Brianzecum

dicembre 3, 2012

IL PROGRESSO DELLA STORIA

DIO LO ATTUA LAICAMENTE, ANCHE CONTRO LE NOSTRE INTENZIONI

 

di don Giorgio De Capitani*

 

La legge della storia.  Partiamo dal primo brano, tolto dal libro di Isaia, precisamente del secondo Isaia. Siamo al capitolo 45, primi otto versetti. Il profeta anonimo, vissuto un paio di secoli dopo l’Isaia classico, rivolge il suo messaggio agli ebrei esuli in Babilonia invitandoli a prendere coraggio e a rientrare nella terra dei padri per ricostruire la nazione, in seguito all’editto di Ciro il Grande (538 a.C.), il nuovo dominatore persiano, che aveva sconfitto i babilonesi, gli artefici della distruzione di Gerusalemme. Già sul termine “ricostruzione” vorrei fare una prima riflessione, che ritengo di estrema importanza. A parte la nazione ebraica che ha subìto, nella sua millenaria storia, dal capostipite Abramo fino ai nostri giorni, una lunga serie di disfacimenti e di ricostruzioni, possiamo dire che ogni popolo, chi più chi meno, è soggetto alla legge della storia che, per la sua stessa natura, ovvero per la sua innata evoluzione, mette a dura prova, costringendo ogni nazione a confrontarsi con la coscienza universale. La storia tuttavia alterna fasi di progresso a fasi di decadenza.

Corsi e ricorsi.  GiamBattista Vico, filosofo, storico e giurista italiano, vissuto tra il 17° e il 18° secolo, parla di “corsi e ricorsi storici”. Ciò non significa, come comunemente si interpreta, che la storia si ripeta. Significa, piuttosto, che l’uomo in sé, nella sua dignità, come essere, è sempre uguale a se stesso, pur nel cambiamento delle situazioni e dei comportamenti storici. Ciò che si presenta di nuovo nella storia è solo paragonabile per analogia a ciò che si è già manifestato. Così, ad esempio, ad epoche di civiltà possono seguire epoche di “ritornata barbarie”; ad epoche nelle quali più forte è il senso di una determinata categoria, seguono altre nelle quali si sviluppa maggiormente un altro aspetto della vita. La storia, dunque, è sempre uguale e sempre nuova. In tal modo è possibile comprendere il passato, che altrimenti ci rimarrebbe oscuro, perché: “Historia se repetit”. In altre parole potremmo dire che l’essere umano è una potenzialità quasi illimitata, che subisce però degli arresti, o addirittura dei ritorni nel passato, ma che è sempre pronto a rifarsi, a riprendersi, a continuare nel suo percorso verso la realizzazione almeno di qualcuna delle sue quasi infinite potenzialità.

Eterogenesi dei fini.  Quando si parla di GiamBattista Vico si ricorda l’espressione “eterogenesi dei fini”, espressione che in realtà è stata coniata da un filosofo e psicologo tedesco, ma di cui Vico ha avuto il merito di teorizzare la concezione. “Eterogenesi dei fini” significa: mi propongo un fine o uno scopo, ma in realtà ne raggiungo un altro. La storia, secondo Vico, raggiunge, tappa dopo tappa, un qualche fine, per la sua stessa natura, proprio perché la storia umana contiene in sé potenzialmente la realizzazione di certe finalità che vanno al di là delle intenzioni degli esseri umani. Tale percorso però non è lineare. Può accadere che, mentre ci si propone di raggiungere alti e nobili obiettivi, la storia arrivi a conclusioni opposte. Ma il ricorso storico è solo temporaneo. Mentre l’umanità si dirige al perseguimento di intenti utilitaristici e individuali, succede che si realizzino invece obiettivi di progresso e di giustizia secondo il principio della eterogenesi dei fini. Con forza, coraggio, fatica e sofferenza ogni volta l’umanità ha saputo e saprà sempre riprendere il suo cammino progressivo. Forse l’immagine più esplicativa per capire il pensiero di Vico è quella della spirale: pensate anche ai tornanti quando si scala una montagna.

Progresso inarrestabile.  Gli uomini saranno anche dotti, ma solitamente hanno poca intelligenza, nel senso più etimologico del termine “intelligenza” (da intus+legere, leggere dentro, in profondità). Anche gli storici più seri tendono a cascare nel tranello di dare tutta la colpa del male a personaggi loschi o di dare un grande merito del bene ai santi o ai giusti, dimenticando che, al di là di tutto questo alternarsi di bene e di male, la Storia umana prosegue nel suo cammino di raggiungere finalità diverse da quelle perseguite dagli uomini. La Storia tende alla piena realizzazione dell’Umanità. In forza di questo principio, evitiamo di essere i soliti catastrofisti. È vero che ci stiamo scavando la fossa con le nostre stesse mani, è vero che ogni ricorso storico crea dei guai all’Umanità, è vero che il mondo sta soffrendo i dolori di un parto che sembra quasi infinito, è vero che l’eterogenesi dei fini la prendiamo nel suo verso negativo: il progresso dell’Umanità è messo continuamente sotto minaccia dagli sporchi giochi dei potenti di questo mondo, è purtroppo vero tutto questo, tuttavia i nostri sforzi per un mondo migliore non saranno inutili se crediamo che Dio sa ricavare dal male anche il bene, se crediamo che nessuno potrà mai fermare la Storia che cammina in un progresso inarrestabile. Va avanti realizzando i suoi fini positivi, che sorprenderanno ogni tentativo di contrapporre ad essi altri fini del tutto negativi.

Dio si serve di un pagano.  Se è vero che, come ho detto poco fa, la Storia non è fatta solo da personaggi loschi e nemmeno dai santi, però la Storia si serve di alcuni di loro per i cosiddetti corsi e ricorsi storici. La Bibbia parla di castighi o di punizioni di Dio, ma parla anche di purificazioni e di pentimenti, sempre chiamando in causa personaggi storici o politici. Un caso è quello di Ciro il Grande. Il primo brano di oggi è esplicito in questo senso. Ciro viene chiamato addirittura “unto”, cioè consacrato dal Signore, e insediato sul trono (“preso per la destra”) alla maniera degli stessi re di Giuda. Come costoro erano scelti dal Signore per essere strumenti di giustizia e di pace per il popolo, così ora è Ciro ad essere lo strumento per la salvezza e la liberazione che Dio vuole offrire a Israele esule a Babilonia. Con la differenza che, mentre non tutti i re d’Israele sono stati all’altezza della loro missione, il pagano Ciro si sente investito di una missione che, pur non conoscendo il mandante misterioso, eseguirà con fedeltà i suoi voleri. Già qui vediamo la concezione profetica della storia biblica, secondo la quale è Jahwe, il Signore universale, che esercita la sua signoria sul mondo e sulla storia.

Provvidenza senza paraocchi.  Non so se interpreto bene la Bibbia. A me sembra che anche noi moderni dovremmo imparare tante cose. Dio si serve di tutti, anche al di fuori della nostra religione, per farci ravvedere e riportarci sulla strada della giustizia evangelica. Anche noi credenti siamo soliti dire: non è uno dei nostri, non possiamo fidarci di lui! Che cosa di buono possiamo aspettarci da un ateo o da un anticlericale o da uno che non appartiene alla nostra religione? A dividere Martin Luther King, Gandhi, Madre Teresa di Calcutta, san Francesco d’Assisi, Bonhoeffer è stata la religione, non la loro fede nell’Umanità. Quando, come facciamo ancora oggi, giudichiamo come bravi i politici dalla loro fede cattolica o dal loro impegno in difesa dei valori cosiddetti cattolici, non penso che siamo in linea con il progetto misterioso di Dio, la cui Provvidenza non ha per fortuna i nostri occhi o paraocchi.

Cogliere il senso pieno di una profezia.  Ma il primo brano è ancora più interessante verso la fine. “Stillate, cieli, dall’alto e le nubi facciano piovere la giustizia! Si apra (si squarci) la terra e produca la salvezza e germogli insieme la giustizia! Io, il Signore, ho creato tutto questo”. Gli studiosi dicono che si tratta di un breve inno, molto simile al Salmo 85,9-13. Attraverso l’immagine della fecondità assicurata dall’acqua, che scende dal cielo e fuoriesce dalla terra, che produce fiori e frutti (senz’acqua non c’è vita, abbiamo avuto una prova durante la siccità dell’estate scorsa), si rappresenta un mondo trasformato e trasfigurato nella giustizia e nella pace. Soprattutto nella tradizione cristiana questo mini-inno è divenuto un testo messianico che celebra l’incarnazione di Cristo disceso dal cielo ed entrato nella terra degli uomini. La liturgia ha preso questo inno e l’ha fatto un canto caratteristico del tempo d’Avvento. Non ha forzato l’interpretazione originaria che naturalmente riguardava più da vicino l’attesa di un liberatore, stavolta nei panni di Ciro il Grande, ma ha colto il cosiddetto “senso pieno” di una profezia che va ben oltre il momento storico. Neppure i profeti del tempo riuscivano a comprendere in pieno ciò che dicevano o scrivevano. Quante volte gli evangelisti riportano la frase: In tal modo si sono realizzate le profezie degli antichi! Le profezie si colgono dopo la loro realizzazione. O meglio, col tempo la profezia si avvera, e man mano se ne capisce tutta la sua portata, il suo valore, appunto il senso pieno.

Vorrei essere anatema.  Infine, solo una brevissima riflessione sul secondo brano della Messa. Sulla figura di Giovanni il Precursore mi soffermerò nell’omelia della quinta domenica di Avvento, il prossimo 16 dicembre. In poche parole, nella sua lettera ai cristiani di Roma, l’ebreo Paolo mostra con un grido accorato tutto l’amore per il suo popolo: “Ho nel cuore un grande dolore e una sofferenza continua”. E arriva a dire: “Vorrei essere io stesso anatema, separato da Cristo a vantaggio dei miei fratelli, miei consanguinei secondo la carne”. Parole forti che ancora oggi potrebbero sembrare quasi una sfida allo stesso Dio. Che importa di me, della mia salvezza? Dio mi condanni pure ma salvi il mio popolo! Ecco in sintesi le parole di Paolo. Oggi potremmo dire: Che Dio mi mandi all’inferno, ma salvi la Chiesa! Per il bene dell’umanità sarei pronto a qualsiasi cosa, anche alla mia condanna! Se una cosa la devo dire, la dico anche se dovessi andare all’inferno! Chi oggi direbbe queste cose? Chi sarebbe pronto a farsi crocifiggere nella più totale umiliazione per salvare questa società? Tutti pronti a parole, a suon di promesse elettorali, tutti pronti a parlare di bene comune, di bene del paese, di bene della propria religione, e poi? Ognuno pensa a salvarsi l’anima propria, e possibilmente anche il proprio corpo. Diciamo: i propri interessi, la carriera, un bel conticino in banca!

*Omelia del 2 dicembre 2012, Terza domenica di Avvento; letture: Is 45, 1-8; Rm 9,1-5; Lc 7,18-28

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novembre 17, 2012

MINIMA SPIRITUALIA

IL SIGNIFICATO PROFONDO DEL DOLORE E DELLA PRECARIETÀ.

IL TRIONFALISMO È ANTI CRISTIANO

 

di  Piero Stefani*

Aprirsi al dolore del mondo.  Vi è un detto rabbinico di solito interpretato opportunamente in chiave politica (quasi fosse un anticipo di Hobbes): «Prega per la salute del regno [da intendersi qui come Impero romano] perché se non fosse per il timore che incute, ci si ingoierebbe vivi l’un l’altro» (Pirqè Avot 3,2). Tuttavia un commentatore medievale – Rabbi Jonà – offre al riguardo un’interpretazione sorprendente: «Ciò significa che un uomo deve pregare per tutto il mondo, e prendere su di sé le sofferenze degli altri». In termini laici, consoni alla vita quotidiana di ciascuno di noi, si potrebbe affermare che quando si è immersi nei litigi legati al proprio «particolare» – fatto che avviene con inopinata frequenza – la medicina più nobile sarebbe quella di allargare lo sguardo al dolore del mondo. Allora l’oggetto del contenzioso ne risulterebbe a tal punto ridimensionato da far coprire di rossore i nostri volti. In termini spirituali il discorso prende un’altra piega: occorre trasformare in preghiera e offerta a Dio il senso profondo dell’umana miseria.

Preghiera ebraica.  Una celebre frase di Tertulliano definisce il Padre nostro «breviarium totius evangelii». Rispetto a quella preghiera Gesù però non ha alcun altro ruolo se non quello di insegnarci a pregare. Non è una preghiera che avviene per Cristo, con Cristo e in Cristo. Sono parole che esprimono la fede di Gesù non quella in Gesù. La preghiera per eccellenza del cristiano non è «cristiana», è ebraica.

Precarietà.  Gira e rigira si torna sempre lì. Di fronte all’infinita debolezza e fragilità della condizione umana, davanti all’impotenza dell’estrema vecchiaia o alla condizione di paralisi psichica e fisica che attanaglia anche giovani vite, solo un Dio che ha assunto fino alla fine nel suo Figlio la precarietà appare salvifico e amabile (le due qualità sono inscindibili). La verità dell’evangelo permane nel mondo, in fin dei conti, solo per questo. Tuttavia è proprio ciò a rendere il trionfalismo cristiano – qualunque maschera indossi – la forma più compiuta di anticristicità. La negazione piena dell’evangelo può essere attuata solo in nome di Gesù Cristo.

La sfida della fede  non sta tanto nell’avere grandi speranze, quanto nel convivere con le grandi delusioni figlie di quelle speranze: con-vivere e non già sopravvivervi. Anzi, il passaggio è ancor più esigente; quelle delusioni vanno infatti rese momenti qualificanti della fede. Fu così anche per Gesù Cristo che iniziò la sua vita pubblica annunciando la prossimità del regno e finì morto in croce; tuttavia proprio quella morte è divenuta fondamento imprescindibile della nostra fede.

 

  • Il pensiero della settimana  n.407   pierostefani.myblog.it

 

Da giovedì 22 novembre un nuovo libro di Piero Stefani in libreria

PIERO STEFANI
GESÙ

il Mulino, Bologna 2012, collana Farsi un’idea, pp. 137, € 9,80

 

novembre 5, 2012

IL “PATTO DELLE CATACOMBE”

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PER UNA CHIESA SERVA E POVERA

IN RICORDO DI CÂMARA E LERCARO

Il 16 novembre del 1965, pochi giorni prima della chiusura del Vaticano II, una quarantina di padri conciliari hanno celebrato una Eucaristia nelle catacombe di Domitilla, a Roma, chiedendo fedeltà allo Spirito di Gesù. Dopo questa celebrazione, hanno firmato il “Patto delle Catacombe”.
Il documento è una sfida ai “fratelli nell’Episcopato” a portare avanti una “vita di povertà”, una Chiesa “serva e povera”, come aveva suggerito il papa Giovanni XXIII.
I firmatari – fra di essi, molti brasiliani e latinoamericani, poiché molti più tardi aderirono al patto – si impegnavano a vivere in povertà, a rinunciare a tutti i simboli o ai privilegi del potere e a mettere i poveri al centro del loro ministero pastorale. Il testo ha avuto una forte influenza sulla Teologia della Liberazione, che sarebbe sorta negli anni seguenti.
Tra i firmatari e propositori del Patto, oltre a dom Helder Câmara, arcivescovo di Recife (Brasile), il cui centenario della nascita è stato celebrato il 7 febbraio 2009, si ricorda il card. Giacomo Lercaro, arcivescovo di Bologna. Ecco il testo:

 

  Noi, vescovi riuniti nel Concilio Vaticano II, illuminati sulle mancanze della nostra vita di povertà secondo il Vangelo; sollecitati vicendevolmente ad una iniziativa nella quale ognuno di noi vorrebbe evitare la singolarità e la presunzione; in unione con tutti i nostri Fratelli nell’Episcopato, contando soprattutto sulla grazia e la forza di Nostro Signore Gesù Cristo, sulla preghiera dei fedeli e dei sacerdoti della nostre rispettive diocesi; ponendoci col pensiero e la preghiera davanti alla Trinità, alla Chiesa di Cristo e davanti ai sacerdoti e ai fedeli della nostre diocesi; nell’umiltà e nella coscienza della nostra debolezza, ma anche con tutta la determinazione e tutta la forza di cui Dio vuole farci grazia, ci impegniamo a quanto segue:

  1. Cercheremo di vivere come vive ordinariamente la nostra popolazione per quanto riguarda l’abitazione, l’alimentazione, i mezzi di locomozione e tutto il resto che da qui discende. Cf. Mt 5,3; 6,33s; 8,20.
  2. Rinunciamo per sempre all’apparenza e alla realtà della ricchezza, specialmente negli abiti (stoffe ricche, colori sgargianti), nelle insegne di materia preziosa (questi segni devono essere effettivamente evangelici). Cf. Mc 6,9; Mt 10,9s; At 3,6. Né oro né argento. Non possederemo a nostro nome beni immobili, né mobili, né conto in banca, ecc.; e, se fosse necessario averne il possesso, metteremo tutto a nome della diocesi o di opere sociali o caritative. Cf. Mt 6,19-21; Lc 12,33s.
  3. Tutte le volte che sarà possibile, affideremo la gestione finanziaria e materiale nella nostra diocesi ad una commissione di laici competenti e consapevoli del loro ruolo apostolico, al fine di essere, noi, meno amministratori e più pastori e apostoli. Cf. Mt 10,8; At. 6,1-7.
  4. Rifiutiamo di essere chiamati, oralmente o per scritto, con nomi e titoli che significano grandezza e potere (Eminenza, Eccellenza, Monsignore…). Preferiamo essere chiamati con il nome evangelico di Padre. Cf. Mt 20,25-28; 23,6-11; Jo 13,12-15.
  5. Nel nostro comportamento, nelle nostre relazioni sociali, eviteremo quello che può sembrare un conferimento di privilegi, priorità, o anche di una qualsiasi preferenza, ai ricchi e ai potenti (es. banchetti offerti o accettati, nei servizi religiosi). Cf. Lc 13,12-14; 1Cor 9,14-19.
  6. Eviteremo ugualmente di incentivare o adulare la vanità di chicchessia, con l’occhio a ricompense o a sollecitare doni o per qualsiasi altra ragione. Inviteremo i nostri fedeli a considerare i loro doni come una partecipazione normale al culto, all’apostolato e all’azione sociale. Cf. Mt 6,2-4; Lc 15,9-13; 2Cor 12,4.
  7. Daremo tutto quanto è necessario del nostro tempo, riflessione, cuore, mezzi, ecc., al servizio apostolico e pastorale delle persone e dei gruppi laboriosi ed economicamente deboli e poco sviluppati, senza che questo pregiudichi le altre persone e gruppi della diocesi. Sosterremo i laici, i religiosi, i diaconi o i sacerdoti che il Signore chiama ad evangelizzare i poveri e gli operai condividendo la vita operaia e il lavoro. Cf. Lc 4,18s; Mc 6,4; Mt 11,4s; At 18,3s; 20,33-35; 1Cor 4,12 e 9,1-27.
  8. Consci delle esigenze della giustizia e della carità, e delle loro mutue relazioni, cercheremo di trasformare le opere di “beneficenza” in opere sociali fondate sulla carità e sulla giustizia, che tengano conto di tutti e di tutte le esigenze, come un umile servizio agli organismi pubblici competenti. Cf. Mt 25,31-46; Lc 13,12-14 e 33s.
  9. Opereremo in modo che i responsabili del nostro governo e dei nostri servizi pubblici decidano e attuino leggi, strutture e istituzioni sociali necessarie alla giustizia, all’uguaglianza e allo sviluppo armonico e totale dell’uomo tutto in tutti gli uomini, e, da qui, all’avvento di un altro ordine sociale, nuovo, degno dei figli dell’uomo e dei figli di Dio. Cf. At. 2,44s; 4,32-35; 5,4; 2Cor 8 e 9 interi; 1Tim 5, 16.
  10. Poiché la collegialità dei vescovi trova la sua più evangelica realizzazione nel farsi carico comune delle moltitudini umane in stato di miseria fisica, culturale e morale – due terzi dell’umanità – ci impegniamo:
  • a contribuire, nella misura dei nostri mezzi, a investimenti urgenti di episcopati di nazioni povere;
  • a richiedere insieme agli organismi internazionali, ma testimoniando il Vangelo come ha fatto Paolo VI all’Onu, l’adozione di strutture economiche e culturali che non fabbrichino più nazioni proletarie in un mondo sempre più ricco che però non permette alle masse povere di uscire dalla loro miseria.
  1. Ci impegniamo a condividere, nella carità pastorale, la nostra vita con i nostri fratelli in Cristo, sacerdoti, religiosi e laici, perché il nostro ministero costituisca un vero servizio; così:
  • ci sforzeremo di “rivedere la nostra vita” con loro;
  • formeremo collaboratori che siano più animatori secondo lo spirito che capi secondo il mondo;
  • cercheremo di essere il più umanamente presenti, accoglienti…;
  • saremo aperti a tutti, qualunque sia la loro religione. Cf. Mc 8,34s; At 6,1-7; 1Tim 3,8-10.

Tornati alle nostre rispettive diocesi, faremo conoscere ai fedeli delle nostre diocesi la nostra risoluzione, pregandoli di aiutarci con la loro comprensione, il loro aiuto e le loro preghiere.

Aiutaci Dio ad essere fedeli.

novembre 1, 2012

SANTI O PROFETI?

LA SANTITÀ DI CHI OPERA A FAVORE DELL’UMANITÀ, SPESSO CANONIZZATA IN RITARDO, CON L’AUREOLA DELL’ORTODOSSIA

di don Giorgio De Capitani*

Santità canonica e umanistica.  Tutti gli anni sono qui a fare considerazioni sulla festività di tutti i santi, quasi costretto a distinguere tra una santità canonica e una santità diciamo umanistica. Sì, quasi costretto, nel senso che secoli e secoli di storia della Chiesa hanno inculcato l’idea e la convinzione che i santi per eccellenza siano coloro che la Chiesa gerarchica ci propone di onorare e di venerare. Già il verbo venerare sa di qualcosa di idolatrico. Diciamo almeno che esso può generare tale pericolo. I santi non vanno messi su un piedistallo quasi fossero qualcosa da incensare. È vero che la Chiesa ci tiene a proclamare che i santi da essa proposti sono dei modelli da imitare. Ma in che senso? Mi sembra che ci sia come un circolo vizioso. La Chiesa mantiene se stessa, ovvero la sua struttura, nella proclamazione di santi che in realtà, proprio per lo stile di vita e per la loro riconosciuta fedeltà alla Chiesa-struttura, servono a dare maggiormente credito alla Chiesa stessa. Vorrei essere ancora più chiaro. Non è a dire che tutti i santi canonizzati, ovvero proclamati ufficialmente modelli di santità secondo le virtù scelte dalla Chiesa stessa, siano stati in realtà così come la Chiesa li propone poi al popolo di Dio. Li ridimensiona “opportunisticamente”, smussandone gli aspetti troppo spigolosi.

Il criterio talora scelto è il tempo. Non vi siete mai chiesto il motivo per cui alcuni santi sono stati lasciati nel cassetto per cento e più anni, prima magari condannati e poi canonizzati? Se oggi la Chiesa dovesse proclamare Lutero santo, non avrebbe quell’effetto se l’avesse canonizzato anche solo dopo un secolo dalla sua morte. Oggi il popolo di Dio non sa neppure chi è Lutero. Lutero non appare più quello spauracchio che ha fatto sì che la Chiesa lo condannasse come eretico cinquecento anni fa, anche perché la Chiesa stessa finalmente riconosce che una buona parte delle sue contestazioni erano più che valide. Ancora oggi la Chiesa proclama santi donne o uomini vissuti secoli fa, senza che il popolo capisca il motivo per cui li canonizza solo ora, e se ne frega. Ma alla Chiesa interessa aumentare il suo tesoro di credibilità. Così almeno essa pensa. Pensa cioè che, aumentando il numero dei santi, si garantisca la sua sopravvivenza. Ma c’è un altro motivo.

Chi spinge alla canonizzazione?  Non certo il popolo di Dio che ha tutto un suo criterio nel venerare santi e sante, anche al di fuori della ortodossia stabilita dalla Chiesa. Oggi soprattutto, le virtù che il popolo stima maggiormente non rientrano per forza in quelle ritenute dalla Chiesa fondamentali per canonizzare i santi. Sono le Congregazioni e gli Ordini religiosi, i Movimenti cosiddetti ecclesiali che premono perché il loro fondatore venga riconosciuto ufficialmente come santo. Una garanzia per la sopravvivenza della Congregazione o dell’Ordine religioso o del Movimento ecclesiale. Che cosa importa al popolo di Dio se venisse beatificato don Luigi Giussani? Ma un beneficio ci sarebbe per il Movimento di Comunione e liberazione, se don Giussani dovesse uscire dalla tomba maledicendo coloro che hanno tradito la sua opera. Mi chiedo a che serva canonizzare il Fondatore di un Ordine religioso ecc. quando ormai tale Ordine è al tramonto.

Servi inutili.  Chissà perché dimentichiamo che siamo servi inutili: se siamo utili è solo per il regno di Dio, o per l’umanità che continua anche dopo di noi, e anche senza la nostra aureola. Nessuno è santo per se stesso, o per la sua opera. Casomai dobbiamo essere santi per il bene dell’Umanità. Più che la persona da venerare, è la fede nell’Umanità da stimare, perché ciascuno di noi sia stimolato a credere nell’Umanità, nella testimonianza quotidiana. E allora nei santi canonizzati dalla Chiesa dovremmo riscoprire quegli aspetti nascosti, talora taciuti di proposito, che mettono in evidenza, al di là delle virtù canoniche, il vero volto dell’Umanità verso cui camminiamo. Così come Cristo stesso ci ha indicato. Ed ecco la domanda:

Quali sono le virtù evangeliche proposte da Gesù?  Queste corrispondono alle virtù canoniche che sono in funzione di una religione che Cristo non ha mai inventato? Prima di rispondere, c’è un’altra cosa da chiarire. Se prima dicevo che il popolo di oggi ha tutto un suo criterio nel valutare la santità (impegno sociale, altruismo eroico, onestà professionale, fede nell’umanità ecc.), è anche vero che continua tra il popolo quel bisogno di aggrapparsi ai santi dal miracolo facile, dalle grazie sovrabbondanti, magari magiche. Il popolo ha bisogno di eroi su cui scaricare le proprie attese, le proprie speranze, la propria salvezza. È quel bisogno di sentirsi quasi protetti, di avere garanzie per un presente migliore, di uscire da situazioni difficili. E la Chiesa lo sa, ecco perché propone santi anche su misura di queste esigenze popolari. È come un contentino! E il popolino è soddisfatto! Tornando alla domanda sulle virtù evangeliche proposte da Gesù stesso, allargherei il discorso sul rapporto tra santità canonica e profezia.

Santità canonica e profezia.  Diciamo subito che la Profezia non può essere compresa nella santità canonica, quella proclamata dalla Chiesa ufficiale secondo certi canoni, certe regole, certe criteri nella scelta delle virtù di riferimento. In altre parole, la Profezia non può essere racchiusa in schemi prestabiliti, altrimenti che Profezia sarebbe? La Profezia esce dai canoni, dalle regole, dalle strutture. La Chiesa-struttura-religione mortifica la Profezia. E se la Profezia abita nella Chiesa, il suo intento è quello di sciogliere il più possibile la sua rigidità, di smuovere il suo immobilismo, di darle più respiro, di far sì che la Chiesa si tolga dalla sua ingessatura secolare. La Profezia, dunque, non potrà mai essere canonizzata, perché la Chiesa-struttura andrebbe contro se stessa. Lo so che il Signore gioca brutti scherzi, e tra i santi canonizzati la Profezia rimane al momento come nascosta o perlomeno mortificata, pronta poi a uscire allo scoperto, a farsi valere. E la Chiesa, appena fiuta la pericolosità, attraverso il consenso del popolo che si butta a capofitto in un devozionismo fuori posto, interessato alla strumentalizzazione del santo a fini taumaturgici, fa di tutto per coprire con l’aureola ogni intuito profetico.

Aureola di ortodossia.  Ed ecco la domanda: oggi la Chiesa, diciamo la società in genere, di che cosa ha bisogno? Di santi ingessati in una struttura ecclesiastica, oppure di profeti aperti, senza paura di oltrepassare i limiti dell’ortodossia, pur di far valere il messaggio radicale di Cristo? Non dico di rifiutare i santi proclamati tali dalla Chiesa. Cerchiamo però di vedere in loro, più che gli aspetti canonici, qualche aspetto profetico. E se anche la Chiesa, un giorno, dovesse beatificare don Mazzolari, don Milani, Carlo Maria Martini, tanto per citare alcuni nomi, pur nel timore che la Chiesa metta sulla loro testa l’aureola della ortodossia, e che perciò poi il popolo li strumentalizzi a modo suo, noi non faremo un passo indietro, ma continueremo a prenderli come modelli di Profezia. Ma non aspettiamo che la Chiesa freghi il popolo con una eventuale canonizzazione: cerchiamo ora di cogliere nei profeti di oggi quella carica umanistica che accomuna le religioni e gli spiriti liberi, al di fuori di ogni religione, nella ricerca del vero bene comune dell’Umanità.

*Omelia del 1 novembre 2012: Festività di tutti i santi  http://www.dongiorgio.it/31/10/2012/omelie-di-don-giorgio-festa-di-tutti-i-santi/San Pietro al Monte (Civate), battistero

ottobre 28, 2012

A PROPOSITO DI UN PROSSIMO ANNIVERSARIO

L’EDITTO DI MILANO COME PASSAGGIO A UN ATTEGGIAMENTO DI DOMINIO NON ANCORA DEL TUTTO SUPERATO

di Piero Stefani*

Dalla testimonianza al dominio.  Nel 2013 si celebrerà il diciassettesimo centenario del cosiddetto «editto di Milano», con cui fu concessa libertà di culto ai cristiani. Con Costantino, nome storico ma anche simbolico,[1] inizia una fase nuova del cristianesimo. L’affermazione è tanto ovvia da suonare banale. Essa però acquista spessore quando ci si comincia a domandare dove si trova il fulcro di questo mutamento. Il diffuso fraintendimento che con quell’imperatore il cristianesimo sia diventato religione di stato (fatto in realtà avvenuto solo sotto Teodosio) è spia di dove vada a parare la precomprensione corrente: a essere messo al centro della questione sono i rapporti religione e potere. La prospettiva non è infondata; tuttavia è bene allargarla, infatti il più autentico orizzonte in cui cade il problema è quello – per usare un’espressione in voga qualche tempo fa – del rapporto Chiesa-mondo. All’interno di questo quadro più vasto, si situa anche il discorso politico. Già prima del IV secolo, i cristiani avevano la convinzione di aver ricevuto grazie al vangelo la parola definitiva per la salvezza del mondo. Ciò però avveniva in un contesto in cui il potere non era cristiano, mentre la società lo era solo in piccola parte. La situazione non sminuiva la pretesa cristiana di «assolutezza»; tuttavia essa doveva manifestarsi in una maniera non «imperiale». Il piccolo gruppo riteneva di avere dalla sua la capacità di incidere profondamente sul tutto; ma lo faceva in modo paradossale abitando nella città comune e subendo persecuzioni. La situazione era destinata a mutare radicalmente nell’epoca costantiniana. Da quel momento in poi fu la storia del mondo a dover fornire la prova della vittoria del cristianesimo. La svolta comportava una tangibile constatazione dell’umiliazione degli empi e del benessere proprio. I bersagli divennero principalmente due: i pagani e gli ebrei. Accanto all’atterramento dei culti pagani, occorreva, infatti, mostrare l’umiliazione degli ebrei. Tuttavia gli dèi falsi e bugiardi dovevano essere eliminati, mentre il Dio d’Israele andava mantenuto.

Il popolo ebraico nella sua sconfitta storica  divenne allora prova della verità cristiana. In questa prospettiva un peso enorme fu attribuito alla fine del culto ebraico. Nel IV secolo venivano abbattuti i templi pagani, ma quello di Gerusalemme dedicato al Dio unico e vero era stato raso al suolo già nel 70 d. C. La sua distruzione ebbe luogo, si sostenne, perché lo aveva predetto Gesù. Un simile convincimento spiega il motivo per cui un imperatore colto come Giuliano pensò, per rilegittimare l’antica religione politeista, di riedificare il luogo di culto situato sulla collina di Sion. I paradossi della storia avrebbero in tal modo condotto a far sì che la riapertura dell’unico santuario dedicato all’unico Dio d’Israele giustificasse quella di molti templi consacrati a una moltitudine di dèi. Il condizionale è però d’obbligo, in quanto l’impresa, effettivamente iniziata, non fu mai portata a termine. Ciò si ripercosse sulla visione propria dei cristiani i quali divennero ormai del tutto convinti che la storia desse loro definitivamente ragione. In questo contesto il fallimento del tentativo di Giuliano di ricostruire il tempio di Gerusalemme fu assunto come prova inconfutabile che Gesù Cristo era Figlio di Dio. La predizione si era rivelata più potente degli sforzi umani, poiché – come disse Giovanni Crisostomo – Gesù con la sua parola sconfisse, oltre che l’imperatore Giuliano, «tutto il popolo ebraico».

La storia era divenuta cristiana. Come sempre si pone in rilievo, i cristiani da perseguitati si tramutarono in persecutori. È vero; c’è però dell’altro. Un punto ancor più nevralgico sta nel fatto che chi cerca conferme della propria verità nella storia si espone, ispo facto, a essere smentito da quest’ultima. Un cristianesimo che affida alla vittoria storica la conferma pubblica della sua verità è, in realtà, debole perché insidiato dal rischio di venir confutato. Usando il metro lungo della storia, non occorse molto tempo per averne un esempio. La smentita venne dalla nascita e dalla fulminea espansione dell’islam. Quattro secoli dopo Costantino, le terre in cui nacque il cristianesimo si trovavano tutte sotto dominio musulmano; i cristiani restati in quelle zone da allora in poi vissero come minoranze. Di fronte a questi fatti, chi non volle rinunciare a una concezione imperiale del cristianesimo, considerò le terre ancora rimaste cristiane sottoposte a una specie di assedio. Lo spirito di crociata sarebbe diventato la più celebre risposta a questa situazione. Da allora fino a oggi, per un cristianesimo che cerca nella storia la propria conferma è sempre difficile fare i conti con l’islam.

Arroccamento.  Mutatis mutandis lo stessa sensazione e la stessa modalità di risposta furono avanzate da una parte consistente del cristianesimo quando ci si dovette confrontare con il mondo moderno. In Occidente la laicizzazione della società e della cultura suscitò in molti cristiani la convinzione di essere assediati. Il fenomeno provocò, da un lato, un atteggiamento di arroccamento e, dall’altro, alimentò la volontà di costituire alcune teste di ponte all’interno della società. Con il Vaticano II, la Chiesa cattolica ha cercato, in buona misura, di mutare strada e di riconoscere la positività di alcuni valori derivati dallo spirito di laicità. Ciò comportò imboccare la via del dialogo con il «mondo». Per alcuni versi l’operazione si prospettò, però, come un semplice rovesciamento del complesso dell’assedio. L’apertura fu infatti non di rado giustificata in virtù dell’assunzione di parametri progressisti ed evolutivi che cercavano – sia pure per una via ben diversa da quella «imperiale» – di trovare riscontri storici al messaggio cristiano. Un certo modo di intendere i «segni dei tempi» si mosse, per esempio, in tale direzione.

Quando si legge la storia in modo ottimistico,  non vi è nulla di più facile che andare incontro a disillusioni. Capitò anche allora. Questo stato di cose ha contribuito a innestare una controspinta. Essa è propensa a considerare il cristianesimo ancora sottoposto ad assedio. Da questa percezione scaturisce il desiderio di assicurarsi almeno alcune piazzeforti all’interno della società. Si tratta di risposte inadeguate. La situazione attuale invita, infatti, i cristiani ad accettare la condizione di essere minoranza non settaria all’interno della società. È una situazione conforme a quanto è più proprio alla fede. Tuttavia per comportarsi secondo queste linee occorre assumere uno stile di vita paradossale. Bisogna infatti professare un’«assolutezza mite e critica». L’istanza autentica contenuta, sia pure in maniera impropria, nell’atteggiamento tradizionalista sta nel fatto che chi è chiamato a testimoniare il vangelo non può presentarlo come una verità posta sullo stesso piano di altre. È però proprio il suo statuto diverso a esigere la mitezza (cfr. Mt 5,5) quale condizione imprescindibile della testimonianza (cfr. 1Pt 3,15-16). Dal canto suo «critico» è aggettivo laico consono alle attuali circostanze in cui si trova la fede cristiana. Parlare di stile «profetico» è troppo alto. In ogni caso la profezia si colloca nella dimensione del dono, mentre lo sguardo critico (nel senso etimologico di «giudicare») è frutto di impegno, di coraggio e di una libertà goduta soltanto da chi si è liberato dal fardello del dominio.

Pluralismo e laicità.  Una delle richieste collegate all’essere minoranza non settaria è l’accettazione sincera tanto del pluralismo religioso quanto della presenza di visioni del mondo ispirate a principi laici. All’interno di società pluraliste ogni religione è consapevole dell’esistenza di altre comunità religiose. Questo dato di fatto richiede alle singole comunità di legittimare, anche in linea di principio, l’esistenza della pluralità. Ciò implica che esse prendano le distanze da posizioni, comuni in epoche storiche precedenti e non del tutto superate neppure oggi, che rivendicavano a una singola religione il godimento di una posizione esclusiva o quanto meno egemonica all’interno della società. Quando si giudica questa rinuncia non come un’anomalia, ma come la condizione propria della vita delle comunità cristiane si è davvero usciti da ogni nostalgia per l’«età costantiniana».

*Il pensiero della settimana, n. 404  http://pierostefani.myblog.it/


[1] Cfr.  G. Zamagni, Fine dell’era costantiniana. Retrospettiva geneaologica di un concetto critico, prefazione di G. Ruggieri, il Mulino, Bologna 2012.

ottobre 7, 2012

PARABOLA DELL’ULTIMA ORA

SCONVOLGENTE PERCHÉ ALTERA LE NOSTRE PRIORITÀ: BONTÀ PRIMA DELLA GIUSTIZIA, UOMO PRIMA DEL DENARO

di don Giorgio De Capitani*

Sconvolgente.  Il brano del Vangelo di oggi ci ripresenta la parabola degli operai mandati nella vigna. Nota anche come la parabola dell’ultima ora. È forse la parabola più sconcertante di tutto il Vangelo e di tutti e quattro i Vangeli. Solo l’evangelista Matteo ce la narra. In sintesi: il proprietario di una vigna ingaggia dei braccianti per una giornata di lavoro. Invita alcuni alle prime ore del giorno, e il salario pattuito per l’intera giornata è di un denaro. Era la paga quotidiana ordinaria di un lavoratore in quel tempo. C’è da dire che la paga era stabilita arbitrariamente, cioè secondo un criterio stabilito caso per caso dal padrone. Chiama poi altri lavoratori, in momenti sempre diversi, persino un’ora prima della fine della giornata. Fin qui nulla di strano. Del resto, è una scena presa dal vivo: disoccupati chiamati al lavoro. Al termine della giornata, il padrone, iniziando dagli ultimi su su fino a quelli della prima ora, dà a tutti la stessa paga. Ciò naturalmente non fa che scatenare la reazione di quanti hanno lavorato il giorno intero. Una parabola, dunque, come dicevo, sconvolgente, dai molteplici riflessi. Ci sono due letture della parabola. Anzitutto, la lettura diciamo teologica:

Lettura teologica.  Gesù parla del regno di Dio. Il padrone rappresenta Dio, e gli operai sono i chiamati a questo Regno. Dio chiama a tutte le ore, quando crede e come crede. Ma l’accento della parabola non cade tanto sulla chiamata di Dio, ma sul comportamento del padrone che paga tutti allo stesso modo, quindi usando criteri diversi dai nostri (noi parliamo di meriti secondo un certo nostro modo di valutare, Dio si appella alla sua bontà e misericordia). Di qui, la reazione degli operai della prima ora. Pertanto, non è una parabola rivolta ai peccatori, ai poveri, per consolarli, ma ai cosiddetti giusti, ai farisei che hanno provato e provavano invidia per la bontà di Dio verso gli altri, ed è rivolta  ai discepoli perché devono imparare a gioire di fronte a un Padre che offre la salvezza anche ai cosiddetti “lontani”. Naturalmente a reagire alla parabola di Gesù furono gli ebrei del suo tempo, che, fin da quando Abramo diede inizio al popolo eletto, si sono sempre sentiti i privilegiati, i primi della classe. Anche gli ebrei facevano proseliti, seguaci, convertendo i pagani alla causa di Dio. Ma ancora al tempo di Cristo i pagani convertiti non entravano a pieno titolo nel giudaismo: non potevano partecipare a tutti i privilegi del popolo eletto fin dall’inizio. Con questa parabola, Gesù mette in chiaro la volontà di Dio, che, se è padre universale, lo è a tutti gli effetti, senza fare distinzioni. Per il fatto che Dio ha stipulato un’alleanza con il suo popolo, non lo ha fatto per creare con lui un legame di privilegio, ma solo perché il popolo potesse trasmettere al mondo intero il messaggio di Dio. Ma questo gli ebrei non lo hanno mai capito. Si sono sentiti i possessori esclusivi di quel Messaggio. Qui sta tutto il problema, che riguarda anche la Chiesa di Cristo. Prima dicevo che Cristo, narrando la parabola degli operai di tutte le ore, si era rivolto anche ai suoi discepoli di allora, e ai futuri credenti, diciamo alla Chiesa di tutti i tempi. Sta qui l’attualità della parabola. A noi di oggi interessa sì e no la reazione degli scribi e dei farisei del tempo di Cristo: interessa invece sapere come i credenti di oggi reagirebbero, se Cristo dovesse ripetere la parabola in questione.

Fondamentalismo.  Siamo tutti preoccupati, quando si verificano ancora oggi gli effetti negativi di un fondamentalismo religioso, che pensavamo fosse ormai qualcosa del passato. In fondo, che cos’è il fondamentalismo, se non un voler impossessarsi di Dio, e dire: È solo nostro? Tanto più che dire “nostro” significa il coinvolgimento di una moltitudine di persone che, tanto più diventano massa, chiusa entro i limiti di un nazionalismo anche politico, crea divisioni, tensioni, violenze. Più che l’individualismo del singolo, è la massa che crea allarmismo. Quando una religione fondamentalista diventa stato, allora bisogna veramente spaventarsi, e stare all’erta. Ma il mio discorso riguarda direttamente la Chiesa, diciamo cattolica. È vero che, fin dalle sue origini, si è aperta a tutti, alla conquista del genere umano, secondo il comando di Cristo: “Andate e fate discepoli tutti i popoli, battezzandoli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo”. È vero che, secondo gli studiosi, la formula trinitaria apparteneva alla liturgia del battesimo in vigore nella Chiesa primitiva, che Matteo avrebbe preso e inserito successivamente nel suo Vangelo. Tuttavia, è certo che Cristo è venuto per allargare i confini della salvezza di Dio, oltre la Palestina: al mondo intero. Ma che cosa significa la salvezza di Dio? La Chiesa, più che espandersi come struttura, ha il compito di lanciare a tutti gli uomini il Messaggio radicale del Vangelo, senza più fare distinzione tra credenti della prima ora e credenti dell’ultima ora. Dio chiama sempre, quando vuole e come vuole. Senza imporre di entrare per forza nella struttura della Chiesa, la quale invece ha il compito di evangelizzare, senza con ciò legare le anime ad una religione. Già l’ho detto varie volte: la Chiesa deve essere aperta all’Umanità, ma l’Umanità non può far parte in modo inclusivo nella Chiesa struttura.

Lettura sociale.  C’è un’altra lettura della parabola di oggi: una lettura con riflessi anche nel campo sociale. La parabola aiuta a illuminare la società, perché viva meglio i diversi rapporti, da quelli familiari a quelli politici e aziendali. È vero che Cristo non è venuto a consegnarci un programma politico o sociale, ma non possiamo dimenticare che il Vangelo coinvolge tutto l’uomo, perciò tutto il suo agire. Ecco la domanda cruciale, che non può non sconvolgere anche i sindacati, così preoccupati di dare solo una pagnotta di pane agli operai, magari ammuffita, magari addirittura velenosa. Avete forse sentito i sindacalisti parlare di ambiente da rispettare, di salute come valore primario che sta prima del lavoro? Li avete forse sentito parlare di qualità della vita? Quante volte i sindacalisti parlano del primato dell’essere? E, se parlano male dell’avere, è solo perché è diviso male, in modo ingiusto come se per giustizia s’intendesse anzitutto pari accesso ai beni di questo mondo, non importa se poi questi beni rincoglioniscono la vita, per il loro eccesso o per la loro inutilità.

Solidarietà.  Ecco la domanda cruciale: è possibile conciliare la giustizia e la carità? E, se è possibile, in che modo? Come posso essere giusto ed essere buono? Come posso essere giusto ed aprirmi ai diritti dei più deboli? Già parlare oggi di solidarietà, sembra di fare il bigotto di turno. La solidarietà è una virtù da lasciare ai credenti. Eppure la solidarietà un tempo era diventata una virtù così laica da essere ritenuta una conquista sindacale di comunisti atei o semplicemente anticlericali. La solidarietà nel mondo operaio era tutto. Chi non ricorda lo slogan politico “Proletari di tutti i paesi, unitevi!”, uno dei più famosi del periodo socialista? Lo slogan proviene dal “Manifesto del Partito Comunista” di Karl Marx e Friedrich Engels. Oggi la solidarietà operaia è quasi scomparsa nella più totale indifferenza, che si sveglia solo quando a rischio c’è il proprio posto di lavoro, o al massimo la chiusura della propria fabbrica. Nessuno accetterebbe la parabola di Cristo, che sembra privilegiare i diritti degli operai dell’ultima ora.

A conclusione, voglio citare alcune riflessioni di Padre Ermes Ronchi sulla parabola di oggi. Scrive: «Finalmente un Dio che non è un ‘padrone’, nemmeno il migliore dei padroni. È altra cosa: è il Dio della bontà senza perché, che crea una vertigine nei normali pensieri, che trasgredisce le regole del mercato, che sa ancora saziarci di sorprese. Intanto è il signore di una vigna: fra tutti i campi la vigna è quello dove il contadino investe più passione e più attese, con sudore e poesia, con pazienza e intelligenza. È il lavoro che più gli sta a cuore: per cinque volte infatti, da uno scuro all’altro, esce a cercare lavoratori. È questa terra la passione di Dio, e coinvolge me nella sua custodia; è questa mia vita che gli sta a cuore, vigna da cui attende il frutto più gioioso. Eppure mi sento solidale con gli operai della prima ora che contestano: non è giusto dare la medesima paga a chi fatica molto e a chi lavora soltanto un’ora. È vero: non è giusto. Ma la bontà va oltre la giustizia. La giustizia non basta per essere uomini. Tanto meno basta per essere Dio. Neanche l’amore è giusto, è un’altra cosa, è di più. Se, come Lui, metto al centro non il denaro, ma l’uomo; non la produttività, ma la persona; se metto al centro quell’uomo concreto, quello delle cinque del pomeriggio, un bracciante senza terra e senza lavoro, con i figli che hanno fame e la mensa vuota, allora non posso contestare chi intende assicurare la vita d’altri oltre alla mia. Dio è diverso, ma è diversa pienezza. Non è un Dio che conta o che sottrae, ma un Dio che aggiunge continuamente un di più. Che intensifica la tua giornata e moltiplica il frutto del tuo lavoro. Non fermarti a cercare il perché dell’uguaglianza della paga, è un dettaglio, osserva piuttosto l’accrescimento, l’incremento di vita inatteso che si espande sui lavoratori. Nel cuore di Dio cerco un perché. E capisco che le sue bilance non sono quantitative, davanti a Lui non è il mio diritto o la mia giustizia che pesano, ma il mio bisogno. Allora non calcolo più i miei meriti, ma conto sulla sua bontà. Dio non si merita, si accoglie. Ti dispiace che io sia buono? No, Signore, non mi dispiace, perché sono l’ultimo bracciante e tutto è dono. No, non mi dispiace perché so che verrai a cercarmi anche se si sarà fatto tardi. Non mi dispiace che tu sia buono. Anzi. Sono felice che tu sia così, un Dio buono che sovrasta le pareti meschine del mio cuore fariseo, affinché il mio sguardo opaco diventi capace di gustare il bene».

*Omelia del 7 ottobre  2012: Sesta domenica dopo il Martirio di S. Giovanni Battista. 

Fonte:http://www.dongiorgio.it/06/10/2012/omelie-2012-di-don-giorgio-sesta-domenica-dopo-il-martirio-di-san-giovanni/

agosto 26, 2012

PRIMA LA VITA O LA COSCIENZA?

TRA RELATIVISMO, ASSOLUTISMI E IDOLATRIE RISCOPRIRE LA COSCIENZA

di don Giorgio De Capitani*

Radicalità.  I brani della Messa sono un po’ lunghi e la lettura ha richiesto più tempo del solito: cerco perciò di sintetizzare le mie riflessioni. Una parola accomuna i tre brani, ed è radicalità. Di fronte alla Parola di Dio non ci devono essere mezze misure. Non si tratta della fedeltà del servo che deve obbedire senza discutere al proprio padrone. La radicalità non sta nella scelta tra Dio e la nostra libertà, ma tra la nostra libertà e la schiavitù di un potere che fa di tutto per rubarci la nostra dignità umana. La parola di Dio è la migliore garanzia della nostra libertà. In questa prospettiva vanno letti i tre brani. Il primo presenta il martirio dei sette fratelli e della loro madre che rifiutano di mangiare cibo proibito dalla legge ebraica. Più che una questione di cibo, in ballo c’era la stessa religione ebraica che il re pagano, Antioco IV Epifane, voleva a tutti i costi distruggere, usando ogni mezzo, anche imponendo di mangiare cibi proibiti dalla legge. In questo senso l’episodio acquista un valore fortemente educativo. Certo che la vita è superiore a un pezzetto di carne, ma in quel pezzetto di carne proibito dalla legge gli ebrei vedevano un valore spirituale da salvare. Oggi, dicendo che tutto è relativo, che non vale la pena di sacrificarci per qualcosa di materiale, abbiamo perso anche ciò che la legge può rappresentare. Da una parte si è arrivati al punto di assolutizzare certe norme religiose, anche a costo di sacrificare la vita stessa che è il bene di per sé prioritario, e dall’altra ci si è svincolati dal peso di certe leggi tradizionali, cadendo magari in altre schiavitù ben peggiori.

La coscienza come valore umano.  Pensate ai giovani, e dire giovani non è un caso, dal momento che il primo brano parla di uno dei fratelli, il più giovane, su cui il re voleva far presa per convincerlo a disobbedire. Ma il ragazzo non cede, sorretto in questo da una madre coraggiosa. Quante madri moderne avrebbero il coraggio di dire ai propri figli, a iniziare dai più giovani, di essere fedeli alla propria coscienza? Sì, perché in fondo di questo si tratta: di essere fedeli alla propria coscienza. Parola grossa! Quanti parlano oggi di Coscienza? Un tempo si insisteva nel dire: Fate i bravi! Mi raccomando! E nello stesso tempo si educavano i figli a dei valori, anche con una coerente testimonianza di vita. I ragazzi crescevano in un contesto educativo che li proteggeva dai pericoli. Oggi forse si dice ancora ai figli: Fate i bravi, ma quali valori si insegnano loro? Con quale testimonianza di vita? Un tempo si proponevano, in casa e nella catechesi, modelli di santi fortemente educativi, oggi i modelli sono completamente diversi: idoli di cartapesta del mondo del sport o delle veline. Parlare oggi di Coscienza non solo è difficile, ma neppure si tenta di farlo. Si ha quasi vergogna, come se la Coscienza fosse qualcosa di bigotto. Un motivo c’è: abbiamo legato la Coscienza ad una questione religiosa, come se la Coscienza fosse una prerogativa dei credenti. Venendo meno la religione, ci si sente quasi liberi anche dalla Coscienza, vista come un legame. Oggi si pensa di essere liberi, svincolandoci dalla stessa Coscienza. Forse passerà ancora molto tempo prima di recuperare il senso della Coscienza come valore umano, insito cioè in noi come esseri umani.

Le norme non devono mortificare la coscienza.  È chiaro che per noi credenti la Coscienza ha un valore sacro, dal momento che è la stessa voce di Dio. Ma purtroppo la religione ha preteso di interpretare la voce divina in noi emanando leggi, norme, disposizioni che non hanno fatto altro che spegnere la stessa voce della Coscienza. Questo, purtroppo, è il rischio di ogni religione, ma è anche il rischio di ogni struttura civile: lo Stato interpreta a modo suo la Democrazia, la Libertà, la Giustizia. E così, nella religione e nelle istituzioni civili, la Coscienza viene coperta dalle norme, quasi per paura che il credente e il cittadino, appellandosi alla Coscienza, disobbediscano al potere religioso e civile. Leggendo il primo brano, il martirio dei sette fratelli e della loro madre, dobbiamo stare attenti: nelle leggi della religione ebraica, quella di non mangiare carne proibita, dobbiamo cogliere il senso dell’Alleanza di Dio con il popolo eletto. Il re pagano sapeva che, colpendo gli ebrei nelle loro tradizioni, colpiva la stessa religione ebraica. E gli ebrei sapevano che, disobbedendo ai precetti dei loro padri, mettevano a rischio la stessa Alleanza con Dio. È chiaro che la fede in Dio non si riduce nell’obbedire materialmente a delle norme. Anche noi cristiani siamo caduti in questo errore. Cristo stesso ci aveva avvertito, e aveva avvertito anzitutto i capi ebrei del suo tempo: il sabato è per l’uomo, e non l’uomo per il sabato. Si era arrivati al punto tale di ipocrisia – ecco la parola giusta usata da Gesù – da coprire il vero volto di Dio. Ogni legge religiosa deve esprimere il volere di Dio. Come ogni legge civile deve esprimere il senso dello Stato, che consiste nella democrazia. Tuttavia le norme ci vogliono: siamo esseri umani, in anima e corpo. Ma le leggi, per esprimere la nostra dignità umana, non devono mortificare la Coscienza, che è l’anima del singolo e dell’universo. Quando siamo costretti a scegliere tra una norma e la Coscienza, allora possiamo vivere un dramma, come i martiri che hanno dato la vita per essere coerenti con la propria Coscienza.

Ma la vita non vale più di una norma?  La vita non vale più della stessa Coscienza? Non è facile rispondere. Lo stesso Galileo ha abiurato per salvare la propria vita. Ha fatto bene o ha fatto male? È giusto che un giovane scienziato che ha un promettente futuro davanti, o un medico che potrebbe continuare a fare un mucchio di bene a questa società, rischi la propria vita esponendosi eccessivamente, anche nella migliore intenzione di portare avanti principi di giustizia o di fratellanza? Quante volte mi sono chiesto se Maria Goretti, la ragazzina che per non sottoporsi alle voglie del suo violentatore è stata barbaramente uccisa, ha fatto bene o male a comportarsi in quel modo. La vita non vale più di un pezzetto di carne? Comunque, una cosa mi pare importante dire: non è una contraddizione star qui a discutere sulla opportunità o meno di una scelta radicale di quei martiri che si sono sacrificati per essere fedeli ai valori e alle virtù della loro religione, quando oggi migliaia e milioni, di giovani soprattutto, sacrificano la vita in nome di un consumismo idiota, senza senso, privo di valori umani? La religione ha cambiato volto, ha cambiato Dio: oggi ci si rovina sacrificandosi a idoli materiali. E non c’è verso di farli ragionare. Se c’è stato un momento in cui la Chiesa ha proposto in modo eccessivo la testimonianza di santi quali modelli di virtù eroiche, oggi forse sentiamo il bisogno di nuovi modelli di virtù umane, voci di quella Coscienza universale, che accomuna fedi religiose e fedi politiche.

*omelia del 26 agosto 2012: Domenica che precede il Martirio di S. Giovanni; letture: Maccabei 7,1-2.20-41; 2Corinzi 4,7-14; Matteo 10,28-42.

 

agosto 2, 2012

IL NOSTRO DIO È IL DIO DI TUTTI

INCONTRARE DIO GRAZIE E NONOSTANTE LE APPARTENENZE RELIGIOSE

di Piero Stefani*

Una guida feconda,  per la grande apertura introdotta mezzo secolo fa (sia pur bisognosa di essere a propria volta approfondita) possono essere i documenti conciliari, in particolare la dichiarazione sui rapporti con le religioni non cristiane, la Nostra aetate, e la costituzione Lumen gentium (in calce il n.16). Ricordiamo che le dichiarazioni sono i documenti che il Concilio ecumenico vaticano II ha pubblicato con riferimento all’esterno della chiesa, mentre quelli riguardanti l’interno sono i decreti; le costituzioni poi sono i documenti fondamentali, talvolta con caratteri dogmatici. Successivamente sono stati erogati altri documenti sul dialogo con l’esterno della chiesa, i più consistenti dei quali sono: Dialogo e missione del 1984 e Dialogo e annuncio del 1991. Dialogo e missione indicava 4 modalità di dialogo: 1) il dialogo delle opere (ad es. lavorare a favore di una causa comune); 2) il dialogo dell’esperienza religiosa; 3) il dialogo degli scambi teologici, a livello di esperti; ed infine 4) il dialogo della vita.

Dialogo della vita e dell’esperienza religiosa  meritano un cenno in questa sede. Dialogo della vita può essere, ad es. il caso dei matrimoni interreligiosi, dato che il matrimonio configura uno scambio tra i più profondi rispetto ad ogni altra comunità interumana, un dialogo radicale. Comporta pertanto la relativizzazione dell’appartenenza religiosa, ciò che potrebbe condensarsi nella formula: il mio Dio è anche il tuo. Ci si può chiedere se è la vita che definisce l’appartenenza o se viceversa è più determinante l’appartenenza: si può rispondere che entrambe influiscono, in un processo dialettico. Dialogo della esperienza religiosa potrebbe raggiungere profondità abissali nelle esperienze mistiche, ma più semplicemente possiamo esemplificarlo nella preghiera comune (come nel modello Assisi). Si deve notare che le esperienze religiose non si possono gerarchizzare, dicendo ad es. la mia è più intensa della tua: si può solo dire che sono esperienze diverse. La Nostra aetate, dopo aver ricordato che la Chiesa cattolica nulla rigetta di quanto è vero e santo nelle altre religioni, dopo aver loro espresso sincero rispetto, afferma: “Tuttavia essa (la Chiesa) annuncia, ed è tenuta ad annunciare, il Cristo che è «via, verità e vita» (Gv 14,6), in cui gli uomini devono trovare la pienezza della vita religiosa…”. Quest’ultimo aggettivo, religiosa, dovrebbe essere superfluo, se è vero quanto appena indicato sulla non gerarchizzabilità delle esperienze religiose.

Buccia e polpa.  Ogni appartenenza religiosa si rivolge a un Dio che può avere caratteristiche e contenuti diversi. Il Dio della tradizione biblica, ad es. non coincide con quello dei filosofi. Le definizioni di Dio sono sempre insufficienti perché se Dio coincidesse con la sua definizione non sarebbe Dio. Un detto della tradizione mistica islamica afferma che fare esperienza di Dio è come cogliere la polpa di un frutto, oltre la buccia che la contiene (cioè la religione). Per inciso si può notare che nessuna polpa potrebbe esistere di per sé, senza la buccia. Se dunque è Dio il centro delle esperienze religiose, non dovremmo pensare alle altre comunità religiose se non in relazione a Dio. La Lumen gentium al n.16 (sotto riportato) afferma che quanti non hanno ancora ricevuto il vangelo sono ordinati al popolo di Dio, cioè alla chiesa, non a Dio. In modo coerente trae la conclusione che la chiesa mette ogni cura nell’incoraggiare e sostenere le missioni. Dovremmo dunque guardare con occhio più aperto alle altre esperienze religiose.

Rami di un solo tronco.  Una poesia del grande mistico e martire musulmano al-Hallaj narra che, dopo aver riflettuto sulle diverse religioni cercando di comprenderle, si può trovare che sono tutti rami di un solo tronco. La conseguenza pratica è quella di non dover chiedere a nessuno di abbracciare una diversa religione perché lo si allontanerebbe dal proprio principio. Si deve ritenere che è Dio in cerca dell’uomo e che il pluralismo religioso non è altro che la manifestazione di questa ricerca: un pluralismo teocentrico. Si tratta di capire come le bucce determinano l’esperienza della polpa, come relativizzare l’esperienza che nasce dalle diverse appartenenze, nonché ribadire l’equivalenza della propria rispetto alle altre. Incontrare Dio grazie e nonostante le appartenenze religiose.

*dalla relazione tenuta a Motta il 21 luglio 2012 sul tema: Dove abita Dio? Fede e appartenenze religiose

Dalla Costituzione conciliare Lumen gentium

n. 16: I non cristiani e la Chiesa

16. Infine, quanto a quelli che non hanno ancora ricevuto il Vangelo, anch’essi in vari modi sono ordinati al popolo di Dio [32]. In primo luogo quel popolo al quale furono dati i testamenti e le promesse e dal quale Cristo è nato secondo la carne (cfr. Rm 9,4-5), popolo molto amato in ragione della elezione, a causa dei padri, perché i doni e la chiamata di Dio sono irrevocabili (cfr. Rm 11,28-29). Ma il disegno di salvezza abbraccia anche coloro che riconoscono il Creatore, e tra questi in particolare i musulmani, i quali, professando di avere la fede di Abramo, adorano con noi un Dio unico, misericordioso che giudicherà gli uomini nel giorno finale. Dio non è neppure lontano dagli altri che cercano il Dio ignoto nelle ombre e sotto le immagini, poiché egli dà a tutti la vita e il respiro e ogni cosa (cfr At 17,25-26), e come Salvatore vuole che tutti gli uomini si salvino (cfr. 1 Tm 2,4). Infatti, quelli che senza colpa ignorano il Vangelo di Cristo e la sua Chiesa ma che tuttavia cercano sinceramente Dio e coll’aiuto della grazia si sforzano di compiere con le opere la volontà di lui, conosciuta attraverso il dettame della coscienza, possono conseguire la salvezza eterna [33]. Né la divina Provvidenza nega gli aiuti necessari alla salvezza a coloro che non sono ancora arrivati alla chiara cognizione e riconoscimento di Dio, ma si sforzano, non senza la grazia divina, di condurre una vita retta. Poiché tutto ciò che di buono e di vero si trova in loro è ritenuto dalla Chiesa come una preparazione ad accogliere il Vangelo [34] e come dato da colui che illumina ogni uomo, affinché abbia finalmente la vita. Ma molto spesso gli uomini, ingannati dal maligno, hanno errato nei loro ragionamenti e hanno scambiato la verità divina con la menzogna, servendo la creatura piuttosto che il Creatore (cfr. Rm 1,21 e 25), oppure, vivendo e morendo senza Dio in questo mondo, sono esposti alla disperazione finale. Perciò la Chiesa per promuovere la gloria di Dio e la salute di tutti costoro, memore del comando del Signore che dice: «Predicate il Vangelo ad ogni creatura» (Mc 16,15), mette ogni cura nell’incoraggiare e sostenere le missioni.

luglio 23, 2012

LA COSCIENZA DA UN CONCILIO ALL’ALTRO

LA COSCIENZA NON È SOLTANTO UN SACRARIO

di Piero Stefani*

Mai contro coscienza.  Il Concilio Lateranense IV (1215) non gode, a ragione, di grande popolarità. Esso denunciò come eretiche alcune frasi di un libello attribuito a Gioacchino da Fiore (personaggio di cui era in corso il processo di beatificazione); condannò Catari e Valdesi; fece sì che la repressione dell’eresia, affidata ai vescovi e ai tribunali dell’inquisizione da loro dipendenti, venisse elevata a legge generale della Chiesa; impose agli ebrei un segno di riconoscimento. Insomma fu un concilio dominato da uno spirito di autorità propenso ad esaltare il ruolo di papa Innocenzo III. Eppure, sepolta nelle viscere dei suoi decreti, si trova un’affermazione sorprendente: «Quindquid fit contra conscientiam aedificat ad gehennam». La sentenza colpì Pietro Scoppola (è riportata nel suo scritto postumo, Un cattolico a modo suo, Morcelliana, Brescia 2008) quando la vide citata in una conferenza di Gallarati Scotti del 1907 tenuta alla Lega democratica di Romolo Murri. Una vicenda che si sarebbe conclusa, di lì a poco, in modo traumatico a causa della repressione pontificia. Agire contro coscienza significa costruire per la geenna. Ma come conciliare questa santa affermazione con la condanna riservata agli eretici? Allora non ci si limitava agli errori, si colpivano le persone. Una ipotesi per giustificare l’apparente paradosso è che tutti i presunti eretici agissero in male fede, andando contro la voce della coscienza. Non si tratta di un’opzione plausibile. Anche nel Medioevo si era consapevoli che, soggettivamente, vi erano eretici in buona fede. Il problema perciò si sposta al sapere che cosa si intende per coscienza. È una questione tutt’altro che risolta.

Ascolto.  Il testo capitale per un cattolicesimo che ha recepito in qualche misura istanze espresse dalla cultura moderna lo si ritrova in un lungo paragrafo, il 16, della Gaudium et spes (riportato in calce). Nella prima parte esso afferma che la coscienza è una voce interiore che si attiene alla legge morale scritta da Dio nei cuori. La dignità umana sta nel prestar obbedienza ad essa. Poi si aggiunge: «La coscienza è il nucleo più profondo e il sacrario dell’uomo, dove egli si trova solo con Dio, la sua voce risuona nel suo intimo». La nota rimanda a un radiomessaggio di Pio XII (1952) dedicato alla retta formazione della coscienza cristiana nei giovani. L’agire secondo coscienza dipende, dunque, dall’ascolto attento di una voce sempre omogenea a se stessa perché conforme all’immutabile legge di Dio. Il paragrafo prosegue affermando: «Tramite la coscienza si fa conoscere in modo mirabile quella legge che trova il suo compimento nell’amore di Dio e del prossimo. Nella fedeltà alla coscienza, i cristiani si uniscono agli altri uomini per cercare la verità e per risolvere secondo verità tanti problemi morali che sorgono tanto nella vita dei singoli quanto in quella sociale». Il passaggio è di capitale importanza nel momento in cui indica uno stile di comportamento posto all’insegna della collaborazione. L’insistenza sull’intimità della coscienza si regge sull’ascolto.

Sapere con l’altro.  Qui si apre la questione dell’etimo della parola «coscienza». Esso vale solo nella direzione della profondità interiore o si rivolge, in senso orizzontale, anche verso il dialogo interumano. Tommaso d’Aquino osservava che coscientia vuol dire «cum alio scire», «sapere con altro». Chi è questo altro? È la voce di una legge immutabile scritta nei cuori o è il confronto con l’altro essere umano? Recita la Dichiarazione universale dei diritti umani (1948): «Tutti gli uomini nascono liberi e eguali in dignità e diritti. Sono dotati di ragione e di coscienza e devono agire gli uni verso gli altri in spirito di fraternità». Alle spalle di questa formulazione vi è una storia. Nelle discussioni preparatorie, il cinese P. Chang tentò di far entrare accanto all’idea di razionalità anche quella di «sentimento che esistono gli altri uomini», ciò venne tradotto in «sono dotati per natura di ragione e coscienza» (formulazione che non piacque a Chang). In altre parole, la legge dell’amore del prossimo o la «regola d’oro» di non fare agli altri quello che non vorresti che altri facessero a te, la si trova nell’intimo della coscienza in cui risuona la voce della legge di Dio o la si coglie solo in una relazione effettiva con gli altri esseri umani? Gli stili di comportamento mutano radicalmente se si opta per l’una o per l’altra di queste alternative.

La parabola del «buon Samaritano»  prende le mosse dal dover spiegare, in relazione al comandamento (Lv 19,18), chi sia il nostro prossimo e si conclude dicendo non solo che bisogna «farsi prossimo», ma anche indicando che il samaritano fu mosso ad agire dal sussulto di pietà delle proprie viscere sorto di fronte alla sventura altrui. Qui non si parla più dall’applicazione di un precetto scritto nel Libro e/o nel cuore (Lc 10,29-37). Le viscere sono un’interiorità estroversa. Il paragrafo della Gaudium et spes si chiude su un registro oggettivistico: «Quanto più, dunque, prevale la coscienza retta, tanto più le persone e i gruppi sociali si allontanano dal cieco arbitrio e si sforzano di conformarsi alle norme oggettive della moralità. Tuttavia succede non di rado che la coscienza sia erronea per ignoranza invincibile, senza per questo che essa perda la sua dignità. Ma ciò non si può dire quando l’uomo poco si cura di cercare la verità e il bene e quando la coscienza diventa quasi cieca in seguito all’abitudine del peccato».

La concessione all’oggettivismo  (gli storici del Vaticano II parlerebbero di cedimento all’ala conservatrice) tira con sé conseguenze molto rilevanti. La pesante espressione di «ignoranza invincibile» sarebbe parzialmente tollerabile fino a quando non compromette la dignità della persona, ma le ultime righe del paragrafo sembrano andare ancora oltre e consegnare la persona umana alla possibilità di una totale cecità. È qui riscritta in termini morali la categoria biblica dell’«empio»? D’altro canto il tema di un possibile abbrutimento della persona umana non è una finzione. Ma chi può arrogarsi il diritto di affermare che non c’è più nulla da fare? Inoltrandosi sul fronte oggettivistico si rischia di compromettere in modo serio la distinzione tra «errore» ed «errante» e di far rientrare, sia pure in modo meno brutalmente repressivo, echi di antichi concili che affermavano l’obbligatorietà di conformarsi alla coscienza mentre, nel contempo, consegnavano all’inquisizione coloro che loro stessi classificavano come eretici.

* Il pensiero della settimana n. 390. La coscienza da un concilio all’altro

18-7-2012  Piero Stefani al bivacco Cecchini val Loga-Spluga (m. 2750). Sullo sfondo il pizzo Tambò.

luglio 8, 2012

LA PARTE NASCOSTA DI DIO E DEGLI UOMINI

RIVELAZIONE PROGRESSIVA DELL’IDENTITÀ, MA SOLO PER CHI HA L’UMILTÀ DEI PICCOLI

di don Giorgio De Capitani*

Avvicinarsi al mistero.  I tre brani della Messa sembrerebbero a prima vista scollegati tra loro. In realtà c’è un legame: è la rivelazione che Dio fa di se stesso, attraverso Mosè (primo brano), attraverso l’apostolo Paolo (secondo brano) e attraverso il Figlio Gesù (terzo brano). Nel primo brano, tolto dal libro dell’Esodo, Dio si rivela a Mosè come il Santo per eccellenza (“Non avvicinarti oltre! Togliti i sandali, perché il luogo sul quale stai è suolo santo), si rivela come il Liberatore (“Sono sceso per liberare il mio popolo dal potere dell’Egitto”) e infine rivela la propria identità: “Io sono colui che sono”, poi più semplicemente “Io-sono”. Nel secondo brano, San Paolo, scrivendo la prima lettera ai cristiani di Corinto, afferma che il mistero di Dio si è rivelato in Gesù Cristo, ma non tanto in Gesù maestro o taumaturgo, ma in Gesù Crocifisso. Ecco dove sta la sapienza di Dio, “che è rimasta nascosta”. Nel terzo brano Matteo riporta le parole di Gesù sul rapporto stretto tra lui come Figlio e il Padre celeste, e sulla possibilità di avvicinarsi al mistero di Dio ma ad una condizione: occorre avere l’umiltà di cuore che è la caratteristica dei piccoli, dei semplici, dei miti.

Sapienza e stoltezza.  A questo punto una domanda s’impone: chi è veramente Dio? Nell’Antico Testamento egli si è rivelato come il Signore creatore e onnipotente, come il Dio dell’Alleanza unico e geloso, un Dio battagliero, giudice e talora vendicativo. Anche con il volto di Padre che perdona, ma l’idea che ci siamo fatti attraverso i numerosi episodi anche di violenza non è certo quella di un Padre universale: anche i Profeti puntavano a rivelare la santità di Dio, che imponeva un certo distacco, un certo sacro timore. Nel Nuovo Testamento tutto cambia: Dio è anzitutto Padre, Dio perdona, Dio accoglie, Dio ama. Ma non basta: Gesù, morendo su una croce, sembra nello stesso tempo confonderci le idee. Come il Padre ha potuto accettare la morte così tragica di suo Figlio? Qui entra in scena la teologia di san Paolo sulla sapienza di Dio, nettamente in contrasto con la sapienza umana. Sia per gli ebrei che per i pagani era inaccettabile che un Dio potesse arrivare a tal punto: morire su una croce in modo tanto ignominioso. Ecco perché San Paolo, sempre nella sua prima lettera ai Corinti, scrive: “Mentre i Giudei chiedono segni e i Greci cercano sapienza, noi invece annunciamo Cristo crocifisso: scandalo per i Giudei e stoltezza per i pagani”. In poche parole: ciò che è sapiente per il Signore è stoltezza per gli uomini. Siamo su due piani completamente opposti. Ecco perché il mondo, come direbbe san Giovanni, non comprende chi è Dio, e non comprende la radicalità del Vangelo di Cristo. Sono due modi completamente differenti di intendere la sapienza. Dio ragiona in un modo, e l’uomo ragiona in un altro modo. Sulla parola amore, tutti possiamo essere d’accordo, ma in realtà Dio ama in un modo che a noi sembra assurdo.

Dio vicino a noi.  Prima di continuare, vorrei spiegare, benché brevemente, la definizione che Dio ha dato di se stesso a Mosè: “Io sono colui che sono”. L’evangelista Giovanni riprenderà spesse volte questa definizione di Dio, applicandola a Gesù Cristo. Ricordiamo lo scontro con quei giudei che avevano creduto in lui (Giovanni, capitolo 8), quando Gesù alla fine del dibattito afferma in modo solenne: “Prima che Abramo fosse, Io Sono”. Gli ebrei avevano capito benissimo che Gesù si era identificato con Dio stesso, tanto è vero che presero le pietre per lapidarlo, come bestemmiatore. C’è un altro episodio molto chiaro, quando, nell’Orto degli Ulivi, alla ciurma che era venuta ad arrestarlo, Gesù si presenta dicendo: “Sono io!”, richiamando il Nome stesso di Dio. Tutti indietreggiano e cadono per terra. “Io Sono colui che sono”: parole che hanno messo in crisi tutti gli studiosi per capire che senso dare. Senz’altro non vanno intese in senso filosofico. Dio non è tanto “Colui che ha l’essere per essenza”, ma come un “essere per”: Dio è colui che si rende “presente”, che è “in favore di”. Dio non il Dio dei filosofi, ma il Dio che è vicino a noi.

L’uomo inedito.  Tuttavia, attorno a Dio rimane un alone di mistero. Non può essere diversamente. È Dio, e basta. Si è parlato spesso di Dio come di un “Deus absconditus”, nascosto. Un mistero sempre da scoprire. Tenterò ora di spiegare in che senso intendere questo aspetto di Dio: “absconditus”, nascosto. E, di conseguenza, essendo noi fatti “a immagine e somiglianza di Dio”, cercherò di spiegare in che senso intendere l’aspetto di “absconditus” presente in ciascun essere umano, e non solo. Mi rifaccio ad un articolo che Padre Ernesto Balducci ha scritto e pubblicato nel 1993, dal titolo già significativo: “L’homo editus e l’homo absconditus”. Cercherò di sintetizzare il suo pensiero. Per spiegare il termine “editus”, partirei dal secondo che sembrerebbe a prima vista più chiaro: “absconditus”. Chi è l’homo absconditus? Scrive P. Balducci: «C’è in ciascuno di noi anche un homo absconditus, un’umanità nascosta, costituita… da quelle possibilità umane che non hanno trovato traduzione nella cultura in cui ci si è plasmati e modellati”. Allora l’homo editus è quella parte di noi che già si è plasmata e modellata “all’interno della cultura in cui è avvenuto il suo sviluppo formativo». Già la parola editus, in italiano stampato, pubblicato, ne dà l’idea. Noi solitamente vediamo lo sviluppo storico, culturale, formativo dell’essere umano, e siamo tentati di fermarci a questo aspetto, magari contestandolo, in vista di un suo miglioramento, dimenticando però o trascurando quelle energie nascoste che sono dentro di noi, sono dentro l’umanità intera. Quando parliamo di cultura intendiamo questo: il mondo come si è sviluppato lungo i secoli secondo parametri prestabiliti che sembrano ripetitivi e intoccabili. Certo, parliamo di sviluppo, ma tale sviluppo non tiene conto dell’altra parte che è dentro di noi, che rimane nascosta.

È la parte migliore.  Scrive ancora P. Balducci: «La nostra formazione avviene sempre attraverso un soffocamento, una rimozione di possibilità che non hanno un corrispettivo di traduzione storica. C’è, quindi, in noi un patrimonio di possibilità nascoste, che non è l’inconscio junghiano, costituito dalle rimozioni che via via compiamo nella nostra crescita, ma piuttosto un nucleo di possibilità (…) che non appartengono al passato, come l’inconscio, ma al nostro futuro: sono le possibilità di realizzazione umana per quali non si è data ancora la concreta condizione di attuazione». Ecco perché talora si usa la parola “ineditus”, cioè questa parte che abbiamo dentro di noi, che è la parte magari migliore, non è ancora stata pubblicata, stampata, resa visibile. È nascosta, tenuta nascosta o di proposito dimenticata. P. Balducci per dare una maggiore idea della differenza tra la parte edita e la parte inedita o nascosta, ricorre all’immagine del vecchio (senex) e del bambino (puer). «Quella del senex è l’aridità, l’astrazione, la passione per il calcolo, la riduzione della qualità a quantità; è la ripugnanza per la novità, per l’estro creativo; è l’esigenza dell’identità, dell’A=A; è il rifiuto del diverso, di quanto per qualsiasi motivo non rientri nella geometria dell’ordine. (…) Quella del puer: l’entusiasmo per l’inizio, il gusto per il diverso, l’amore per la contraddizione, la divina follia che non sta negli argini prestabiliti».

Profezia.  In base a questa distinzione tra l’homo editus e l’homo absconditus, P. Balducci passa poi ad analizzare la religione e il concetto che abbiamo di Dio. Il nostro mondo e noi che ci siamo dentro ci siamo costruiti non solo un progresso fondato sulla cultura prestabilita, che non tiene conto delle energie migliori che abbiamo dentro, ma anche il nostro rapporto con Dio. Ed è qui che, riprendendo le parole di San Paolo sulla sapienza umana e sulla sapienza divina, possiamo parlare di un mondo religioso chiuso al domani migliore e di un mondo profetico. «Il Vangelo, scrive P. Balducci, non si rivolge all’homo editus, ma all’homo absconditus nella pienezza delle possibilità che egli conserva in sé, a un uomo attento alla profezia”. Scrive ancora: “L’homo editus, cioè l’uomo integrato nella cultura, ride di fronte alle profezie, come rideva Machiavelli, homo editus più che altri mai, quando ascoltava il Savonarola che parlava in Santa Maria del Fiore».

«Francesco d’Assisi,  ad esempio, scrive ancora P. Balducci, è l’espressione che si è realizzata attraverso il rigetto delle forme più sacre dell’homo editus, a cominciare dall’essere dipendente da un padre, dall’avere un luogo di identità nella città, dal tener lontano gli esclusi, i lebbrosi. Francesco ha rigettato la guerra, la spada. Egli si è immerso nelle profondità dell’homo absconditus e ha affrontato la società, la cultura dominante con i segni, i gesti pacifici dell’uomo nascosto. Ha ritrovato la fraternità creaturale e ha respinto la cultura. Mi sembrava uno scandalo, quando ero un fedele alunno della cultura edita, che Francesco dissuadesse i frati dallo studiare. Niente libri. Ora invece sono commosso da questo, perché Francesco capiva come sarebbe andata a finire la sua famiglia francescana, se avesse battuto le vie che portavano a Parigi, all’università».

Di Dio possiamo dire la stessa cosa che dell’uomo: c’è il Dio edito e c’è il Dio nascosto. Scrive P. Balducci: “Se noi leggiamo la Bibbia, vediamo che c’è un modo di parlare di Dio del tutto omogeneo all’homo editus, alla cultura, quindi un Dio guerrafondaio, sterminatore, e poi c’è il Dio inedito, nascosto, che è il Dio dei profeti e che troverà la sua manifestazione in Gesù Cristo». Commentando un passo della Prima Lettera di Giovanni, P. Balducci afferma: «Nessun nome è più funesto di quello di Dio quando diventa un dio edito, il dio del gruppo, della città, emblema e garanzia di ogni potere. L’uomo inedito lo sa e non ama nominarlo. Il vero Dio è un Deus absconditus, l’estremo corrispettivo dell’homo absconditus. La preghiera è, nella sua intima essenza, una silenziosa corrispondenza tra l’uomo sconosciuto e il Dio sconosciuto (…)». La distinzione tra fede e religione, cara a Balducci, è tesa alla salvaguardia delle possibilità vitali dell’uomo inedito. Il messaggio evangelico non coincide con la morale cattolica ufficiale, con le posizioni della chiesa, il suo dottrinarismo e le sue leggi. La fede non è “religiosità superstiziosa” o “meschina proiezione dei nostri bisogni”, “non è una cognizione in più nei confronti degli altri”, non va vissuta alla maniera consolatoria e compensativa, ma è “principio critico” anche della religione, scelta libera e “dialogo con un Tu che ci parla attraverso gli eventi stessi”, nella direzione dell’ulteriorità di senso, dell’inesauribilità della verità, di “Qualcuno che è oltre”.

 

*omelia del 8 luglio 2012: Sesta dopo Pentecoste (Es 3,1-15; 1Cor 2,1-7; Mt 11,27-30)  fonte: http://www.dongiorgio.it/07/07/2012/omelia-di-don-giorgio-sesta-domenica-dopo-pentecoste-2012/

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