inamovibile a quelle costruzioni umane che esse erano, nella necessità di assicurare le formule sociali di convivenza di cui l’umanità si era dotata. Oggi stiamo perdendo l’ingenuità di fronte a questo carattere assoluto delle religioni, che per millenni ha rappresentato una componente essenziale delle società, rendendo più facile e più passiva la vita degli esseri umani; l’assolutezza si rivela come significativa illusione, assunta in precedenza per via di fede, ma oggi non più necessaria, né desiderabile, né sopportabile.

Pertanto non siamo sottomessi  alle religioni, non siamo condannati a marciare nella storia sul cammino compiutamente tracciato da esse, come fosse un disegno divino che segnasse previamente – da sempre, e da fuori – il nostro destino, obbligandoci ad adottare le soluzioni con cui i nostri antenati hanno risolto i loro problemi e interpretato la loro realtà. Se le religioni sono una nostra costruzione, non ci tolgono il diritto (né l’obbligo) di pronunciarci di fronte alla storia, offrendo la nostra risposta ai problemi dell’esistenza ed esprimendo la nostra interpretazione della realtà, aiutati dalle nuove scoperte scientifiche. Non siamo obbligati ad assumere come verità le interpretazioni e le soluzioni di generazioni precedenti come rivelazione venuta da fuori: oggi questo appare alienante. Del resto, il messaggio di Gesù non rappresenta precisamente il superamento delle religioni?

Era della conoscenza  Oggi gli esperti sostengono che l’era neolitica-agricola sta finendo, sostituita dall’era della conoscenza. Il passaggio sarà altrettanto faticoso del precedente cambio di paradigma dal nomadismo alla stanzialità. Che sarà delle religioni – generate e protagoniste dell’era neolitica? Sembra plausibile l’ipotesi che esse possano scomparire, specie le religioni più legate a quel paradigma, come quelle di estrazione giudeo-cristiano-islamico. Non sembra un fatto impossibile in sé, né vi sono motivi perché appaia un disastro storico: abbiamo vissuto senza religioni il lungo periodo paleolitico, ed è dimostrato che ciò non ha impedito la nostra qualità umana profonda, la nostra spiritualità. Le religioni sono forme storiche, contingenti e mutevoli, mentre la spiritualità è una dimensione costitutiva umana, permanente, anteriore a quelle forme, ed essenziale all’essere umano. La spiritualità può essere vissuta nelle religioni o fuori di esse. Potremmo prescindere dalle religioni, ma non dalla dimensione di trascendenza dell’essere umano.

La crisi attuale  non si deve principalmente a processi di secolarizzazione o a perdita di valori, oppure alla diffusione del materialismo e dell’edonismo (interpretazioni colpevolizzanti normalmente offerte dalle religioni ufficiali), neppure alla mancanza di testimonianza o agli scandali morali delle religioni, ma all’esplosione di una nuova situazione culturale, in cui culmina la trasformazione radicale delle strutture conoscitive neolitiche. Trasformazione che ha preso avvio con la rivoluzione scientifica del XVI secolo, l’Illuminismo del XVIII e le varie ondate di industrializzazione. Sintomi sociali di tale trasformazione possono essere colti in fatti come: un certo agnosticismo diffuso, la perdita dell’ingenuità epistemologica, un senso critico più accentuato, una concettualizzazione più utilitarista delle religioni che devono essere al servizio dell’essere umano invece che esigere una lealtà totale da parte dei loro adepti, la scomparsa dell’idea dell’unica religione vera e la sparizione della plausibilità di una morale rivelata eteronoma. Ma il calo delle religioni potrebbe essere compensato da un rifiorire di spiritualità. Quel fervore macroscopico del movimento pentecostale, ricordato all’inizio, non potrebbe esserne un sintomo, se pure distorto?

* sintesi del documento di fonte Adista riportato in: http://www.ildialogo.org/cEv.php?f=http://www.ildialogo.org/crisichiese/Analisi_1335274702.htm

aprile 15, 2012

ACCELERARE L’ERA DELLO SPIRITO

LA FEDE OGGI DEVE ESSERE PROFETICA

 

di don Giorgio DE CAPITANI*

Conoscenza diretta.  Secondo Gioacchino da Fiore, monaco, teologo e scrittore vissuto nel XII° secolo, tenuto un po’ a distanza dalla Chiesa ufficiale per certe sue affermazioni ritenute eretiche (comunque, non mi meraviglierei se un domani la Chiesa lo facesse santo), la storia si potrebbe dividere in 3 tappe: quella del Padre, quella del Figlio e quella dello Spirito santo. L’Era del Padre è caratterizzata dal dominio della Legge e della paura di Dio (Antico Testamento). L’Era del Figlio è iniziata con Gesù ed è caratterizzata da un tempo di fede e di devozione filiale al Vangelo e alla Chiesa (Nuovo Testamento). L’Era dello Spirito Santo apre la strada ad una libera esplosione d’amore, di gioia e di saggezza che durerebbe fino al Giudizio Finale. Secondo Gioacchino l’era dello Spirito vedrebbe una conoscenza spirituale direttamente manifestata nel cuore di tutti gli uomini, una sorta di carismatica gnosi universalmente distribuita che realizzerà il lamento di Mosè in Numeri, versetto 11,29: “fossero tutti profeti nel popolo del Signore e volesse il Signore dare loro il suo spirito“.

Evoluzioni.  L’intuizione di Gioacchino da Fiore è innegabilmente suggestiva, e in parte veritiera. Tuttavia ogni divisione e suddivisione della storia sacra in periodi cronologici ben distinti non mi convincono, anche se possiamo parlare di diverse fasi che io chiamerei evoluzioni della Parola di Dio: prima ha parlato Dio Padre (nell’Antico Testamento per mezzo dei profeti), poi ha parlato il Figlio, la Parola di Dio che si è incarnata, infine lo Spirito santo ora traduce la Parola in Profezia. In realtà il mondo vive senza accorgersi del trapasso di queste ere. In ogni momento, anche nell’era attuale, è come se vivessimo ancora nell’Antico Testamento con tutte le sue leggi assurde e le concezioni di un dio più padrone che padre, più vendicatore che misericordioso. Sì, parliamo anche di Cristo, ma in modo del tutto vago. Oppure per noi il Cristo è solo un alibi per imporre il nostro modo di vedere il mondo. In fondo Cristo ci piace nella sua umanità, ma il problema è che noi dell’Umanità abbiamo una visuale molto riduttiva, più terrena che spirituale.

È lo Spirito che oggi ci manca.  Anche qui ne abbiamo fatto magari un distintivo: ci sono Movimenti che si appellano allo Spirito, ma senza capirne la potenzialità che è anzitutto Libertà di pensiero, Libertà di azione, ovvero è Profezia. Lo Spirito non si manifesta con segni esterni particolari. Lo Spirito vuole fede, solo fede. È nel nostro modo di vedere il mondo che lo Spirito si manifesta. I segni esteriori, che sono la caratteristica di certi Movimenti ecclesiali, screditano la Libertà dello Spirito santo. L’episodio di Tommaso che vorrebbe dei segni per credere nel Risorto è la prova che la fede è tutt’altro. Cristo lo rimprovera. E notate: Cristo rimprovera Tommaso non tanto per i suoi dubbi, quanto invece per la sua pretesa di volere dei segni tangibili per credere. “Perché mi hai veduto, tu hai creduto; beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!”. Come possiamo dire di essere nell’era dello Spirito santo, se la nostra fede è ancora attaccata a dei segni esteriori, vive di tangibilità: voglio toccare per credere, voglio mettere il mio dito nel segno dei chiodi, mettere la mia mano nel fianco… Che fede è mai questa? La fede è tale che, se anche non avessi prove che Dio esiste, crederei lo stesso. Ecco perché l’ateo che ricerca Dio crede più di chi pensa di credere in Dio, ma su continue prove tangibili della sua esistenza. Noi credenti non facciamo altro che tentare Dio, pretendendo da lui segni, ma nonostante questo siamo sempre tanto avidi di un dio taumaturgo che non basta un solo miracolo, ne vogliamo altri: siamo drogati di miracolismo.

Lo Spirito Santo è allergico ai miracoli: non agisce facendosi accompagnare da segni particolari. Lui agisce nell’interiore, perché la Libertà è interiorità. Il campo d’azione dello Spirito è il cuore o la mente dell’essere umano. È chiaro che poi il mio agire sarà diverso, completamente diverso dall’agire di chi pretende che lo Spirito santo distribuisca miracoli a tutto spiano. Vogliamo o no capire che con i miracoli o con i segni esteriori il mondo non cambia? Non c’è peggior egoista di chi vive di miracoli. Il segno che lo Spirito agisce è quella libertà di pensiero che apre sull’Umanità e sull’Universo. La religione è l’era dell’Antico Testamento. Con Cristo c’è stata la rottura. Ma in realtà non è così. Oggi c’è un ritorno alla religione dell’Antico Testamento. Eppure già i profeti veterotestamentari parlavano di Spirito. È affascinante e sempre provocatoria la pagina di Ezechiele (capitolo 37) che ha una visione: vede una pianura piena di ossa aride. Dio impone al profeta: “Profetizza su queste ossa aride e annuncia loro: Ossa inaridite, udite la parola del Signore. Così dice il Signore Dio a queste ossa: Ecco, io faccio entrare in voi lo spirito e rivivrete!”. Questa è la Profezia divina! Far rivivere questo mondo che è come un insieme di ossa inaridite! Una suggestiva immagine, ma quanto è reale!

Fede e Profezia sono la stessa cosa,  per me. Ambedue hanno in comune lo Spirito santo. E lo Spirito santo punta sull’essere, che è la parte più vitale di ogni realtà esistenziale. Il vero cristianesimo rifugge da ogni sensazionalismo, da ogni spettacolarità, da ogni strutturalismo. Il mondo d‘oggi ha bisogno di fede purissima, di Profezia che è Libertà di pensiero e di azione nello Spirito santo. I dubbi ci saranno sempre, ma serviranno a tenerci in guardia: essere profeti, e lo dobbiamo essere tutti, non significa essere dei privilegiati, perfetti, già arrivati. Il dubbio fa crescere: siamo dei viandanti.

aprile 4, 2012

LA PAROLA DELLA CROCE

SPUNTI DALLA MEDITAZIONE PASQUALE DI DORA CASTENETTO

(docente alla Facoltà teologica dell’Italia settentrionale) al Meic di Lecco il 24 marzo 2012 sul versetto 1,18 della Prima lettera ai Corinzi: «Poiché la predicazione della croce è pazzia per quelli che periscono, ma per noi, che veniamo salvati, è la potenza di Dio»

Il mistero della croce  è centrale nella fede cristiana, ma si può correre il rischio di ridurlo a puro simbolo culturale. È necessario prescindere da certe discussioni improprie, come quelle avvenute sull’esposizione del crocefisso nei luoghi pubblici. La croce parla, è un messaggio vivo. È l’icona del modo con cui Dio si dona all’uomo. Ci dice che Gesù è il Salvatore, figlio di Dio. La crocefissione – pena infamante per chi veniva ritenuto maledetto da Dio – è una morte scelta da Gesù, non subita: in questa morte Dio rivela sé stesso. Sembra paradossale, ma il mistero della croce – pur restando un mistero – rivela chi è Dio per noi, come intende farci essere davanti a lui e con lui, pertanto rivela chi siamo noi. Vediamo in concreto come avvenne la morte di Cristo. Dei due delinquenti vicino a lui è bastato che uno dicesse: ricordati di me e la risposta fu l’immediata accoglienza, non una promessa di perdono futuro o condizionato. Dio ama gli uomini incondizionatamente, basta un cenno di adesione: entra non appena lo si lascia entrare.

Meraviglia e incredulità  sono atteggiamenti che possiamo provare: meraviglia per tanta misericordia, incredulità, di contro, per chiedersi se non ci sia una forma diversa dalla croce per esprimere l’amore di Dio per l’uomo. Joseph Ratzinger disse che la croce si presenta “come espressione di quel folle amore di Dio, che si abbandona ad ogni umiliazione pur di redimere l’uomo”. Il tema è sempre quello dell’uomo salvato e di un Dio salvatore. Una certa idea di un dio giustiziere – invalsa in tempi passati – è totalmente sbagliata: il Dio vero è quello che perdona, che salva: è più grande della nostra meschinità. S. Ambrogio ha affermato che se si perdona si ha ragione di credere di essere perdonati; se non si perdona, come osare rivolgersi a lui? Non si può capire la sua misericordia trascendente.

Dio è misericordia.  Questo atteggiamento divino contrapposto a quello umano può essere visto già nel primo testamento, ad es. in passi come il seguente: Il mio cuore si commuove dentro di me, il mio intimo freme di compassione. Non darò sfogo all’ardore della mia ira, non tornerò a distruggere Efraim, perché sono Dio e non uomo; sono il Santo in mezzo a te e non verrò nella mia ira (Osea 11,8-9). Anche Caino viene protetto da Dio, contrariamente a quanto avrebbe fatto la giustizia umana. La potenza di Dio si manifesta, dunque, non come potere o arbitrio, ma come misericordia e perdono: e questo lo dice il crocefisso. È stata anche un’intuizione di s. Teresa del Bambin Gesù. Entrata nell’ordine delle carmelitane – che allora (fine ‘800) aveva lo scopo di offrirsi vittime alla giustizia di Dio – intuì che Dio è giusto in quanto misericordioso: significa che Dio realizza la sua identità (quindi è giusto con sé stesso) nella misericordia. Pertanto Dio non mostra la sua distanza da noi: piuttosto siamo noi che attribuiamo a Dio una distanza e una giustizia umana. Ma è ideologico partire da noi e attribuire a Dio il punto di vista umano.

La croce è principio di comunione.  Sulla croce è stipulata pienamente l’alleanza tra Dio e l’uomo. Ne consegue che da li nasce ogni possibilità di comunione tra gli uomini. Perché sulla croce Gesù sconfessa l’odio, sconfessa ogni aggressione, sconfessa ogni oppressione. Sconfessa pure la nostra autosufficienza, la pretesa di essere in grado di salvarci grazie ai nostri meriti. Sulla croce Gesù muore per tutti gli uomini: la croce distrugge ogni muro divisorio che vogliamo erigere con chi ha una fede diversa o non ha fede. Ci possiamo chiedere se è possibile condividere la croce. O, prima ancora, se la croce è una proposta credibile. L’uomo è fatto per la felicità, non per la croce. Condividere la croce può sembrare una proposta sconcertante, ma non si è discepoli se non condividendo la croce. Le parole di Gesù in proposito sono inequivocabili: Se uno vuol venire dietro a me, rinunci a se stesso, prenda la sua croce e mi segua (Mt 16,24). Bisogna avere il coraggio di condividere le scelte fondamentali della fede; o, in altre parole, bisogna decidere di essere cristiani. Portare la croce vuol dire assumere lo stile di Gesù.

Rinunciare a sé stessi  cosa vuol dire? Non certo rinnegare il corpo né, tanto meno, la propria personalità. Vuol dire rinnegare l’indocile (rispetto alla legge della carità), l’incredulo che è dentro di noi, per ricondurre tutto in noi alla fede, allo stile di Gesù. Qui si aprono problemi molto profondi: si può chiamare croce il dolore dell’uomo? Perché il dolore innocente? Perché proprio a me? Probabilmente non si trova una risposta se si resta sul piano puramente razionale. Dolore e male appaiono come ostacoli, si cerca di nasconderli, ma sempre riemergono. Il dolore è un enigma per tutti, credenti e non credenti. Possiamo ricordare, ad es., Edith Stein, che disse alla sorella: andiamo a morire per il nostro popolo. Il card. Martini, dopo una visita ad Auschwitz, non fu in grado di fare la solita meditazione dinanzi all’assurdo di quel mistero d’iniquità: non ci sono parole. Ma, aggiunse, guai a chi abbassa la guardia.

Il dolore prende senso dall’amore.  Il libro di Giobbe descrive un atteggiamento forte rispetto al dolore: quello che gli fa dire: Dio ha dato, Dio ha tolto. Ma non sempre l’uomo è così forte, come insegna la stessa morte di Gesù. La quale è una morte per la vita, per la salvezza dell’umanità. Una morte totalmente umana perché l’umano di Gesù è totalmente umano. Solo la fede dà un senso al dolore. Senza titanismi, fatalismi o, peggio, disperazioni. Bonhoeffer ha parlato di resistenza e resa: resa non al dolore ma al mistero di Dio. Questa resa ci dà una resistenza reale che genera speranza e pazienza. La lezione del Crocefisso non ci dà una teoria del dolore, né afferma che il dolore è un valore. Insegna piuttosto che è sbagliato respingere la fede per il dolore. Il dolore, il venerdi santo, prelude alla resurrezione. La Pasqua è questa certezza.

Bibliografia: G. Moioli, La parola della croce, Glossa, Milano 1994

marzo 18, 2012

GIRARDI E L’ETÀ DEL DIALOGO

DALLE APERTURE CONCILIARI ALLA RICERCA DELLA VERITÀ DI UN TESTIMONE DEI NOSTRI GIORNI

di RANIERO LA VALLE*

Dal dialogo verso la comunione.  Con la morte di Giulio Girardi, teologo dell’inclusione e filosofo della liberazione, si può considerare simbolicamente conclusa l’età del dialogo. Essa ha attraversato una larga parte del Novecento e ha interessato politiche, ideologie e religioni; si può dire che quanto più erano visibili i patimenti e le minacce arrecate dalle contrapposizioni in atto (c’era violenza per i popoli e al mondo era annunciata la morte nucleare), tanto più si cercavano punti d’intesa, si lavorava al negoziato, si cercavano terreni di comune umanità. A partire dal Concilio questo dialogo ha avuto il suo centro e il suo motore nella Chiesa cattolica. Papa Giovanni ne aveva provato l’efficacia arginando la crisi di Cuba, e nella “Pacem in terris” l’aveva fondato sulla fiducia, prendendo in parola gli Stati che dicevano di non voler usare le armi per distruggersi; egli sostenne che gli uomini potessero incontrarsi tra loro nonostante e attraverso i loro errori, e di un dialogo fatto per amore. Offrì una struggente icona ricevendo la figlia e il genero di Krusciov. Al Concilio arrivarono i testimoni delle altre Chiese cristiane, non più considerate come sette di eretici e scismatici; Paolo VI nella sua prima enciclica fece del dialogo la missione stessa della Chiesa, la sua “parola”: dialogo con gli altri cristiani, dialogo con le religioni non cristiane, dialogo con i non credenti, dialogo col mondo. Dossetti osservò che a questo livello di estensione e di profondità, per la Chiesa più che di dialogo, si dovesse parlare di comunione. E al di là delle sedi istituzionali ci fu tutto un fervore di ricerche, di incontri, di prove di lavoro comune, culturale e politico, pur in mezzo a feroci polemiche degli zelanti. In ogni caso c’era vita, perché si comunicava nelle idee, non nel denaro.

Col marxismo.  Un capitolo importante di questo dialogo fu quello tra cristianesimo e marxismo. Erano due antropologie che si mettevano a confronto, l’una fondata sulla fede, l’altra sulla dialettica e sull’utopia. E si sfidavano, ciascuna nel proprio campo costretta a interrogarsi su “quale marxismo”, su “quale cristianesimo”. E c’erano ricerche su nuovi marxismi e su un “nuovo” cristianesimo. Innamorata e curiosa del mondo appena scoperto, la Chiesa addirittura istituì un Segretariato per i non credenti, e mandava i suo cardinali a discutere con gli “atei” negli incontri internazionali di dialogo, mentre sul versante laico facevano notizia, e cultura, i convegni della tedesca Paulusgesellshaft. Di questo dialogo Giulio Girardi fu un pioniere; ne pose le basi filosofiche, teologiche e spirituali; il primo libro “Marxismo e cristianesimo”, poi sempre ristampato, fu pubblicato dalla Cittadella di Assisi nel 1965 con una prefazione del cardinale Koenig, e molti altri la Cittadella ne pubblicò sullo stesso tema fino al 1975. Poi ci furono altri libri, altri Editori, Giulio Girardi si coinvolse nella teologia della liberazione, nelle lotte e nelle speranze dell’America Latina, il Nicaragua, Cuba, la dignità degli indios, dei “vinti”.

Ci fu una parabola,  perché all’inizio Girardi partì nell’ufficialità, quando tutta la Chiesa era partecipe di quella straordinaria apertura. Poi le università cattoliche, i salesiani, i vescovi non furono più d’accordo. Cominciarono le rimozioni, le esclusioni, dall’insegnamento, dai salesiani, dagli ordini sacri (ed è stato bello che il Rettore dell’Ateneo salesiano sia venuto ai suoi funerali). Ma non è per il dialogo che Girardi ha pagato questo prezzo. A lui interessava la verità, nel cristianesimo, nel marxismo, nella storia; era la verità che lo metteva in relazione, in dialogo con gli altri. Ma può la verità meritare che si paghi per essa un prezzo così alto, di sofferenze morali e fisiche? No, se la verità è l’oggetto inerte di una speculazione intellettuale. Ma se la verità è la vita, se è cercata per amore del mondo e del prossimo, se è uno dei fondamenti della pace, se è coetanea della libertà, se consiste nel proclamare la dignità e l’eguaglianza per natura degli uomini e dei popoli, come è scritto nel magistero del Concilio e dei Papi conciliari, allora vale la pena che per essa si perda la vita.

Questo del resto è il divino nell’uomo. Ci si può chiedere allora che senso abbia che Girardi sia stato sospeso “a divinis”. Nel gergo canonico vuol dire essere staccati dalle cose sacre, che secondo l’ideologia veterotestamentaria sono le cose separate dagli uomini, messe da parte per Dio e maneggiate in modo esclusivo dagli appartenenti alla tribù dei leviti. Ma nel lessico cristiano la sospensione a divinis è la sottrazione all’uomo della sua vera umanità, l’estrapolazione di Dio fuori delle cose a tutti comuni, la sospensione dell’incarnazione per la quale, come dice il Concilio, “il Figlio di Dio si è unito in certo modo ad ogni uomo”. No, nessuno può essere sospeso dal divino.

(6 marzo 2012)

*Fonte: http://blog-micromega.blogautore.espresso.repubblica.it/2012/03/06/raniero-la-valle-girardi-e-l%E2%80%99eta-del-dialogo/

novembre 9, 2011

CRITERI E MODELLI DI ADULTITÀ

“USCIRE DI CASA” ASSUMENDOSI RESPONSABILITÀ

Diverse discipline. La biologia considera adulto l’individuo arrivato alla maturità sessuale e riproduttiva. In medicina solitamente si fa collocare la fase adulta con l’arresto della crescita, che può porsi, secondo attendibili ricerche, nella femmina intorno ai 22-24 anni, nel maschio intorno ai 26-28. L’accrescimento, infatti, prosegue dopo la maturazione sessuale e coinvolge soprattutto la struttura ossea. Con la fine del processo di accrescimento inizia la fase di degradazione cellulare, detta di invecchiamento. Il diritto semplifica radicalmente, considerando adulto chi ha raggiunto la maggiore età. Infine la psicologia richiede che sia raggiunto il completo sviluppo non solo sessuale o fisico, ma anche psichico, su cui si tornerà poco oltre.

Dilatazione dell’adolescenza.  L’età adulta si colloca successivamente all’adolescenza. Oggi si parla di una vera e propria dilatazione dell’adolescenza, in entrambe le direzioni: mentre tradizionalmente essa veniva ricompresa nella fascia tra i 13 e i 19 anni, oggi si ritiene cominci addirittura prima della pubertà a causa degli stimoli determinati dai processi di mediazione simbolica – quelli indotti dai mass media – e che duri per molto più tempo rispetto al passato. La causa va ricercata sia in fattori sociali (difficoltà di rendersi indipendenti economicamente al fine di affrancarsi dalla famiglia d’origine, fuoriuscita dalla famiglia d’origine senza creare parallelamente un nuovo nucleo familiare) sia in problematiche soggettive diffuse e almeno in parte determinate dai fattori sociali stessi (mancanza del senso di responsabilità, difficoltà all’autorealizzazione, incertezza verso il futuro, proroga degli stili di vita e dei comportamenti di consumo acquisiti durante la fascia tradizionalmente considerata adolescenziale). È ovvio che questa dilatazione dell’adolescenza comporti ulteriori fattori di difficoltà nella definizione di adultità.

Il termine adultità  è stato coniato di recente, in questo contesto sociale. Indica ovviamente condizioni e qualità che caratterizzano l’adulto. In un certo senso invita a parlare di questa età di cui, al contrario, pochissimo è stato detto, tanto da poter far pensare a una sorta di vera e propria rimozione. Parlare dell’età adulta significa anzitutto problematizzare l’idea tradizionale di adulto, inteso come individuo la cui crescita è già compiuta, che ha raggiunto la piena maturità psicosomatica, il culmine delle capacità di rendimento e di attitudine. Si verifica invece che questa pure è un’età in evoluzione e cambiamento. Parlare di adultità vuol dire cercare in cosa consista la maturità. Può sostanzialmente discutere sui modelli da perseguire o sugli obiettivi da raggiungere. Si arriva quindi ad aspetti filosofici e teologici.

L’uomo diventato adulto  è colui che si serve della propria ragione senza la guida di un altro”: così Kant nel ‘700 ha definito l’adulto. Dando peraltro occasione alla predicazione cattolica della Restaurazione di bollare questa proclamata autonomia dell’uomo adulto come ribellione contro Dio. In quei tempi si parlava di obbedienza della fede, fondandola sul nesso di dipendenza della creatura dal Creatore. Si arrivava alla netta distinzione tra chiesa docente e chiesa discente, tra pastori e pecore, esaltando per queste ultime, il “sacrificio dell’intelletto”. Il grande teologo protestante Bonhoeffer – impiccato nel 1945 per essersi impegnato nella vita politica cospirando contro Hitler – ha mostrato come non debba mai essere richiesta all’uomo la rinuncia a usare l’intelletto. Ha pure avanzato un criterio per definire l’adultità in campo teologico. Il cristiano adulto è tale non certo se ha risposte pronte in campo scientifico, etico o metafisico, ma se si carica della miseria umana, partecipando alle sofferenze del mondo. Il martirio di Bonhoeffer, consumato nell’incomprensione della sua chiesa, ci mostra, più di ogni discorso, come questo criterio consista nell’amare gli altri, se necessario fino alla morte.

Modello cristiano di adultità.  Una metafora tratta dalla vita di Gesù, può ulteriormente illustrare questa idea teologica di adultità. Quando, diventato adulto, esce di casa, Gesù dà inizio a una nuova fase della propria vita: dalla fase formativa, trascorsa in famiglia, taglia con quest’ultima il “cordone ombelicale” e assume le proprie responsabilità nella vita, comprese quelle nei confronti dei familiari. Senza rinnegare nulla di quanto ricevuto, passa alla fase adulta, tagliando ogni forma di dipendenza, anche psicologica, dalla famiglia d’origine. Gli screzi narrati nel vangelo, dovuti all’incomprensione dei familiari stessi, testimoniano di questo taglio definitivo del cordone ombelicale, pur nell’immutato affetto, fedele e riconoscente. Analogo dovrebbe essere il comportamento dei cristiani “adulti” nei confronti delle loro Chiese o Movimenti che li hanno “svezzati” alla vita di fede.

Per riflettere:

-criteri di adultità in diverse discipline;

-dilatazione dell’adolescenza;

-definizione di Kant di uomo adulto;

-obbedienza della fede e sacrificio dell’intelletto;

-definizione di Bonhoeffer di cristiano adulto;

-significato del suo martirio;

-modello cristiano di adultità;

-metafora dell’uscita di casa di Gesù;

-dalla fase formativa alla fase adulta;

-taglio del cordone ombelicale:

-alla sequela non di un Gesù bambino;

-ma di un rabbi itinerante perché uscito di casa;

 

novembre 1, 2011

SANTO È COLUI CHE SERVE L’UMANITÀ, NON LA RELIGIONE

L’AUTO-REFERENZIALITÀ DELLA CHIESA NASCONDE VALORI UMANI AUTENTICI

Omelia di don Giorgio De Capitani per la Festa di tutti i santi 2011: http://www.dongiorgio.it/scelta.php?id=1717&nome=omelie

Regole di canonizzazione.  Me la caverei facilmente e senza troppo spremermi le meningi se dovessi, nella ricorrenza della festività di tutti i santi, elogiare la santità in genere, ma già onorare un santo proclamato tale ufficialmente dalla Chiesa pone il problema del criterio usato per riconoscere in quella determinata persona le virtù necessarie perché venga presa come modello di vita. Ecco cosa significa “canonizzazione”. La parola “canonizzazione” deriva da canone, che significa regola. Ed ecco la prima domanda: quali sono le regole o i criteri seguiti dalla Chiesa per proclamare ufficialmente la santità di una persona? E di conseguenza: quali sono le regole che quella persona ha seguito per condurre la propria vita in modo tale da essere poi ritenuta degna di essere canonizzata?

Santità popolare.  Anzitutto diciamo che esiste una santità popolare che sfugge a qualsiasi canone, o regola o norma della Chiesa: proprio perché popolare, la santità non dà nell’occhio, non fa cose eccezionali. La Chiesa canonizza invece, normalmente, chi ha fatto qualcosa di straordinario, chi ha compiuto azioni vistose, pretendendo anche qualche miracolo, durante la vita terrena o dopo la morte. La santità popolare è come l’humus (da qui la parola umiltà), il terreno fertile dove può attecchire e svilupparsi il seme evangelico. È vero che la Chiesa riconosce anche la santità popolare, ne parla, invita tutti ad essere santi anche nel quotidiano, ma sa pure che la santità popolare non propone modelli forti, virtù testimoniate eroicamente. La Chiesa chiede visibilità, più visibilità possibile.

Obbedienza.  La Chiesa ha bisogno di essere obbedita nella sua dottrina e nella sua morale, dunque le virtù da privilegiare sono l’ortodossia e l’osservanza dei comandamenti. Perciò, quando canonizza qualcuno, tiene conto anzitutto dell’obbedienza, dell’ortodossia e della rettitudine morale. Ortodossia, ovvero, come dice la parola, dottrina retta, retta naturalmente secondo la Teologia della Chiesa strettamente dogmatica. La Chiesa discute anche sulle verità di fede, ma ci sono punti indiscutibili, e sono proprio questi che bloccano la ricerca della verità, che è, per essenza, infinita. Se è infinita, come puoi mettere dei paletti, chiuderla come in una prigione? Il dogma che cos’è? Inoltre: rettitudine morale, ovvero quel comportamento pratico che segue la morale sostenuta dalla Chiesa canonica. Se uno usa il preservativo è già tagliato fuori dalla possibilità di essere riconosciuto santo! Già qui potete immaginare l’idea che la Chiesa ufficiale si fa della santità di una persona, e vi fa capire quali sono i modelli che la Chiesa vorrebbe imporci.

Circolo vizioso.  Sembra che la Chiesa si auto-celebri, santificando i suoi “migliori” testimoni: in quanto struttura, in quanto religione. Comportandosi così, non fa altro che ingrossare se stessa come struttura, tradendo la sua missione, che è esattamente il contrario: la Chiesa è al servizio non di se stessa, ma dell’Umanità. Ma come potrà uscire da questo circolo vizioso, quello di auto-alimentarsi, se rimarrà chiusa tra le quattro mura della sua struttura-potere? Può anche avere un senso la canonizzazione, ovvero il riconoscimento ufficiale della santità di una persona, purché si tenga conto che il punto di riferimento dei “santi” proclamati tali non è la Chiesa in sé, nei suoi dogmi e nella sua morale, ma l’Umanità. So che dire Umanità è come dire qualcosa di troppo vago: bella parola, su cui potrebbero andare tutti d’accordo, ma basterebbe citare qualche valore che appartiene all’Umanità che subito ci si scontra, e ci si divide.

Valore umano  è la pace, e la Chiesa fino a poco tempo fa ha sostenuto la liceità della guerra difensiva, e tuttora parla di missioni di pace in Afghanistan o in Libia. Valore umano è la vita, e la Chiesa sembra più preoccupata dell’inizio e della fine dell’esistenza umana, e anche qui, all’inizio e alla fine, sostiene posizioni talora assurde: pensate al testamento biologico che la Chiesa rifiuta, perché sente odore di eutanasia. Valori umani sono i diritti universali, e la Chiesa nega i diritti alle coppie di fatto ed emargina gli omosessuali (pensate al problema dei preti gay). Valore umano è la giustizia, e la Chiesa si allea con i poteri più corrotti, proprio per sostenere i valori cosiddetti “cattolici”, ovvero quei valori che fanno parte della struttura religiosa della Chiesa. Ecco la blasfemia della Chiesa: vende la giustizia per avere qualcosa in contraccambio, e, assurdo degli assurdi, questo qualcosa fa parte della stessa struttura di potere della Chiesa.

La canonizzazione  di un santo tiene conto di questi criteri. Il santo per essere canonizzato non può sgarrare, uscire da questi canoni. Ma può anche succedere che qualcuno sia uscito da questi schemi, ma poi ci pensa la Chiesa, quando lo canonizza, a mettergli come si dice il cappello sopra, presentarlo ufficialmente nel modo dovuto, in linea con la struttura-religione. Sì, ci sono anche santi-profeti, ma alla Profezia è stata tolta la sua parte migliore. Ecco perché si augura che la Chiesa non tocchi i Profeti neppure da morti. E succede, dopo qualche anno, quando la Profezia si è un po’ offuscata, che la Chiesa li rimetta in riga. È più facile dire che un santo, come fa la Chiesa, debba avere alcune qualità, che sono le virtù canoniche, ed è più facile anche contestare tutto questo criterio usato dalla Chiesa per canonizzare i santi. Ma è più difficile dire che cosa allora s’intenda per santità. Ma dire santità mette un po’ paura. Diciamo meglio: come vivere in pienezza la propria fede, e dunque qual è la nostra testimonianza in questo mondo?

Umiltà.  Vorrei tornare alla parola umiltà. Dicevo che deriva dal latino “humus”, che significa terra. Da qui anche la parola “umano”. La superbia (da super-bios, crescere sopra) porta a pensare ad un atteggiamento di colui che trascura, rompe il legame con la terra da cui deriva. L’umile, dunque, è colui che si sente autenticamente legato alla propria natura. Il santo, allora, non è colui che disprezza la terra, disprezza l’umano, disprezza questa vita terrena. Sarebbe dis-umano. Il santo è colui che vive il proprio legame con la terra in modo profondo, così profondo da sentirsi veramente sulla strada della piena realizzazione di se stesso. Pensate alle conseguenze di questa affermazione. Pensate al criterio talora usato dalla Chiesa per canonizzare i santi: il disprezzo delle cose terrene! il disprezzo della vita! le mortificazioni corporali! l’assenteismo dalla vita politica! il tenersi lontano dalle problematiche sociali! evadere dalle preoccupazioni di questo mondo!

Pienezza dell’Umanità.  Allora capite quando insisto, fino ad annoiarvi, che la santità è la pienezza dell’Umanità! La santità valica i limiti della religione: l’Umanità comprende ogni razza, ogni fede religiosa, ogni cultura. L’unico criterio della Chiesa di Cristo in quanto Cristianesimo per riconoscere la santità è l’Umanesimo integrale. Il vero santo non è colui che ha servito la Chiesa-religione-struttura, ma è colui che ha servito l’Umanità. E allora, di conseguenza, sarebbe inopportuno, per me deviante, per non dire pericoloso, insiste sulla canonizzazione dei santi usando criteri quali: obbedienza, ortodossia e morale cattolica.

Basta canonizzazioni,  casomai proporre modelli Umani, al di là di ogni religione, al di là di ogni razza, al di là di ogni cultura. La canonizzazione corre il rischio di appropriarsi dei cosiddetti santi, come se ogni religione avesse i suoi santi: guai a chi li tocca! La santità da proporre è quella che sa trovare la verità in ogni cosa, anche nell’eresia, anche nell’ateismo. La santità, se è Umanità riuscita, non ha regole: non è canonica. L’unica regola è realizzare l’Umanità migliore. Finora ho parlato di canonizzazione nella Chiesa. Ma non dimentichiamo che anche la società ha i suoi criteri per canonizzare i suoi modelli. Se la Chiesa non è ancora uscita dalla prigione della religione per aprirsi sull’Umanità, che dire di una società in balìa di un consumismo tale da non capire più ciò che è umano e ciò che è dis-umano? Anche la società vuole i suoi eroi, vuole i suoi idoli, vuole i suoi santi.

Vorrei concludere con un esempio:  lo so che sarò come al solito frainteso. Recentemente è morto in un incidente durante una corsa il pilota Marco Simoncelli. Nulla da dire sulla persona. Dico solo che è diventato un idolo: in realtà che cosa faceva? Correva in moto! Che ideali aveva: vincere! Addirittura i funerali sono stati trasmessi in tv. Recentemente è morto anche Padre Fausto Tentorio, non per un incidente stradale, ma è stato ucciso dai poteri forti perché egli difendeva i più deboli. Padre Fausto aveva un ideale nobile, e per raggiungerlo ha rischiato non per vincere in una gara motociclistica, ma per far vincere l’Umanità. Due morti diverse, completamente diverse, ma anche le reazioni della società sono state diverse. In Italia la notizia dell’uccisione di Padre Fausto è passata subito in sordina. Non interessava. D’altronde che cosa oggi può interessare agli italiani? Lottano magari, come in questi ultimi tempi di forte crisi economica, scendono in piazza quasi solo per cose. Parlare di Umanità è il lusso dei buontemponi, di qualche utopista. Prima ho parlato di Padre Fausto, un missionario. Ma Vittorio Arrigoni non era un prete. Anche lui ucciso per una nobile causa umana. Ignorato, per non dire maltrattato, offeso, calunniato dai mass media italiani, a iniziare da quelli del Porco Padrone: tutti i ragazzini e ragazzine sanno chi è Marco Simoncelli, ma ben pochi sanno chi è Vittorio Arrigoni. Marco, un eroe di cartapesta, Vittorio un testimone dell’Umanità.

giugno 4, 2011

MILANO TRA ELEZIONI E LORO MANCANZA

L’ELEZIONE DI AMBROGIO A FUROR DI POPOLO E L’ATTUALE ATTESA DELLA NOMINA DEL NUOVO VESCOVO. L’EQUIVOCO DELLE RIFORME IRREFORMABILI

 

di  PIERO STEFANI

Nel 2011 Milano assisterà al rinnovo di due cariche. Una è già avvenuta con l’elezione di Giuliano Pisapia a sindaco della città: un fatto dalla valenza politica rilevante che, con ogni probabilità, sarà assunto nei libri di storia come svolta irreversibile nel declino politico dell’attuale presidente del consiglio. A seguito di questo esito elettorale si stanno infatti mettendo in moto dinamiche che diffondono, a vasto raggio, la convinzione secondo la quale Berlusconi ha imboccato, senza chance di recupero, il viale del tramonto. Pure se, ipoteticamente, non fosse così, l’esistenza di questa vasta percezione contribuisce in modo significativo a far sì che sia effettivamente così. Tutt’altro il discorso su quanto avverrà dopo: qui l’incertezza regna sovrana. L’altra carica da rinnovare è quella di arcivescovo. Nel 2009, il card. Tettamanzi ha dato le dimissioni per raggiunti limiti di età. Come è ormai prassi, l’incarico gli è stato rinnovato per due anni. Anche questi ultimi sono ormai scaduti. Da mesi fioccano le previsioni sul successore.

Influssi politici.  Se la nomina, non l’ingresso, fosse avvenuta prima delle elezioni amministrative, difficilmente qualcuno avrebbe ipotizzato una volontà da parte della Chiesa cattolica di influire sul risultato elettorale. È meno vero il contrario. Specie se la scelta, come molti prevedono, cadrà infine sul card. Scola, sarà arduo scacciare il sospetto secondo cui una delle variabili che ha fatto propendere la bilancia dalla parte dell’attuale patriarca di Venezia sia stata la presenza di Pisapia a palazzo Marino. Si tratterebbe di un sospetto tutt’altro che infondato, diretto a screditare ulteriormente l’immagine che la Chiesa cattolica offre di se stessa. Ancora una volta si è sbagliata, quanto meno, la tempistica. Anche se fatta con debito anticipo, una nomina come quella di Scola sarebbe stata inevitabilmente letta come una vittoria di CL, ma lo stile sarebbe stato meno compromesso. Se poi, ora, prevalesse un altro candidato, anche in questo caso sarebbe, ugualmente, dietro l’angolo il sospetto che la sua nomina sia stata influenzata da una variabile politica.

Verticismo monarchico.  Legato al confronto tra l’elezione del sindaco di Milano e la nomina del futuro arcivescovo vi è, comunque, un aspetto più profondo di quello connesso alla cronaca politica. Dopo molti anni la sinistra riprenderà a governare Milano in virtù di un consenso che le viene dalla maggior parte dei cittadini. Con tutti i suoi limiti, il ricorso alle urne evidenzia, in modo efficace, le scelte della cittadinanza. Nulla di equivalente in seno alla diocesi ambrosiana. Qui si è in attesa di una nomina che viene dall’alto senza che sia possibile influenzarla in alcun modo. Quando cambia un vescovo, i fedeli devono solo aspettare la decisione di Roma. Il nunzio indaga, consulta, propone terne (ma non sempre, per Milano non è stata fatta), infine consegna il plico al papa. Poi tutto procedere nelle stanze vaticane, finché giunge l’annuncio, secondo tempi e modi lasciati alla discrezione del pontefice. Il sistema di nomina dall’alto può avere esiti anche molto positivi. In base a esso, negli ultimi giorni del 1979, Carlo Maria Martini fu nominato, a sorpresa, vescovo di Milano. D’altra parte se, in quell’occasione, si fosse dato libero corso alle dinamiche interne alla diocesi ambrosiana, nessuno si sarebbe stupito se CL fosse riuscita a far vincere un suo candidato. Eppure il verticismo monarchico in base al quale si attende un pastore senza consultare le sue future pecore, continua a essere espressione di una Chiesa retta dall’equivoco di spacciare per tradizione irreformabile l’arroccamento attorno ad alcune specifiche fasi della propria storia.

La via delle riforme.  Il fatto che, fino all’epoca medievale, il vescovo fosse eletto da clero e popolo, lungi dall’evitare abusi, spesso li favorì. Inserita in un sistema feudale, questa prassi garantì il predominio di alcune grandi famiglie. Per mutare clima si imboccò la via delle riforme. Nel caso della nomina del vescovo di Roma, dal 1059 essa è, per esempio, affidata ai cardinali. I nostri tempi sono lontanissimi dal Medioevo. Ogni riforma va a sua volta riformata. Avviare processi grazie ai quali i fedeli di una diocesi abbiano parte attiva nella scelta del loro pastore è opzione che solo una forma miope di gestione del potere si rifiuta di prendere in considerazione. Nel 374 Ambrogio, governatore della provincia romana dell’Emilia-Liguria con sede a Milano, fu eletto, contro il suo parere, vescovo della città a furor di popolo. Ciò avvenne quando Ambrogio non era ancora battezzato (pur essendo già cristiano). Sulla scorta di questo precedente, qualche autore surrealista potrebbe scrivere una piéce teatrale al termine della quale Giuliano Pisapia siede a capo della diocesi ambrosiana. Non auspichiamo tanto. Ci basterebbe che si traessero le debite conseguenze dal fatto che la struttura monarchica e lo spirito feudale, lungi dal far parte dell’intima natura della Chiesa, ne rappresentano solo una fase storica avviata, da gran tempo, sul viale del tramonto. Tuttavia proprio la prolungata dilazione del crepuscolo, fa sì che essa sia ancora in grado di gettare lunghe ombre sul suolo ecclesiale.

 
fonte: Il pensiero della settimana, n. 343;   http://pierostefani.myblog.it/archive/2011/06/03/343-milano-tra-elezioni-e-loro-mancanza.html
 

Maggio 24, 2011

A SUA IMMAGINE E SOMIGLIANZA

ORIGINE E VICENDE DELLA DIGNITÀ UMANA

di Piero Stefani*

Collegata al dramma degli immigrati  si può scorgere una violazione della dignità umana. L’atteggiamento dell’opinione pubblica nei confronti di questa violazione è paragonabile a quello assunto, a suo tempo, di fronte alle violenze sugli ebrei: si preferisce non vedere. Siamo tutti concordi a deprecare i lager, condannando anche l’indifferenza di allora. Sugli immigrati attuali siamo invece pronti a trovarne la responsabilità nelle dittature nordafricane, nel sottosviluppo, ecc., ma non nella nostra indifferenza. È chiaro che valutare il passato è molto più facile che valutare il presente. Cerchiamo allora di approfondire il significato della dignità umana, le sue origini – che potrebbero risalire alla cultura biblica – nonché le sue conseguenze sul piano civile, che si sono materializzate nel riconoscimento universale dei diritti umani.

Libertà di pensiero.  Quando si parlò di dignità e diritti umani (enunciati inizialmente dalla rivoluzione francese), l’atteggiamento della chiesa cattolica fu freddo, se non ostile. Ciò che destava maggiori problemi era il riconoscimento della libertà di pensiero, perché questa poteva essere intesa come legittimazione dell’errore. Era più facile parlare di diritti di giustizia (come farà più tardi la Rerum novarum) che riconoscere la libertà di coscienza come parte integrante della dignità umana. Piuttosto che di libertà di pensiero o di coscienza si preferiva parlare di retta coscienza, la quale veniva intesa come, in qualche modo, guidata. I manuali di teologia preconciliari non erano interessati specificamente all’uomo. Lo concepivano come oscillante tra due polarità: natura e sovra-natura (grazia). Davano dell’uomo una visione piuttosto statica, che ritenevano ascrivibile alla Rivelazione. Dove sta l’immagine di Dio in questo uomo? In ciò che lo distingue dagli altri esseri viventi: l’intelligenza e, soprattutto, l’anima, intesa quest’ultima come un’entità creata direttamente da Dio per ciascun uomo. Tema ribadito in particolare quando si è trattato di opporsi al clima materialista ed evoluzionista tra ‘800 e inizio ‘900.

Svolta antropologica.  Il Concilio vaticano II ha cambiato diverse cose, consentendo di collocare la centralità umana su uno sfondo biblico più dinamico, in quanto è subentrato il riconoscimento della libertà. La Gaudium et spes al n. 12 afferma: “La Bibbia, infatti, insegna che l’uomo è stato creato «ad immagine di Dio» capace di conoscere e di amare il suo Creatore, e che fu costituito da lui sopra tutte le creature terrene quale signore di esse, per governarle e servirsene a gloria di Dio”. È ovvio che non può esservi signoria senza una qualche forma di libertà. Infatti più oltre, al n. 17, vi è un’importante affermazione: “l’uomo può volgersi al bene soltanto nella libertà”. Continua poi: “I nostri contemporanei stimano grandemente e perseguono con ardore tale libertà, e a ragione. Spesso però la coltivano in modo sbagliato quasi sia lecito tutto quel che piace, compreso il male. La vera libertà, invece, è nell’uomo un segno privilegiato dell’immagine divina. Dio volle, infatti, lasciare l’uomo «in mano al suo consiglio» che cerchi spontaneamente il suo Creatore”.

Incontro di culture.  Ecco dunque che il Concilio ha ripreso temi biblici sia con un’ermeneutica aggiornata, sia con la fiducia, propria di quei tempi (anni ’60), che la storia realizzasse di per sé certi valori anticipati dalla bibbia. Per dirla in modo sintetico: non c’è solo la natura, c’è anche la storia. C’era una fiducia nello sviluppo, che oggi è stata molto ridimensionata e che potrebbe essere sostituita dall’incontro delle culture. Inoltre mancava l’idea, oggi invalsa, che l’uomo non può fare a meno degli altri viventi, essendo parte dello stesso ecosistema. La biblica sovranità dell’uomo sugli altri viventi non potrebbe sussistere se questi mancassero. Un ultimo aspetto può essere sintetizzato nel fatto che, anche sul tema della dignità umana, non contano solo le cose, ma pure il modo di porsi di fronte alle cose: le culture sono il terreno proprio del modo di vedere le cose. Qui si innesta il tema dei diritti umani e del loro fondamento. Su quali basi o linguaggio li fondiamo? Trattandosi di temi che spesso ci precedono, possiamo parlare di incontro di linguaggi e di culture. È su questo piano che dobbiamo concentrare gli sforzi, con buona pace di chi teorizza lo scontro di civiltà.

La dignità precede la libertà.  La connotazione dell’uomo come immagine di Dio figura, in diversi punti e contesti, nei primi 11 capitoli del Genesi (il primo libro della bibbia). In particolare nei capitoli 1 (creazione), 5 (discendenza di Adamo) e 9 (nuovo ordine dopo Noè). Sono tutti riferiti ad un periodo precedente la storia di Israele, cioè prima della chiamata di Abramo; danno quindi indicazioni valide per tutta l’umanità. Dal contesto complessivo si può ricavare che la dignità dell’uomo viene prima della sua libertà. L’uomo, secondo la rilettura della creazione proposta mezzo millennio fa da Pico della Mirandola, ha la libertà di innalzarsi come un angelo o di abbassarsi come un bruto: la sua dignità permane anche in questa secondo caso. Non si è di fronte a un “bruto”, ma a un Uomo che si è fatto “bruto”. Anche nei casi estremi, non va dimenticato che seppure in un vicolo cieco si può sempre uscire: basta tornare indietro.

Fragilità e responsabilità.  “Chi sparge il sangue dell’uomo, dall’uomo il suo sangue sarà sparso, perché Dio ha fatto l’uomo a sua immagine” (Gn 9,6). L’accostamento tra violenza e immagine di Dio non è casuale. Significa il riconoscimento che la violenza è insita nell’uomo e gli ricorda la sua fragilità. Ma questa fragilità diventa l’occasione per evidenziare la responsabilità dell’uomo. L’immagine di Dio è insita sia nella fragilità dell’uomo che nella sua responsabilità verso il creato e gli altri uomini, in particolare nel contenimento della violenza tra gli uomini.

La bellezza del creato.  Merita un ulteriore cenno quanto, sempre riflettendo sul testo del Genesi, è stato intuito sulla dignità umana da Pico della Mirandola. Dio ha creato l’uomo perché voleva che ci fosse qualcuno con cui condividere il godimento della bellezza del creato. Oltre all’idea di uomo co-creatore, rilanciata dal Concilio, quel pensatore rinascimentale aveva introdotto l’idea di co-contemplatore del creato. La fondamentale positività del creato, nonostante le cadute dell’uomo, è del resto il messaggio di fondo ricavabile dal testo del Genesi e dal suo contesto. Le benedizioni di Dio e dei patriarchi ne sono il sigillo. L’indicazione di essere fecondi e moltiplicarsi non ha un significato demografico, ma va vista in quest’ottica di positività della vita. La vita è frutto di una benedizione e quindi val la pena di vivere. Possiamo dire sinteticamente: cos’è la dignità dell’uomo? È che la vita merita di essere vissuta.

*dalla relazione tenuta il 17-5-2011 al Meic di Lecco sul tema: L’uomo a immagine di Dio, fondamento della dignità umana?

 

Per riflettere:

-si preferisce non vedere le violazioni della dignità umana;

-c’è responsabilità nella nostra indifferenza;

-perché la chiesa era contraria alla libertà di pensiero;

-significato di retta coscienza e vera libertà;

-la svolta antropologica del Concilio;

-incontro di culture e di linguaggi;

-l’uomo non può fare a meno degli altri viventi;

-la dignità dell’uomo permane anche quando abusa della libertà;

-bellezza del creato e responsabilità umana.




aprile 11, 2011

LA VITA È NELLA MORTE, E LA MORTE È NELLA VITA

LA FRETTA OCCIDENTALE E LA SAGGEZZA DELL’ORIENTE

di don Giorgio De Capitani, dall’omelia del 10-4-2011 su Lazzaro risuscitato(Gv 11,1-53).

Luce e vita. Giovanni si dilunga sui dialoghi più che sui particolari dei miracoli narrati: dialogo con la samaritana, con gli scribi e i farisei, con il cieco nato, con gli apostoli e le sorelle di Lazzaro. È nei dialoghi che possiamo scoprire il messaggio. Anche i fatti possono parlare da soli, possono già contenere dei simboli, ma la Parola può meglio aiutarci quando si eleva al di sopra delle circostanze o del momento. La comunità di Giovanni aveva sviluppato due temi, che troviamo anticipati nel famoso Inno introduttivo al Vangelo. Qui si parla di luce e si parla di vita. Sono i due temi conduttori di tutto il quarto Vangelo: il miracolo del cieco nato riguarda il tema della luce, il miracolo della risurrezione di Lazzaro riguarda il tema della vita. Parlare della luce potrebbe anche risultare facile, e potremmo trovarci tutti d’accordo (casomai la gara consisterebbe nel saper meglio dell’altro ricavare immagini suggestive), ma non mi è facile trattare il tema della vita o, meglio, il rapporto vita-morte, morte-vita. Già dire opposti mette sul chi va là. La parola poi morte rievoca qualcosa di pauroso. Solo i mistici o i santoni vorrebbero affrontarla come l’ultima sfida. Loro la vita l’hanno vinta in un certo senso, prendendola nel suo aspetto migliore, gustandola nel suo essere, dopo una scelta non certo popolare. Una serie di scelte sempre più radicali. Senz’altro inusuali. Provocatorie. Quasi eroiche. Vorrei distinguere, a proposito di vita-morte, due visuali completamente diverse: quella orientale e quella occidentale.

Colonialismo occidentale. Apro una parentesi. Purtroppo, noi occidentali non riusciamo ancora a capire che il nostro mondo – e per mondo intendo ogni ambito, quello politico, culturale, sociale e religioso – non è l’unico, e neppure il migliore. Sembra quasi che, quando noi occidentali parliamo, non facciamo altro che elogiare la nostra civiltà come la migliore, o magari disprezzarla, senza neppure renderci conto che anzitutto ogni civiltà da sempre è stata vista e vissuta come relativa al momento storico e allo spazio fisico, e che certi errori non sarebbero stati commessi se avessimo aperto gli orizzonti di casa, e guardato fuori dalla finestra, oltre l’occidente, oltre “là dove tramonta il sole o il giorno muore” (così dice etimologicamente la parola). Abbiamo preso il resto del mondo come terra di conquista coloniale, o di avventura o di proselitismo, sempre con l’idea fissa, direi perversa, di portarvi la “nostra” civiltà, il “nostro” credo religioso, un alibi talora per sfruttare le potenzialità di un mondo ritenuto selvaggio e incolto, ma potenzialmente ricco di risorse naturali. Succede sempre così: quando si è sfruttato ciò che si ha, si va a prendere dagli altri che per varie ragioni posseggono cose preziose a loro insaputa, e che noi sottraiamo loro, come spregevoli predatori. Ma la cosa paradossale è questa: fino a quando noi occidentali siamo andati a conquistare gli altri, a colonizzarli (ovvero sfruttarne i loro beni naturali), nulla di strano, tutto lecito, ora però che siamo noi una terra di conquista, diciamo di sogno pur apparente perché illusorio, se non altro distruttivo dell’essere, ecco che facciamo di tutto per tener lontano coloro che, giustamente, vengono qui da noi per riprenderci ciò che noi abbiamo rubato a loro. Chiusa parentesi.

Saggezza orientale. Il vero problema è un altro: l’occidente ha sfruttato l’oriente nella sua parte meno valida senza capire la sua vera ricchezza – la saggezza orientale – e l’oriente ora si viene a riprendere il peggio dell’occidente, tradendo ciò che di meglio è riuscito finora a conservare: il loro essere. L’oriente, venendo in occidente, si predispone al suicidio. L’occidente guarda ancora l’oriente ma con l’occhio sempre occidentale, ovvero con l’occhio che si sta spegnendo, sulla via della morte. Tranne rari casi – non vorrei considerare la moda deleteria di fare di tutto un gusto esotico – noi occidentali non ci siamo ancora accorti della saggezza orientale, vera saggezza di vita. Una saggezza che risale a tempi antichissimi. Del resto il popolo ebraico ne aveva subìto una sana contaminazione, e i libri sacri si sono ben guardati dal ripudiare questo mondo di saggezza. La Palestina era un mondo medio-orientale. Ma perché non spingersi oltre, verso l’oriente più lontano, ovvero là dove iniziano le prime luci del giorno?

Visione orientale della morte.  Noi sappiamo che la concezione occidentale della vita è diversa dalla concezione orientale: completamente diversa. Mentre la concezione occidentale vede la vita e la morte come due realtà contrapposte, quasi ad escludersi, gli orientali hanno una visuale completa diciamo complementare, meglio: c’è un rapporto stretto tra la vita e la morte, l’una richiede l’altra, la vita è morte, e la morte è vita, c’è uno stretto rapporto dialettico, per cui non c’è vita senza la morte, e non c’è morte senza la vita. Vorrei leggervi alcune riflessioni di un filosofo, mistico e maestro spirituale (guru) indiano, morto nel 1990: conosciuto come Osho, nome d’arte, da molti considerato come uno degli uomini che hanno “fatto” il ventesimo secolo. Nei suoi discorsi, che sono stati raccolti in 600 libri, insiste sulla importanza della meditazione. Ascoltiamolo.

La vita non è corta né unica. «La seconda cosa che devi ricordare è che la vita non è corta. La vita è eterna, quindi non c’è bisogno di avere alcuna fretta. Con la fretta puoi solo perdere delle cose. Hai mai visto fretta nell’esistenza? Le stagioni giungono quando è il loro tempo, i fiori sbocciano quando è il loro tempo, gli alberi non si affrettano a crescere velocemente perché la vita è corta! Sembra che l’intera esistenza sia consapevole dell’eternità della vita. Siamo sempre stati qui e saremo sempre qui – naturalmente non con le stesse forme e negli stessi corpi. La vita continua a evolversi, raggiungendo stadi più elevati. Ma non c’è nessuna fine in nessun luogo e non c’è stato nemmeno nessun inizio in nessun luogo. Tu esisti tra una vita senza inizio e una vita senza fine. Sei sempre in mezzo a due eternità, da una parte e dall’altra. Ti hanno condizionato con l’idea di un’unica vita. L’idea cristiana, l’idea ebraica, l’idea musulmana – che hanno tutte radici nella concezione ebraica di un’unica vita – hanno dato all’Occidente una folle passione per la velocità. Ogni cosa dev’essere fatta con una tale fretta che non puoi provare piacere nel farla, e non puoi portarla a termine in modo perfetto. Ti arrangi a concluderla in qualche modo, e passi di corsa a un’altra.

Sentirsi a proprio agio. L’uomo occidentale ha una concezione della vita molto sbagliata: una concezione che ha creato tali tensioni nelle menti delle persone che esse non riescono a sentirsi a proprio agio in nessun posto, sono sempre in movimento, e sempre preoccupate di non sapere quando arriverà la fine. Vogliono fare tutto prima della fine. Ma il risultato è esattamente l’opposto: non riescono a fare nemmeno poche cose che abbiano grazia e bellezza, che siano perfette. La loro vita è talmente offuscata dalla morte che non sono in grado di vivere con gioia. Qualunque cosa porti gioia sembra essere uno spreco di tempo. Non riescono a stare semplicemente seduti, in silenzio, per un’ora, poiché la loro mente dice: “Perché stai sprecando un’ora? Avresti potuto fare questo, o quest’altro”.

Meditazione.  È a causa di questa concezione di un’unica vita che l’idea della meditazione non è mai nata in Occidente. La meditazione ha bisogno di una mente molto rilassata, senza fretta, senza preoccupazioni, senza alcun luogo dove andare… una mente che gioisca di ogni attimo, semplicemente, qualunque cosa accada. Era destino che la meditazione fosse scoperta in Oriente, a causa dell’idea di vita eterna – dell’idea che puoi rilassarti. Puoi rilassarti senza alcuna paura, puoi gioire e suonare il tuo flauto, puoi danzare e cantare la tua canzone, puoi goderti l’alba e il tramonto. Puoi gioire per tutta la vita. Non solo, puoi gioire persino morendo, perché anche la morte è una grande esperienza, forse la più grande esperienza della vita. È un crescendo. Nella concezione occidentale la morte è la fine della vita. Nella concezione orientale la morte è solo un evento bellissimo nel lungo processo della vita; ci saranno tante e tante morti. Ogni morte è il culmine della tua vita, prima che un’altra vita cominci – un’altra forma, un altro corpo, un’altra consapevolezza. Non sei giunto alla fine, stai solo cambiando casa.

Fonte: http://www.dongiorgio.it/scelta.php?id=1507&nome=omelie


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