Brianzecum

agosto 13, 2014

LA NON ESAUDITA PREGHIERA PER LA PACE

L’INEDITA INIZIATIVA DI PAPA FRANCESCO, SEGUITA DAL RINCRUDIMENTO DEL CONFLITTO ARABO-ISRAELIANO, IMPONE UNA RIFLESSIONE SUL SENSO ALTO DEL PREGARE

di Piero Stefani*

Problema inquietante. La preghiera non esaudita è da sempre un inquietante tema, proprio dell’esperienza spirituale. È inquietante perché può portare a diversi esiti. Può indurre l’orante a ritenere di aver pregato male o di aver chiesto quanto non è conveniente domandare; può spingerlo a vedere misteriosi disegni di Dio, che, per quanto non compresi dalle creature umane, sono orientati infallibilmente al bene; può persino aprirlo al “silenzio di Dio” e a vivere intensamente la mancata risposta, senza saperla spiegare: è l’esperienza della «notte oscura» dei mistici. Invero vi è un’ulteriore alternativa, in base alla quale la delusione porta alla radicale conclusione che Dio semplicemente non c’è. La preghiera di richiesta diviene allora una proiezione di bisogni di tipo psicologico o sociale. In questo caso il problema della preghiera non esaudita non è risolto, è soltanto dissolto.

Tragedia senza precedenti. Un fronte su cui la preghiera collettiva si è spesso scontrata con il proprio fallimento è quello della pace. Un secolo fa, nei mesi che segnarono il passaggio dal pontificato di Pio X a quello di Benedetto XV, si levarono preghiere perché cessasse la guerra appena deflagrata (ma ce ne furono anche altre che domandavano a Dio di far vincere la propria parte). Il conflitto durò però per oltre quattro anni e assunse la dimensione di una tragedia senza precedenti.

Inedita iniziativa. In dimensioni più contenute, il discorso può essere ricondotto anche all’attualità. La sera del giorno di Pentecoste, l’8 giugno scorso, papa Francesco ha indetto in Vaticano un incontro di preghiera per la pace tra israeliani e palestinesi. L’aspetto assolutamente inedito dell’iniziativa è che a essa parteciparono di persona il presidente israeliano e quello dell’Autorità nazionale palestinese. Nell’estate del 1914 era del tutto inimmaginabile che un papa chiamasse attorno a sé a pregare per la pace sovrani e capi di stato schierati su fronti contrapposti ma pur sempre leader di nazioni cristiane. Un mese fa nei giardini vaticani vi erano invece cattolici, ortodossi, ebrei e musulmani. A quanto ci è dato di vedere l’esito della preghiera è però lo stesso; siamo di fronte a un suo fallimento. Nelle ultime settimane la situazione nell’area israelo-palestinese non ha fatto che peggiorare. Da una situazione di pace latente si è passati a quella di uno scontro cruento che minaccia di trasformarsi in guerra aperta. Nessuno, ora come allora, pensa alla situazione come innesco di un conflitto di enormi proporzioni. In effetti non paiono esserci gli estremi per avanzare previsioni di tal fatta. Tuttavia anche lo scopo della preghiera dei giardini vaticani era mirato e rispetto a quella dimensione circoscritta il saldo è, almeno a breve, negativo.

Debolezza della preghiera? Un mese fa c’è stata una, sia pure contenuta, retorica incentrata sulla preghiera per la pace; oggi chiediamo solo che la riflessione sulla debolezza della preghiera non sia passata del tutto sotto silenzio. Lo facciamo proprio per salvaguardare il senso alto del pregare che quando è tale non può ignorare l’esperienza spirituale del mancato esaudimento. In caso contrario si rischia di consegnare la preghiera per la pace solo a una, sia pure inedita, forma di religione civile.

* Il pensiero della settimana n.486; fonte: http://pierostefani.myblog.it/2014/07/12/486-_-la-esaudita-preghiera-la-pace/

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giugno 27, 2014

LA META È ANCORA LONTANA

Filed under: 2) dialogo interreligioso — brianzecum @ 2:06 PM

IL CAMMINO DELLA MATURAZIONE È LUNGO E FATICOSO, MA MERITA DI ESSERE PERCORSO

di don Giorgio De Capitani*

Disunire. I tre brani della Messa sembrano collegati da quel rapporto profondo che unisce ogni essere umano. Un legame che diventa un obbligo, un dovere, un comandamento: quello dell’amore degli uni per gli altri. Il primo brano descrive l’opera creativa di Dio con l’apparire dell’uomo, dotato di sensi e di intelligenza. L’autore del Siracide ricorda ciò che è stato detto all’inizio del libro della Genesi: l’uomo è stato creato a immagine divina. Il suo primo dovere consiste nel lodare il Signore e nel vivere in dialogo con Lui attraverso l’osservanza dell’alleanza e della legge. Il Signore osserva e giudica ogni cosa: il bene e il male. Tiene conto soprattutto delle opere buone e della generosità verso i fratelli miseri. «Disse loro: “guardatevi da ogni ingiustizia!” e a ciascuno ordinò di prendersi cura del prossimo». San Paolo, nella sua lettera ai cristiani di Roma, fa una descrizione piuttosto drammatica dell’umanità, che ha tradito l’immagine divina per correre dietro agli idoli di ogni perversione. Tradire l’immagine divina significa disunire o scomporre ciò che unisce gli uni agli altri. L’elenco delle azioni indegne descritte dall’Apostolo riguarda tutto ciò che, in qualsiasi modo, slega l’uomo da se stesso, e questo succede perché l’intelligenza, ovvero la scintilla divina in noi, è venuta meno, ha perso lucidità, è diventata folle. Certo, c’è anche l’intelligenza del male (il demonio è un essere intelligentissimo), ma è una cosa diversa dall’intelligenza del bene.

Andare oltre. Purtroppo, la storia ci insegna che il male sembra prevalere con maggior facilità sul bene. I mezzi a disposizione del male appaiono più potenti e suadenti. Il male è sempre in discesa, mentre il bene è sempre in salita. Il male ruota attorno al proprio io, mentre il bene vuole comporre l’armonia cosmica, a partire dal singolo essere. Dire singolarità non significa dire egoismo. Ciò che i mistici chiamano egoità, ovvero la centralità assoluta ed esclusiva dell’ego, è la sede e la causa di ogni male. Il brano del Vangelo è tolto dal Discorso della Montagna. Gesù sta contrapponendo la legge limitativa del Vecchio Testamento alla nuova legge, quella che Egli è venuto a portare. “Avete inteso che fu detto… ma io vi dico…”. Contrapporre non significa di per sé eliminare, ma completare, ovvero portare a compimento. Vedete: il nostro difetto sta nel rimanere agli inizi di ogni cammino, senza procedere oltre; sta nell’anticipare la meta per gustarla come se fosse già conquistata; sta nell’accontentarsi del minimo, come se fosse un anticipo del massimo. E, quello che è peggio, vogliamo far credere, anzitutto a noi stessi, che basta un minimo per goderci la vita. Anzi, giudichiamo male quanti vorrebbero farci capire che dobbiamo camminare, maturare, andare oltre il presente immediato.

Superare le banalità. E per non pensarci troppo, per non entrare in crisi, per non crearci dei problemi eccessivi, per non complicarci la vita, togliamo dalla nostra mente gli ideali più alti, non vogliamo pensare alla cima della montagna, diciamo: “Non è roba per me, la lascio ai folli a cui piacciono i rischi!”. È evidente che, togliendo la sete o la ricerca del meglio, alla fine mi abituo a convivere con le banalità e le miserie, che la vita ogni giorno mi offre. Quando ha creato l’uomo e la donna, il Signore ha detto loro: Siete la mia stessa immagine! La conclusione del brano del Vangelo è in questa linea: «Voi, dunque, siate perfetti come è perfetto il padre vostro celeste». Qualche esegeta ha cercato di ridimensionare queste parole, ritenendole iperboliche, ovvero esagerate, eccessive, smisurate. È chiaro che non potremmo mai essere come Dio, ma è altrettanto vero, come dice la Bibbia, che c’è in noi qualcosa di divino, di infinito, di superlativo. Pensiamo a ciò che è l’intelligenza, la coscienza, l’anima o lo spirito. Un soffio divino! È chiaro che, di conseguenza, anche il nostro comportamento, il nostro atteggiamento, il nostro modo di pensare devono corrispondere a ciò che siamo: ovvero, immagine divina. Non possiamo, dunque, accontentarci del poco, restare al punto di partenza. Il nostro impegno sta nel completare l’immagine di Dio in noi.

La nostra vera identità. Guardate che ciò che sto dicendo non cambierebbe di per sé se uno non credesse in un dio. Che io debba amare il mio prossimo non è un comandamento puramente di fede. Neppure è una questione di fede che io debba amare anche il mio nemico, come invita a fare il Vangelo di oggi. Gli studiosi ci dicono che non è del tutto esatto che nell’Antico Testamento il Signore avesse detto di odiare i nemici, anche se gli ebrei tendevano a considerare come loro prossimo soltanto i connazionali. Ecco perché Gesù dice: «Avete inteso che fu detto: ”Amerai il tuo prossimo e odierai il tuo nemico». In altre parole: vi è stato detto così, ma era errato. Tuttavia, ciò era comprensibile. Gesù è venuto, appunto, per dire: Allungate il passo, aprite gli orizzonti, la meta è ancora lontana. Se anche noi cristiani capissimo dove sta la forza rivoluzionaria del messaggio di Cristo! Noi parliamo sempre di buona novella, ovvero di Novità. Una novità, attenzione, che non è qualcosa di diverso dal passato, che non si distingue dagli inizi, casomai si distacca per procedere oltre. Che fatica ancora oggi educare i credenti ad una maturità che è crescita, cammino, una sempre maggiore coscienza della nostra vera identità.

Evitare di essere mostri. Non sto dicendo che sia facile prendere coscienza di certi valori che appartengono all’Umanità. Valori già insiti fin dall’inizio, quando Dio ha dato il primo impulso all’universo. Anche qui riflettiamo: il progresso sembra inarrestabile, anche dietro la spinta dei nostri bisogni e talora di bisogni sociali e politici incontrollabili; ma perché allora non dovremmo comprendere che il progresso materiale dovrebbe andare di pari passo con il progresso spirituale? Diversamente, avremmo dei mostri: corpi smisurati con un’anima rattrappita! Non è questo il vero dramma dell’umanità? Perché ci sono le guerre? Perché ci sono le violenze? Il mostro è qualcosa di follemente sproporzionato. A che servirebbe lamentarci che la persona non è più rispettata, che la società è solo un mercato di affari e di porcherie? Anche nel nostro piccolo, non succede la stessa cosa?

Creiamo nemici. Il Vangelo di oggi afferma che bisogna amare i propri nemici e che dobbiamo pregare per loro. Mi chiedo come possiamo addirittura amare i propri nemici, quando fatichiamo a uscire dal cerchio delle proprie amicizie, dal proprio gruppo di appartenenza, dai legami di parentela o di amicizia. Lo scandalo di oggi è il ritorno ad un razzismo che cerca le sue motivazioni anche nel campo religioso. Nemici diventano coloro che tolgono qualcosa al nostro benessere. Posso capire che uno ce l’abbia con chi gli ha fatto del male. In certi casi, perdonare lo ritengo assai difficile. Ma oggi vediamo nemici dappertutto. Ce li creiamo. Ce li stanno creando, con una propaganda politica vergognosamente dis-Umana. Certo, un conto è creare una possibile convivenza sociale con le diverse razze e culture: il lavoro sarà duro e richiederà tempo. Un conto è chiudere ogni barriera, bloccare i confini di ciò che noi chiamiamo patria. Cristo non ci invita a un buonismo facile. Il suo messaggio ha ben altra portata. È un duro cammino da percorrere: verso l’Umanità integrata. La Chiesa stessa deve fare un serio esame di coscienza. Ci sono ancora oggi nemici che sembrano mettere a rischio la sua dottrina, e ci sono ancora oggi nemici che la richiamano alla profezia.

Correre il rischio. Ho trovato questo commento di un prete, che ritengo degno di attenzione. «Gesù, nel Discorso della Montagna, ci chiede di superare l’equilibrio del diritto, della giustizia retributiva, della proporzione della vendetta, della proporzione tra l’azione e il risultato sperato; ci chiede di superare, come fa Dio, il criterio del merito, nel nostro rapportarci con gli altri uomini. Dio, appunto, fa piovere generosamente sia sul campo dei buoni come su quello dei cattivi. Il Vangelo ci chiede di essere i primi, di prendere l’iniziativa, di correre il rischio di non ricevere il contraccambio. La sfida di Gesù è proprio questa: alla fine i conti torneranno, perché il Regno di Dio si sarà dilatato un poco nell’esperienza degli uomini, anche grazie a noi. Forse Gesù ci potrebbe dire: “Anch’io ho corso questo rischio, amandovi. Forse dovevo rinunciare, di fronte ai vostri tradimenti e ai vostri dinieghi? E se lo avessi fatto, quale speranza ci potrebbe essere oggi per l’uomo?” Gesù non è venuto come un riformatore religioso o sociale. La riforma appartiene a noi, casomai. Ma egli ha piantato nel cuore di ogni uomo il dardo di una parola irreversibile, come irreversibile è la sua morte per ciascuno di noi: “Carissimi, se Dio ci ha amati così, anche noi dobbiamo amarci gli uni gli altri” (1Gv 4,11). La speranza del mondo sta proprio in quegli uomini, che possono dire: “Noi abbiamo conosciuto e creduto all’amore che Dio ha per noi” (1Gv 4,16) e che, magari cadendo, talvolta tradendo, talvolta mancando per clamorosa viltà di accogliere il rischio, non si stancano però di credere che, se qui e ora, anche soltanto per una volta, riusciranno a liberarsi dalle loro paure e dal loro egoismo, immetteranno nel mondo un’energia positiva come una goccia di colore può cambiare un intero mastello di acqua» (don Giuseppe Dossetti, presidente del Ceis di Reggio Emilia).

*Omelia del 22 giugno 2014: Seconda dopo Pentecoste (Sir 17,1-4,6-11b12-14; Rm 1,22-25.28-32; Mt 5,2.43-48), fonte: http://www.dongiorgio.it/22/06/2014/omelie-2014-di-don-giorgio-seconda-dopo-pentecoste/

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giugno 16, 2014

TRINITÀ: UN’IDEA DI DIO CHE CORREGGE QUELLA DI UOMO

UGUALI MA DIVERSI: NON ESISTIAMO SE NON CONNESSI COL MONDO INTERO. PERTANTO DOBBIAMO PERSEGUIRE LA CONVIVIALITÀ DELLE DIFFERENZE

di don Giorgio De Capitani*

Mistero della vita di fede. Nei primi secoli del cristianesimo, non esisteva una festa particolare in onore della Santissima Trinità. Non c’era motivo per celebrarla, essendo il Mistero trinitario presente, ogni giorno, nelle preghiere comuni e nelle formule liturgiche. Basterebbe pensare al segno della Croce. Fu un monaco, nell’ottavo secolo, a introdurre, in forma privata, la devozione alla Santissima Trinità. Solo a partire dal 1200 d. C., il Papa istituì una Festa pubblica per tutta la Chiesa cattolica. In realtà, ancora oggi ci chiediamo che senso abbia celebrare una Festa liturgica in onore della Trinità divina. Le feste possono avere il vantaggio di ricordarci di Dio, ma possono anche creare l’idea che, passata la festa, gabbato lo santo. La Trinità, che Cristo ci ha rivelato in modo esplicito, è il Mistero stesso della nostra vita di fede, e non solo di fede. Il monoteismo ebraico, rigidamente dogmatico per contrapporre l’unicità di Dio contro il politeismo dei popoli idolatri, aveva proibito ogni immagine visibile di Dio stesso. Tuttavia, già l’ho detto, soprattutto attraverso gli scritti dei profeti e anche dei libri sapienziali, Dio veniva presentato attraverso personificazioni che alludevano al Mistero trinitario. Pensate alla Sapienza che, come una signora, è presente nella creazione del mondo. Pensate al capitolo 11 del libro di Isaia, dove il profeta, parlando del Messia che verrà, dice che sarà ricoperto dello Spirito del Signore che è: spirito di sapienza e d’intelligenza, spirito di consiglio e di fortezza, spirito di conoscenza e di timore del Signore. Il catechismo ci insegna che si tratta dei doni dello Spirito santo.

Chiarire i termini. È chiaro che nessun essere umano sarebbe arrivato da solo a pensare che Dio fosse uno e trino. È uno dei Misteri principali della nostra fede. Essendo un Mistero, è chiaro che doveva essere rivelato. Ecco perché si dice che è il cristianesimo è anzitutto una rivelazione. Il cristianesimo è Cristo che ci parla esplicitamente di un Dio che è Padre e che ci invia lo Spirito di Dio. Se nell’Antico Testamento c’erano delle allusioni al Mistero trinitario, nel Nuovo Testamento tutto diventa chiaro. Chiaro nel senso che sappiamo che Dio non è monolitico: c’è un Padre, c’è un Figlio e c’è lo Spirito santo. La Chiesa, fin dai primi secoli, si è subito preoccupata di chiarire i termini, ricorrendo anche a una terminologia filosofica, per paura di confondere i rapporti tra il Padre, il Figlio e lo Spirito santo: il Credo, quello lungo, che recitiamo ogni domenica durante la Messa, noto come Simbolo niceno-costantinopolitano, perché frutto di due Concili, di Nicea e di Costantinopoli, è una testimonianza evidente di una Chiesa preoccupata di chiarire i termini (sostanza, persona, ecc.), per evitare le eresie.

Dire Trinità è dire vita. Se i teologi erano impegnati a trovare le parole giuste, dopo anche lotte fisicamente violente e assurde diatribe accademiche (pensate: si parla di Dio, e si litiga, ci si uccide!), i mistici erano più elastici nel loro linguaggio, perché avevano di Dio una concezione più profonda, tanto profonda che non si possono trovare parole filosofiche per esprimerla. Tra la teologia trinitaria e la mistica scelgo senz’altro la mistica: già dire Trinità è dire vita, e vita è vitalità, che non puoi contenere, che non puoi classificare. Dire vita è dire movimento, e il movimento non ha strade fisse, percorsi prestabiliti. Vedete: quando Gesù parlava di Dio, parlava come un figlio parla del padre, senza preoccuparsi di usare un linguaggio tecnico. Così quando parlava dello Spirito santo. Ecco, i mistici non si preoccupavano del linguaggio, perché sapevano che non c’è alcun linguaggio che possa esprimere l’identità di Dio. Eppure il Mistero trinitario ci aiuta a intuire che il mondo di Dio è del tutto strano, quasi paradossale. Sarebbe più facile credere in un Dio tutto d’un pezzo. No, Dio ci spiazza sempre. È un Dio con volti diversi. Già dire Dio Padre non è corretto: sappiamo che Dio non è un maschio. Già dire Figlio di Dio ci sconcerta al pensiero che si è fatto uno di noi. Lo Spirito santo poi ci sfugge, come il vento.

Armonizzare i contrasti. Il Mistero trinitario che cosa ci può suggerire? Anzitutto, che la realtà, pur complessa, è semplice e unitaria. L’unitarietà non significa che tutte le cose siano uguali. Sono variegate, e più sono variegate più la loro unitarietà si fa bella e affascinante. I grandi dipinti sono un’armonia variegata e semplice di colori. I colori presi a se stanti dicono niente, messi insieme con arte fanno dei capolavori. La stessa cosa si potrebbe dire della musica. Tutto il problema sta nel saper armonizzare i contrasti, le sfumature e le differenze. Don Tonino Bello ha valorizzato l’espressione “convivialità delle differenze”. L’umanità è un insieme armonico di differenze: culturali, razziali, sociali, politiche e religiose. C’è sempre stata la tentazione di ridurre tutto ad una unità, omologando o distruggendo le differenze. Non è qui il momento di fare neppure una sintesi di ciò che gli uomini hanno tentato di fare lungo i secoli, fin dall’inizio dell’umanità. Il concetto di superiorità è la prova che non si sopporta che esista un altro o, meglio, è la dimostrazione che l’altro ci vuole anche ma perché io possa sentirmi superiore a lui. Gli altri rappresentano come uno sgabello perché io salga più in alto. La gerarchia è fatta di gradini: ci sono superiori e ci sono inferiori. E poi mi venite a parlare di “convivialità delle differenze”? Che significa “convivialità”? Convivialità deriva da convivio, e il convivio è il banchetto: sedersi a mensa. Ma convivio indica qualcosa di più: deriva da “con”, dal latino “cum”, che significa “insieme” e da “vivio” che deriva da “vivere”. Da qui, lo star bene insieme anche attorno ad una tavola, ad una mensa. Vivere, dunque, insieme: saper vivere insieme. Il che non è facile, non è semplice, comporta difficoltà. Come si fa a mettere insieme culture diverse, due modi di pensiero diversi, due razze diverse, due religioni diverse? Quante divergenze!

Idea sbagliata di Dio e del mondo. Ecco, la Trinità è la prova che in Dio ci sono persone diverse ma complementari. Dio è la prova migliore, diciamo assoluta, della convivialità delle differenze. Ma c’è di più. La Bibbia ci dice che Dio ci ha creati a Sua immagine e somiglianza. Che significa? La concezione monoteistica di Dio ha provocato un’idea di Dio sbagliata, e un’idea del mondo sbagliata. Sì, Dio è uno solo, ma è trino. Il che sembra complicarci le cose, ma in realtà ci permette di capire l’universo, di cui noi esseri umani facciamo parte, o, meglio, siamo intimamente partecipi nel nostro essere più profondo. Non siamo particelle a se stanti che, assommandosi l’una all’altra, compongono l’umanità. L’immagine divina dell’uno e trino, è stampata dentro di noi, e nell’intero universo. Non basta però parlare solo di solidarietà, di fratellanza, di carità, ecc. C’è qualcosa di ancor più profondo, da cui scaturisce l’obbligo del nostro essere umano, che per la sua stessa costituzione è uno ed è molteplice. Oggi i fisici parlano di interconnessioni vitali della materia, che perciò non va distinta e divisa in particelle a se stanti. La concezione molecolare non tiene più. Tutto è cosmico, a partire dalle più piccole particelle. Oggi gli scienziati non parlano di una concezione meccanicistica della realtà. A spingere in tal senso la scienza fisica sono state anche le filosofie orientali con la loro visuale del tutto nel singolo. Il tutto che è il divino in noi. Eppure anche la teologia cristiana avrebbe dovuto orientare la scienza in tal senso, sapendo che Dio stesso è uno ed è trino, è uno ed è molteplice.

Il mosaico dell’umanità. La solidarietà, la fratellanza, la carità, ecc non fanno parte solo di una fede buonista, solo perché Cristo ci ha invitato ad essere buoni, caritatevoli, amorevoli, misericordiosi. Siamo uniti tra di noi, perché siamo costituzionalmente uniti nel nostro essere con l’intero universo. Perciò essere caritatevoli, fraterni, solidali non è un atto solo cristiano: siamo fatti così, e se noi ci separiamo dagli altri, dall’umanità, veniamo meno a noi stessi, tradiamo il nostro essere più reale. Più che di diritti, dovremmo parlare di doveri. Siamo fatti così, ovvero siamo cosmici per la nostra stessa costituzione. Siamo uniti agli altri perché siamo umani. “Convivialità delle differenze”, ma, attenzione: le differenze non sono le disuguaglianze sociali, che andrebbero invece eliminate. Le differenze per la convivialità sono le singolarità di ciascuno, o le identità delle nazioni, la diversità delle culture o razze. Sono differenze che arricchiscono il mosaico dell’umanità.

*Omelia del 15 giugno 2014: SS. Trinità; (Es 3,1-15; Rm 8,14-17; Gv 16,12-15). Fonte: http://www.dongiorgio.it/15/06/2014/omelie-2014-di-don-giorgio-festa-ss-trinita/

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giugno 10, 2014

PENTECOSTE, DISCESA DELLO SPIRITO

NON CON GESTI ESTERIORI O SPETTACOLARI, MA CON UNA RIGENERAZIONE INTERIORE CHE PASSA DALLA COSCIENZA

Omelia di don Giorgio De Capitani*

L’eterno sconosciuto. Ogni anno la Liturgia della Chiesa celebra in modo solenne i Misteri riguardanti l’incarnazione del Figlio di Dio (il Natale), la passione, la morte e la risurrezione di Cristo (la Pasqua), la sua salita al cielo (l’Ascensione), e, infine, la discesa dello Spirito santo sulla Chiesa nascente (la Pentecoste). Forse oggi sentiamo parlare di più dello Spirito santo. Mi ricordo che, quando da chierico studiavo teologia, i professori ci parlavano dello Spirito santo come dell’Eterno Sconosciuto. C’è stato un lunghissimo periodo in cui i cristiani non sentivano mai parlare dello Spirito santo, anche perché la Chiesa pensava a tutt’altro. È sbagliato anche dire che finalmente è iniziata l’era dello Spirito santo. Dividere le manifestazioni di Dio in ere o periodi storici è la cosa più assurda. Non c’è l’era dell’Antico Testamento, in cui Dio era Jahwe, l’onnipotente, tanto unico da non permettere distinzioni e rappresentazioni. Non c’è l’era del Cristo storico, e non c’è l’era dello Spirito santo, iniziata con la Pentecoste. Il Mistero è sempre unico.

Dio ha creato il mondo in quanto Trinità, e in quanto Trinità agisce nella storia, anche se sarà Gesù Cristo a rivelarci il Mistero trinitario. Ma se leggessimo attentamente il Vecchio Testamento, vedremmo che non si parla mai del Figlio di Dio (il Messia che gli ebrei aspettavano doveva essere un grande invincibile condottiero che li avrebbe liberati dalla schiavitù), mentre si parla dello Spirito di Dio. Ho più volte citato le prime parole della Bibbia: “Lo Spirito di Dio aleggiava sulle acque”. Ci sono altri numerosi passi in cui si allude allo Spirito. Uno dei simboli dello Spirito è il fuoco. Pensate al roveto ardente, quando Dio appare a Mosè. L’apostolo Pietro, nel suo primo discorso tenuto subito dopo aver ricevuto il dono dello Spirito nella Pentecoste, fa una lunga citazione di Gioele, profeta dell’Antico Testamento, vissuto sei secoli prima di Cristo. Gioele parla del gran giorno del Signore, quello della fine dei tempi, giorno tanto lungo quanto terribile. Esso sarà annunciato anzitutto da una effusione universale dello Spirito. La cosa sorprendente è questa: l’effusione dello Spirito del Signore non riguarderà solo alcune categorie di persone, ma tutti: figli e figlie, giovani ed anziani e persino schiavi, uomini e donne. Secondo Gioele, però, si trattava di un fenomeno carismatico, e non di un rinnovamento interiore e di santificazione.

Gesti esteriori. L’apostolo Pietro dà alle parole di Gioele un significato relativamente all’avvenimento della Pentecoste, ma sempre in linea diciamo carismatica, legata a fenomeni anche spettacolari. È così che viene descritta la discesa dello Spirito Santo sugli apostoli: è accompagnata da “un fragore, quasi un vento che si abbatte impetuoso…”, da “lingue di fuoco”, dal dono delle lingue, come se all’improvviso gli apostoli comprendessero e parlassero il linguaggio dei forestieri presenti. Anche qui bisognerebbe chiarire che le cosiddette teofanie o manifestazioni divine non vanno mai intese in senso letterale: la loro descrizione è simbolica, e i simboli, che sono carichi di significato, vanno però colti e interpretati in tutta la loro ricchezza profonda, che va al di là di fenomeni esteriori. Purtroppo, ancora oggi, si tende a tradurre la presenza divina in manifestazioni esteriori, in gesti e segni esteriori. Sta qui l’errore di certi Movimenti ecclesiali. Essi credono che, agitandosi, muovendosi, battendo le mani o cantando o invocando o ballando, Dio si svegli e li ascolti. Bisognerebbe ogni tanto rileggere l’episodio contenuto nel primo libro dei Re, quando il profeta Elia sfida quattrocentocinquanta profeti del dio balaam, prendendoli in giro per il loro agitarsi e saltellare di qua e di là. Elia li ironizza con queste parole: “Gridate a gran voce perché è un dio! È occupato, è in affari o è in viaggio; forse dorme, ma si sveglierà”.

Lo Spirito santo contro la spettacolarità. C’è un altro episodio che riguarda sempre il profeta Elia. Si trova sul monte Oreb: qui Dio gli si rivela in un modo del tutto particolare: non in un vento impetuoso, non in un terremoto, non nel fuoco, ma in una brezza leggera. Basterebbe questo per reinterpretare anche il brano degli “Atti degli Apostoli”, appena letto. Purtroppo, ripeto, nella Chiesa, è prevalso l’aspetto cosiddetto carismatico, quello spettacolare: pensate a certi fenomeni che chiamare strani è dir poco. Fenomeni che chiamerei di ordine patologico o neurologico. Lo Spirito santo non ama né la spettacolarità né vuole una Chiesa di invasati. Lo Spirito agisce come una brezza leggera. Cammina coi piedi vellutati. Rispetta con delicatezza la libertà di ciascuno. Sì, ogni tanto dà qualche scossone alla struttura. Si fa sentire più gagliardo. È la struttura che richiede che lo Spirito soffi più forte. Ma di fronte alle anime, lo Spirito si comporta diversamente. Le rispetta.

Spirito che anima il corpo. Ma vorrei citare un altro profeta, Ezechiele, di cui pochi ricordano un passo molto significativo. È la visione delle ossa aride del capitolo 37. Il profeta s’immagina una grande valle, dove ci sono migliaia e migliaia di ossa di cadaveri, che, al soffio di Dio, a poco a poco si ricompongono, riprendono a vivere. Torna in loro lo spirito di vita. Non si tratta di qualcosa di spettacolare: una bacchetta magica che Dio usa quando ne ha voglia. Tutto avviene lontano dalla folla, dalla curiosità della gente. Avviene nelle coscienze decomposte. Dio ci dice che tutto è possibile: che la vita è imprevedibile, è una energia sempre pronta a esplodere. L’uomo non è solo economico, colui che mangia, colui che si agita alla ricerca delle cose, colui che consuma: l’uomo è spirito di vita. La vita è anzitutto spirito. Spirito che anima il corpo, anche il corpo putrefatto dal consumo delle cose. Credo che sia davvero opportuno, direi doveroso, insistere sulla vitalità interiore dell’essere umano, sulla presenza in ciascuno di noi del divino più divino, senza farsi tentare dalla visibilità di segni che, invece di rivelare tale presenza divina, la coprono. La Chiesa oggi deve scoprire il Divino che è nell’Universo, senza far uso della spettacolarità o del consenso popolare. Lo Spirito agisce, senza essere disturbato da manifestazioni fuori posto.

Dio madre. Penso che sia opportuno dire qualcosa sui nomi con cui viene chiamata la terza persona della SS. Trinità. Anzitutto, spirito che cosa significa? Traduce l’ebraico “ruach”, un nome di genere femminile. Già questo potrebbe suggerirci tante cose. Solitamente pensiamo a Dio come a una realtà strettamente maschile. Lo abbiamo sempre dipinto con le sembianze di un maschio. Dio è Padre. È vero che ultimamente si parla di maternità di Dio: Giovanni Paolo I (Papa Luciani), uscì a dire: “Dio è padre, più ancora è madre”. Il termine “ruach” significa anche vento, respiro. Gesù ha inteso così, quando parlava di Spirito nella sua assoluta libertà di muoversi: uno Spirito che rigenera secondo le leggi di un ordine diverso da quello fisico.

Spinge dalla coscienza. Noi credenti, purtroppo, pretendiamo di imbrigliare il vento, di fargli fare le direzioni che vogliamo noi, anche con giravolte a seconda dei nostri capricci o dei nostri umori. Lo Spirito è il respiro del nostro essere. Tutto il resto è solo folclore. E il folclore il più delle volte nasconde un vuoto. Ciò che urta la libertà dello Spirito è ogni forma di struttura. La struttura è come un imbuto che prende e costringe a entrare in un recipiente. Purtroppo ho questa brutta sensazione: che ancora la Chiesa è come un grosso imbuto che prende il vento da qualsiasi parte provenga e lo costringe a entrare nella struttura. Le strutture possono anche illudere perché hanno le pareti trasparenti, ma una prigione con le pareti di vetro è sempre una prigione. Passerà ancora del tempo, tanto tempo, prima che le pareti si dissolveranno. Lo Spirito sa aspettare, anche se, quando trova cuori e menti aperte, non si fa desiderare, e spinge. Spinge dal di dentro. È dalla coscienza che parte il vero rinnovamento.

*Festività della Pentecoste 8 giugno 2014 (At 2,1-11; 1Cor 12,1-11; Gv 14,15-20); fonte: http://www.dongiorgio.it/08/06/2014/omelie-2014-di-don-giorgio-festivita-di-pentecoste/

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giugno 2, 2014

LA LIBERTÀ DI COSCIENZA È IL VERO PROGRESSO

SIGNIFICATO DELL’ASCENSIONE NELLA PROGRESSIVA RIVELAZIONE DELLA PRESENZA DEL DIVINO AI DISCEPOLI INCREDULI

di don Giorgio De Capitani*

Dalla padella alla brace. Per la Chiesa cattolica e le chiese protestanti, la solennità dell’Ascensione si colloca di norma 40 giorni dopo la Pasqua, secondo le indicazioni di Luca nel libro “Atti degli Apostoli”. Quindi, fin dall’antichità, la festa cade ogni anno il giovedì successivo alla Sesta domenica di Pasqua. Ci sono ancora dei Paesi in cui l’Ascensione è considerata Festa nazionale, perciò con effetti civili: tra questi Paesi non c’è più l’Italia, da quando con la legge 5 marzo 1977, cessarono di essere considerate festive in Italia, agli effetti civili, oltre all’Ascensione, anche la festa del Corpus Domini, l’Epifania, il giorno di san Giuseppe, il giorno dei santi Apostoli Pietro e Paolo, il 2 novembre, ecc. L’Ascensione e il Corpus Domini vennero spostate liturgicamente alla domenica successiva. Otto anni dopo, nel 1985, veniva ripristinata, agli effetti civili, la festività dell’Epifania. Qualche anno fa, la Chiesa ambrosiana ha pensato bene di tornare a festeggiare, solo liturgicamente, senza dunque effetti civili, le Festività dell’Ascensione e del Corpus Domini il giovedì successivo alla Sesta Domenica di Pasqua, come era anticamente. Siamo caduti dalla padella alla brace. Oggi, tra i cristiani quanti si ricordano di celebrare la Festa dell’Ascensione e del Corpus Domini? A proposito del Corpus Domini, il grande problema oggi dibattuto tra i Consigli pastorali è quando fare la processione eucaristica. Tutto qui. Mi pare poco. Non credo che la processione sia la cosa più importante del Mistero eucaristico. D’altronde, mi chiedo che cosa sia rimasto oggi del Mistero divino: come vengono celebrate le festività cristiane, a partire dalla Pasqua, dalla Pentecoste e dal Natale?

I dubbi dei discepoli. Eppure, anche la Festa dell’Ascensione ha una sua importanza, dal punto di vista teologico e pastorale. Qui chiariamo subito. Il Mistero dell’Ascensione non riguarda solo un episodio che conclude, in un certo senso, la vita terrena di Cristo. Già dire questo è sbagliato. La vita terrena di Gesù era terminata con la sua morte, sulla croce. I quaranta giorni, dalla risurrezione all’ascensione, non sono facili da comprendere: Cristo avrebbe cercato di far digerire ai suoi discepoli (non è mai apparso alla gente comune) che con la sua morte non tutto era finito nel nulla, e che era risorto, perciò ancora presente e vivo? La cosa sconvolgente è che le apparizioni di Gesù risorto, così come le narrano gli evangelisti, non sono servite a convincere gli apostoli. Mentre Gesù risorto si congeda da loro definitivamente, nutrono ancora dei dubbi, e gli pongono la domanda. «Signore, è questo il tempo nel quale ricostruirai il regno d’Israele?». Qualsiasi persona, al posto di Gesù, sarebbe entrata in depressione. Non serve cercare di trovare qualche giustificazione. Questi apostoli che cosa avevano compreso dell’insegnamento del loro Maestro? Prima, durante gli anni del ministero pubblico di Cristo, e poi, nei quaranta giorni dopo la sua risurrezione, erano ancora rimasti “duri di cuore”. Non è il rimprovero che il misterioso pellegrino ha rivolto ai due discepoli di Emmaus (il vangelo di oggi)? «Stolti e lenti di cuore a credere in tutto ciò che hanno detto i profeti!». Cristo, quando era sulla terra, non ha fatto altro che parlare di un nuovo regno, di un regno che non è di questo mondo, non è un regno puramente terreno, di un regno alla stregua degli altri regni: ricordiamo il dialogo drammatico tra Pilato e Gesù.

Il nostro tradimento. Eppure, come ha detto il misterioso Pellegrino ai due discepoli che, delusi, tornavano a casa loro, a Emmaus, già i profeti nell’Antico Testamento avevano predetto che il Cristo non sarebbe stato compreso, e per questo avrebbe sofferto. Già gli antichi profeti avevano fatto capire al popolo ebraico che il futuro messia non sarebbe venuto come un condottiero per mettersi alla guida di un esercito per liberarlo dal dominio dell’invasore straniero. Pur non avendo neppure loro idee chiare sulla vera identità del messia, tuttavia avevano messo in guardia i loro connazionali che il liberatore promesso da Dio fin dall’antichità sarebbe stato del tutto diverso da come loro se lo immaginavano. Nonostante i continui richiami di questi uomini di Dio il popolo ha continuato a credere in un messia fatto su misura delle loro attese di tipo politico. E i profeti, chi in un modo chi in un altro, furono maltrattati, perseguitati e anche uccisi. La storia si ripete. E noi continuiamo a tradire l’immagine vera di Dio e di Cristo. Neppure il Figlio di Dio era riuscito a far capire ai suoi la vera ragione della sua missione. Nell’istante in cui egli ascende al cielo, gli chiedono: “Signore, è questo il tempo nel quale ricostruirai il regno d’Israele?”. Che delusione!

Svelamento progressivo. Gli apostoli, dunque, sono rimasti “stolti e duri di cuore” anche durante i quaranta giorni dopo la risurrezione di Cristo. Sarà lo Spirito Santo, nella Pentecoste, come vedremo domenica prossima, a risvegliare la mente e la coscienza, a sciogliere il cuore degli apostoli. E allora, come intendere l’ascensione di Cristo? Solo come l’uscita definitiva di Gesù da questo mondo, deluso e scoraggiato, lasciando il posto ad una nuova era, quella dello Spirito santo? Come a dire: prima Dio Padre, nell’Antico Testamento, ha fallito, poi è arrivato il Figlio, ed è fallito, ora spetta allo Spirito santo. Chissà se a lui andrà meglio? C’è la tentazione di pensare le cose in questo modo. Se vediamo le cose così, possiamo già dire anche che anche lo Spirito santo ha già fallito. In realtà, le cose non stanno così. Forse dovremmo uscire da una certa logica che distingue le epoche in senso cronologico, dimenticando che, se è vero che il tempo passa, è anche vero che ciò che è dentro nel tempo, ovvero il suo reale contenuto, che gli antichi greci chiamavano “kairòs”, la presenza del divino, non subisce il trascorrere del tempo, ma resta in tutta la sua realtà: una realtà che si svela progressivamente, mantenendo però la propria identità.

Consapevolezza. Ma nessuno può negare che ci siano state epoche in cui la rivelazione di Dio nel tempo talora è stata più intensa di ciò che è avvenuto in epoche successive. Per presenza divina intendo anche il genio artistico, culturale, filosofico. Pensate al nostro rinascimento. Oggi sembra che il genio artistico si sia spento in tutti i campi. Anche la Chiesa ha avuto momenti splendidi nel passato. Oggi sembra che la mistica si sia spenta. Viviamo ancora di rendita. Sì, è vero, il progresso tecnologico trascina l’uomo verso un futuro diverso: nessuno di noi vorrebbe tornare all’epoca della pietra. Ma questo progresso sembra inarrestabile, e oggi sembra ancora di essere l’uomo della pietra in confronto a ciò che l’uomo inventerà domani, nel senso più stretto del termine domani. Nonostante questo, una cosa è certa: profezia o non profezia, genio o non genio, tecnica o non tecnica, la cosa più grande che l’uomo moderno ha acquisito in questi ultimi tempi, e non certo solo per merito suo, è una maggiore consapevolezza di ciò che egli è: la coscienza.

La libertà di coscienza! Anche lo Stato ha dovuto cedere, la Chiesa stessa, che ha sempre temuto gli spiriti liberi, sta cedendo. Fatica ancora, tentenna, è lì lì per, ma prima o poi cederà alla libertà di coscienza che Cristo ha fatto intuire, ha fatto capire, ha insegnato, ma che sarà poi lo Spirito santo a illuminare, nonostante, ripeto, la durezza di cuore di una Chiesa-struttura sempre pronta a proteggersi nei suoi dogmi dottrinali e nei suoi codici morali. La grande novità che sta coinvolgendo l’uomo moderno non è la tecnologia sempre più sofisticata e potente, non è il nuovo ordine economico: tutto questo fa parte del tempo che passa e travolge: la novità è la presa di coscienza del nostro essere, è quella presenza divina dentro di noi che non sopporta più il peso delle strutture vincolanti, delle leggi codificate mortificanti: è quel divino interiore che è la nostra coscienza. La realtà di questa coscienza, quando si sveglierà del tutto, farà implodere il potere statale e il potere religioso. La libertà di coscienza, che è anzi tutto e sopra tutto. Attenzione: non sto dicendo che il popolo ne sia stato ancora travolto. Il popolo, purtroppo, ama farsi trascinare dagli imbonitori. Ma forse siamo a un passo dalla più grande rivoluzione della storia. E ciò avverrà quando saremo riusciti a far capire alla massa che il vero faro, il vero punto di orientamento, la vera legge, il vero progresso è la libertà di coscienza. Cristo in quel momento gioirà, e si complimenterà con lo Spirito santo.

*Omelia del 1 giugno 2014: Settima di Pasqua (At 1,9a.12-14; 2Cor 4,1-6; Lc 24,13-35); fonte: http://www.dongiorgio.it/01/06/2014/omelie-2014-di-don-giorgio-domenica-dopo-lascensione-settima-di-pasqua/

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Maggio 26, 2014

PROTAGONISMO DELLO SPIRITO SANTO

CONTRO I POTERI DELLE AUTORITÀ RELIGIOSE. LO SPIRITO ESIGE LIBERTÀ DI PAROLA, TESTIMONIANZA, CORAGGIO DELLA SOLITUDINE

di don Giorgio De Capitani*

Autorità costituita. Nei tre brani della Messa, e in generale nei brani che la liturgia ci offre da leggere e da meditare in questo periodo pasquale, lo Spirito santo è sempre presente: è il vero protagonista assoluto della nascita e dello sviluppo della Chiesa di Cristo. Scusate se insisto: non dovremmo parlare semplicemente di Cristo che continua a rivivere nella storia, ma di Cristo mistico, ovvero del Cristo che rivive nello Spirito santo. Il brano degli “Atti degli Apostoli” ci presenta il terzo discorso tenuto da Pietro, dopo la discesa dello Spirito santo nella Pentecoste. Un discorso molto breve, ma esplicito: in poche parole, l’apostolo dice che non è stato lui a compiere la guarigione dello storpio che stava davanti al tempio a elemosinare, ma quel prodigio è avvenuto “nel nome di Gesù Cristo il Nazareno”, il Risorto nello Spirito. Questa spiegazione Pietro la dà davanti ai caporioni ebraici, che si erano subito allarmati e preoccupati che qualcuno stesse per mettere a rischio la loro autorità costituita. Costituita in nome di chi? di quale Dio?

Con quale potere o in quale nome voi avete fatto questo?”. È sempre la solita domanda che torna: “Con quale potere o in nome di chi?”. Tutto deve restare nell’ambito del proprio potere politico o religioso. Non è concepibile e non è sopportabile che succeda qualcosa al di fuori di questo ambito. Si comporterà così anche la Chiesa lungo i secoli: nulla dovrà avvenire fuori del potere ecclesiastico, tutto deve restare nel cerchio fissato dai paletti del potere. Gli stessi apostoli avevano tentato di frenare il loro Maestro, quando era in vita. Ma Gesù non si era mai lasciato condizionare. “Con quale potere e in nome di chi?”. Già dire potere è dire paura che qualcuno o ne abbia un altro più forte o sfugga a qualsiasi potere. Chi non ha potere perché sfugge alla legge del potere facendo prevalere ad esempio la forza dello spirito fa più paura di chi ha più potere terreno. Il potere teme gli spiriti liberi, proprio perché costoro escono dal cerchio, e sono inafferrabili. La lotta tra chi ha potere è una lotta diciamo simmetrica. La lotta tra potere e spirito è una lotta asimmetrica: le armi sono completamente diverse. Se anche tu avessi la bomba atomica più potente del mondo non mi fai paura, perché io ho una bomba atomica, che si chiama lo spirito di libertà. E lo spirito costa nulla in soldi, è un dono accessibile a tutti.

Suggestione per gli spiriti deboli. Ecco perché continuamente affermo e sostengo che la Chiesa non doveva, tanto meno oggi, appoggiarsi sulle forze terrene o sui mezzi potenti di questo mondo. La sua forza non sta nel potere umano, non è la conquista di terre, non è il proselitismo o la conquista delle anime, non è il numero dei seguaci o la quantità delle istituzioni. Mio Dio, quanto è insopportabile l’auto-celebrazione di una Chiesa di massa o che si conta! Bisogna dare spettacolo di se stessa! Siamo fuori dalla logica dello Spirito di Cristo. E quando parlo di interiorità, non intendo quella falsa spiritualità che sarebbe forse meglio chiamare spiritualismo, che è una forma degenerata di sacralità interiore. Lo stesso Spirito santo è strumentalizzato da Movimenti ecclesiali che pretendono di imprigionarlo, dimenticando che lo Spirito per sua stessa natura è inafferrabile. Non sopporto i Movimenti cosiddetti pentecostali che vivono di effetti fisici fino al punto di cadere nel delirio. Lo Spirito è una forza interiore che non ama esprimersi in gesti esteriori. C’è anche un potere di suggestione, di catalessi mentale, un potere che manipola le coscienze, che suggestiona gli spiriti deboli. Lo Spirito santo ama la libertà di coscienza, il vero progresso che non costringe nessuno a seguire regole o norme di gruppo. Ognuno è un sé irripetibile, singolare, non un numero che aumenta il prestigio.

In nome di chi?”. Pensate: chiedono a Pietro e a Giovanni in nome di quale Dio essi avevano compiuto quel miracolo. Lo storpio era guarito, e poteva tornare a vivere nella normalità, non più costretto a mendicare. Non dimentichiamo che a quei tempi chi aveva un difetto fisico (zoppi, ciechi, storpi ecc.) o una particolare malattia (pensate alla lebbra), essendo socialmente improduttivi, venivano messi ai lati della strada a chiedere l’elemosina. Non bastava dar loro qualcosa per farli sentire come gli altri: per tutta la loro esistenza erano costretti a vivere in dipendenza. Pietro e Giovanni non offrono come tutti qualche soldo, ma rimettono in piedi quel disgraziato, gli danno la possibilità di rientrare nella normalità di una esistenza come tutti. Ma a quei caporioni stava bene che le cose rimanessero invariate, secondo la volontà di un dio fatto su misura di una religione che stabiliva che le malattie o i difetti fisici fossero colpe di qualcosa che non rientrava in quel perfetto piano divino, per cui era assolutamente indispensabile distinguere i puri dagli impuri, i perfetti dagli imperfetti.

Di un Dio che ama la libertà. Se le cose cambiano in meglio o c’è un maggior beneficio, per quale motivo dovresti chiedermi: in nome di quale Dio lo hai fatto? Se proprio me lo chiedi, ti rispondo: in nome di un Dio che ama la libertà o il benessere di tutti, che non guarda se tu sei religioso o non lo sei. Quei caporioni avevano visto che quello storpio si era alzato in piedi e camminava, eppure se la prendono, accusando Pietro e Giovanni di aver compiuto il miracolo a modo loro, senza aver ricevuto il permesso dell’autorità competente. È bene ciò che è bene, e non ciò che stabilisce il tuo partito politico o la tua religione. E solitamente succede che ciò che stabilisce il partito politico o la religione non sempre corrisponde al vero bene dell’essere umano. Rimettersi in piedi e camminare significa riprendersi la propria autonomia. Ogni struttura, politica o religiosa, ha bisogno di gente impedita, di sudditi costretti a obbedire perché incapaci di pensare o di agire in libertà. Eppure tutti dicono, con enfasi tale da incantare anche gli angeli: Dio ti vuole bene! Sì, ma quale Dio ci vuole bene? E che significa volere bene?

Il nostro vero bene. Dio non ci ama per compiacersene. Lui non ne ha bisogno. Ci ama perché vuole il nostro bene, e il nostro bene non è dare a Dio un maggiore auto-compiacimento. In altre parole, il nostro vero bene esce da ogni schema religioso. La gratuità dell’amore di Dio non contempla mai un ritorno a Lui: è chiaro che senza il Divino non possiamo essere noi stessi, non possiamo trovare una gioia profonda, ma il Divino è qualcosa che non rientra di per sé in alcun schema religioso. La gratuità del nostro gesto verso gli altri non contempla la domanda: in nome di chi lo facciamo? Sentiamo che in quel momento c’è una tale sintonia con la sofferenza profonda dell’altro che qualsiasi motivazione che ci spinge appare fuori posto, oscura la gratuità del gesto.

Gratuità: quando ne parliamo, e se ne comprendessimo anche solo qualcosa, dovrebbero venirci i brividi. Dire gratuità è toccare quasi lo stesso Mistero divino. Purtroppo, nel nostro modo di vivere siamo molto lontani dal vero Dio. Terminato il discorso, i capi del popolo rimangono colpiti dalla determinazione di Pietro e di Giovanni, anche perché, pur “essendo persone semplici e senza istruzione”, non si sono fatti prendere dalla paura di affrontare la gerarchia, più smaliziata e più colta. Luca, che è l’autore del libro, usa una parola greca, “parresia”, che dice molto più della parola italiana “franchezza”. Il cardinale Carlo Maria Martini così spiega: «La parola greca “parresia” indica, qui e in seguito (cfr At 4,29.31; 28,31), la capacità di testimoniare liberamente e coraggiosamente il messaggio cristiano anche in un mondo ostile. Nel mondo greco essa significava la libertà di parola che spettava nell’assemblea al cittadino che godeva dei pieni diritti civili, e di conseguenza il coraggio e la franchezza con cui tale privilegio poteva venire esercitato».

Parresia. Secondo Martini, ci sono tre termini che sono contenuti nella parola “parresia”: libertà di parola, testimonianza e coraggio. Anzitutto, libertà di parola: la parola, nel caso del messaggio cristiano, è il Verbo per eccellenza, cioè la Parola di Dio che si è incarnata e ora resa attuale nello Spirito santo. La Parola non è uno schema o un dogma fisso da contenere: la Parola è la Libertà nello Spirito santo. La Parola è Novità, sempre imprevedibile, mai perciò scontata. È inafferrabile, come il vento. Secondo termine: testimonianza. La Parola non va solo detta o annunciata con la bocca, non va solo proclamata con documenti. La testimonianza coinvolge tutta la nostra vita, a partire dalla nostra mente, dal nostro cuore, e poi dal nostro modo di essere e di vivere. Talora può essere anche una testimonianza silenziosa, in ogni caso deve toccare il nostro essere. Ciò non esclude una testimonianza corale o comunitaria. Ma in questo caso, dobbiamo stare molto attenti. Quando si fa massa, la testimonianza stride, si mette in urto con la Novità dello Spirito Santo.

Coraggio della solitudine. Infine, ci vuole coraggio. E il coraggio non ci vuole quando si è massa: la massa protegge, non ci lascia mai soli. Il coraggio della solitudine! Quando si è soli a lottare, allora bisogna tirar fuori tutto il proprio coraggio, far prevalere il dovere che si ha di testimoniare la Parola dello Spirito. Carlo Maria Martini parla di diritto di parola. La pensatrice francese Simone Weil parla invece di un dovere. I diritti appartengono al mondo della forza e della violenza; i doveri invece appartengono al nostro stesso essere. Testimoniare, dunque, la parola incarnata di Dio, nello Spirito santo, non è far valere un diritto, ma è un dovere per il fatto stesso che siamo cristiani, e, vorrei dire, per il fatto stesso che siamo esseri umani.

*omelia del 25 maggio 2014: Sesta di Pasqua (At 4,8-14; 1Cor 2,12-16; Gv 14,25-29). Fonte: http://www.dongiorgio.it/25/05/2014/omelie-2014-di-don-giorgio-sesta-domenica-di-pasqua/

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Maggio 22, 2014

INIZIO DELL’UNIVERSALISMO CRISTIANO

LA MANIFESTAZIONE PROGRESSIVA PASSA PURE DALLE DIVINITÀ PAGANE. LO SPIRITO NON FA PREFERENZE MA ACCOGLIE CHIUNQUE LO TEMA E PRATICHI LA GIUSTIZIA

di don Giorgio De Capitani*

Sulla soglia. Il primo brano della Messa, preso dal libro “Atti degli Apostoli”, riporta un episodio che ci fa capire le prime mosse dello Spirito santo. A causa della sua lunghezza, il brano è stato in parte tagliato (lo potete notare dai numeri della citazione), per cui brevemente riassumo ciò che è successo. Tre sono i protagonisti: Cornelio, l’apostolo Pietro e lo Spirito santo. Cornelio era un ufficiale romano, che risiedeva a Cesarea, sede del governatore. Con tutta la sua famiglia, era “religioso e timorato di Dio”, scrive Luca. Aveva accolto le verità di fede e i principi morali del giudaismo, senza però accettare di farsi circoncidere. Non era entrato del tutto nella religione ebraica: era rimasto sulla soglia. Non era dunque un “proselito”, un convertito, ma solo un “simpatizzante”. Oggi diremmo: nonostante la carica che aveva, era un “bravo uomo” che faceva anche elemosine al popolo. Proprio per questo era molto stimato tra gli ebrei. Ed ecco la cosa sorprendente: era sul punto di farsi ebreo, invece il Dio di Gesù Cristo gli ha fatto varcare la soglia del cristianesimo.

Servono anche le divinità. Qui s’impone una domanda: era proprio necessario che Cornelio si facesse “cristiano”? Possiamo anche comprendere la differenza tra il culto nelle divinità inesistenti, come gli idoli dei pagani, e il culto nel Dio degli ebrei. Però, anche qui dovremmo stare attenti: uno studioso ha fatto notare, ed io condivido, che senza la credenza nelle divinità il mondo degli esseri umani sarebbe stato diverso, forse non avrebbe potuto sopravvivere. Il discorso si farebbe lungo, e interessante. Noi purtroppo abbiamo bollato in modo spregiativo il mondo idolatrico senza renderci conto che il vero unico Dio si è servito anche delle divinità per manifestarsi. In fondo, le divinità che cos’erano? Erano la proiezione o la sublimazione dei bisogni dell’uomo: alcuni di questi bisogni erano frutto di basse passionalità, ma la maggior parte era frutto di desideri elevati. Se è vero che il vero Dio è nell’animo umano, forse che non lo era anche nell’animo dei cosiddetti gentili o pagani? Pensate a questo fatto: i più grandi filosofi dell’antichità, ad esempio Platone, per non citare tanti altri, avevano raggiunto una tale concezione di Dio, a cui ancora oggi noi cristiani neppure lontanamente siamo arrivati.

Manifestazione progressiva. Dunque, attenzione: ridurre tutto il mondo pagano a una pura questione di idoli, inventati di sana pianta e talora ridicoli, non solo è del tutto riduttivo, ma anche offensivo nei riguardi di una numerosa schiera di artisti e di pensatori, e anche di quel popolo che, se si aggrappava al Creato ritenendolo una immagine, da qui la parola idolo, di un essere superiore, era forse più rispettoso di Dio di quanto lo siamo noi, monoteisti, cultori dell’unico Dio, ma che preferiamo lasciare nell’alto dei cieli, perché non disturbi i nostri sporchi interessi sulla natura. Sì, adoriamo l’unico Dio, e poi violentiamo il Creato, fatto a immagine di Dio. Scusate se non chiudo ancora la parentesi. Non dimentichiamo inoltre che l’Antico Testamento, che la Chiesa non ha mai rinnegato e che tuttora ritiene indispensabile per comprendere il Nuovo, non è altro che la manifestazione progressiva dell’unico Dio. Perciò, eliminare di colpo, in toto, la religione ebraica non mi pare sia la vera intenzione della Chiesa di Cristo.

Divinità ebraiche. Eppure il Cristo storico, durante la sua esistenza umana, ha combattuto l’ebraismo, ha contestato duramente il suo culto, nei suoi due pilastri: il sabato e il tempio. Anche qui bisognerebbe chiarire: spesso dico che Cristo ha capovolto tutto, a partire dalla religione ebraica. Capovolgere non significa di per sé distruggere, ma ribaltare qualcosa che è storto. Se uno cammina con la testa all’ingiù, vede le cose in modo del tutto diverso da chi cammina con i piedi per terra. La religione ebraica era arrivata al punto di vedere tutto capovolto, a partire dalla concezione di Dio e dall’essere umano. Se per i cosiddetti gentili (oggi diciamo pagani) le divinità non erano altro che invenzioni o proiezioni dei propri bisogni spirituali e materiali, e perciò non sapevano che Dio era uno solo, al di sopra degli idoli, gli ebrei, pur adorando l’unico Dio, avevano fatto della legge e del tempio altrettante divinità, alla pari, se non peggio, del mondo cosiddetto pagano.

Primato a Dio. Cristo allora che cosa ha fatto? Ha restituito a Dio il suo primato originario e ha capovolto l’essere umano. È chiaro che, se ho di Dio un’idea sbagliata, anche la mia idea di uomo è sbagliata. La religione ebraica aveva perso l’idea migliore di Dio, e perciò dell’essere umano, tanto da arrivare, in nome della religione del sabato e del tempio, a rendere l’essere umano un oggetto di culto al servizio del sabato e del tempio. Stava qui la perversione, a cui era giunta la religione ebraica. Il cristianesimo come si presentava agli occhi degli ebrei e dei pagani? Una novità: una nuova strada. Il nome originale che troviamo nel libro “Atti degli Apostoli” a indicare il cristianesimo è il greco “odòs”, che significa via, ma che è stato tradotto in lingua italiana con il termine “dottrina”. Vedete come si fa a tradire il cristianesimo.

Passiamo ai fatti. Cornelio viene avvertito, tramite una visione angelica, di mandare a chiamare l’apostolo, che si trova a Giaffa, distante da Cesarea una cinquantina di chilometri. Nel frattempo anche Pietro ha una visione, molto singolare, per non dire strana. Vede scendere dal cielo come un grande recipiente di tela, misteriosamente sostenuto ai quattro capi: dentro c’è un miscuglio di animali terrestri e uccelli di tutti i tipi, puri e impuri. Gli animali impuri, secondo il Levitico, non potevano essere mangiati da un ebreo osservante. Ma una voce dal cielo invita Pietro ad uccidere quegli animali e a cibarsi anche degli animali impuri. Sul momento egli rimane perplesso: non intuisce subito la novità, ovvero il superamento della distinzione tra puro e impuro che il cristianesimo è venuto a portare. Ed ecco che viene avvertito dallo Spirito santo che stanno arrivando gli inviati con l’incarico di accompagnarlo a Cesarea da Cornelio.

Il dono dello Spirito santo. Pietro, giunto a Cesarea, per incontrare Cornelio deve entrare in casa sua, ovvero nella casa di un pagano che, secondo la legge ebraica, era ritenuto un impuro. Ecco che la visione precedente degli animali puri e impuri gli si svela di colpo. Pietro allora non esita a scostarsi dall’usanza ebraica, e s’incontra con Cornelio. Cornelio spiega a Pietro il motivo per cui l’ha fatto chiamare. L’apostolo allora tiene un breve discorso: i discorsi precedenti erano rivolti al popolo ebraico, stavolta egli si rivolge al mondo pagano. Pietro parla di un Dio che “non fa preferenze di persone, ma che accoglie chi lo teme e pratica la giustizia, a qualunque nazione appartenga”. L’universalismo del cristianesimo inizia a dare i suoi primi passi. Mentre sta parlando, all’improvviso Cornelio e i suoi familiari, parenti e amici, ricevono il dono dello Spirito Santo, come una nuova Pentecoste. Pietro allora li battezza.

Lo Spirito non aspetta la chiesa. Qualcuno si chiederà: prima c’è la discesa dello Spirito santo, e poi il battesimo? Perché poi la Chiesa invertirà i sacramenti: prima il battesimo, poi la cresima? Non saprei darne una ragione. E poi, non dobbiamo dimenticare che, la sera di Pasqua, quando Gesù appare agli apostoli riuniti in casa, dopo aver soffiato su di loro dice: «Ricevete lo Spirito Santo». Non penso che gli apostoli fossero già battezzati. Vorrei insistere. La Chiesa purtroppo ha istituzionalizzato in varie tappe cronologiche la recezione dei doni della grazia di Dio. Prima questo, e poi quello. Prima il battesimo, e poi gli altri sacramenti. Anticamente, non era chiara la distinzione tra battesimo, cresima e eucaristia: venivano amministrati contemporaneamente. Oggi si vorrebbe di nuovo mettere insieme nello stesso giorno Cresima e Prima Comunione. Forse il vero problema è un altro: occorre far capire che la grazia di Dio non segue i ritmi imposti dalla religione nei suoi riti o nelle sue esigenze anche pedagogiche. Siamo arrivati al punto di separare i sacramenti in varie tappe successive tanto da far dimenticare che il Mistero di Dio è uno solo, e soprattutto che lo Spirito santo non aspetta l’ok della Chiesa per entrare in azione.

Dio non fa preferenze. Senza voler sminuire o distruggere il valore dei riti e dei sacramenti, vorrei far capire invece quanto sia importante il rapporto profondo che c’è tra l’uomo e il sacro, indipendentemente dalle credenze religiose di ciascuno: l’apostolo Pietro, nel suo discorso a Cornelio e familiari, ha parlato di un Dio che non fa preferenze di persone, ma che accoglie chi lo teme (cioè lo ama) e pratica la giustizia, a qualunque nazione appartenga”. Parole sacrosante che sono state dimenticate lungo i secoli dalla stessa Chiesa. Far comprendere che il vero Dio è così è il compito dello Spirito di Cristo. Oggi invertire la recezione dei sacramenti non risolve niente. Dobbiamo invece educare, sempre, in ogni caso, ad ogni sacramento che riceviamo, che lo Spirito è uno solo, e che si è messo in azione quando siamo venuti in questo mondo. L’autore sacro inizia il racconto della Genesi con queste parole: “La terra era informe e deserta e le tenebre ricoprivano l’abisso e lo spirito di Dio aleggiava sulle acque”.

*Omelia del 18 maggio 2014: Quinta di Pasqua, (At 10,1-5.24.34-36.44-48a; Fil 2,12-16; Gv 14,21-24). Fonte: http://www.dongiorgio.it/18/05/2014/omelie-2014-di-don-giorgio-quinta-domenica-di-pasqua/

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Le Tre cime di Lavaredo

Maggio 6, 2014

BATTESIMO NELLO SPIRITO SANTO

SIGNIFICA SCOPRIRE L’ESSENZA DEL CRISTIANESIMO, LA RADICALITÀ E NOVITÀ PROFETICA DEL VANGELO

di don Giorgio De Capitani*

Un rito non cambia la vita. Ecco le parole di Giovanni il Precursore: «Colui che mi ha inviato a battezzare nell’acqua mi disse: “Colui sul quale vedrai discendere e rimanere lo Spirito, è lui che battezza nello Spirito santo“». Il Battista, dunque, battezzava nell’acqua invitando la folla a convertirsi e a chiedere perdono dei peccati. In altre parole, il battesimo di Giovanni era solo un rito di purificazione, aveva un significato di carattere morale, riguardante cioè il comportamento delle folle che accorrevano a lui. Aveva commesso degli errori, era sulla strada sbagliata? Ecco che, attraverso il rito di immersione nelle acque del Giordano, unitamente al pentimento, suscitato anche dalle dure parole del Battista, il popolo prendeva coscienza e otteneva il perdono di Dio. Ma questo ravvedimento quanto durava? Non penso che ogni qualvolta si commetteva un peccato si tornava al fiume Giordano per farsi di nuovo battezzare. Non c’è nessun rito, presso nessuna religione, che possa cambiare definitivamente la vita a qualcuno. Siamo sempre soggetti a sbagliare. C’è in noi quella tendenza o quella innata inclinazione per cui, come dice San Paolo, vorremmo fare il bene ma poi facciamo il male.

Estirpato il peccato originale? Il battesimo di Gesù non è un rito purificatorio, va ben oltre. Eppure ci hanno sempre insegnato fin da bambini che con il battesimo viene tolto il peccato originale, quando tutti sappiamo che non è così. Sarebbe troppo bello che di colpo, con un rito, venga estirpata per sempre l’inclinazione al male. Ma la realtà che cosa ci dimostra? Che anche i cristiani battezzati hanno continuato a commettere delle nefandezze. La gerarchia della Chiesa si è macchiata nel passato di delitti mostruosi, e tuttora non è che le cose siano del tutto migliorate. E allora, come si può dire che col battesimo viene estirpato il peccato originale? E come si può dire che con il battesimo siamo rinati alla vita divina, siamo diventati figli di Dio, come se chi non è battezzato non fosse figlio di Dio? Diciamo inoltre che oggi il sacramento del battesimo ha perso anche il suo valore sacramentale: numerosi cristiani fanno battezzare i loro figli (alcuni genitori perfino se ne dimenticano), ma non si rendono conto del valore del battesimo sacramento. Già all’inizio del cristianesimo, quando il battesimo era amministrato solo agli adulti e non era ancora riconosciuta la confessione individuale, si introdusse l’usanza, tra l’altro duramente condannata da alcuni vescovi, di rimandare il battesimo poco prima di morire, così si pensava di ottenere il perdono di ogni peccato, colpa e pena, per accedere direttamente in paradiso.

Snellire il castello istituzionale. Che significa, dunque, che Cristo battezza nello Spirito santo? Che rapporto c’è tra il battesimo sacramento e lo Spirito santo? Perché la Chiesa ha distinto il battesimo dalla cresima? Sono due momenti da tenere separati come se il battesimo ci dà solo un assaggio dello Spirito santo riservandone la pienezza con il sacramento della cresima? Sono domande che dovrebbero farci riflettere. Pensate: anche nelle recenti riforme a proposito delle tappe sacramentarie della iniziazione cristiana, lo sforzo di rinnovamento è stato rivolto a stabilire bene i tempi per la preparazione alla recezione dei sacramenti. E poi, che cosa in realtà è cambiato? Non sarebbe forse più importante rivedere tutto il nostro modo di rapportarci con Dio? Ci si lamenta che la fede sta perdendo su tutti i campi, ma il modo migliore per riavvicinare l’uomo a Dio non sarebbe quello di snellire un po’ tutto quel castello istituzionale che ci ha allontanato dal Mistero divino?

Fare il grande passo. Non si deve aspettare l’irrimediabile, ma bisogna prevenire. Prevenire significa cogliere le opportunità per risvegliare la coscienza del Divino in noi. Tutti sappiamo che quando una religione diventa un insieme di istituzioni rituali o formali, o un insieme di rigidi dogmi dottrinali e morali, a rimetterci è il profondo rapporto con Dio. Non abbiamo ancora il coraggio di fare il grande passo: un passo di qualità. Che senso ha, ad esempio, tenere i padrini e le madrine per il battesimo e per la cresima? Perché non toglierli? Mi limito a questo particolare, ma potrei dire di più sulla preparazione e sul rito del battesimo e della cresima. Quante cose che non vanno! Eppure basterebbe leggere e rileggere la parola di Dio, senza paura di mettere in crisi le nostre istituzioni. Si tratta, e questo è un dovere, di restituire al cristianesimo la sua anima. Anche le parole della Lettera agli Ebrei, nel brano appena letto, sono chiare. Si parla di Cristo, il sommo sacerdote universale, non legato alla religione: è in questa Lettera che troviamo l’espressione “secondo l’ordine di Melchisedek”. In altre parole, Cristo è il sommo sacerdote la cui origine risale ancor prima del sacerdozio di Aronne: Melchisedek era un sacerdote e un re pagano. La Bibbia lo presenta come uno senza padre, senza madre, senza genealogia, senza legami di parentela o di tempo, libero da tutto e da tutti, un sacerdote oggi diremmo cosmico. Anche noi preti siamo stati consacrati sacerdoti “secondo l’ordine di Melchisedek”. Ma chi pensa a queste cose? Ed ecco invece che siamo ministri di una religione piena di legami d’ogni tipo.

Conciliare la struttura con lo Spirito. Inoltre, la Lettera agli Ebrei parla dello Spirito Santo. Ma come intendere lo Spirito di Cristo? Lo Spirito santo ancora oggi ci viene presentato dalla Chiesa come colui che ha preso il testimone da Cristo. Forse le cose stanno diversamente. Non si tratta di due fasi o di due momenti distinti: prima ha agito Cristo, e poi, dopo la sua morte, agirà lo Spirito santo. Non è facile per nessuno entrare nel profondo di questo Mistero divino. Almeno una cosa dovremmo capire: lo Spirito santo ha la missione di approfondire il Cristo storico, di farci rivivere l’incarnazione del Figlio di Dio in tutta la sua novità profetica. Non so se riesco a farmi capire. È chiaro che viviamo in questo mondo, e non possiamo fare a meno di qualche struttura. Non siamo puri spiriti. Anche la Chiesa ha bisogno di una struttura, ma il problema è come conciliare la struttura con lo Spirito santo, che è l’anima della Chiesa.

Povertà e libertà. Se proprio vogliamo anche imitare il Cristo storico, i Vangeli ci dicono che egli non aveva un sasso dove posare il capo, non aveva una dimora fissa, era poverissimo, non aveva legami con nessun potere, era libero di parlare, fuggiva da ogni consenso popolare, litigava continuamente con i caporioni, non faceva altro che mettere in crisi la religione ebraica scardinandola nei suoi pilastri (pensate alla legge del sabato e al tempio), infine è stato condannato a morte come blasfemo, come eretico. Ripeto, se la Chiesa vuole proprio imitare ciò che Cristo ha fatto e ha detto, lasciando da parte lo Spirito santo, che almeno sia coerente: sia povera, sia libera di parlare, non cerchi il consenso popolare, non cada negli stessi difetti della religione ebraica ecc. ecc. Ma questo non lo vediamo. C’è nulla o ben poco del Cristo storico nella Chiesa di ieri e di oggi. Ma non è questo il vero problema. Il vero problema è che non potrà mai essere in linea con la radicalità del Cristo storico fino a quando non si lascerà permeare dall’azione dello Spirito santo. Non basta imitare il Cristo storico, scimmiottandolo. È il Cristo nello Spirito che deve animare la Chiesa.

Educarci a comprendere. Lo Spirito santo non ha il compito – scusate se insisto – di ripresentarmi, di volta in volta, ciò che Cristo ha fatto o ha detto, anche perché siamo sempre pronti a giustificarci dicendo: quelli di Cristo erano altri tempi, ed è vero! Come del resto, non dobbiamo imitare la vita dei santi alla lettera. Erano altri tempi. Lo Spirito santo ha il compito di educarci a comprendere che cosa significhi la radicalità del messaggio evangelico, traducendolo nell’epoca presente. Questo è il vero problema, il problema che ad esempio si era posto Papa Giovanni XXIII e soprattutto in modo drammatico Paolo VI: il rapporto col mondo moderno. Non si tratta di arrivare a qualche compromesso, si tratta invece di cogliere nel mondo moderno il bisogno del divino, e da qui partire per un dialogo profondo. Fino a quando la Chiesa si presenterà nella sua presunzione di avere il monopolio della verità, e per di più nella imponenza delle sue mastodontiche strutture, non potrà mai agganciare la sete d’infinito del mondo moderno.

Sacralità. Non è la religiosità da mettere in campo nel dialogo con il mondo moderno: casomai è la sacralità che è in ogni essere umano. Ogni realtà è sacra, ma non necessariamente religiosa, intendendo per religioso ciò che appartiene ad una chiesa o a una confessione religiosa. Non mi stancherò mai di farvi capire l’enorme differenza che esiste tra religiosità e sacralità. Lo Spirito santo ha il compito di illuminare ciò che è sacro in noi e nel mondo, certamente senza voler distruggere ciò che è religioso, ma nello stesso tempo senza fare della religione lo scopo ultimo della propria fede. La religione è un mezzo, solo un mezzo per raggiungere il sacro che è in noi. Non è l’unico mezzo, o l’unica strada. È proprio il caso di dire: le vie dello Spirito santo sono infinite.

*Dall’omelia del 4 maggio 2014: terza domenica di Pasqua. Letture: At 19,1b-7; Eb 9,11-15; Gv 1,29-34. Fonte: http://www.dongiorgio.it/04/05/2014/omelie-2014-di-don-giorgio-terza-domenica-di-pasqua/

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aprile 27, 2014

IL CRISTO STORICO E QUELLO DELLA FEDE

NON È RESTATO SULLA TERRA, PER LASCIARE SPAZIO ALLO SPIRITO SANTO, CHE CI SPINGE AD ANDARE OLTRE
di don Giorgio De Capitani*

Un rifiuto quasi comico. Durante il periodo pasquale i brani della Messa sono tutti tratti dal Nuovo Testamento, e già questo fa capire la novità della Risurrezione di Cristo. C’è qualcosa di imprevedibile, e di inaccettabile da parte della religione ebraica. I riferimenti alla Risurrezione del Messia, presenti nel Vecchio Testamento, sono pochi e tutti impliciti. Se, come ha scritto lo stesso san Paolo, il Cristo crocifisso era uno scandalo per gli ebrei e una stoltezza per i pagani, il Cristo risorto era qualcosa di inconcepibile, da suscitare, oltre che un rifiuto, una specie di comicità. L’episodio di san Paolo che, ad Atene, mentre parla di risurrezione davanti ai pagani, rimane solo tra il dileggio e le risa dei presenti che se ne vanno dicendo: “Ti sentiremo un’altra volta”, è una dimostrazione di quanto fosse lontano dal mondo greco anche solo pensare alla vita dopo la morte. E sappiamo che anche tra gli ebrei c’era un dissenso su questo argomento: i sadducei, che ancora ai tempi di Gesù costituivano un partito più politico che religioso, molto influente e potente, benché poco numeroso, non credevano, a differenza dei farisei, nella risurrezione in genere.

Il cuore del cristianesimo. La Chiesa primitiva non si è fermata solo all’annuncio: Cristo ha patito, è morto ed è risorto. Era il cosiddetto “cherigma”, ovvero il nucleo della prima predicazione apostolica. Ma i primi cristiani non si accontentavano di annunciare queste verità fondamentali per la fede in Cristo. Nello stesso tempo riflettevano, discutevano, approfondivano questi misteri. A loro interessava fino a un certo punto che Gesù fosse apparso a questo o a quello, a queste donne o a quegli uomini. Già l’ho detto: i racconti delle apparizioni, nei quaranta giorni tra la risurrezione e l’ascensione, sono frammentari, anche confusi, senza alcuna specifica cronologia. L’intento degli evangelisti era quello di portare i primi credenti, a iniziare dagli apostoli e dai discepoli di Gesù quando il Maestro era in vita, a rendersi conto di ciò che era successo in quel mattino di Pasqua; e, proprio partendo da lì, a riflettere su quanto Cristo aveva detto e aveva fatto in vista della sua morte e risurrezione. In altre parole, il Mistero pasquale è il cuore del cristianesimo. E sarà sempre difficile, come lo è stato lungo i venti secoli che oramai ci separano da quei grandi Eventi che hanno rivoluzionato la storia mondiale, cogliere fino in fondo la realtà di questi Misteri. Ecco perché insisto nel dire che dobbiamo stare attenti: la Chiesa non ha fatto che istituzionalizzare i Misteri che sono la sorgente della nostra fede ma che non possono essere tenuti a freno tra le quattro mura di una religione-struttura. Anche se nessuno può bloccare Dio, in realtà si cerca di farlo, e a soffrirne siamo noi, non Dio. Siamo noi che ci allontaniamo dalla sorgente della vita.

Vivo ma non rimasto sulla terra. Vorrei che capissimo qual è il nostro più grave errore di credenti. Il problema non sta nell’essere più o meno praticanti, ma nella fede profonda nel Mistero divino che dà senso alla nostra pratica religiosa. Ecco la domanda impegnativa: per noi chi è Cristo? Quello storico o quello della fede? Il Cristo storico è lo stesso del Cristo della fede? Se ci riflettiamo seriamente, il Cristo della religione non è altro che il Cristo storico, anche se rivisto e rimaneggiato più volte. Gesù è nato, così e cosà, Gesù ha fatto questo o quello, Gesù ha detto queste e queste altre cose, si è scontrato un po’ con tutti, è stato misericordioso verso i più deboli, ha compiuto dei miracoli, infine lo hanno preso, condannato e messo su una croce. E poi, ecco il più grande miracolo: Cristo ha spiazzato tutti, risuscitando dai morti, ma non è rimasto sulla terra. A che sarebbe servito? Se fosse di nuovo rimasto, non avrebbe fatto che ripetere la sua storia precedente fino alla morte.

È bene per voi che io me ne vada. E allora, qui sta il punto: la risurrezione che cos’è? come dobbiamo intenderla? Il Cristo della nostra fede si ferma agli eventi storici fino alla sua risurrezione, oppure la nostra fede è proprio nel Cristo risorto che rivive in noi e nella storia, ma in un modo del tutto diverso, diciamo nuovo, in confronto al Cristo storico? Specifico ancora meglio: ciò che sto dicendo è troppo importante, vorrei perciò evitare di dire cose che possano confondere magari quelle poche certezze che ci sono rimaste. Gesù, nei discorsi cosiddetti dell’Ultima Cena, i discorsi d’addio, riferiti dall’evangelista Giovanni, a un certo punto parla dello Spirito santo e dice (capitolo 16, versetti 5, 6 e 7): «Ora però vado da colui che mi ha mandato e nessuno di voi mi domanda: “Dove vai?”. Anzi, perché vi ho detto questo, la tristezza ha riempito il vostro cuore. Ma io vi dico la verità: è bene per voi che io me ne vada, perché, se non me ne vado, non verrà a voi il Paràclito (il consolatore); se invece me ne vado, io lo manderò a voi».

Immagini che ci allontanano dal vero Dio. I più grandi mistici – pensiamo soprattutto a Meister Eckhart, Margherita Porete, Henry Le Saux e anche a San Giovanni della Croce – parlando del distacco dalle cose per raggiungere la perfetta unione con Dio nel proprio essere interiore, si riferivano anche al distacco dalle stesse immagini di Dio: quelle immagini che tradiscono la vera identità di Dio, rendendolo un idolo. La parola “idolo” significa immagine. Nel suo famoso Sermone “Beati pauperes spiritu”, Meister Eckhart esce a dire: “Prego Dio che mi liberi da Dio”. Intendeva dire: preghiamo Dio che ci liberi dalle immagini che ci siamo fatti o che ci facciamo ancora di Lui. Preghiamo Dio perché ci liberiamo di queste immagini che disturbano, addirittura ci portano lontano dal vero Dio, che ci fanno da ostacolo al nostro incontro con Lui. E Meister Eckhart citava spesse volte le parole di Gesù: “È bene che io me ne vada”, altrimenti lo Spirito non potrà agire in voi in tutta la sua libertà. Perché? Per il semplice motivo che rimaniamo sempre attaccati al Cristo storico: a quello che Lui ha detto o ha fatto, ma senza capire che bisogna andare oltre, se vogliamo dare allo Spirito santo la possibilità di completare l’opera di Gesù.

Lo Spirito santo non è solo un garante. Noi, purtroppo, ci siamo fermati al personaggio storico di Cristo, e abbiamo costruito una religione, il cui unico scopo sembra essere quello di rifarsi solo alle immagini di Cristo, e ancor peggio tradendo lo stesso personaggio storico, facendo dire a Cristo ciò che non ha mai detto, o interpretando le sue azioni, senza cogliere il loro profondo significato. I mistici si rifanno spesso al quarto Vangelo, perché Giovanni è stato tra i quattro l’evangelista che ha insistito di più nell’invitare i primi cristiani a non fermarsi al Cristo puramente storico, ma ad andare oltre, per cogliere ciò che è l’aspetto profetico o mistico. Anche il brano del Vangelo di oggi è molto chiaro in tal senso: l’apostolo Tommaso vuole ancora toccare il corpo di Cristo per avere una prova della sua risurrezione. E Cristo come risponde? «Perché mi hai veduto, tu hai creduto; beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!». Ecco il Cristo della fede! Capite allora che non è facile parlare del Cristo risorto, e che gli stessi evangelisti si trovano in difficoltà ogniqualvolta narrano le sue apparizioni. La risurrezione di Gesù non è la conclusione gloriosa della vita umana di Cristo. La risurrezione ci porta quasi in un altro mondo: il mondo della fede, che è il mondo dello Spirito santo, il quale, lo ripeto fino alla nausea, non ha ricevuto l’incarico di farci ricordare ciò che effettivamente Gesù ha detto o ha fatto. Quasi fosse solo un garante. Noi sentiamo spesso dire: lo Spirito santo ha fatto sì che gli autori della Bibbia non dicessero il falso. È riduttivo dire questo. Non è degno dello Spirito santo, il cui compito invece è molto più grande e prezioso, e consiste nell’aiutare a cogliere e a vivere il Mistero divino in tutta la sua realtà.

Quale fede. Pensate allora a quel tipo di fede che purtroppo ha caratterizzato e tuttora caratterizza una certa Chiesa e le comunità cristiane. Ma che significa credere? Che significa che dobbiamo liberarci di tutte le immagini di Cristo e di Dio? Che significa praticare la fede? Che significa che la Chiesa non è solo una istituzione o una struttura o una religione? Che dire di quella paranoica ricerca del miracolo, di quell’aggrapparci ai segni esteriori divini, come se, senza di essi, non potessimo credere? Come possono convivere la spettacolarità, il folclore e la fede interiore? Si vogliono vedere madonne piangenti dappertutto, Dio che detta le sue regole, lo Spirito santo aleggiare come una colomba fisica sulle acque tempestose di questo mondo. Ma tutto questo è fede? Credere non sta nel vedere, non sta nel toccare, come ha preteso l’apostolo Tommaso, rimproverato dal Cristo risorto. Da una parte ci sentiamo spinti ad aggrapparci alle immagini di Dio o di Cristo, e dall’altra sentiamo dentro un vuoto interiore: ci manca un qualcosa, sentiamo disagio di fronte ad una Chiesa che cerca consenso, che impone il proprio potere, attraverso anche manifestazioni di masse che applaudono i santi, dopo averli ignorati e magari uccisi.

*dall’omelia del 27-4-2014, seconda domenica dopo Pasqua; fonte:http://www.dongiorgio.it/27/04/2014/omelie-2014-di-don-giorgio-seconda-di-pasqua/

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febbraio 17, 2014

OBBEDIRE A DIO E ALLA PROPRIA COSCIENZA

PARTECIPIAMO TUTTI AL SACERDOZIO UNIVERSALE DI CRISTO, AL DI SOPRA DI OGNI RELIGIONE: PRIMATO DELLA COSCIENZA E DELLA RESPONSABILITÀ
di don Giorgio De Capitani*

Capolavoro letterario e teologico. Anche in questa domenica, la liturgia ci presenta alcuni brani della Bibbia che meritano una particolare attenzione. Vorrei partire dalla Lettera agli Ebrei che, come tanti di voi sanno, non è stata scritta da San Paolo, ma da un autore di cui ancora oggi non conosciamo il nome. Già lo scrittore cristiano Origène nel III secolo d. C. si chiedeva: “Chi ha scritto questa lettera? Il vero, Dio solo lo sa!”. Incerto, dunque, l’autore, incerti sono anche i destinatari che non sono certamente ebrei, ma piuttosto giudeo-cristiani, e incerte sono pure le coordinate storiche e geografiche: quando e dove la lettera è stata scritta? L’unica cosa certa è che siamo in presenza di un capolavoro letterario e teologico. Si tratta non tanto di una lettera, quanto di una omelia, al cui centro domina la figura di Cristo, sacerdote perfetto della nuova alleanza tra Dio e l’umanità. La cosa davvero interessante sono i riferimenti all’Antico Testamento, ma soprattutto alla figura di Melchisedek, il re-sacerdote di Salem (ovvero Gerusalemme) che incontra Abramo, dopo che questi stava tornando, vittorioso, da una guerra.

Dove sta la novità rivoluzionaria? Cristo non è sacerdote secondo la religione ebraica, ovvero secondo l’ordine di Levi, ma secondo l’ordine di Melchisedek. Chiariamo meglio. Nella Bibbia il sacerdozio che garantiva il servizio e il culto nel Tempio di Gerusalemme era esclusivo della tribù di Levi, una delle dodici tribù d’Israele, tribù che discendevano dai dodici figli di Giacobbe, di cui il terzo si chiamava appunto Levi. I sacerdoti, dunque, provenivano tutti dalla tribù di Levi, per questo si chiamavano Leviti. Ed ecco la novità. Cristo esce da questa discendenza sacerdotale, sovvertendo la religione ebraica, e si connette a Melchisedek, sacerdote fuori di ogni norma e di ogni schema, un sacerdote pagano, anche se adorava il Dio Altissimo. Altissimo di per sé non vuol dire unico, vuole dire che è al di sopra di tutte le altre divinità. Ma c’è di più. Il racconto della Genesi presenta Melchisedek come privo di genealogia, quindi libero dal tempo e dai vincoli di sangue, perciò radice di un sacerdozio non più ereditario, ma eterno e definitivo.

Il sacerdozio di Cristo, dunque, non appartiene più ad alcuna religione. Egli è il sommo sacerdozio, e da lui, solo da lui, discendono tutti i sacerdoti, non solo quelli ordinati dal vescovo, ma anche il sacerdozio comune, quello del popolo di Dio. Ma soprattutto noi preti, ministri della Chiesa, dovremmo riflettere su questa verità: siamo stati ordinati secondo l’ordine di Melchisedek, “senza padre, senza madre, senza genealogia, senza principio di giorni né fine di vita”. Quando il sacerdote novello celebra la sua prima Messa nel proprio paese, il coro parrocchiale solitamente canta: “Tu es sacerdos in aeternum, secundum ordinem Melchisedek”. Chissà quanti si son chiesti: Carneade, chi era costui? Alla fine di giugno dell’anno scorso, in occasione del mio cinquantesimo di ordinazione sacerdotale, durante l’omelia mi sono soffermato a chiarire questo aspetto essenziale del sacerdozio di Cristo e quindi del sacerdozio nella Chiesa. Vorrei riportare un brano della predica. Melchisedek è sacerdote universale, senza legami di carne e di tempo, senza genealogia, libero da ogni condizionamento, ministro di un Dio non strettamente religioso, al di sopra di tutti e di tutto, non per restare lontano dalle vicende umane, ma per essere ancor più vicino a tutti indistintamente.

Sacerdote cosmico. Noi preti dovremmo ricordarci di essere senza padre e senza madre, senza genealogia, di non essere legati ad un determinato tempo, ad un determinato spazio, pur vivendo in una determinata epoca e incarnati in un determinato territorio, per essere più liberi di vivere il presente in tutta la sua carica di Umanità. Raimon Panikkar, morto alla fine di agosto del 2010, figlio di padre indiano induista e di madre cattolica catalana, che ha sempre rivendicato la sua appartenenza a quattro religioni: la cattolica, l’induista, la buddhista e la secolare, alla domanda: «Tu, maestro, sei un sacerdote cattolico. Ma come intendi il tuo ministero?», risponde: «Io sono un prete cattolico e credo nel Cristo. Ma la mia ordinazione sacerdotale è “secondo l’ordine di Melchisedek”, cioè di quel personaggio, di quel re di cui parla la Bibbia, e al quale fa riferimento la teologia del sacerdozio. Melchisedek non era ebreo, non credeva in Jahve, apparteneva ad una razza maledetta, e ciononostante, come attesta la Bibbia, è detto superiore ad Abramo». Parlando poi della Festa del Corpus Domini, Panikkar dice: «Oggi è la festa del sacerdote cosmico, come lo è stato Melchisedek che fu “rivoluzionario” perché non consacrato a nessun ordine, a nessuna burocrazia sacra.

Sacralità. Allo stesso modo il sacerdote cattolico non può considerarsi parte di nessuna burocrazia, né di quella vaticana né di quella “tribale”, forgiata sul modello giudaico. Lo stesso Gesù ha avuto il buon gusto di non appartenere a nessuna casta sacerdotale, e non fu mai un capo, un boss, ma solo un laico, un comune servitore degli altri per carisma e umiltà». Anche la parola “sacerdote” dovrebbe farci riflettere. Deriva da “sacer”, ovvero sacro, una parola che è stata fraintesa e scambiata con la parola “religioso”. Dire sacro e dire religioso di per sé non è la stessa cosa. Ma la cosa grave è quando la sacralità è al servizio della religione. La sacralità fa parte dell’essere umano, fa parte di tutto il creato, indipendentemente dalle credenze religiose. È sacro allo stesso modo il credente e il non credente, il cattolico e il buddista. La sacralità è il divino che c’è in noi, indipendentemente se uno ci creda o no. La religiosità è una forma di sacralità, ma non è sempre segno della divinità.

Servitori della sacralità. Sommo sacerdozio significa dunque che Gesù Cristo incarna in modo assoluto la divinità. Noi non siamo che partecipi di questa sacralità, anche ministri, ovvero servitori della sacralità che fa parte dell’universo. Invece, ecco il tradimento, ci crediamo padroni in una religione che mette la sacralità al servizio della propria struttura. Il primo brano e il Vangelo ci sconvolgono ancora di più. Il primo racconta l’episodio del sacerdote Achimèlec che permette a Davide e ai suoi compagni affamati di nutrirsi dei pani sacri, i “pani della proposizione”, chiamati anche i pani “della presenza” o “dell’offerta”: erano dodici pagnotte che, secondo un’usanza antichissima (vedi l’episodio di Melchisedech che offre al Dio Altissimo pane e vino), venivano offerte dagli ebrei a Jahveh, in riconoscimento del suo supremo dominio sopra tutte le creature, ed erano poste su un tavolo nel luogo chiamato Santo, e venivano rinnovate ogni sabato. I pani sostituiti potevano essere mangiati solo dai sacerdoti. Questo episodio è stato ricordato anche da Gesù, quando venne criticato dai farisei perché i suoi discepoli, in giorno di sabato, si erano messi a mangiare alcune spighe, cosa che era proibita dalla legge del sabato. E alla legge del sabato si richiama anche il brano del Vangelo: Gesù guarisce, di sabato, un uomo che aveva una mano paralizzata.

Legge come mezzo. La legge, ogni legge, non è che un mezzo, solo un mezzo al servizio di un fine. La cosa tragica è quando si trasforma il mezzo in un fine, ovvero, nel nostro caso, quando la legge prevale sul fine. Qual è il fine che la legge deve servire? Ecco la domanda che dovremmo sempre porci di fronte ad ogni legge. La legge è al servizio della dignità dell’essere umano, dove risiede il divino. In ogni essere umano c’è la presenza del divino, che lo sappiamo o non lo sappiamo. Non tocca a noi e neppure al potere costituito stabilire se e quando c’è la presenza del divino in un essere umano. Per secoli e secoli abbiamo sostenuto, complice anche la religione, che ci sono esseri più umani e meno umani, più divini e meno divini. Pensate alla schiavitù, fenomeno aberrante che ha macchiato generazioni e generazioni anche delle cosiddette civiltà. Alla domanda dei farisei: «È lecito guarire in giorno di sabato?”, Gesù risponde: «È lecito in giorno di sabato fare del bene». Questo è il vero e l’unico criterio per stabilire come osservare il sabato, ovvero la legge. Il sabato sta per legge. Gesù dirà in un’altra occasione: “il sabato è per l’uomo” e non viceversa. Vi rendete conto che sulla legge ci siamo giocati la stessa religione, Dio stesso, per non parlare dell’umanità intera?

Obbedienza e coscienza. Ancora oggi conta la legge, la struttura, l’ordine, la disciplina, più della coscienza, della nostra dignità umana. La legge è solo un mezzo per un fine. Di fronte alla legge, a qualsiasi legge, dovrei chiedermi: qual è il suo fine? Basta con l’obbedienza cieca ad una legge che è fine a se stessa! Così dice la legge, e allora bisogna obbedire. Siamo esseri pensanti, e non automi, o pezzi di una macchina che deve essere funzionante ad ogni costo. I militari un tempo, non lo so oggi, non dovevano mai pensare in proprio, ma obbedire ciecamente anche agli ordini di pazzi gerarchi. Ci sono ancora oggi ordini o congregazioni religiose che impongono in modo del tutto scriteriato il voto dell’obbedienza. Noi preti diocesani non abbiamo fatto il voto di obbedienza, quando siamo stati ordinati, tuttavia mi sento ancora dire che mi sono impegnato davanti al vescovo. Obbedire davanti a un essere umano? Obbedire casomai a Dio e alla mia coscienza. Questo non comporta di per sé il caos o il disordine o l’anarchia. È chiaro che, oltre il mio bene, c’è il bene della società. Si tratta allora di saper armonizzare la mia coscienza con il fatto che sono anche un essere sociale, che vive cioè in una società o in una struttura. Ma anche in tal caso, non è la struttura che devo servire, ma il bene comune che va al di là di ogni struttura. E non ditemi che è sempre comodo disobbedire alla legge: dico solo che è più difficile obbedire alla coscienza per il mio vero bene (che non sono i capricci) e per il bene comune (che non sono i miei interessi personali o familiari o di partito). Coscienza significa responsabilità. L’obbedienza cieca significa irresponsabilità.

*Omelia del 16 febbraio 2014: sesta Domenica dopo l’Epifania; letture:1Sam 21,2-6a.7a; Eb 4,14-16; Mt 12,9b-21

2013-11-01 14.31.10

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