Brianzecum

gennaio 28, 2014

VIOLENZA: NON AVRAI ALTRO DIO

ACCUSA DI VIOLENZA AL MONOTEISMO CRISTIANO E DIFESA CATTOLICA, CHE PECCA DI SCARSA UMILTÀ

di Vito Mancuso, La Repubblica 21-1-2014 pag.45

Monoteismo violento. La Commissione Teologia Internazionale (Cti) è un organismo di 30 teologi di ogni parte del mondo scelti dal Papa in quanto «eminenti per scienza, prudenza e fedeltà verso il Magistero della Chiesa» con l’incarico di «studiare i problemi dottrinali di grande importanza» (così gli statuti ufficiali). Pochi giorni fa è stato pubblicato su Civiltà Cattolica l’ultimo suo lavoro, disponibile anche nel sito della Santa Sede, dal titolo: Dio, Trinità, unità degli uomini. È però il sottotitolo che chiarisce l’argomento: Il monoteismo cristiano contro la violenza. Lo scritto prende infatti spunto da una tesi sempre più diffusa in Occidente secondo cui vi sarebbe «un rapporto necessario tra il monoteismo e la violenza», con la conseguenza che il monoteismo, prima considerato la forma più alta del divino, ora viene ritenuto potenzialmente violento. Le religioni monoteistiche sono ebraismo, cristianesimo e islam, ma secondo la Cti è soprattutto il cristianesimo a essere sotto tiro da parte di ampi settori dell’intellighenzia occidentale definiti «ateismo umanistico, agnosticismo, laicismo», i quali invece risparmierebbero l’ebraismo per rispetto della shoà e perché privo di proselitismo, e legherebbero l’intolleranza islamica più a motivi politici che teologici. Il che per la Cti dimostra l’aria anticristiana che tira in occidente, ingiustificabile anche alla luce del fatto che è proprio il cristianesimo la religione che oggi cerca di più il dialogo con la cultura laica. A favore del monoteismo la Cti propone la tesi opposta secondo cui «la purezza religiosa della fede nell’unico Dio può essere riconosciuta come principio e fonte dell’amore tra gli uomini». Ribalta quindi l’equazione: non monoteismo = violenza, bensì monoteismo (trinitario) = amore universale. Con la logica conseguenza che «l’eccitazione alla violenza in nome di Dio è la massima corruzione della religione».

Gli argomenti presentati a sostegno sono molteplici. In primo luogo si contesta l’idea secondo cui il politeismo sarebbe più tollerante, visto che la persecuzione ellenista contro gli ebrei e quella romana contro i cristiani indicano il contrario. Ma è soprattutto il cuore del cristianesimo a mostrare come dall’insegnamento e dalla vita di Gesù non può che scaturire un umanesimo non violento per cui la rivelazione cristiana «consente di neutralizzare la giustificazione religiosa della violenza sulla base che si evoca «un atteggiamento di conversione permanente che implica anche la parresia (ossia la coraggiosa franchezza) della necessaria autocritica», ma invano si cerca tra i 100 paragrafi del documento almeno un esempio di tale parresia. Al contrario l’argomentare si risolve spesso in una concatenazione di pensieri speculativi con un linguaggio non sempre limpido e perspicuo.

Le lacune. Oltre all’insufficienza a livello storico, in sede concettuale le lacune sono soprattutto tre: 1) la violenza nella Bibbia viene considerata solo per l’Antico Testamento senza mai menzionare il Nuovo, dove pure è presente, si pensi all’Apocalisse e ad alcuni passaggi di san Paolo, con la conseguenza di riprodurre la contrapposizione «Dio di Gesù buono – Dio dell’ebraismo cattivo» altrove condannata dalla stessa Cti; 2) non si spiega perché la Chiesa abbia preso congedo dalla violenza solo in tempi relativamente recenti; 3) vi è una problematica considerazione delle religioni non cristiane. Tralasciando per motivi di spazio il primo punto, riguardo al secondo occorre chiedersi perché la Chiesa, che per secoli praticava e giustificava la violenza, ha poi mutato atteggiamento. La risposta è semplice: grazie alle battaglie del mondo laico che, togliendole potere, le hanno permesso di tornare a essere più fedele alla propria essenza. La Cti però non spende una parola su questo, al contrario ripropone la campagna di Benedetto XVI contro il relativismo, dimenticando il bene che deriva dal prendere coscienza della relatività delle proprie posizioni. Non è dal relativismo, infatti, ma è dal suo contrario, l’assolutismo, che nascono l’intolleranza e la violenza. Il che non significa che il relativismo non abbia i suoi limiti, ma occorre una saggezza disposta a riconoscere il bene e a denunciare il male ovunque siano, anche e soprattutto a casa propria, insegna il Vangelo (Matteo 7,3: «perché guardi la pagliuzza che è nell’occhio del tuo fratello e non ti accorgi della trave che è nel tuo occhio?»), mentre tutto ciò nel documento dei teologi prescelti dal Vaticano scarseggia.

Non-violenza orientale. C’è poi il punto sulle religioni non cristiane. Con l’affermare più volte che «la rivelazione cristiana purifica la religione», quale immagine delle religioni non cristiane consegna la Commissione? Scrivendo che la purezza della religione e della giustizia viene dalla fede in Gesù Cristo», quale immagine dei credenti non cristiani propone la Cti? Sembra inevitabile concludere che le religioni senza Gesù siano destinate all’ingiustizia e alla violenza, sennonché la realtà insegna che sono proprio religioni come induismo, buddhismo, giainismo a essere giunte all’ideale della non-violenza (anche a livello alimentare!) secoli prima della nascita di Gesù e millenni prima che vi arrivasse la Chiesa cattolica. L’intento della Cti è più che lodevole, ma su temi tanto delicati la Chiesa di papa Francesco avrebbe meritato un documento diverso, più umile sul passato e più coraggioso sul presente, capace così di vero dialogo con i non cristiani e di smuovere le acque nella Chiesa, invocando al suo interno quella libertà religiosa che ieri la Chiesa negava a tutti, oggi promuove nel rapporto tra credenti e potere politico e domani dovrà giungere a riconoscere in materia teologica, etica e di pratica sacramentale ai singoli credenti se vorrà essere veramente del tutto libera dalla violenza.

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dicembre 2, 2013

UN DIO SEMPRE NUOVO CHE CAMBIA PER NOI

L’AVVENTO COME APERTURA TEOLOGICA ALLA SORPRESA

di don Giorgio De Capitani*

Conoscenza che rende infelci. Durante l’Avvento, in preparazione al Mistero natalizio, la Liturgia ci propone quei brani delle Sacre Scritture che possono meglio aiutarci ad accogliere ancora una volta, anche quest’anno, la Bella Notizia, purificando anzitutto la mente da ogni inutile distrazione e da affanni troppo terreni. Dalla mente si passa di conseguenza al comportamento. È chiaro che, se si hanno idee confuse, anche il proprio agire ne risentirà, cioè sarà dettato dalle idee confuse: tuttavia, non è a dire che la chiarezza delle idee basti perché ci comportiamo di conseguenza in modo coerente. L’incoerenza sta proprio qui: nel divario tra il pensiero e l’azione. Io penso in un modo, e poi agisco al contrario. Più la verità mi illumina, più sento l’esigenza di comportami di conseguenza. Sarebbe troppo comodo accontentarci del poco che sappiamo, per evitare di complicarci la vita. Meno so, e più mi sento tranquillo, anche se la mia vita è piatta come la mia mente. Ci sono stati poeti, scrittori e filosofi che hanno affermato che la conoscenza ci rende infelici. Più sappiamo, più soffriamo. La gente comune in pratica si comporta così: preferisce non approfondire troppo la realtà, per soffrire di meno, vivendo perciò senza crearsi troppi problemi di coscienza.

Coerenza. Vorrei precisare meglio che cosa intendo per coerenza. A noi sembra di essere incoerenti, quando cambiamo idea su di una cosa o di una verità. Ma la coerenza non va vista nel suo aspetto statico, ma dinamico. Coerenza non significa che devo sempre rimanere con le mie convinzioni, senza fare un passo ulteriore. Se cambio idea, non per opportunismo, ma perché ho approfondito la verità, oppure perché mi sono accorto che prima ero in errore, allora anche la mia coerenza di vita cambia, perché devo far corrispondere il mio modo di vita alla nuova idea o alla verità che ho approfondito. Ecco in che senso la coerenza è dinamica: è in continua evoluzione, se è vero che sono sempre alla ricerca della verità. Non devo dire: per essere coerente, allora non cambio mai idea, se cambiare idea significa cogliere la Novità. In breve: la coerenza va di pari passo con la conoscenza della verità, e perciò nel mio comportamento mi devo adeguare. Per cui: sono coerente in rapporto al mio convincimento attuale, e non a quello passato. Allora ero coerente in un certo modo, ora lo sono in un altro. Si tratta sempre di coerenza.

Verità dentro di noi. Questo periodo di Avvento è chiamato “forte” dalla Liturgia, proprio perché dovrebbe risvegliare la nostra coscienza, ma la nostra coscienza si risveglia soprattutto dietro la conoscenza della verità. Se mi risveglio dal mio stato comatoso, ma ancora con la mente confusa o annebbiata, a che servirebbe? Non entro in ulteriori discussioni di tipo filosofico o mistico: la verità è già dentro di noi, almeno in parte, oppure, quando nasciamo, siamo come tabula rasa, come una lavagna pulita su cui man mano scrivere qualcosa di vero? Io penso che nasciamo con già dentro la sete d’Infinito, penso che abbiamo già dentro di noi l’immagine del Divino. Non siamo stati creati, come dice la Genesi, “a immagine e somiglianza di Dio”? Che significa? È importante dire queste cose, perché non è questione di essere più o meno laureati, di conoscere sempre più cose, ma il problema vero sta nel creare continuamente occasioni per risvegliare in noi le verità che giacciono dentro di noi come assopite.

L’occasione è l’Avvento, l’occasione è l’ascolto della Parola di Dio, l’occasione anche la lettura di un buon libro, l’occasione è l’incontro magari casuale con una persona eccezionale, l’occasione è la Natura, l’occasione per lo studente è la scuola, ecc. La nostra colpa è quella di sciupare quelle occasioni capaci di risvegliare la coscienza, per toglierla da una specie di assopimento. Quando diciamo: quella omelia mi ha provocato, diciamo una cosa positiva. Quell’omelia mi ha risvegliato, mi ha dato la possibilità di togliere qualche velo dalla mia coscienza assopita. Le solite talora banali e scontate omelie a che servono? Tutti quanti siamo predisposti alla verità: si tratta di eliminare i pregiudizi, gli ostacoli, le pigrizie, le nostre costruzioni mentali. La verità non entra ex-novo dal di fuori, si tratta invece di risvegliarla perché l’abbiamo già dentro di noi. Che significa l’esortazione: “Conosci te stesso”, motto greco iscritto sul tempio dell’Oracolo di Delfi? Conosci te stesso! Sapete qual è la mia preoccupazione, diciamo la mia sofferenza, diciamo la mia rabbia? È constatare con quanta superficialità noi educhiamo i ragazzi, lasciandoli con tanta indifferenza e altrettanta colpevolezza nel loro stato amorfo, quando basterebbe poco: abituarli a sfruttare ogni occasione per risvegliare in loro la consapevolezza di ciò che sono. La parola “e-ducare” che cosa significa? “Ducare” deriva dal latino e vuol dire “condurre”, “trarre”; il prefisso e- deriva dal latino “ex” e vuol dire “fuori da”. Dunque, educare significa aiutare il bambino a tirar fuori dal proprio sé le energie migliori. Un bravo educatore non offre nulla di suo al bambino, ma lo aiuta ad essere se stesso.

Spianare la strada. Passiamo ora a commentare i brani della Messa. Vorrei subito farvi notare una cosa. Sembra che ci sia una divergenza di vedute tra la citazione delle parole di Isaia, riferite all’attività di Giovanni Battista dall’evangelista Luca, e il primo brano, tolto dal libro di Baruc. Isaia e Baruc parlano di una strada da rendere pianeggiante, senza ostacoli, senza avallamenti, senza alture: una strada simile alle vie cosiddette “sacre” o “processionali”, perfettamente rettilinee poste davanti ai templi nell’Antico Vicino Oriente. Mentre per il profeta Isaia è il popolo di Dio a dover rendere pianeggiante la strada, invece per il profeta Baruc è il Signore, che «ha deciso di spianare ogni alta montagna e le rupi perenni, di colmare le valli livellando il terreno, perché Israele proceda sicuro sotto la gloria di Dio». Più che le prospettive, diversi sono i contesti storici. Quando il Signore vedeva il suo popolo prostrato dal dolore (pensate ai momenti di prova, all’esilio ecc.), allora era Lui a consolarlo, a fare di tutto perché la strada del ritorno a Gerusalemme fosse facilitata. Ma, quando a tornare era il Signore, perché si era apparentemente allontanato per i continui ostinati tradimenti della sua gente, allora il popolo doveva prima pentirsi, comprendere i suoi errori, fare penitenza. E ad ogni tradimento del suo popolo, Dio chiedeva qualcosa in più. Tornava, ma ad una condizione: che il popolo facesse un passo ulteriore. Ad ogni tradimento dell’Alleanza, doveva corrispondere una maggiore consapevolezza dei propri errori, e delle proprie responsabilità. Vorrei chiarire meglio.

Dio è sempre una novità. Chi non sbaglia? Tutti sbagliamo. Dio sa benissimo che siamo deboli, fragili, soggetti a mancanze. Sbagliano anche i santi. Il problema sta nella consapevolezza che siamo deboli, e nella volontà di ravvederci, di rimetterci sulla carreggiata, sulla via del ritorno a Dio. Ma questo comporta una continua verifica del nostro modo di agire, un continuo confronto con Dio stesso, che non rimane sempre identico: è sempre una Novità. Tornare a Dio non significa tornare al Dio di prima, al Dio che conoscevo prima del peccato: Dio non è mai lo stesso; ogniqualvolta torno, Egli mi rivela un aspetto nuovo. In questo senso, se i peccati o gli sbagli servissero a farci scoprire un Dio sempre nuovo, potremmo dire come sant’Agostino: felix culpa.

Cambia per noi. Questo concetto di un Dio sempre nuovo, che rinnova perciò il mio modo di credere e di agire, non è molto presente nel popolo di Dio. Il popolo pecca, si allontana da Dio, e poi per lui Dio è sempre identico, quello di prima. Ai cristiani interessa solo il perdono dei loro peccati, non interessa riscoprire un Dio diverso, dopo ogni ritorno a Lui. Se Dio fosse ogniqualvolta diverso, diciamo più nuovo, capiremmo che anche i peccati, le nostre mancanze assumerebbero un aspetto diverso. Non andremmo a confessare le solite cose: capiremmo che ci sono mancanze finora ignorate. È senz’altro consolante sapere che Dio è la tenerezza, come sta insistendo anche Papa Francesco. Ma non basta dire che Dio è misericordioso. Sì, Dio perdona, ma ci chiede un passo ulteriore. Il problema non è neppure: cercherò di essere migliore, di fare le cose con più amore o con più dedizione, o con più fede, restando però nei soliti schemi religiosi. Il problema è il mio rapporto con Dio: Dio si rivela, ogni giorno che passa, con un volto nuovo. Allora i dubbi che ho del “mio” Dio, a cui ci tengo per tradizione, non sono peccati, tutt’altro: peccati sono invece le mie certezze, le mie abitudini di fede, peccato è tenere sempre lo stesso Dio di prima. Potrebbe sembrare paradossale: quando commetto qualche mancanza, per prima cosa dovrebbe venir meno la certezza sul mio Dio. Ad ogni pentimento sincero, dovrebbero sorgere nuovi dubbi, e i dubbi dovrebbero portare a scoprire un volto diverso di Dio. 

Il nostro impegno in questo Avvento in preparazione al Mistero natalizio in che cosa consiste? Nel ripetere, anche quest’anno, le solite preghiere, le solite attese, magari con più intensità o anche con più fede? La nostra preghiera dovrebbe essere più o meno questa: fa’, o Signore, che il prossimo Natale sia una nuova scoperta del tuo Mistero. Cambierò in meglio, se scoprirò che Tu sei Altro. Altro dal “mio” dio, altro dal dio di una religione che lo ha imprigionato e ingessato. Per dirla con parole più teologiche: il mio impegno in questi giorni non sarà solo di carattere morale, non riguarderà solo il mio comportamento, ma dovrà essere di accoglienza alla Sorpresa. Sono disposto a scoprire qualcosa di Nuovo del Volto di Dio? Questa è la cosa importante. Tutto il resto ne verrà di conseguenza.

*Omelia del 24 novembre 2013: Seconda di Avvento. LettureBar 4,36-5,9; Rm 15,1-13; Lc 3,1-18; fonte: http://www.dongiorgio.it/24/11/2013/omelie-2013-di-don-giorgio-seconda-domenica-di-avvento/

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settembre 30, 2013

BELLEZZA E GRATUITÀ

BINOMIO INSCINDIBILE CHE POTREBBE CAMBIARCI LA VITA E FARCI USCIRE DALLA CRISI

di don Giorgio De Capitani su Lc 6,27-38*

Salto di qualità. Gesù, come al solito, non si limita a fare dei ragionamenti in astratto, ma espone il suo pensiero con degli esempi concreti. Anzitutto, si sofferma sull’amore interessato, quello ristretto nella cerchia tra parenti, amici e conoscenti, invitando ad uscire dal cerchio, per andare oltre. Gesù cita i pagani o i peccatori, non tanto per offenderli, ritenendoli per natura dei depravati, quanto per far capire a tutti che la Novità evangelica è tanto alta e nobile da esigere un salto di qualità nei nostri rapporti umano-sociali, indipendentemente se uno è credente in Dio oppure no. È chiaro che, se i cristiani credessero radicalmente nel Cristo, che è l’immagine vivente della Gratuità e della Bellezza di Dio, darebbero un’immagine di sé diversa, anche nei rapporti sociali. Questo è il punto: se io credo in un Dio che è Gratuità e Bellezza, come potrei comportarmi come chi di Dio ha un’immagine distorta, come chi vive senza alti ideali? Cadrei anch’io nella prassi comune di chi trasforma ogni relazione sociale in un “do ut des”. E io credo che noi cristiani, con quel famoso generico slogan “vogliamoci bene”, corriamo il rischio di agire da egoisti, ma in un modo ancor più sottile, in nome proprio del fatto che ci riteniamo tutti fratelli, chiusi però nell’ambito di un gruppo o gruppuscolo. Ci piace vivere nel “nostro” gruppo: ci auto-gratifichiamo; e, se non siamo del tutto contenti e soddisfatti, andiamo di nuovo alla ricerca di qualcosa che ci appaghi.

Il bel pastore. Nelle mie omelie, torno frequentemente sulla Gratuità e sulla Bellezza. La Gratuità è il volto più bello di Dio. In Dio la Bellezza e la Gratuità sono la stessa cosa. Non si possono separare. Parliamo poco della Bellezza di Dio. Eppure la Bibbia ne parla frequentemente. Nel Vangelo di Giovanni, al capitolo 10, troviamo questa definizione che Gesù dà di se stesso: “Io sono il buon pastore”. È corretto anche parlare di “bontà” del pastore, ma nella nostra lingua italiana l’aggettivo “buono” ha assunto un significato un po’ riduttivo: uno è buono perché è caritatevole, perché ha dei sentimenti umani, ecc. Ed è così buono che non farebbe male neppure ad una mosca, anche nel senso negativo di essere incapace di reagire ad una ingiustizia. Il testo originale greco ha un altro aggettivo, che significa: “bello”. Dunque, dovremmo dire che Gesù è il “bel pastore”. Dire bellezza è dire di più. Ci fa pensare a qualcosa di straordinario, che va oltre una semplice bontà. Del resto, anche nella Genesi, l’autore sacro scrive che Dio creando il mondo, al termine di ogni giornata, “vide che era cosa buona”. Bisognerebbe tradurre: “Dio vide che era cosa bella”.

Bellezza, cioè gratuità. Ora, si può concepire una bellezza che è egoismo? una bellezza che è interesse? una bellezza che è calcolo? La Bellezza sarebbe deturpata! La Bellezza in quanto tale è Gratuità. Poco fa dicevo che la Bellezza e la Gratuità in Dio sono la stessa cosa. Se è vero che noi siamo stati creati a immagine e somiglianza di Dio, non possiamo non riflettere Dio, in noi e nel nostro agire, come Bellezza e Gratuità. Proviamo anche noi a fare esempi concreti. Ci hanno sempre detto che bisogna pregare, ed è giusto. Ma: “come” preghiamo? È “bello” il nostro modo di pregare? Anche la preghiera deve riflettere lo stile di Dio, che è Bellezza e Gratuità. Pregare è anche chiedere. Gesù stesso l’ha detto. Ma noi che cosa chiediamo al Signore? Anche le cose che chiediamo devono avere un loro stile. Come educhiamo i piccoli alla preghiera? A pensarci bene, tutti quanti: genitori, educatori, catechisti, preti e suore, dovremmo andare in crisi!

Idea di Dio. Quanto è importante lo stile del nostro rapportarci con Dio! Quanto è fondamentale educare ed educarci a parlare con il Signore, che è il Dio della Bellezza e della Gratuità! La religione ha veramente educato a pregare vedendo Dio come Bellezza e Gratuità? Perché allora siamo così egoisti, chiusi in un mondo banale di interessi senza limiti? Perché siamo così brutti nel nostro modo di comportarci con noi stessi e con gli altri? La preghiera rivela il concetto che ho di Dio. Vedendo come pregano tanti cristiani, un dubbio viene se credano veramente nel Dio della Bellezza e della Gratuità. Un filosofo ha scritto che la stessa società dipende dal concetto che si ha di Dio. Se si ha di Dio un concetto alto, allora anche la società prenderà un certo indirizzo, ma se si ha di Dio un concetto basso, anche la società ne risentirà. Provate a immaginare: se nei duemila anni di Cristianesimo avessimo avuto di Dio un’idea veramente alta, forse saremmo qui a lamentarci di una religione che non ha ancora fatto il salto di qualità, quello evangelico s’intende? Forse saremmo qui come cittadini a lamentarci di una società, ma solo perché non ci permette di vivere senza tanti problemi economici? Dovremmo fare un serio esame di coscienza: che concetto ho di Dio? Solo come un perenne taumaturgo sempre disponibile a farci grazie a buon mercato? Dio è ben altro. Se anche solo intuissimo che cosa significhi Gratuità e Bellezza di Dio, forse ci vergogneremmo del nostro modo di vivere il Cristianesimo. La Chiesa in quanto struttura o un insieme di strutture avrebbe di che arrossire! Ma purtroppo non arrossisce. Ha imparato a convivere, predicando anche bene, ma razzolando male! Certo, non basta predicare bene, se poi l’idea che ho di Dio non si traduce in una forte convinzione vitale.

Prestare gratuitamente. Gesù poi fa un esempio concreto, quello del prestito, su cui non possiamo sorvolare. Gesù dice esplicitamente: “Se prestate a coloro da cui sperate ricevere, quale gratitudine vi è dovuta? Anche i peccatori concedono prestiti ai peccatori per riceverne altrettanto”. Che cosa intendeva dire Gesù? Anche qui immaginate la reazione di tanta gente, anche cristiana, se Cristo tornasse a dire: Prestate senza interessi, senza ricevere nulla in cambio. Anche Cristo forse non pretendeva che si prestasse a fondo perso. Riflettiamo almeno sugli interessi che pretendiamo quando prestiamo qualcosa agli altri. C’è modo e modo di aiutare le persone. Ci sono anche legami che vanno oltre un aspetto puramente economico. Talora un bene che si riceve ci lega per tutta la vita, creando tutta una serie di condizionamenti veramente umilianti. Il detto popolare è noto: Nessuno fa niente per niente! Al momento sembra un gesto di generosità, in realtà è una bella fregatura!

Usura. L’interesse nella sua forma peggiore si chiama usura. Se prendiamo un dizionario, alla parola usura leggiamo: “profitto che si ricava da un prestito, al di sopra del limite legale o abituale”. Sarebbe davvero interessante evidenziare tutti i passi della Bibbia in cui Dio, tramite i suoi profeti, ha stigmatizzato l’usura. Dal libro del Levitico: “Se il tuo fratello che è presso di te cade in miseria ed è inadempiente verso di te, sostienilo come un forestiero o un ospite, perché possa vivere presso di te… Non gli presterai denaro a interesse né gli darai il vitto a usura” (25, 35-37). Dal libro dell’Esodo: “Se tu presti denaro a qualcuno del mio popolo, all’indigente che sta con te, non ti comporterai con lui da usuraio; voi non dovete imporgli alcun interesse” (22, 24). Dal Salmo 15,1.5: “Signore, chi abiterà nella tua tenda? Chi dimorerà sulla tua santa montagna?… colui che non presta denaro a usura”. Comunque, c’è un limite: l’usura presso gli ebrei era proibita, ma solo all’interno dei membri del popolo eletto; veniva invece giustificata nei riguardi degli stranieri.

Il denaro è sterile. Anche numerosi filosofi, Platone e Aristotele, hanno condannato l’usura in base alla considerazione che il denaro, per sua natura, è sterile e non produce frutti; pertanto la richiesta di interessi è da considerarsi un comportamento contro natura. Anche i Padri della Chiesa, S. Ambrogio, S. Gerolamo e S. Agostino, furono severi nei riguardi degli usurai. Calvino, invece, giustificò l’usura, senza tuttavia avere seguito. Nel 1745 Benedetto XIV con una enciclica ne ribadì la condanna. Possiamo dire che l’usura è un fenomeno che risale ai primordi dell’umanità, e che persiste ancora oggi. Se ne parla poco, anche da parte della Chiesa, mentre nel passato essa interveniva frequentemente nel condannarla come una piaga sociale. Non c’è solo l’usura che colpisce i singoli, c’è anche l’usura che colpisce le nazioni. Il problema dell’usura tra due persone assume un volto nuovo quando partner sono gli stati, normalmente uno stato ricco che presta a uno stato povero, che spesso non può restituire il denaro avuto e deve rinegoziare il debito a un interesse ancora più gravoso. È difficile uscire da questo cerchio mortale, se non c’è la buona volontà delle popolazioni più ricche nel concedere dei condoni o delle facilitazioni. Qui il discorso si farebbe lungo e complesso, e diventerebbe anche di carattere politico.

Denaro idolo. In ogni caso, l’usura è un delitto gravissimo, una perversione dei rapporti sociali. Siamo sempre al solito punto: ciò che rovina l’uomo e la società è l’uso del denaro. Quando il denaro diventa un idolo, allora tutto diventa lecito: lo si sfrutta in tutti i modi, anche giustificando gli eccessi, vedi le banche che non hanno scrupoli a dettare le loro leggi pretendendo interessi esosi, senza guardare in faccia a nessuno. Nei momenti di crisi ciò può portare a situazioni veramente drammatiche. Come uscirne? Non ci resta che tirar fuori dal Cristianesimo le migliori energie, e il suo segreto sta appunto nella Bellezza e nella Gratuità di Dio. Giustamente è stato scritto che solo la Bellezza salverà il mondo. La Bellezza è Gratuità. Basterebbero queste due parole per sconvolgere la società civile e la Chiesa cattolica. 

*dall’omelia del 29-9-2013. Fonte: http://www.dongiorgio.it/29/09/2013/omelie-2013-di-don-giorgio-quinta-dopo-il-martirio-di-san-giovanni/

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luglio 7, 2013

QUALE PROFESSIONE DI FEDE

ATTUALITÀ DEL DIO LIBERATORE DI ISRAELE

di don Giorgio De Capitani*

Storia d’Israele. Il primo brano, tolto dal libro di Giosuè, e il vangelo di oggi sono collegati da una specie di patto di fedeltà al Signore, da una professione di fede. Giovanni, alla fine del capitolo 6, narra di una crisi che stava minacciando i discepoli di Gesù. Qual era il motivo? Il Maestro aveva tenuto un duro discorso sul pane della vita che li aveva sconvolti. Alcuni lo abbandonano, ed egli si rivolge ai Dodici apostoli chiedendo esplicitamente: «Volete andarvene anche voi?». Pietro, a nome degli altri, risponde: «Signore, da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna e noi abbiamo creduto e conosciuto che tu sei il santo di Dio». Ecco la professione di fede. Merita un’attenzione particolare il primo brano della Messa: fa parte del libro di Giosuè. Siamo all’ultimo capitolo, verso la fine della vita del grande condottiero. Non dimentichiamo che Giosuè, successore di Mosè, aveva condotto Israele all’interno della Terra promessa, tra lotte e vittorie, tra sconfitte e alleanze. Si è trattato in realtà di una conquista complessa e lenta, anche se il libro di Giosuè usa toni epici e trionfali. Dopo la conquista della terra di Canaan, c’è stato poi il problema della ripartizione del territorio tra le varie tribù. Il libro si conclude con la solenne assemblea di Sichem, dove tutto il popolo rinnova ufficialmente la sua alleanza col Signore. Da quel momento inizia la storia di Israele nella Terra della promessa.

Sarebbe utile una storia delle professioni di fede contenute nella Bibbia. Che senso avevano queste professioni di fede? Diciamo subito che la professione di fede è la caratteristica di ogni religione, e anche della nostra fede cristiana. La prima professione di fede l’hanno fatta per noi, appena nati, i nostri genitori e i padrini o le madrine. Per questo siamo invitati, man mano cresciamo, a rinnovarla: quando ci accostiamo alla Prima Comunione, alla Cresima, durante la veglia pasquale, e in altre circostanze. C’è poi la Professione di fede dei pre-adolescenti, degli adolescenti, dei giovani. È ormai diventata una moda. Ci chiediamo che valore possano avere nella vita di un ragazzo o di un giovane, o di noi adulti. Anche la politica ha preso dalla religione certi usi e costumi, come organizzare grandi adunanze con lo scopo di rinforzare la fede dei propri seguaci. Famosi i ritrovi dei leghisti a Pontida, tanto per fare un esempio. Si sente il bisogno di ritrovarsi insieme per rinnovare la propria fede nel partito. E si ricorre anche a riti ancestrali di carattere religioso. La professione di fede politica diventa allora come una specie di collante, un sostegno anche psicologico, un bisogno di ricaricarsi. Si giura fedeltà al proprio leader. Succede anche nella Chiesa, con le grandi giornate mondiali della gioventù, o con i convegni annuali dei giovani in varie città del mondo. Si sente il bisogno di vedersi anche fisicamente, per contarsi, per confrontarsi, per ri-udire una parola forte del leader carismatico.

Ma servono veramente le professioni di fede, laiche o politiche o religiose? È sufficiente il solo vedersi, il solo contarsi, constatare di essere in tanti? Che cos’è la fede in un ideale politico o religioso? Prima ancora: esiste un ideale politico o religioso? Che cos’è questo ideale? Torniamo alle professioni di fede che troviamo nei primi libri della Bibbia. Il primo Credo è contenuto nel libro del Deuteronomio 26,5-10, ed è così formulato: 1) «Mio padre era un Arameo errante; scese in Egitto, vi stette come un forestiero con poca gente e vi diventò una nazione grande, forte e numerosa». 2) «Gli Egiziani ci maltrattarono, ci umiliarono e ci imposero una dura schiavitù. Allora gridammo al Signore, al Dio dei nostri padri, e il Signore ascoltò la nostra voce, vide la nostra umiliazione, la nostra miseria e la nostra oppressione; il Signore ci fece uscire dall’Egitto con mano potente e con braccio teso, spargendo terrore e operando segni e prodigi». 3) «Ci condusse in questo luogo e ci diede questa terra, dove scorrono latte e miele. Ora, ecco, io presento le primizie dei frutti del suolo che tu, Signore, mi hai dato». 

Dio che libera. Commenta in modo chiaro Antonio Marangon, docente di Sacra Scrittura: «Come si vede, in questo testo non è contenuta la professione di fede in Dio creatore, come nella nostra professione di fede cristiana. Ma bisogna osservare che la prima professione di fede degli Israeliti è rivolta al Dio che libera dalla schiavitù egiziana e che dona la terra. Quella nel Dio creatore è una professione di fede che verrà esplicitata più tardi, a contatto con la cultura greca, che mostrava un profondo interesse filosofico e religioso verso il problema delle origini dell’uomo e del mondo. La fede del popolo biblico, infatti, è profondamente radicata negli atti salvifici del suo Dio e l’esodo costituisce l’intervento decisivo di Dio nella storia d’Israele. È nell’esodo, più che nella storia dei patriarchi, che Israele riconosce le radici della sua realtà di popolo scelto e amato da Dio. La fede di questo popolo non è perciò formulata attraverso astratte enunciazioni ma, come è attestato nei suoi “Credo”, è ispirata alle gesta compiute da Dio nella storia, che viene così trasformata in “storia di salvezza”.

Più politica che religione. Non so se interpreto giustamente queste riflessioni di Marangon aggiungendo che i “credo” che troviamo nella Bibbia hanno un carattere specificatamente politico-religioso, più politico che religioso, intendendo per politica l’intervento di Dio nella storia umana. Gli Israeliti non avevano di Dio una concezione filosofica, ma reale, concreta, esistenziale. Anche quando il Signore si è rivelato a Mosè sul monte Oreb, si è subito presentato con queste parole: «Io sono il Signore, tuo Dio, che ti ho fatto uscire dal paese d’Egitto, dalla condizione di schiavitù». E alla domanda di Mosè: “Qual è il tuo nome?”, Dio risponde: «Io sono colui che sono!», intendendo però dire: “Io sono presente, sarò sempre presente ovunque tu sarai”. Non è dunque una definizione filosofica di Dio. Dio è colui che è vicino al suo popolo.

Contesto cultuale. Antonio Marangon fa notare un’altra cosa interessante. Il contesto del “Credo” che si trova nel Deuteronomio, che abbiamo sopra citato, è liturgico. Si recitava nella liturgia annuale dell’offerta delle primizie. Capite allora perché ho detto che le professioni di fede presso gli Israeliti avevano un carattere politico-religioso, forse sarebbe meglio dire: politico-liturgico. «Infatti è celebrando le sue feste che il popolo biblico ha coscienza di rivivere gli avvenimenti che fondano la sua fede. Il culto si formò in Israele attorno alla memoria storica delle gesta di Jahveh. Per Israele il culto è il momento in cui il popolo diventa contemporaneo dei grandi fatti della storia biblica, dei quali non è stato testimone diretto, ed è il momento nel quale la storia viene interpretata come “storia di salvezza”… Per Israele il Dio della creazione è anche il Dio dell’esodo e del dono della terra. Le “mani” di questo Dio che crea si identificano con il “braccio teso” con cui egli libera Israele dall’Egitto e lo conduce lungo il deserto per introdurlo nella terra della promessa». Anche il “Credo” racchiuso nel testo di Giosuè 24,2-28 (da cui è tratto il brano di oggi) è collocato in una solenne cornice liturgica. Perché c’entra l’aspetto liturgico? La risposta è semplice: l’esodo è stato sperimentato storicamente solo da alcune tribù; l’unico modo per far rivivere tutto Israele anche per l’avvenire è la celebrazione cultuale. Durante tale celebrazione liturgica si ripercorrono i grandi interventi salvifici di Dio: in tal modo tutti i partecipanti ai momenti liturgici commemorativi rinnovano la loro scelta nei confronti di Dio e lo riconoscono ancora come l’unico Dio, che si è rivelato come Dio dei padri, Dio dell’esodo e Dio della terra.

La finalità del culto è quella di rendere attuale il passato e di trasformarlo in memoria viva per il credente. Qui le cose da dire sarebbero tante. Solo qualche domanda: come viviamo il culto cristiano? come partecipiamo alle assemblee liturgiche? che significa celebrare le grandi opere di Dio del passato? come renderle attuali? che senso dare alla parola “salvezza”? l’esodo per il popolo ebraico era tutto: la liberazione dall’Egitto, per noi cristiani come intendere la parola liberazione? Infine: quali sono gli idoli di oggi? che significa restituire a Dio il suo primato? Il primato di Dio non siamo forse noi: la nostra coscienza, la nostra libertà, la nostra dignità umana? Anche Dio può diventare un idolo, ovvero l’immagine di qualcosa che ci creiamo noi e che noi chiamiamo dio. La religione che cos’è, se non la creazione di un dio fatto su misura di un certo potere, con qualche contentino concesso al popolo? Per questo la religione è la forma peggiore di idolatria. In fondo, l’a-teo chi è? Non è colui che rifiuta il dio-idolo della religione? In questo sento tutti dovremmo sentirci a-tei, rifiutando il dio creato da noi.    

*Omelia del 7 luglio 2013: Settima dopo Pentecoste (Gs 24,1-2a.15b-27;  1Ts 1,2-10; Gv 6,59-69) fonte: http://www.dongiorgio.it/06/07/2013/omelie-2013-di-don-giorgio-settima-dopo-pentecoste/

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giugno 16, 2013

GUARDIANI PER VOCAZIONE

COMMENTO ALL’EPISODIO DI CAINO E ABELE

 

di don Giorgio De Capitani*

Contesto.  Diciamo subito che l’episodio di Caino e di Abele, narrato nel libro della Genesi all’inizio del capitolo 4, è uno tra quelli che sono rimasti più vivi nella storia dell’umanità. Ha ispirato l’arte in genere: poeti, artisti, musicisti. Il primo assassinio è diventato l’emblema di quella catena di sangue che attraversa nei secoli la storia umana. Con il nome di Abele o di Caino sono sorte Associazioni: “Gruppo Abele” fondato nel 1965 a Torino da don Luigi Ciotti, oppure “Nessuno tocchi Caino” contro la pena di morte. Anzitutto, vediamo il contesto. L’autore sacro ha preso un fatto realmente capitato (l’omicidio di un fratello) e l’ha riportato alle origini dell’umanità, per dargli così una portata universale: dopo la lotta dell’uomo contro Dio, ecco la lotta dell’uomo contro l’uomo. Chiaramente il racconto suppone una civiltà già evoluta, un culto, altri uomini che potrebbero uccidere Caino, tutto un gruppo che lo proteggerà. Del resto la parola “figlio” nella Bibbia sta a indicare “discendente”: la parola “generazione” suppone una catena genealogica da non intendere in senso stretto. Altra cosa. Non si esclude che il racconto primitivo e popolare di Caino e Abele rappresentasse l’antagonismo tra la cultura agricola dei sedentari e quella pastorizia dei nomadi. Con la maledizione del coltivatore che viene ripudiato dalla terra, diventata sterile, e condannato a farsi vagabondo, si voleva forse difendere la pastorizia sopraffatta dall’agricoltura.

Insegnamento.  Però l’autore sacro cosa fa? Spoglia il racconto di questo eventuale significato primitivo e, inserendolo nel proprio contesto storico-religioso, se ne serve per esprimere il suo insegnamento che è prettamente religioso e morale. Ed è questo insegnamento che a noi interessa approfondire. Senza soffermarmi troppo sulla esegesi, che richiederebbe troppo tempo, vorrei farvi notare almeno alcune cosette. I nomi, anzitutto. Il nome Caino, che ancora oggi richiama subito qualcosa di losco, è fatto risalire alla preghiera della madre: “Ho acquistato un uomo dal Signore”. Il verbo ebraico “acquistare” (qanah) suona come il nome Caino. Quindi il senso del nome Caino è di per sé positivo. Il nome Abele invece è più triste: in ebraico hebel (da cui Abele) significa “respiro” “alito” e ritorna spesso nel libro del Qoelet: “Tutto è hebel”, tutta la realtà è inconsistente, è un “soffio”, come un fumo. Abele, dunque, non è un nome proprio ma un nome comune, che ha pertanto una valenza simbolica.

Accogliere la diversità.  Il racconto dell’omicidio è espresso in poche parole, neppure un versetto. L’interesse del racconto non è sull’omicidio in sé ma su ciò che lo precede e su quello che segue. Innanzitutto qual è la causa del delitto? L’omicidio sta nel fatto che non si accoglie la diversità dell’altro, Caino frustrato non accetta Abele gratificato. Caino rifiuta di avere un fratello e di essere fratello. Caino (“Non lo so”) ha cancellato il fratello dalla realtà della sua mente (“sono forse il custode di mio fratello?”). Abele, che non ha mai parlato, una volta ucciso, fa sentire la sua voce: “la voce del sangue di tuo fratello grida a me dal suolo”. È la voce del violentato che esige giustizia. La terra (l’uomo è il “terrestre” che è fatto di terra) è profanata. Vorrei ora fare alcune considerazioni. Mi faccio aiutare anche questa volta da don Angelo Casati, un prete ambrosiano che ho già citato qualche domenica fa.

Sangui.  «… “Dov’è Abele, tuo fratello?”. Una domanda che doveva essere di voce possente, una forza da tuono, per passione! Perdonate l’esegesi fantasiosa. Perché di tuono? Perché doveva, per essere udita, superare in quell’ora il grido della voce dei sangui che saliva dalla terra. “Dei sangui” è scritto, al plurale: “la voce dei sangui di tuo fratello è giunta fino a me”. La voce aveva compiuto, in un baleno di minuto, il tragitto più lungo che esista, dalla terra al cielo, e ancora gridava. A Dio. Ripeto, in ebraico “la voce dei sangui” e dunque quel sangue, quello di Abele, era plurale, sposato ai gridi di sangue, che sarebbero saliti nella storia, dalla terra. E non solo dalla terra, anche dai cieli e dai mari, anche dal nostro mare, che ha cancellato il suo nome di mediatore fra le terre, mare mediterraneo. Mare da cui viene ancora grida per sangue, per soffocamento di sangue. E Dio alla difesa dei sangui, a chiedere conto dei sangui. Quel giorno Caino sopra la voce dei sangui udì, a domanda, la voce di Dio: “Dov’è Abele tuo fratello?”. Udì la domanda. Mi chiedo, e vorrei sperarlo, se la voce di Dio oggi riesce a superare in forza i gridi dei sangui e a chiederci ragione: “Dov’è Abele, tuo fratello? Dimmi dov’è!”… ».

Occhio di riguardo.  «È scritto che il Signore guardò ad Abele e alla sua offerta, ma a Caino e alla sua offerta non guardò. Difficile da interpretare. Quasi impossibile e defatigante attraversare il mare delle mille interpretazioni. Forse potremmo pensare, e dovremmo allora trarre le conseguenze, che Dio deve avere uno sguardo particolare per un uomo se è un soffio, se è un povero debole soffio, avere un occhio di riguardo per il più debole, quello che rischia in vita. Come fanno padri e madri per il figlio debole, come non fa la nostra società. Ma lo fa la chiesa? Avere un debole, un occhio di riguardo come lo ha Dio, per l’orfano, la vedova, lo straniero, quelli che non esistono come diritto, come uomini, tanto meno come fratelli. Glielo abbiamo scippato il nome, esistono come nomi generici: gli immigrati, i precari, i poveri, i diversi, ma non come uomini, non come fratelli. E Dio dalla loro parte, perché gli altri, vedete, si difendono da sé, hanno chi li difenda, questi no. Dio dalla loro parte. Per pareggiare…

Mettersi nei suoi panni.  «La domanda viene a noi: “Sappiamo dov’è Abele?”. Ma, lasciatemi dire, la domanda non è una domanda geografica. È una domanda che chiede conto, non di un luogo, ma di una condizione. In che condizione, lo sai in che condizione è quel soffio di uomo? Lui è un nome vuoto se non lo collochi nella realtà della sua situazione, se non lo vedi in situazione. Quante volte il prossimo è un nome, facciamo discorsi generici. Facile essere guardiani di nomi vuoti, di cui riempiamo dichiarazioni e documenti. Mentre la situazione, il “dov’è dell’altro” grida, è voce di sangue. Quante volte lo dimentichiamo! Mettiti nei suoi panni. È come se dimenticassimo che l’altro ha pensieri, ha cuore, ha sentimenti, ha un corpo, ha bisogno di sperare, di mangiare, di godere, di amare, di vivere come noi. Ha la tua dignità. Amalo. È come te… A volte mi rimane l’impressione che certe parole dell’evangelo le abbiamo come esiliate, o scolorite, slavate, tra queste la parola “fraternità”. Quando lo avverto, ho un attimo di sospensione. Come la domenica quando mi rivolgo all’assemblea e dico “fratelli e sorelle carissimi”. E che cosa sai di loro? Sai dove sono? »

Invisibili i poveri.  «“Sono forse il guardiano di mio fratello proprio io?”. Pensate, è come se Caino l’avesse cancellato dagli occhi! Non se ne dovevano occupare gli occhi. Dunque è anche una questione di occhi. Essere guardiani o se volete custodi significa, in primis forse, non permettere che quel soffio d’uomo sia cancellato dai tuoi occhi. Timothy Radcliffe, che per anni fu a capo dell’Ordine dei Domenicani, in un suo commento a come vanno le cose oggi, ha scritto: “Tutte le società rendono visibili certe persone e ne fanno scomparire altre. Nella nostra società sono ben visibili i politici e le star del cinema, i cantanti e i calciatori, che si presentano continuamente in pubblico, sui cartelli pubblicitari e sugli schermi televisivi. Ma rendiamo invisibili i poveri. Essi non compaiono nelle liste elettorali. Non hanno volto né voce. Nemmeno gli immigrati illegali possono permettersi visibilità: se non hanno i documenti a posto, devono cercare di non dare nell’occhio. Devono apprendere l’arte di mimetizzarsi. Quando il papa andò a visitare la Repubblica Dominicana, il governo fece costruire un muro lungo il tragitto, dall’aeroporto al centro città, per impedirgli di vedere le baracche dove vivevano i poveri. La gente adesso lo chiama “il muro della vergogna”. E noi, abbiamo il coraggio di guardare i nostri poveri e di lasciarci commuovere da loro? Quali muri della vergogna costruiamo nella nostra società per nascondere i poveri?” ».

L’amore nasce dal rapporto diretto.  «Guardate che questo fatto è una parabola, parabola inquietante di come vanno le cose. Come possiamo dirci guardiani o custodi, se non distruggiamo i muri, cioè le distanze, se visitiamo da lontano, non a millimetro di occhi e di viso e di voce? Se visitiamo dai palchi? Diceva in una sua intervista anni fa Ermanno Olmi: “Non si può amare un bosco, se lo si vede solo come una fabbrica di ossigeno. L’amore nasce da un rapporto diretto e c’è un solo modo per conoscere la foresta: inginocchiarsi e guardarla da vicino”. Forse potremmo continuare all’infinito: c’è solo un modo per conoscere Dio, per conoscere una donna, un ragazzo, una città, un fratello, un uomo per il semplice fatto di essere un uomo …: “inginocchiarsi e guardarli da vicino”. Guardare da vicino e diventare guardiani! O, se volete, ricordarci di essere guardiani dell’altro. Per vocazione guardiani. Perché per legatura di nozze, al nostro nome oltre che il nome di fratello, legato è anche il nome di guardiano. Quasi una professione. Qual è la tua professione? Sono guardiano. Di volti e di popoli».

*Omelia del 16 giugno 2013: Quarta dopo Pentecoste. Fonte: http://www.dongiorgio.it/15/06/2013/omelie-2013-di-don-giorgio-quarta-dopo-pentecoste/

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Maggio 19, 2013

PENTECOSTE, FESTA DEL PLURALISMO

LA MOLTEPLICITÀ DELLE LINGUE È UNA BENEDIZIONE; È PUNITO IL LINGUAGGIO UNICO DEL POTERE

di don Giorgio De Capitani*

Simboli. Nel giorno della Pentecoste la liturgia ci invita a pensare a quella prima Pentecoste che ha dato l’avvio ufficiale alla Chiesa. Come leggere e interpretare il brano degli Atti degli apostoli, in cui Luca descrive il grande Evento della discesa dello Spirito santo? Prenderlo alla lettera, come se effettivamente un fragore di vento avesse riempito la casa, come se effettivamente lingue di fuoco si fossero posate sulla testa di ognuno degli apostoli, così come si vede nelle raffigurazioni dei pittori? Mi faccio aiutare dalle parole di Padre Ermes Ronchi. «Cinquanta giorni dopo Pasqua, c’è la discesa dello Spirito santo, raccontata dagli Atti degli Apostoli con la mediazione dei simboli. La casa, prima di tutto. Un gruppo di uomini e donne nella stanza al piano superiore (Atti 1,13), dentro una casa, simbolo di interiorità e di accoglienza; nella stanza al piano alto, da dove lo sguardo può spaziare più lontano e più in alto; in una casa qualunque, affermazione della libertà dello Spirito, che non ha luoghi autorizzati o riservati, e ogni casa è suo tempio.

Il vento,  poi: all’improvviso un vento impetuoso riempì tutta la casa (Atti 2,2), che conduce pollini di primavera e disperde la polvere, che porta fecondità e smuove  le cose immobili. Che non sai da dove viene e dove va, folate di dinamismo e di futuro. “Lo Spirito è il vento che fa nascere i cercatori d’oro” (Vannucci), che apre respiri e orizzonti e ti fa pensare in grande. Mentre tu sei impegnato a tracciare i confini di casa tua, lui spalanca finestre, dilata lo sguardo. Ti fa comprendere che dove tu finisci inizia il mondo, che la fine dell’isola corrisponde all’inizio dell’oceano, che dove questa tua vita termina comincia la vita infinita. Tu confini con Dio.

Poi, il simbolo del fuoco.  Lo Spirito tiene acceso qualcosa in noi anche nei giorni spenti, accende fiammelle d’amore, sorrisi, capacità di perdonare; e la cosa più semplice: la voglia di amare la vita, la voglia di vivere. Noi nasciamo accesi, i bambini sono accesi, poi i colpi duri della vita possono spegnerci. Ma noi possiamo attingere ad un fuoco che non viene mai meno, allo Spirito, accensione del cuore lungo la strada e sua giovinezza».

Punizione o benedizione?  Vorrei dire qualcosa sul dono delle lingue, di cui anche l’apostolo Paolo parla nella sua prima lettera ai Corinti. Non possiamo non richiamare l’episodio della Torre di Babele, il tentativo dell’uomo di sfidare Dio. Un racconto da non prendere alla lettera, ma come mito, del resto presente presso tutte le religioni. Da sempre l’uomo ha voluto lanciare una sfida a Dio. Basterebbe già pensare ai nostri progenitori. Ciò che vorrei ora chiarire è come Dio ha reagito nel caso della Torre di Babele. Ci hanno sempre detto che Dio ha disperso quegli uomini introducendo lingue diverse. Il racconto (capitolo 11 della Genesi) inizia così: «Tutta la terra aveva un’unica lingua e uniche parole». Sembrerebbe che prima della sfida a Dio con la Torre di Babele esistesse un unico linguaggio. Ma non è così. Basterebbe leggere i capitoli precedenti. E allora come interpretare la punizione divina? La divisione o la pluralità delle lingue non va vista come una punizione, ma al contrario come una benedizione di Dio. Secondo la Bibbia, la varietà dei popoli è nel segno della benedizione di Dio. La molteplicità è una molteplicità benedetta. Dunque, la dispersione dei popoli che si stanziano sulla terra non è qualcosa di negativo, ma opera della benedizione di Dio.

Unità come dominio.  E arriviamo al capitolo 11, con il racconto della Torre di Babele. Non è la dispersione dei popoli, ciascuno con la sua lingua, che va giudicata negativamente, ma giudicato negativamente da Dio è piuttosto il tentativo opposto, quello di imporre un’unità, come dominio. Allora la frase: «Tutta la terra aveva un’unica lingua e uniche parole» rivela la condizione di una umanità degenerata. “In realtà – osserva Enzo Bianchi – se c’è una parola unica, questa è la parola del più forte, del più potente, di colui che detiene il potere”. Capite allora dove sta la forza del potere che vuole dominare tutto! Sta nel suo disegno che vuole essere unico, nella lingua che vuole essere unica. Oggi parliamo di un disegno unico, di un pensiero unico che si vorrebbe imporre a tutti. Quel tentativo degli antichi di sfidare Dio con il linguaggio unico, imponendo un unico disegno sul mondo, è sempre attuale. Il problema, dunque, non è quello di capirci perché parliamo lingue diverse, il problema è quando parliamo lo stesso linguaggio, secondo un unico disegno, che è quello di un potere che vuole dominare il mondo.

La torre del controllo.  Commenta don Angelo Casati: «Voler essere grandi, farsi un nome, svuotare il cielo, è l’anima del progetto. La logica che soggiace è la logica dell’onnipotenza, è la pretesa dell’immortalità. La logica non è “custodire il giardino”, il giardino dell’umanità, ma farsi un nome, avere successo, dominare sugli altri. La torre del controllo: tutto sotto controllo! Sembra di leggere qui l’origine di ogni razzismo, di ogni totalitarismo, di ogni soffocamento della diversità… Il Signore disse: “Ecco, essi sono un unico popolo e hanno tutti un’unica lingua; questo è l’inizio della loro opera, e quanto avranno in progetto di fare non sarà loro impossibile. Scendiamo dunque e confondiamo la loro lingua, perché non comprendano più l’uno la lingua dell’altro”. È come se Dio smascherasse la parola “unità”.

Non esperanto, ma comprensione delle lingue.  Un solo popolo, una sola lingua, un’unità che soffoca le diversità, un’unità che uccide l’immaginazione – il modello è unico, va globalizzato! – un’unità che è la propria lingua imposta a tutti: la lingua della propria religione, della propria cultura, della propria razza, le settanta lingue della genealogia impoverite in un’unica lingua. E si dice: abbiamo fatto l’unità. Come quando in una casa parla uno solo. Dio smaschera questa unità, l’unità dell’unica lingua. Nella Bibbia, nel Secondo Testamento, c’è un episodio che tutti gli esegeti mettono a confronto con quello della Torre di Babele, l’episodio della Pentecoste. Lo Spirito scende sotto lingue di fuoco e nasce la comprensione delle lingue. La confusione delle lingue a Babele, la comprensione delle lingue a Pentecoste. Che non è – come a volte si cerca di farlo passare – l’accadere di una lingua sola, una sorta di esperanto, che ci faccia intendere gli uni gli altri. La gente era stupita non perché ci fosse una lingua sola, ma perché udivano gli apostoli parlare ciascuno nella propria lingua nativa. “E come mai ciascuno di noi sente parlare nella propria lingua nativa?”.

Non imprigionare Dio.  L’ideale non è dunque un unico centro di potere religioso, politico, sociale, culturale, ma stare dentro la lingua mobile degli altri. La dispersione! Dio non vuole essere rinchiuso in una sola lingua, potremmo dire anche in una religione, se una religione tende a imprigionare Dio. Si può celebrare la Pentecoste e ritornare purtroppo al progetto dell’unica lingua… Quando un uomo, una donna, un popolo diventa benedizione? Quando costruisce la torre, o quando discende? Al mito della scalata del cielo la Bibbia risponde con un Dio che scende e cammina: “sono stato con te dovunque sei andato” (2 Sam. 7,9). Risponde con la storia di Gesù, il Figlio di Dio, sceso nella carne dell’uomo. Davvero una benedizione».

*Fonte: http://www.dongiorgio.it/19/05/2013/omelie-2013-di-don-giorgio-festivita-di-pentecoste-2/

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Maggio 11, 2013

NINIVE INTERPRETE DELLA PAROLA

RUOLO CENTRALE DELLE PERIFERIE DEL MONDO

di Piero Stefani*

Vocazione.  Il breve libro di Giona si apre con una chiamata rivolta al profeta ad alzarsi per andare a predicare contro Ninive, la grande, corrotta città posta a Oriente. Giona fugge dall’altra parte, verso Tarsis, nell’estremo Occidente. Il testo commenta tutto ciò dicendo che il proposito del profeta era di andare lontano «dal volto del Signore» (Gn 1,2.10). Ma è forse possibile, per un libro “universalistico” in cui si afferma che vi è un solo Dio per tutti, sottrarsi allo sguardo di Dio? Forse che Dio abita un’unica terra ed è assente nelle periferie del mondo? Eppure Giona non sbaglia. In effetti ci si sottrae sempre dalla presenza del Signore quando si rifiuta il compito a cui si è stati chiamati. Non è questione di latitudine o di longitudine; si tratta di non assunzione della vocazione che ci è stata rivolta. Quando si dice «no» a quel che Dio ci chiede si stende un velo sul volto di chi ci interpella.

Conversione vero scopo.  Per quale ragione il profeta si allontana da quanto gli è richiesto? Per rispondere alla domanda dobbiamo ripercorrere la vicenda del nostro profeta. Giona è chiamato a proclamare prossima una severa punizione riservata a una grande città. Egli si sottrae al compito forse perché teme di formulare minacce o, al contrario, perché paventa che esse non vengano attuate? L’autentico profeta annuncia la sventura nella speranza che essa non giunga. Egli non ha paura di essere apparentemente smentito. Quando la conversione e il mutamento di vita scongiurano la catastrofe, la parola profetica consegue il suo vero scopo. Forse anche per questo Giona è una figura simbolica e non già un profeta in carne e ossa.

I lontani diventano protagonisti.  Il profeta, una volta ricondotto dalla sua iniziale fuga a predicare a Ninive, diede corso a una predicazione tutta posta all’insegna di un «fato enunciativo». Egli non dice: «se non vi convertite perirete tutti allo stesso modo» (cfr. Lc 13,1-5); al contrario, afferma seccamente: «ancora quaranta giorni e Ninive sarà distrutta» (Gn 3,3). La sua è una pura previsione che se fosse smentita lo consegnerebbe, secondo la sua opinione, al ruolo di falso profeta. La grande intuizione dei niniviti consistette nel non lasciarsi sgomentare dall’annuncio infausto. Ad esso si rispose con penitenza e digiuni. Il pentimento degli abitanti di Ninive trova corrispondenza in una misericordia divina che sembra falsificare quanto, in apparenza, predetto dal profeta. L’annuncio rivolto alle periferie del mondo non comporta solo che la parola del nostro Dio giunga anche a esse; significa di più, vale a dire che i «lontani» divengono in proprio protagonisti. Sono i niniviti a diventare soggetti attivi in grado, contro la lettera della parola, di convertire Dio stesso  facendo sì che si penta del male minacciato (Gn 3,10). Il più grande messaggio del libro di Giona sta forse proprio in ciò: gli «altri» sono divenuti soggetti attivi. In virtù dell’annuncio, i niniviti sono andati oltre l’annuncio.

Leggere a fondo il cuore di Dio.  Si tratta di una parabola in grado di indicare, forse più di ogni altra, la logica dell’«evangelizzazione nuova» (come vuole Giovanni Ferretti,[1] è preferibile far seguire l’aggettivo al sostantivo). Il messaggio è offerto, ma la sua interpretazione non va rigidamente prefissata. «Altri» possano ricavarne significati più veri. Fino a poche settimane fa, nella Chiesa cattolica, questa stagione sembrava consegnata ormai solo alla storia (si pensi alla vicenda della «lettura popolare» della Bibbia in America Latina). Da un paio di mesi si intravede qualche spiraglio che a essa possa dischiudersi anche un futuro; a patto, però, che i Giona di ieri e di oggi accettino di essere confutati da chi legge diversamente e più a fondo il cuore di Dio. Ciò esige un impegno a essere scrutatori liberi e attenti della parola e questo si presenterebbe, forse, anche come una risposta coerente al protagonismo carismatico.

Modo nuovo di intendere Dio.  Visto dalla parte di Dio, quanto avvenuto a Ninive è riassunto da un lapidario detto di Tommaso d’Aquino: «Egli muta decisione, ma non muta consiglio» (Sum Theol. q. 171, a. 6, 2um). La «dialettica della misericordia» esige appunto questa asimmetria in cui la lettera della profezia deve essere falsificata affinché se ne realizzi il senso più profondo. Giona cercò di sottrarsi alla chiamata proprio perché sapeva tutto ciò. Egli non voleva che gli «altri» diventassero protagonisti in grado di annullare la lettera della sua parola profetica. Sapeva che Dio l’avrebbe condotto a vedere capovolte le certezze a cui era attaccato. Giona è chiamato a predicare il giudizio e sa che nel Signore prevale la misericordia. Il profeta non sopporta questa contraddizione, a dirlo è lui stesso: «Signore non era questo quello che ti dicevo quando ero nella mia terra? Per questo motivo mi affrettai a fuggire a Tarsis; perché so che tu sei un Dio misericordioso e pietoso, lento all’ira, di grande amore e che si pente del male» (Gn 4,1-2). Specialmente nel nostro tempo, non si tratta, però, solo di riconoscere il prevalere della divina misericordia; occorre anche prendere atto che questo mutamento – ma il libro biblico non esita a parlare, anche per Dio, di conversione (Gn 3,10) – è dovuto alle opere di penitenza compiute dai niniviti e che ciò li rende protagonisti di un nuovo modo di intendere Dio: le periferie diventano interpreti «autorizzati» della parola.

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*Il pensiero della settimana, n. 432: http://pierostefani.myblog.it/archive/2013/05/10/432-ninive-interprete-della-parola-12-05-2013.html

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febbraio 24, 2013

L’EPISODIO SCONVOLGENTE DELLA SAMARITANA

IL CRESCENDO DELLA RIVELAZIONE DI GESÙ: IL CULTO DI DIO VA OLTRE IL TEMPIO, LE RAZZE, LA RELIGIONE

di don Giorgio De Capitani*

 

Sconvolgente.  Anche il brano evangelico di questa domenica, che narra l’incontro di Gesù con una donna samaritana, va letto cogliendovi il senso allegorico. Anche gli antichi, vedi sant’Agostino, dicevano che gli episodi narrati dagli evangelisti contengono un senso profondo che va oltre la stessa narrazione. Ci sono dei fatti e ci sono delle parole: le parole spiegano i fatti, quindi attenzione alle parole che nei vangeli non sono mai banali. Il brano di oggi è un capolavoro di simbologie da cogliere in profondità. Simbologie che riguardano la realtà stessa di Dio e il nostro rapporto con lui. I fatti sono già sconvolgenti, le parole poi li rendono ancor più sconvolgenti. Sconvolgente il fatto che Gesù da solo parli con una donna, per di più sola, per di più samaritana, per di più malfamata. Sconvolgente l’ora dell’incontro: verso mezzogiorno, quando tutti sono a casa, e nessuno solitamente andava a prendere l’acqua. Sconvolgente il luogo: un pozzo. Il pozzo, nella Bibbia, era il luogo del corteggiamento. Sconvolgente il susseguirsi degli atteggiamenti: Gesù prima chiede l’acqua, poi lui stesso la offre. Sconvolgente il crescendo delle rivelazioni di Gesù: l’acqua simbolo della grazia, il culto di Dio che va oltre il tempio in muratura, e va oltre la religione e le razze.

Alcune parole.  Non posso ora nemmeno accennare a tutti gli spunti di riflessione che potremmo fare analizzando accuratamente il brano. Sarebbe impossibile in pochi minuti. Vorrei tentare di riflettere su alcune parole. Sono: Sicar, pozzo, acqua, grazia, tempio, culto. Gesù giunge a Sicar. Ecco la prima parola. Sicar secondo alcuni vorrebbe dire “qualcosa è intasato”. Faccio mie queste riflessioni: «Non è vero che proprio noi, a volte, siamo Sicar, cioè intasati? Abbiamo di tutto, ma siamo tormentati; ci sentiamo pieni, goffi, addormentati; non riusciamo a raggiungerci, ad andare dentro di noi; non riusciamo ad attingere a ciò che c’è dentro; mangiamo per riempirci e anche quando non lavoriamo dobbiamo fare qualcosa per non stare con noi; pensiamo sempre per non sentire cosa abbiamo dentro: siamo intasati, ostruiti, pieni. Abbiamo bisogno di riempirci per evitarci la verità, per non andare nel fondo, nel profondo di noi». È proprio vero: quante cose inutili, quante preoccupazioni stressanti fuori posto!

La seconda parola è pozzo.  Nella Bibbia il pozzo è fonte d’acqua per la vita dell’uomo, ma è anche simbolo della vita interiore. Secondo i rabbini del tempo di Gesù il pozzo con la sua acqua profonda rappresentava la Parola di Dio, la Torah, la Legge. La radice ebraica della parola “pozzo” è la stessa del termine “conoscenza”. Dicono che tanto più il pozzo è profondo, tanto più l’acqua è buona. Più si scava nella verità, più le nostre conoscenze aprono orizzonti nuovi. La conoscenza è come un pozzo profondo. Anche qui, quanta superficialità! Confondiamo la cultura con l’intelligenza. Eppure la parola cultura deriva da coltivare. Ma non possiamo pretendere di seminare in superficie. Oggi la scuola è diventata nozionismo: si va a imparare qualche nozione, un po’ di sapere distribuito nei vari campi, dalla matematica alla filosofia, dall’arte alla storia. Non si impara a vivere, l’arte del vivere, la filosofia della vita. E poi che cosa pretendiamo? Che questi nostri ragazzi crescano imparando a vivere? Nel brano di oggi il pozzo si pone in contrapposizione alla fonte: il pozzo è sinonimo di legge, l’acqua del pozzo però è ferma, bisogna raggiungerla con i secchi, l’acqua viva della fonte invece sgorga fresca, va incontro a chi si avvicina. Gesù dice alla samaritana: “L’acqua che io… darò diventerà… una sorgente d’acqua che zampilla per la vita eterna”. Dal pozzo l’acqua non zampilla, l’acqua rimane ferma nel pozzo, siamo noi a doverla attingere con un secchio. Ma una sorgente non resta immobile: l’acqua esce.

Ed ecco la terza parola: acqua. Da Wikipedia: «L’acqua in natura è tra i principali costituenti degli ecosistemi ed è alla base di tutte le forme di vita conosciute, uomo compreso; ad essa è dovuta anche la stessa origine della vita sul nostro pianeta ed è inoltre indispensabile anche nell’uso civile, agricolo e industriale; l’uomo ne ha inoltre riconosciuto sin da tempi antichissimi la sua importanza, identificandola come uno dei principali elementi costitutivi dell’universo, attribuendole un profondo valore simbolico, riscontrabile nelle principali religioni. Sulla Terra l’acqua copre il 70,8% della superficie del pianeta e più o meno con la stessa percentuale è il maggior costituente del corpo umano». E noi oggi stiamo mettendo sul mercato questo dono preziosissimo, indispensabile per vivere. Tutti riconoscono che la prossima guerra non sarà per il petrolio, ma per l’acquisto dell’acqua. Naturalmente le guerre si fanno per impossessarsi dei beni vitali, o ritenuti tali per l’umanità. Sempre da Wikipedia: «Nella maggior parte delle religioni, l’acqua è diventata un simbolo di rinnovamento e perciò di benedizione di Dio. Essa compare nei riti di “purificazione” e di rinascita di molti culti, ad esempio nei riti di immersione del battesimo cristiano e nelle abluzioni dell’ebraismo e dell’islam. La tradizione sapienziale mistica ebraica della Qabbalah individua nell’acqua il simbolo della Sefirah Chessed indicante la qualità divina della Misericordia, della gentilezza e della grandezza; molti i riferimenti della Torah all’acqua, anche suo simbolo. Secondo l’esegesi ebraica lo stesso termine Ebreo significa colui che viene da oltre il fiume ed è presente nella Bibbia ebraica usato per la prima volta riguardo ad Avraham. Il termine ebraico che traduce la parola acqua, Maim, se associato al termine Esh, fuoco, forma la parola Shamaim che significa Cielo: si ritiene infatti che i Cieli presentino l’unione di acqua e fuoco». Non dimentichiamo che la Bibbia inizia così: «In principio Dio creò il cielo e la terra. La terra era informe e deserta e le tenebre ricoprivano l’abisso e lo spirito di Dio aleggiava sulle acque». Gesù, parlando di acqua che zampilla per la vita eterna, che cosa intendeva dire? Intendeva la grazia, ovvero la stessa vita divina.

L’acqua è grazia,  ovvero un dono. È vero che la parola grazia deriva da grato, gradito, piacevole ad altri, e quindi avvenente, anche caritatevole. Tutte qualità che possono riassumersi in una parola: bellezza che è gratuità. La grazia che è la bellezza stessa di Dio non possiamo metterla sul mercato, anche se, lungo la storia della Chiesa, anche la grazia divina ha sempre avuto un costo, anche di carattere economico. Pensate ai sacramenti. Pensate alla Messa. Pensate a tutto ciò che ruota attorno ad una religione che parla di un Dio d’amore, e poi l’amore di Dio, che è grazia, ovvero dono, viene mercificato. Noi cristiani parliamo tanto di grazia, e poi quanto siamo venali! Nel miracolo di Cana Gesù aveva trasformato l’acqua in vino. Più esattamente aveva trasformato in vino nuovo l’acqua lustrale, quella che serviva per i riti di purificazione, a indicare che il culto va rinnovato.

Tempio e culto.  Ed è proprio qui che Gesù, dopo aver parlato di acqua e di grazia, esce con una delle più straordinarie affermazioni: «Credimi, donna, viene l’ora in cui né su questo monte (Garizim) né a Gerusalemme adorerete il Padre… Dio è spirito, e quelli che lo adorano devono adorarlo in spirito e verità». Faccio mie queste riflessioni: «Dov’è Dio? Dov’è che lo troviamo? In chiesa, in una liturgia, in chi si sacrifica, quando uno prega? Forse sì, forse no. Dio non è in un posto. Dio si rende visibile dove c’è spirito e verità, qualunque posto sia, qualunque uomo sia, qualunque zona della terra sia. Per noi è più facile e più gratificante cercare Dio fuori di noi: su di un trono, circondato da poteri magici, nelle grandi liturgie oppure trovarlo nei dogmi o nelle chiese. Perché così ci risparmia lo sforzo di decifrare e di pervenire alla verità e allo spirito che ci abita. Ma Dio non è qui o lì. Dio è dove c’è spirito e verità. Questo è il criterio. Allora: non è più importante chi sei, cosa puoi esibire (“Io sono questo; io ho questo incarico; io ho fatto questa scuola religiosa, ecc.”), ma se nel tuo parlare, nel tuo agire, nel tuo amare, traspare spirito e verità. Se traspare, lì Dio c’è. S. Agostino diceva che se entrava in una casa e vedeva che un uomo e una donna si amavano veramente, non aveva bisogno di chieder loro se erano sposati perché il sacramento stesso dell’amore (Dio) li univa (capisco che la frase è pericolosa ma colgo il senso profondo dell’affermazione). Quando un uomo vive fedele alla sua coscienza e aderente al suo spirito, lì Dio c’è. Non importa più se è cristiano, musulmano, buddista o se si proclama ateo: in ogni caso lì Dio c’è. Quando un uomo fa verità di sé e porta la luce nel suo profondo, lì Dio c’è. Quando un uomo ama, rispetta e onora tutti gli esseri che vivono, lì Dio c’è. Quando due persone si amano passionalmente nella libertà di ciascuno, lì Dio c’è. Quando una persona lotta per la verità intorno a sé e per l’accettazione della diversità, lì Dio c’è. Un giorno durante una conferenza una persona chiese, forse provocatoriamente, a Davide Maria Turoldo: “Ma nelle nostre chiese c’è Dio?”. E lui rispose: “Se c’è spirito e verità, allora Dio c’è”. C’è Dio qui stamattina fra di noi? Non lo so, non spetta a me dirlo. So che se c’è “spirito e verità” allora Lui c’è. Non chiederti più dov’è Dio; chiediti invece dove c’è spirito e verità: lì c’è anche Lui».

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febbraio 11, 2013

L’UNITÀ DEL GENERE UMANO

RAGGIUNGIBILE ATTRAVERSO QUATTRO VIE, DOVREBBE COSTITUIRE OGGETTO DI RIFLESSIONE COSTANTE E CORALE

di PIERO STEFANI*

 

Quattro vie. L’unità del genere umano è un punto di riferimento cruciale dell’insegnamento cattolico. Su quali basi si regge quest’affermazione? Una delle espressioni più chiare di tale convincimento la si trova all’inizio della dichiarazione conciliare Nostra aetate. Essa suona in questi termini: «Infatti tutti i popoli costituiscono una sola comunità: hanno una sola origine, poiché Dio ha fatto abitare l’intero genere umano su tutta la faccia della terra (cf. At 17,26); essi hanno anche un fine ultimo, Dio, la cui provvidenza, testimonianza di bontà e disegno di salvezza si estendono a tutti (cf. Sap 8,1; At 14,17; Rm 2,6s; 1Tm 2,4)». Quest’affermazione riassuntiva è stata sviluppata nell’insegnamento e nella prassi cattolici lungo quattro assi principali che sono capisaldi irrinunciabili; tuttavia la loro interpretazione dipende, in una certa misura, dai tempi e dalle circostanze storiche in cui queste convinzioni sono state formulate. L’unità del genere umano si realizza come tale:

a)     nell’origine adamitica dell’essere umano creato a immagine e somiglianza di Dio (Gen 1,26);

b)    nell’unità nella colpa che tutti accomuna (dottrina del peccato originale);

c)     nella necessità della redenzione e nel suo compimento avvenuto grazie all’universale opera salvifica attuatasi in Gesù Cristo;

d)    nella Chiesa cattolica presentata come strumento universale di salvezza.

Si tratta di visioni teologiche che raggiungono il loro senso pieno solo nell’ambito della fede. Tuttavia esse dichiarano di riguardare non solo la vita dei credenti ma quella di ogni essere umano vissuto, vivente o che vivrà sulla terra. A questo punto sorge perciò il problema di una loro eventuale trascrizione in termini comuni e generali.

Coscienza e legge naturale.  La questione non si presenta, come è ovvio, in modo omogeneo rispetto a tutti i quatto punti. L’unità adamitica è stata più volte interpretata anche alla luce della legge naturale. Vale a dire l’immagine e somiglianza di Dio lascia traccia di sé anche nella ragione e nella coscienza di ogni persona, qualunque sia la sua provenienza e la sua appartenenza. Il peccato originale è stato, a volte, comprovato attraverso il ricorso a un’antropologia pessimistica volta ad additare l’insanabile miseria umana. È chiaro, però, che tra queste due prime convinzioni insorge una dialettica di difficile composizione: l’essere umano può fare il bene seguendo la voce della propria coscienza e della legge naturale o ha bisogno di una coercizione esterna che lo costringa a proseguire su una via da cui è tentato sempre di fuoriuscire? Il compimento dell’opera di salvezza in Gesù Cristo è una convinzione di fede non trascrivibile in termini né di coscienza, né di legge naturale. Tuttavia si sbaglierebbe a ritenere che essa non abbia inciso sulla civitas; infatti non di rado si è creduto che la redenzione abbia una portata tanto sul mondo interiore quanto su quello esteriore. Occorre quindi operare per una trasformazione cristiana della società; l’impegno storico dei credenti per il bene dell’uomo è, dunque, visto come una conseguenza diretta della loro fede (si tratta peraltro di un convincimento che ha dato luogo a interventi storici di segno diametralmente opposto).

Riflessione costante e corale.  La convinzione che la mediazione della Chiesa cattolica sia necessaria perché l’azione di salvezza ultraterrena compiutasi in Gesù Cristo sia efficace (sacramenti, retta fede e buon comportamento) influisce potentemente sulla richiesta di liberà di azione compiuta dalla Chiesa nei confronti degli stati. Si tratta di un tema di lungo periodo. In epoca più recente si è affiancato ad esso anche il complesso quanto imprescindibile problema del rapporto della Chiesa cattolica con le altre Chiese o comunità ecclesiali cristiane (ecumenismo) o con le altre religioni (dialogo interreligioso). Come valutarle in relazione al piano salvezza universale di Dio? In breve, tutti questi convincimenti teologici di fondo hanno inciso e incidono sulla storia; anche se, per converso, è ugualmente vero che il modo di interpretarli dipende, a propria volta, dai contesti storici in cui la Chiesa opera (per avanzare l’esempio più scontato, l’atteggiamento nei confronti della altre religioni ha subito, nel corso del tempo, modifiche radicali difficilmente riconducibili a una linea di continuità). In ogni caso i quattro temi qui esposti costituiscono ambiti decisivi a cui dovrebbe essere dedicata una riflessione costante e corale all’interno delle comunità dei credenti. Se ciò avvenisse, si lascerebbe cadere, una buona volta, nell’insignificanza quanto attualmente riempie l’orizzonte; pensiamo, per esempio, alle prese di posizione e ai tatticismi della CEI relativi allo stato del paese. Evento che – a causa della pesante eredità lasciataci dal card. Ruini – continua a occupare spazio nei mass media come se si trattasse di un fronte di qualche peso in relazione alla fede cattolica.

*Il pensiero della settimana n. 419; fonte:

http://pierostefani.myblog.it/archive/2013/02/09/419-l-unita-del-genere-umano-10-02-20131.html

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dicembre 13, 2012

PIER CESARE BORI

LA NONVIOLENZA E L’UNIVERSALISMO SPIRITUALE

di Enrico Peyretti*

Pier Cesare Bori  (nato a Casale Monferrato nel 1937 e scomparso a Bologna nel 2012 per un mesotelioma pleurico da amianto respirato in gioventù), docente di filosofia morale, studioso della nonviolenza, ha ricercato e praticato – con la presenza assidua di insegnamento e di rapporto umano, sia nell’Università sia nel carcere di Bologna, specialmente con i detenuti immigrati – un intenso lavoro di individuazione degli elementi comuni alle diverse vie spirituali (culture, religioni, etiche) dell’umanità. Ha percorso la storia morale dell’umanità, con ampia informazione e riflessione sulle espressioni più varie delle sapienze umane. In un suo libro del 2004, Universalismo come pluralità delle vie, ed. Marietti, raccogliendo tredici suoi saggi, Bori ricapitolava il percorso, fino a quel momento, della sua ricerca. Nel libro autobiografico postumo (CV, curriculum vitae, Ed Il Mulino 2012), egli dice che il libro sull’Universalismo, con alcuni altri successivi, è «espressione di una fiducia ritrovata, che mi spinge a intuire, o almeno a suggerire strade nuove». Nel secondo saggio, che dà il titolo al libro, l’Autore propone un modello interculturale, già abbozzato altrove, che trae dalla Bhagavadgîtâ, il libro chiave dell’induismo, amato da Gandhi, che ne faceva il proprio vangelo.

Questa tradizione  distingue, nella vita spirituale: contemplazione, azione, devozione. La devozione – culto personale o fede in un Dio, insomma una rappresentazione religiosa di ciò che “sta per” la divinità «intesa come potenza distinta essenzialmente dal mondo, ma non separata da questo quanto a realtà ultima» – è un possibile, non necessario complemento di azione e contemplazione. Bori ne trae uno schema quadripartito (p. 38 e ss.):

 1 con rappresentazioni     religiose  2 senza rappresentazioni  religiose
A contemplazione              A1                A2
B azione              B1                B2

1 = religione, che comporta trasformazione etica di sé e del mondo
2 = ricerca intellettuale, non religione, ma produttrice di impegno pratico

Ogni cammino spirituale  umano sembra poter essere ricompreso in questo paradigma. Qui “spirituale” è più ampio di “religioso” e include anche «quegli orientamenti etici e contemplativi che non implicano una fede in una divinità personale» (p. 39). Sulla scorta di Albert Schweitzer, Bori individua la contemplazione come «atteggiamento “monistico”, volto a contemplare – teologicamente o filosoficamente – la realtà come necessaria, senza divaricazione tra essere e dover essere»; e individua l’azione come «l’atteggiamento “dualistico” di chi, assumendo la divaricazione tra essere e dover essere – il male! – si assume anche il compito di superarla nella prassi, sia essa motivata religiosamente, sia essa un’etica laica» (p. 40-41).

Le diverse vie  spirituali e religiose dell’umanità si differenzierebbero per l’accentuazione dell’uno o dell’altro aspetto – contemplazione e azione – non per la presenza o assenza dell’uno o dell’altro. Così, induismo e buddhismo (questo con origine in A2: contemplazione non religiosa) coprirebbero attualmente le quattro possibilità. Confucianesimo e taoismo si collocherebbero rispettivamente in B2 e A2 (azione e contemplazione non religiose). I monoteismi biblico e coranico nascerebbero in B1 (azione religiosa), ma, p. es. il sufismo spazierebbe tra A1 e A2 (contemplazione religiosa e non religiosa), e la sapienza biblica (aspetto diverso da quello profetico) spazierebbe tra B1 e B2 (azione religiosa e non religiosa). Nella Bibbia e nel Corano, Bori distingue un aspetto profetico da un aspetto sapienziale: l’appello profetico autoritario (pro-fezia significa parlare “al posto di altri”, e questo ethos profetico sarebbe il carattere originario dei monoteismi) contiene nel suo centro stesso «una sostanza di razionalità etica», cioè di sapienza, in quanto «esige una corrispondenza necessaria tra il culto di Dio e la giustizia verso gli uomini» (p. 53). Si può leggere Isaia 1,11-17; Giovanni 4,23 e ss.; Corano 98,4 e ss.; 2,172.

Questi impegni etici  sono richiesti anche dalla sapienza egizia, dalla razionalità etica ellenistica, dalla cultura religiosa del Medio Oriente cristiano e persiano. C’è una sapienza etica prima e dopo le rivelazioni profetiche. La novità degli appelli profetici è che la divinità stessa si impegna a fare ciò che esige dagli uomini. Ciò non impedisce, ma semmai richiede che la parola profetica sia elaborata nel suo contenuto razionale immanente. Questo processo comincia nella Bibbia stessa e continua nella teologia, nella filosofia religiosa, nella stessa mistica. Max Weber parla del «grandioso razionalismo etico che scaturisce da ogni profezia religiosa» (p. 55).

Il modello monoteistico  comporta un duplice dinamismo: quello che spinge verso la traduzione della profezia in sapienza etica; quello delle potenzialità ulteriori dell’ispirazione profetica che ritorna e si rinnova nel tempo. La versione sapienziale etica della profezia tende all’universalismo interculturale, mondano, secolare, della regola etica enunciata in un determinato contesto profetico religioso. Anche Pico della Mirandola, acutamente studiato da Bori (Pluralità delle vie. Alle origini del Discorso sulla dignità umana di Pico della Mirandola, Feltrinelli, Milano, 2000), rintraccia un paradigma universale, reperibile in ogni tradizione a lui nota, che costruisce la “dignità dell’uomo”: trasformazione etica (azione); ricerca intellettuale (contemplazione); identificazione con la Realtà ultima (religione). I percorsi umani avrebbero dunque un parallelismo non contenutistico ma strutturale, che permetterebbe una convergenza finale e, intanto, un sostanziale consenso etico (pp. 43-44).

Nonviolenza via di liberazione.  Ora, riferendo alla ricerca della nonviolenza queste riflessioni, a me pare che la nonviolenza sia sicuramente un atteggiamento e un orientamento che coinvolge progressivamente la persona in profondità. Infatti, non basta, nell’esperienza, un atteggiamento strettamente pragmatico, proprio perché la nonviolenza è confrontarsi col male, nulla di meno; anzi, essa nasce proprio dal confronto col male-violenza (cfr Jean-Marie Muller, Aldo Capitini; vedi gli “esperimenti con la verità” di Gandhi e di ogni grande lottatore nonviolento). La nonviolenza è dunque una via spirituale; è anche contemplazione (riflessione, ricerca, individuazione del “bene” umano); è azione (riforma di sé, riforma di strutture e culture); non è necessariamente religione in quanto esplicita “rappresentazione” religiosa, ma l’esperienza religiosa, sollecitata dalla nonviolenza a purificarsi da scorie di cultura violenta, contribuisce ad ispirare ricerca e azione, nei termini sapienziali razionali, sul terreno comune di ogni autentico cammino di liberazione.

*Fonte: http://serenoregis.org/2012/12/12/pier-cesare-bori-la-nonviolenza-e-luniversalismo-spirituale-enrico-peyretti/

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