Brianzecum

aprile 6, 2015

IL TRIDUO PASQUALE

Filed under: 2) dialogo interreligioso — brianzecum @ 8:01 am

di Piero Stefani*

Natale ci ricorda una nascita, tutti la possono capire; sia pure nella sua eccezionalità, quella festa evoca un’esperienza che riguarda ognuno di noi in prima persona. Se siamo qui siamo nati. Il triduo pasquale ricorda un congedo e una morte drammatica, anche di ciò abbiamo esperienza, ma meno diretta: riguarda altri, non noi stessi. Sappiamo che altri sono morti e a volte in modo violento e atroce. Se siamo qui però noi non siamo morti. Al centro di quei tre giorni santi c’è il sabato: esso fa memoria di una tomba piena; anche di ciò sappiamo ma rispetto ad altri i quali, lungi dall’essere stati degli estranei, furono a volte a noi molto prossimi. La domenica celebra una tomba vuota; è tale non già perché è stata violata, ma perché chi vi giaceva è passato («pasqua, passaggio») a una forma di vita nuova e più piena. Di ciò i nostri occhi, i nostri orecchi, le nostre mani non ci dicono nulla. Se ne sappiamo qualcosa, se ne abbiamo una qualche esperienza è solo in virtù della luce e dell’oscurità della fede. Ecco perché la Pasqua è la più vera e, per certi aspetti, l’unica festa cristiana. Se assunta nel suo significato più profondo ci consegna a una forma di vita differita – «non vivo più io, ma Cristo vive in me» (Gal 2,20) – incompatibile con i ritmi e i riti di questo mondo. La Pasqua è la festa più vera, ma anche la più esigente. Essa può essere celebrata fino infondo solo quando, in proprio, si passa dalla morte alla vita.

*Il pensiero della settimana, n. 516, fonte: http://pierostefani.myblog.it/2015/04/04/516-il-triduo-pasquale-05-04-2015/

Scorcio Engadina

Scorcio Engadina

marzo 30, 2015

L’EGOCENTRISMO È MORTALE

LO RIVELA LA TRAGEDIA DELL’AIRBUS COL TERRIBILE SUICIDIO-STRAGE DEL COPILOTA LUBITZ

di Enrico Peyretti*

I casi estremi della vita, in bellezza o in orrore, sollevano le domande e danno le indicazioni estreme sulla nostra vita. La malattia di Lubitz è così descritta dallo psichiatra Claudio Mencacci, che si dice non sorpreso per il suo suicidio: «Si entra in una sorta di tunnel dove la morte è l’unico pensiero di fuga. Tutto il resto, compreso il senso di responsabilità per la vita degli altri, si annulla. E nemmeno la consapevolezza di coinvolgere altre persone li ferma». E Massimo Recalcati, psicanalista: «La persona incapace di alterità, quando sente se stessa come un niente, vede uguale a niente tutto il mondo».

Malattia psichica. «Un giorno farò qualcosa che cambierà completamente il sistema, e tutti conosceranno il mio nome e se lo ricorderanno»: un niente che deve imporsi per esistere, esplodendo. Sono parole che avrebbe detto Lubitz alla hostess Mary W., collega di lunga data, con la quale si arrabbiava parlando di lavoro: «Poco denaro, paura per il contratto, troppa pressione». Se la malattia psichica, o anche l’etica prescelta, oggi prevalente (essa stessa una malattia) ci concentrano prevalentemente su noi stessi, sulla nostra individualità esasperata e separata dall’umanità, noi diventiamo un pericolo per tutti. Non solo il kamikaze terrorista fanatico, ma ancora più spesso e più facilmente l’”homo oeconomicus”, devoto di se stesso e solo di se stesso memore e curatore, è una bomba umana caricata contro l’umanità. Non occorre essere pilota suicida su un aereo carico di persone: l’egoismo, l’egocentrismo patologico, fatto regola e costume, sono guerra all’umanità.

«Noi siamo fatti gli uni per gli altri», dice l’antica sperimentata saggezza, in tutte le culture. «Non c’è la società. Ci sono solo gli individui», predica il neo-liberismo, nel magistero micidiale della Tahtcher. Non è possibile una più grande contraddizione e inimicizia. La guerra, il genocidio, è nel pensiero, prima che nelle armi. Le riforme necessarie, anzi la rivoluzione necessaria, è nel pensiero, nella volontà morale opposta all’imperialismo del particolare. Quando la cultura di sinistra avrà capito questo, comincerà ad esistere una sinistra. L’egocentrismo, nello psicotico grave, ma più continuamente nella patologica disumana teoria dominante e governante, della libertà egoista, senza alterità, è la malattia mortale.

Si vive solo di fiducia, di affidamento reciproco. Salire su un pullman o su un treno, entrare in un ospedale, camminare per strada, è mettersi nelle mani degli altri. Il pilota è un simbolo generale: siamo tutti nelle mani degli altri. Io sono nelle vostre mani. Voi siete nelle mie mani. Questa è la prima fede, senza cui non c’è vita. Senza questa fede non vale vivere, né io né voi. Chi distrugge la nostra sostanza umana, che è l’essere in relazione fiduciosa con gli altri, distrugge tutti noi, ci trascina nel suo abisso. Il capitalismo assolutista è il nemico di tutti, l’avvelenatore. La medicina è occuparsi degli altri, di tutti, impegnarsi per qualche bisogno altrui. Se la fame e la sete altrui, la povertà e la prigionia altrui, la nudità e la malattia altrui, non diventano la mia ragione di vita, se non riconosco in questo spendersi per gli altri l’unico vangelo di salvezza, io sono suicida, e trascino l’umanità nella morte. La vita armata è arrivata alla distruttività totale, atomica, dall’infinitamente piccolo all’infinitamente grande. La salvezza è nel disarmato servizio alla vita di tutti. Siamo malati, ma guarire è possibile, è in questa conversione.

*fonte: http://www.ildialogo.org/cEv.php?f=http://www.ildialogo.org/editoriali/autorivari_1427575307.htm

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marzo 29, 2015

LA SOTTILE IRONIA DI DIO

TRE RIFLESSIONI SULLA SETTIMANA SANTA

di don Giorgio De Capitani*

Il Mistero pasquale va oltre la liturgia. Volere o no, la storia umana è stata segnata nel profondo dalla Pasqua di Cristo. Forse nemmeno noi credenti ce ne siamo finora accorti. La Settimana santa o autentica richiama un’altra settimana, quella delle prime pagine della Genesi, che narrano la creazione del mondo. Anche la Settimana della creazione è tipica o normativa, nel senso che anch’essa ha modellato la settimana ebraica. Sappiamo che il racconto biblico della creazione è mitico, poetico, e perciò non corrisponde scientificamente alla realtà. Ma sappiamo anche che è ricco di insegnamenti. Dio ha creato il mondo dandogli un certo ordine, con il soffio dello Spirito vitale. Poi è successo qualcosa di irreparabile. Ma Gesù Cristo è venuto per tentare di rimettere le cose a posto, effondendo di nuovo il suo Spirito, sulla Croce. Non mi soffermo a riflettere sui brani della Messa, vorrei invece darvi alcune indicazioni, teologiche e pastorali, che possano aiutarci a vivere con fede il prossimo Triduo Pasquale. Anzitutto, non dovremmo mai dimenticare che il primo annuncio degli apostoli, dopo la risurrezione di Cristo e la Pentecoste, era: Gesù ha sofferto, è morto ed è risorto. Gli studiosi parlano di “kerigma”, parola greca usata nel Nuovo Testamento a indicare l’annuncio della Buona Novella. L’annuncio dei primi cristiani non riguardava tutto il Vangelo, che verrà successivamente messo per iscritto dagli evangelisti. Ripeto, il primo nucleo del messaggio evangelico era: Cristo ha patito, è morto ed è risorto. Solo in seguito l’insegnamento apostolico si allagherà a comprendere “facta et verba”, ovvero i fatti e le parole di Cristo e, ancora più tardi, anche la sua infanzia. Nel Vangelo di Marco, che è quello più antico tra i quattro, la Passione di Gesù occupa la maggior parte della narrazione. Questo fa già capire l’importanza che aveva presso i primi cristiani il Mistero pasquale. Se vogliamo cogliere alcune parole-chiave dei racconti evangelici della Passione di Gesù, possiamo individuarne almeno tre: la drammaticità degli eventi; la libertà di Cristo, sempre l’unico vero regista; infine, la sottile ironia di Dio.

Crescendo di dolori. Anzitutto, si tratta di racconti altamente drammatici nella loro sequenza, come un crescendo di dolori e di solitudini, fino al culmine del Calvario. A parte alcuni momenti eccezionali (l’incontro con Maria e con le pie donne, la presenza sotto la croce di Giovanni e di un gruppetto di donne), Cristo resta “solo” a combattere l’ora del demonio, che era stata preannunciata dall’evangelista Luca, dopo il racconto delle tentazioni di Gesù: «Dopo aver esaurito ogni tentazione, il diavolo si allontanò da lui fino al momento fissato». Secondo gli esegeti, il “momento fissato” sarebbe proprio la passione di Cristo. Tradito da Giuda, uno dei Dodici, abbandonato dagli apostoli e dai discepoli, perfino dal Padre celeste: ecco la solitudine del Figlio di Dio. Il momento dell’Orto degli Ulivi rappresenta il culmine: una solitudine che si traduce in gocce fisiche di sangue. Nel Getsemani si è svolto uno dei più drammatici dialoghi tra il Figlio e il Padre,. Nel più profondo silenzio della notte, mentre gli apostoli dormono.

La libertà di scelta di Cristo è la seconda parola. Egli non ha accettato supinamente il volere del Padre Celeste, come un cieco destino imposto dall’alto. Non si è limitato a dire: “Obbedisco!”, come un condannato con le idee confuse. Nei racconti della Passione è sempre presente, oltre alla drammaticità degli eventi, la piena coscienza di Gesù. Dunque, la drammaticità e la solitudine o l’abbandono non hanno tolto la libertà interiore di Cristo, che va incontro alla sua morte, con la mente lucida, responsabilmente. Ed è proprio qui che possiamo parlare di amore supremo. Che senso ha dare la vita, costretti dalle circostanze? L’amore è libertà. L’amore non dipende unicamente dalle sofferenze fisiche o morali. Mi spiego. Solitamente siamo portati a evidenziare gli aspetti di dolore di Gesù durante la sua passione, come se, più le sofferenze sono forti, più grande deve essere l’amore. Questo è vero, ma fino a un certo punto. Certo, Cristo ha sofferto, ma ci sono state persone che hanno sofferto ancor più di Cristo. Ma Cristo è insuperabile nella sua testimonianza d’amore. Non è la sofferenza in sé che salva, ma l’amore che c’è dietro alla sofferenza. E l’amore è libertà, piena consapevolezza, lucidità di fronte al dolore. L’ho già detto: gli evangelisti non si limitano a narrare i fatti, ma fanno teologia narrando i fatti. Che significa? Significa che colgono nei fatti qualcosa che va al di là di ciò che vede uno storico. Gli evangelisti più che storici, cronisti, scrittori o giornalisti sono teologi. Vedono gli eventi con l’occhio profondo, diciamo “intelligente”, di Dio. Così hanno letto e riletto anche la passione di Cristo. Giovanni, in particolare, dà una lettura teologica di quegli eventi. Leggendo la passione, non siamo dei disperati che non sanno come andranno le cose. Sappiamo già che Cristo è risorto. La speranza segue lo svolgersi degli eventi. Per Giovanni la Gloria è la Croce, già illuminata dal Risorto!

Ed ecco la terza parola: “l’ironia di Dio”. Dico subito che ironia non è dileggio, disprezzo, una presa in giro per divertimento. L’ironia di Dio è qualcosa di sottile, che da sempre, da quando è iniziato questo mondo, è presente nella storia umana. In poche parole, Dio trasforma il negativo in positivo: gli uomini credono di essere registi, in realtà il vero regista è Dio. L’ironia di Dio per esempio sta nella scelta dei più deboli, degli scarti umani, per sconfiggere i potenti. Alla fine vince sempre il bene, e i cattivi da protagonisti diventano vittime di se stessi, della propria cattiveria. È successo così anche durante la passione di Cristo. Sembra che a condurre gli eventi siano i capi giudei, in realtà l’unico vero regista è Cristo, il quale non si fa condizionare dagli eventi, ma li guida a modo suo, servendosi degli stessi carnefici. Senza volerlo, contro la loro intenzione, gli avversari fanno il gioco di Gesù. Gli esempi sarebbero tanti. Ne cito alcuni. Gli ebrei non entrano nel pretorio di Pilato per non contaminarsi, e non sanno di condannare l’Incontaminato, Cristo. Sono preoccupati, dopo la morte di Gesù, di tornare a casa a mangiare l’agnello pasquale, mentre poco prima avevano messo sulla croce il vero Agnello. L’ironia diciamo più bella è la Risurrezione, che avviene nonostante la guardia dei soldati. Essi dormono, tanto sono sicuri che tutto ormai è finito. Ma Dio ha già pronto la grande Sorpresa. Una sorpresa che richiederà ulteriori ironie. I soldati dicono: mentre dormivamo, hanno trafugato il cadavere! Mentre dormivano, se ne sono accorti! L’ironia di Dio continua, perché continua l’ostinazione umana. Ciò è successo nella storia della Chiesa, e succede tuttora: gli uomini di Dio fanno i loro calcoli, e Dio si prende gioco di loro. Non è così? Dunque, stiamo per vivere una settimana di grande passione, di infinito amore e di una sottile ironia divina che si prende gioco della cattiveria umana. È in gioco anche la nostra fede.

*dall’omelia del 29 marzo 2015: Domenica delle Palme (Is 52,13-53,12; Eb 12,1b-3; Gv 11,55-12,11). Fonte: http://www.dongiorgio.it/29/03/2015/omelie-2015-di-don-giorgio-sesta-domenica-di-quaresima/DSC01900

marzo 16, 2015

VEDERE FACCIA A FACCIA

FUORI DA STRUTTURE E PREGIUDIZI: DIO NON AMA PRENDERE DIMORA IN UN LUOGO FISSO

di don Giorgio De Capitani*

La tenda del convegno. Nel primo brano della Messa, tolto dal libro dell’Esodo, si parla di una Tenda particolare, detta Tenda del Convegno: la prima dimora mobile di Dio. Il primo Tempio in muratura sarà costruito dal re Salomone nel X secolo a.C, raso poi al suolo nel 586 a.C. dal re babilonese Nabucodonosor. Il secondo Tempio verrà ricostruito ex novo, dopo l’esilio babilonese, da Zorobabele, e inaugurato nel 525 a.C. Quello che noi diciamo il Tempio di Erode, in realtà non era un terzo Tempio, ma sempre il Tempio di Zorobabele, fatto ampliare da Erode il Grande: i lavori inizieranno verso il 19 a.C., e termineranno nel 64 d.C. Pensate: sei anni dopo, nel 70 d.C., sarà distrutto definitivamente dall’esercito romano agli ordini di Tito. Tornando alla Tenda del Convegno, vorrei farvi notare una cosa interessante. Trattandosi di una tenda, faceva parte della storia di un accampamento. Accamparsi non significa di per sé prendere dimora fissa. Anche Dio si era adattato alla vita nomade del suo popolo. Come dimora aveva preso una tenda, un po’ speciale, ma sempre tenda. Soprattutto durante l’Esodo, dopo l’uscita dall’Egitto, la Tenda del Convegno si montava e si smontava in continuazione, come qualsiasi altra tenda dell’accampamento, verso la terra promessa. Dio accompagnava di passo in passo il suo popolo.

Tempio e legge contro la persona. A me sembra di vedere in questo continuo spostamento della Tenda del Convegno un aspetto molto suggestivo. Dio non è immobile, Dio non ama fermarsi o prendere dimora in un posto fisso. Già il Tempio di Salomone e quello di Zorobabele avevano creato grossi problemi di culto. Gli ebrei erano arrivati al punto di invocare: “Il tempio di Gerusalemme! Il tempio di Gerusalemme!”, prendendo il tempio in muratura come se fosse più sacro di Jahvè. Giuravano sul Tempio come se fosse Dio stesso. Perché Cristo se la prenderà con il Tempio? Il Tempio e la Legge erano diventati intoccabili, a danno della dignità della persona umana. Non dimentichiamo la rivelazione alla donna samaritana: per adorare Dio non è necessario il tempio, né quello giudaico né quello samaritano. Dio si onora in spirito e verità. Anche la Chiesa, nella sua storia millenaria, ha corso questo rischio, ed è ricaduta nello stesso difetto degli ebrei. Nessun luogo di culto potrà contenere la maestà e l’infinità di Dio. Ancora oggi crediamo che, costruendo grandi cattedrali, possiamo catturare l’immensità di Dio.

Paura della mistica. Scrive l’autore dell’Esodo: il Signore «parlava con Mosè faccia a faccia, come uno parla con il proprio amico». “Faccia a faccia”, che significa? Vuol dire: senza veli, senza maschere, senza diaframmi. Pensate alla religione con le sue pretese di imporre il proprio dio: su questo dio si è costruito tutto un mondo religioso, con le sue pratiche di preghiere, di digiuni, di penitenze, con una sua morale e una sua dottrina dogmatica, fisse come un tempio in muratura. “Faccia a faccia!”. È quanto succede nel nostro interiore, là dove Dio è l’essere infinito. Ma la mistica fa ancora paura alla Chiesa, che preferisce dominare le anime, mettendo su Dio una certa maschera, ovvero uno strato di veli. Non ci è difficile ora agganciarci al brano del Vangelo.

È il segno-opera del cieco nato. Alla parola “segno” ho aggiunto “opera”. A parte il fatto che Giovanni non usa mai la parola “miracolo” come l’intendiamo noi, cioè come un fatto strepitoso a se stante, c’è anche da dire che, mentre fino al capitolo quarto l’evangelista usa la parola “segno, dal capitolo quinto in poi usa la parola “opera”. Qual è la differenza? Mentre di per sé i “segni” presentano Gesù come il Messia atteso, suscitando tra la gente una prima parziale adesione alla sua persona; le “opere” invece presentano Gesù come il Figlio dell’uomo, in un clima di tensione. La gente non lo capisce, in parte lo rifiuta. Anche l’”opera” narrata nel capitolo 9, ovvero il miracolo del cieco dalla nascita che ricupera la vista, si svolge in un contesto polemico (vedi la reazione dei farisei) o di assoluta estraneità (pensate alla gente e ai parenti che, per paura dei farisei, non vogliono prendere posizione). È lecito chiederci: come Giovanni e la sua comunità hanno ricostruito il fatto? Sì, “ricostruito”, nel senso di riletto e reinterpretato con quella maturità di fede che fa leggere i fatti e i detti di Gesù, oltre la pura cronaca. Come dietro all’episodio della samaritana troviamo una comunità profetica vivace, così dietro al racconto di oggi troviamo una comunità cristiana che riflette e medita, s’interroga e inizia anche ad andare in crisi: in crisi di identità.

Duplice cammino. Non mi soffermo sui numerosi particolari, che sarebbero anche interessanti da evidenziare. Vorrei invece soffermarmi sullo svolgimento letterario del racconto che rivela, di proposito, un duplice cammino: un cammino che procede e un cammino che recede, un cammino che progredisce e un cammino che regredisce. La cosa interessante è che i due cammini avvengono contemporaneamente: nell’atteggiamento dei farisei e nell’atteggiamento del cieco guarito. I due atteggiamenti vanno quasi di pari passo, ma in senso inverso: mentre i farisei man mano si allontanano dalla luce, ovvero diventano ciechi, al contrario il cieco va verso la luce, quella divina. Giovanni è stato veramente un artista nel presentare questo duplice cammino, uno a ritroso e l’altro in avanti, mentre Gesù sembra quasi assente dalla scena. In tutta la narrazione, infatti, lo troviamo all’inizio, quando ridà la vista al cieco, e alla fine, quando incontra il cieco guarito, anch’egli buttato fuori dalla sinagoga, ovvero dalla comunità. Ed è qui che, “fuori”, quel cieco riacquista l’altra vista, quella della fede. “Fuori”, ovvero là dove non c’è più la struttura della religione, ovvero dove sono crollati i veli.

Salvezza. Il cieco guarito finalmente “vede” anche Gesù, ovvero “vede” la salvezza, quel Gesù che aveva lasciato la religione ebraica per farsi vedere “faccia a faccia”, come Mosè nella Tenda del Convegno. La Tenda del Convegno, dice l’Esodo, era piantata “fuori” dell’accampamento. Come mai? Il Signore voleva forse stare fuori, lontano dalle altre tende normali della sua gente? Anche a noi sembra che quando le chiese sono fuori paese, siano come luoghi appartati, privilegiati, estranei alla vita della gente. Credo che qui ci sia da riflettere. Dio ama stare con la sua gente, ma nello stesso tempo ne sta sempre fuori, non per estraniarsi, ma perché sa che fuori, solo fuori, non si corre il rischio di essere strumentalizzati, in balia delle pretese religiose. Solo fuori, noi possiamo incontrare il vero Dio, il vero Cristo. Fuori dagli schemi, fuori dalle strutture, fuori dagli inganni di una religione, sempre pronta, come ai tempi di Cristo, a usare la legge per rendere schiavo l’essere umano. Certo, volere o no, viviamo dentro una società, viviamo in una struttura religiosa, ma dobbiamo mantenere il nostro spirito, sempre “fuori”. È lo spirito che dà la vera libertà, quel sentirci liberi di muoverci spiritualmente come vogliamo, dietro le ispirazioni dello Spirito divino. La storia del cieco guarito è la storia della libertà dello spirito, che vede al di là delle capacità visive dei nostri occhi fisici, al di là dei nostri pregiudizi, che sono la vera cecità dell’umanità.

*omelia del 15-3-2015 (Es 33,7-11a; 1Ts 4,1b-12; Gv 9,1-38b), fonte: http://www.dongiorgio.it/15/03/2015/omelie-2015-di-don-giorgio-quarta-domenica-di-quaresima/

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marzo 14, 2015

LA MENZOGNA DEL CREDENTE

DEVE CERCARE LA VERITÀ, NON SEGUIRE PERSONE O ABITUDINI. È LA VERITÀ CHE DÀ LA LIBERTÀ, NON VICEVERSA

di don Giorgio De Capitani*

Schiavitù esteriori e interiori.  II primo brano della Messa, tratto dal libro dell’Esodo, ci può aiutare ad affrontare il Vangelo di oggi, che ruota attorno a due parole importanti: verità e libertà. Nel primo brano, infatti, si parla di un Dio che ha fatto uscire il suo popolo dalla terra d’Egitto, in nome dell’alleanza. Ecco le due parole: liberazione dalla schiavitù egiziana e verità, ovvero l’Alleanza. Mosè, tra l’altro, ricorda a Dio i grandi patriarchi, tra cui Abramo, e anche quei Giudei che contestano Gesù si rifanno continuamente ad Abramo. Partiamo dal primo brano. Dicevo che si parla di liberazione: Dio ha liberato il popolo dalla terra d’Egitto. Liberazione deriva da libertà e include la libertà. Questo è già interessante. Che significa oggi liberazione? Non vi sembra che sia una parola vuota, priva di quella libertà che coinvolge tutto il nostro essere umano? E per “essere umano” s’intende l’essere nel suo profondo, e non nella sua esteriorità. Possono anche liberarmi da tante schiavitù politiche, sociali e religiose, ma se, nel mio essere interiore, resto schiavo, che liberazione sarà mai? La storia è l’alternarsi di schiavitù esteriori e di schiavitù interiori. E la cosa paradossale è questa: ogniqualvolta siamo usciti da schiavitù esteriori, siamo finiti in schiavitù ben peggiori, quelle interiori. E le schiavitù interiori sono anche prodotte o favorite dalla cosiddetta democrazia, che in realtà è una vera dittatura: sfruttamento dello spirito, attraverso manipolazioni molto subdole che intaccano il nostro essere. E, siccome sono subdole, non ci accorgiamo: ci sembra di essere liberi, di essere noi gli artefici del progresso, ma, in realtà, è il progresso a manipolarci, a renderci schiavi. 

Dittatura dolce. Vedete: quando si è schiavi perché non possiamo fare quello che vogliamo, la schiavitù è palese, è chiara, la soffriamo sulla nostra pelle. Ma quando si è in democrazia, ci sembra di essere liberi, ovvero non ci accorgiamo di essere plagiati da tutta una serie di condizionamenti, che non hanno però il volto del folle dittatore. La chiamano dittatura “dolce”. Dio, nell’Antico Testamento, aveva fondato la liberazione sull’Alleanza. Una Alleanza, a dire il vero, un po’ strana, fuori dalle comuni leggi sociali. Era un’Alleanza “unilaterale”: anche se il popolo tradiva, Dio non si riteneva in diritto di scioglierla, come succede invece quando noi facciamo un patto con un altro. Se uno dei due viene meno, l’altro lo può sciogliere. Mosè chiarisce anche la ragione per cui Dio non poteva sciogliere l’Alleanza: Egli aveva giurato fedeltà a se stesso o per se stesso! In realtà, è da quando Dio ha creato il mondo che mantiene la sua parola, perché ha creato il mondo giurando fedeltà a se stesso di non abbandonarlo mai.

Coinvolti. Questo però non significa che Dio prenda fisicamente per mano l’uomo o il mondo intero, e lo conduca come e dove vuole lui. Dio, nell’Alleanza, ha coinvolto anche noi. È solo nell’Alleanza che noi ci sentiamo liberi. Ecco la parola: libertà. L’Antica Alleanza non era perciò un legame coercitivo tra Dio e il suo popolo, così come la Nuova Alleanza non sarà un vincolo coercitivo tra Dio e l’umanità. La risurrezione di Cristo è la nuova Pasqua, perciò un passaggio dalla morte alla vita, dalla schiavitù alla libertà. Dire Alleanza è dire cammino, è dire fatica, è dire prendere coscienza di ciò che siamo, del nostro dovere di essere liberi. Dio ci ha creati per la libertà, ma la libertà ce l’ha messa dentro, nel nostro essere. Ma dire Alleanza è anche dire una storia di alternanze tra cadute in schiavitù e ricerche di libertà.

Fedeltà a sé stesso. La storia del popolo ebraico è un esempio. Liberato dalla schiavitù egiziana, in viaggio verso la Terra promessa è rimasto vittima di un’altra schiavitù, quella degli idoli, tradendo così l’Alleanza dell’Unico Vero Dio. Certo, Dio sapeva di avere a che fare con un popolo di dura cervice, ed ecco che Mosè si appella alla promessa di Dio, al giuramento che Dio ha fatto per se stesso. Sì, il popolo ti tradisce, ma questo non ti dà diritto di tradire te stesso. Questo era anche il senso delle preghiere dei profeti e dei santi. I profeti e i santi sfidavano Dio sulla fedeltà alla sua Parola. E credo che questa sia la vera preghiera, che a noi sembra magari una bestemmia. Quando succedono certe tragedie, dovremmo dire a Dio: non vedi che stai tradendo te stesso? E lui ci dirà: “Anche tu, uomo o donna, non tradire te stesso o te stessa!”. Preghiera è dialogo, è scontro, è sfida. Il brano del Vangelo sembra riprendere il tema dell’Alleanza, ed è proprio perché quei Giudei che stavano sfidando Gesù se ne erano allontanati rivendicando una falsa primogenitura: “Abramo è nostro padre”, che Cristo vuole chiarire il loro errore di fondo. E così il dialogo finisce in uno scontro tra la vera figliolanza divina e la figliolanza di tipo genealogico o di parentela. Il punto chiave e il punto di partenza non può che essere la verità. È la verità che dà la libertà, e non viceversa.

Gesù pedagogo. Non intendo fare una disquisizione di carattere filosofico sulla verità e la libertà e sul loro rapporto. Limitiamoci al messaggio di Cristo che, nonostante affrontasse certi argomenti di alta levatura, non parlava mai da filosofo o da psicologo. Era anche un filosofo e uno psicologo, ma era soprattutto un pedagogo, nel senso che era venuto sulla terra per insegnarci a camminare con la testa all’in su. Provate a Immaginare le persone che camminano con i piedi per aria. Ecco, in realtà Cristo ha trovato l’umanità capovolta, e ha cercato di rimetterla in piedi. Il nocciolo del dialogo di Gesù con i Giudei suoi simpatizzanti sta qui: come intendere la verità su Dio. Intenderla male significa rimanere schiavi, camminare con la testa all’ingiù. Ma Gesù, che sapeva usare una dialettica molto efficace, più che sulla verità porta il discorso sulla menzogna, l’esatto opposto della verità. E qui le reciproche accuse assumono risvolti drammatici e anche offensivi. Gesù dà del demonio a quei Giudei e quei Giudei danno del samaritano a Gesù. E pensare che Gesù proprio a una donna samaritana aveva fatto la più sconvolgente rivelazione su Dio.

Religione come ostacolo. Come si fa a dialogare, quando dall’altra parte c’è malafede? E la malafede diventa un ostacolo insormontabile, quando a fare da ostacolo è la religione. Non dimentichiamo: Gesù stava contestando la fede di quei giudei che addirittura credevano in lui. Non erano gli scribi o farisei, i suoi nemici storici. La menzogna del credente! L’inganno è forte, perché di mezzo c’è lo stesso Dio, tirato da una parte o dall’altra. Parlare di verità ci costerebbe anche poco, e magari saremmo anche tutti d’accordo. Ma quando si tira in ballo la menzogna, allora tutti ci sentiamo offesi. Cristo, certo, era venuto per rivelare il volto di Dio. Ma attenzione alle parole: rivelare deriva dal latino “re-velare”, che significa togliere il velo. Non significa, come potrebbe suggerire il verbo italiano, mettere un nuovo velo. Ecco, Cristo ci aiuta a scoprire il vero volto di Dio, togliendoci quella maschera che si chiama inganno. Quella di togliere il velo dell’inganno è un’opera che ci impegna ogni giorno, e che potrebbe costarci anche la vita. Così come è capitato allo stesso Gesù. Scrive Giovanni: «Allora (quei Giudei che avevano creduto in lui) raccolsero delle pietre, per gettarle contro di lui».

*omelia del 8 marzo 2015: Terza di Quaresima (Es 32,7-13b; 1Ts 2,20-3,8; Gv 8,31-59). Fonte: http://www.dongiorgio.it/08/03/2015/omelie-2015-di-don-giorgio-terza-domenica-di-quaresima/

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gennaio 5, 2015

APPOGGIO A PAPA FRANCESCO

CONTRO UNO SCRITTORE NOSTALGICO CHE SI SCANDALIZZA DELL’IMPREVEDIBILITÀ DELLO SPIRITO. APRIRSI ALLA REALTÀ DEL TERZO MONDO PER STARE AL PASSO COI TEMPI

di Leonardo Boff*

Tre insufficienze. Ho letto con un po’ di tristezza l’articolo critico di Vittorio Messori sul Corriere della Sera esattamente nel giorno meno adatto: la felice notte di Natale, festa di gioia e di luce. Lui ha provato a danneggiare questa gioia al buon pastore di Roma e del mondo, Papa Francesco. Ma invano perché non conosce il senso di misericordia e di spiritualità di questo Papa, virtù che sicuramente non dimostra Messori. Dietro parole di pietà e di comprensione porta un veleno. E lo fa in nome di tanti altri che si nascondono dietro di lui e non hanno il coraggio di apparire in pubblico. Voglio proporre un’altra lettura di Papa Francesco, come contrappunto a quella di Messori, un convertito che, a mio parere, ancora deve portare a termine la sua conversione con il ricevimento dello Spirito Santo, per non dire più le cose che ha scritto. Messori dimostra tre insufficienze: due di natura teologica e un’altra di comprensione della Chiesa del Terzo Mondo.

Imprevedibilità. Lui si è scandalizzato per la “imprevedibilità” di questo pastore perché “continua a turbare la tranquillità del cattolico medio”. Bisogna chiedersi della qualità della fede di questo “cattolico medio”, che ha difficoltà ad accettare un pastore che ha l’odore delle pecore e che annuncia “la gioia del vangelo”. Sono, generalmente, cattolici culturali abituati alla figura faraonica di un Papa con tutti i simboli del potere degli imperatori pagani romani. Adesso appare un Papa “francescano” che ama i poveri, che non “veste Prada”, che fa una critica dura al sistema che produce miseria nella gran parte del mondo, che apre la Chiesa non solo ai cattolici ma a tutti quelli che portano il nome di “uomini e donne”, senza giudicarli ma accogliendoli nello spirito della “rivoluzione della tenerezza” come ha chiesto ai vescovi dell’America Latina riuniti l’anno scorso a Rio.

Cristomonismo. C’è un grosso vuoto nel pensiero di Messori. Queste sono le due insufficienze teologiche: la quasi assenza dello Spirito Santo. Direi di più, che incorre nell’errore teologico del cristomonismo, cioè, solo Cristo conta. Non c’è propriamente un posto per lo Spirito Santo. Tutto nella Chiesa si risolve con il solo Cristo, cosa che il Gesù dei Vangeli esattamente non vuole. Perché dico questo? Perché quello che lui deplora è la “imprevedibilità” della azione pastorale di questo Papa. Or bene, questa è la caratteristica dello Spirito, la sua imprevedibilità, come lo dice San Giovanni: “Lo Spirito soffia dove vuole, ascolti la sua voce, però non sai da dove viene né verso dove va”(3,8). La sua natura è la improvvisa irruzione con i suoi doni e carismi. Francesco di Roma nella sequela di Francesco d’Assisi si lascia condurre dallo Spirito.

Blasfemia contro lo Spirito Santo. Messori è ostaggio di una visione lineare, propria del suo “amato Joseph Ratzinger” e di altri Papi anteriori. Purtroppo, fu questa visione lineare che ha fatto della Chiesa una cittadella, incapace di comprendere la complessità del mondo moderno, isolata in mezzo alle altre Chiese ed ai cammini spirituali, senza dialogare e imparare dagli altri, anche essi illuminati dallo Spirito. Significa essere blasfemi contro lo Spirito Santo pensare che gli altri hanno pensato solo in modo sbagliato. Per questo è sommamente importante una Chiesa aperta come la vuole Francesco di Roma. Bisogna che sia aperta alle irruzioni dello Spirito chiamato da alcuni teologi “la fantasia di Dio”, a motivo della sua creatività e novità, nelle società, nel mondo, nella storia dei popoli, negli individui, nelle Chiese e anche nella Chiesa Cattolica. Senza lo Spirito Santo la Chiesa diventa un’istituzione pesante, noiosa, senza creatività e, ad un certo punto, non ha niente da dire al mondo che non siano sempre dottrine sopra dottrine, senza suscitare speranza e gioia di vivere. È un dono dello Spirito che questo Papa venga da fuori della vecchia cristianità europea. Non appare come un teologo sottile, ma come un Pastore che realizza quello che Gesù ha chiesto a Pietro: “conferma i fratelli nella fede”(Lc 22,31). Porta con se l’esperienza delle chiese del Terzo Mondo, specificamente, quelle della America Latina.

Terzo Mondo. Questa è una altra insufficienza di Messori: non avere la dimensione del fatto che oggi come oggi il cristianesimo è una religione del Terzo Mondo, come ha accentuato tante volte il teologo tedesco Johan Baptist Metz. In Europa vivono solo il 25% dei cattolici; il 72,56% vive nel Terzo Mondo (in America Latina il 48,75%). Perché non può venire da questa maggioranza uno che lo Spirito l’ha fatto vescovo di Roma e Papa universale? Perché non accettare le novità che derivano da queste chiese, che già non sono chiese-immagine delle vecchie Chiese europee ma chiese-sorgenti con i loro martiri, confessori e teologi? Forse nel futuro, la sede del primato non sarà più Roma e la Curia – con tutte le proprie contraddizioni, denunciate da Papa Francesco nella riunione dei Cardinali e dei prelati della Curia con parole sentite solo nella bocca di Lutero e con meno forza nel mio libro condannato dal card. J.Ratzinger “Chiesa: carisma e potere”(1984) – ma là dove vive la maggioranza dei cattolici: in America, Africa o Asia. Sarebbe un segno proprio della vera cattolicità della Chiesa all’interno del processo di globalizzazione del fenomeno umano. Speravo in maggiore intelligenza e apertura di Vittorio Messori con i suoi meriti di cattolico, fedele a un tipo di Chiesa e rinomato scrittore. Questo Papa Francesco ha portato speranza e gioia a tanti cattolici e ad altri cristiani. Non perdiamo questo dono dello Spirito in funzione di ragionamenti piuttosto negativi su di lui.

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*Teologo/Filosofo. Sito: http://www.leonardoboff.com – Blog: leonardoboff.wordpress.com  Traduzione di Romano Baraglia.

Fonte: http://www.cdbitalia.org/2014/12/28/appoggio-a-papa-francesco-contro-uno-scrittore-nostalgico-di-l-boff/

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dicembre 7, 2014

L’IMMACOLATA

UNA SOLENNITÀ CHE SPINGE A RIPENSARE AL SIGNIFICATO DELLA SESSUALITÀ, DELLA FEDE, DELLA SALVEZZA

di Piero Stefani*

Fraintendimento. Dietro le errate precomprensioni c’è sempre l’ignoranza. Non basta però fermarsi a questa prima constatazione. Spesso occorre spingersi più in là e domandarsi perché la non conoscenza si addensa proprio su quell’argomento e non su un altro. L’«immacolata concezione» è un esempio lampante di questa situazione. La maggior parte delle persone ritiene che essa riguardi il concepimento verginale da parte di Maria e non già il suo essere nata senza peccato originale. Ciò non dipende certo dal fatto che la liturgia proponga come vangelo il racconto dell’annunciazione (Lc 1,26-38). Le ragioni sono altre. Tra esse primeggiano, da un lato, la convinzione di lungo periodo che attribuisce al cattolicesimo una visione solamente funzionale alla sessualità e, dall’altro, la difficoltà di dar credito alla visione dogmatica che sta dietro a questa solennità. In altre parole, alle spalle del comune fraintendimento vi sono all’opera vecchi residui e nuove difficoltà.

La rivalutazione di una sessualità coniugale anche non connessa in modo diretto alla procreazione è prospettiva relativamente recente nell’insegnamento cattolico. È un cambio di orizzonte che apre una serie di questioni in precedenza inimmaginabili. Per essere solo apparentemente banali, il ragionamento che si fa è, su per giù, riconducibile a questi termini: se la sessualità è una realtà buona perché va esercitata solo nell’ambito matrimoniale? Perché mai occorre un sacramento per trasformare in atto buono un comportamento che prima costituiva un peccato? Alla fin fine, non sarà che i preti continuano a guardare con sospetto al sesso?

L’altro pregiudizio riguarda il sacramento del battesimo e il suo legame con il peccato originale. Un tempo era credenza comune che la creatura umana nascesse bisognosa di una salvezza soprannaturale e che solo il battesimo la mettesse al riparo da un destino negativo, per questo ci si affrettava a battezzare i neonati. Ora la convinzione, almeno espressa in questi termini, si è largamente dissolta. È divenuto perciò difficile credere che solo Maria sia nata senza peccato originale quando non si scorge traccia di esso né nel proprio figlio appena nato, né in figli o nipoti che crescono non battezzati ma circondati da affetto ricevuto e dato.

Significato del battesimo. La solennità resta, perciò, nei suoi contenuti poco compresa. Molti, quindi, continuano ad assumere l’«immacolata concezione» come equivalente del «concepimento verginale». Stando così le cose, forse un modo pastoralmente adeguato per celebrare questa solennità sarebbe proprio quello di assumerla come occasione per ripensare a fondo il senso del nostro battesimo. Vale a dire a guardare, paradossalmente, a quel che Maria non fu. In virtù della sua unicità ella non ebbe bisogno dell’atto che sigilla il nostro essere credenti. Tuttavia è proprio il sacramento del battesimo a renderci simili a lei. Quello che ci accomuna è in ogni caso la fede che Maria ebbe e che il battesimo presuppone. Riflettere sul significato autentico del battesimo comporta dunque pensare sia al vero senso della fede sia all’opera di salvezza compiuta da Dio.

Pluralità di lettura.  Parlare dell’Immacolata significa anche richiamarsi alla «storia sacra». Si trattò per lungo tempo di un modo prevalente di avviare alla comprensione delle opere di Dio. Oggi in larga misura non è più così. Il ritorno a una lettura diretta della Bibbia mostra come le vicende narrate dal testo siano assai più frastagliate di una linea retta che va dall’inizio alla fine. I Vangeli sono quattro, due le formulazioni dei Dieci comandamenti (Es 20, 1-21; Dt 5, 1-21), due anche le versioni della creazione (Gen 1,1-2,4a; 2,4b- 25); i due libri delle Cronache riraccontano le vicende contenute nei libri dei Re e così via. Per leggere la Bibbia bisogna prestare attenzione alla pluralità. Accanto a ciò c’è la presenza di un senso storico non propenso a interpretare determinati personaggi come figure che attendono di trovare il loro compimento altrove. Per comprendere l’Immacolata non basta vedere Eva come figura di Maria – interpretazione molto diffusa anche nell’Oriente cristiano che pur non recepisce questo dogma. Tuttavia questo modo di intendere è pur sempre un passaggio necessario.

Una lettura storica  vede nella donna che schiaccia il capo al serpente un’espressione mitica del fatto che l’animale strisciante può venir calpestato, ma può anche insidiare con il suo morso chi lo calpesta (Gen 3,15). Le statue di gesso di Maria presenti nelle ricostruzioni delle grotte di Lourdes leggono l’episodio in altro modo. Esse interpretano a un tempo in modo mariano sia la Genesi sia l’Apocalisse. Da Eva deriva il serpente schiacciato, dalla donna dell’Apocalisse la luna e la corona di stelle (Ap 12). Maria da sola, senza avere il figlio il braccio, riassume il principio e la fine della storia, vale a dire abbraccia tutto. Chi si attiene al senso storico del testo non vi scopre però né l’una né l’altra cosa. Del resto chi si inginocchia davanti alla grotta probabilmente pensa più a chiedere qualche grazia che alla storia sacra. È giusto che sia così.

Prima il vissuto. Dal canto suo anche nel catechismo rivolto ai piccoli e, in modo sempre più sporadico, ai grandi prevale sempre più l’aspetto esperienziale del vissuto, dell’amore verso il sofferente, l’emarginato, il bisognoso, della bellezza dell’amicizia e di una comunità unita. Il grande arco della storia che va delle origini alla fine è sempre più difficile da presentare. Lo è anche perché sia l’inizio sia la fine della storia umana ci si prospettano in modo diverso da quello che per secoli è stato dicibile quasi alla lettera: la creazione in sei giorni, la finale venuta del Figlio dell’uomo sulle nubi del cielo.

Come celebrare allora la solennità dell’Immacolata? Forse ci resta solo il modo più semplice ma anche più vero e arduo. Credere e sperare che Dio vinca per sempre il peccato. Non è poco, anzi è tutto. Maria è primizia della Gerusalemme nuova che scende dal cielo, pronta come una sposa adorna per il suo sposo: «Ecco la tenda di Dio con gli uomini! Egli abiterà con loro, essi saranno suoi popoli ed egli sarà il Dio con loro, il loro Dio. E asciugherà ogni lacrima dai loro occhi e non vi sarà più la morte né lutto né lamento né affanno perché le cose di prima sono passate» (Ap 21,3-4).

*Il pensiero della settimana, n. 500. Fonte: http://pierostefani.myblog.it/2014/12/06/500-_-limmacolata-07-12-2014/

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novembre 2, 2014

SANTITÀ POPOLARE

NON SOLO MARTIRI O EROI MA FEDELTÀ AI DOVERI QUOTIDIANI PER IL BENE DELL’UMANITÀ

di don Giorgio De Capitani*

Solo Dio li conosce. Nei primi secoli del cristianesimo il culto per i santi era del tutto spontaneo, privato, anche locale, senza la necessità di una approvazione ecclesiastica. E questo durò fino all’inizio del Medioevo. Solo nel XVI secolo, papa Sisto V eresse la Congregazione dei riti e con papa Urbano, nel XVII secolo, venne data una regolamentazione più unitaria al processo di canonizzazione, che verrà poi in seguito modificato fino ai nostri giorni. In poche parole, il culto dei santi venne regolamentato dalla Chiesa, proibendo una venerazione spontanea e privata dei santi. La festa di oggi, invece, ha proprio questa intenzione: è la festa di tutte le persone buone, di tutti i giusti, siano o non siano stati ufficialmente riconosciuti tali dalla Chiesa-gerarchica. Con la canonizzazione ufficiale, la Chiesa ne riconosce solo alcuni, talora nemmeno i più degni di essere venerati. Solo Dio sa quanti siano i suoi più intimi amici. La Chiesa quando canonizza un santo ha le sue regole, Dio ne ha altre. In fondo, i santi riconosciuti dalla Chiesa, anche i più grandi, non ci commuovono quanto le persone da noi personalmente conosciute, parenti o amici, che ci hanno colpito per la loro particolare umanità, per la loro fedeltà al dovere quotidiano. Ci viene facile, istintivo ricordarli, tenerli presenti nei momenti difficili, e anche invocare il loro aiuto.

Linfa quotidiana. C’è una santità ufficiale, diciamo canonica, e c’è una santità popolare. È la santità popolare la grande energia vitale dell’Umanità. È dalla santità popolare che l’Umanità trae la forza per andare avanti. I grandi santi possono esserci di stimolo, di esempio, un modello di vita, ma fino a un certo punto. Sono le persone buone, sono le persone dabbene, sono i giusti che ci stanno vicino, e che magari non riusciamo a vedere, che sono come l’humus da cui la terra trae la sua linfa. Tutti stimiamo San Francesco d’Assisi, ma quante parole inutili, quanta venerazione sterile! Ognuno lo tira dalla propria parte, e ne fa una bandiera. Forse ancora oggi non abbiamo colto la sua autentica profezia. In realtà, che cosa ci dice oggi questo grande santo, patrono d’Italia?

Profeta scomodo. La Chiesa dovrebbe maggiormente puntare sulla santità popolare, che è fatta non di gesti eroici, ma del quotidiano servizio, umile e costante, per il bene di questa società, la quale non è una parola vaga o l’insieme anonimo di persone, ma è quel pezzo di terra che è la nostra esistenza. Qui, su questo pezzo di terra, noi tutti i giorni lottiamo, ci diamo da fare, siamo chiamati a servire. Santità popolare, santità del quotidiano, santità legata al proprio paese. Quanto è difficile stare sul posto, e lavorare per il bene comune! Non sopporto quella mania di uscire, di andare altrove, di sfuggire alla realtà locale. E poi, diciamola tutta, la Chiesa con la canonizzazione dei Santi, propone chi entra nei suoi schemi, nelle sue direttive. La parola canonizzazione richiama la parola “canone”, che significa “regola”. Ci sono delle regole ben fisse per stabilire se uno è o non è santo per la Chiesa. Difficilmente la Chiesa canonizza i profeti scomodi, coloro cioè che sono usciti da certi canoni, che non hanno accettato di stare nel gregge, perché vedevano oltre gli steccati.

Servire l’umanità. A me piace parlare di santità popolare, e anche di santità sregolata o “proibita”, o, meglio, di santità fuori dagli schemi comuni. Quante volte diciamo: è una brava persona, anche se non va in chiesa, anche se è atea. Che significa allora che una persona è ammirevole? Che significa essere onesti, buoni, rispettosi, aperti ad ogni valore umano? La canonizzazione ufficiale della Chiesa Cattolica rischia di offuscare la santità che non è solo prerogativa della Chiesa cattolica, ma che appartiene a tutto il genere umano. C’è una santità universale, cosmica, al di là di ogni fede religiosa. Ci sono grandi santi fuori della Chiesa cattolica, e ci sono santi che appartengono alla Chiesa, ma senza per forza rientrare nei suoi canoni. Il vero criterio per stabilire, casomai, se fosse necessario, la santità non è se questa persona è in funzione di una determinata struttura, ma il vero criterio è se uno serve l’Umanità, nei suoi valori che non appartengono a questa o a quella religione, ma sono valori che appartengono all’Umanità.

Fedeltà quotidiana al dovere. La santità popolare o la santità sregolata è proprio questa: riguarda quei valori che escono dai canoni rigidi, stabiliti da una struttura, la quale ha bisogno di eroi da sacrificare sul proprio altare. La società ha un concetto falso di eroismo, così pure la Chiesa. L’eroismo popolare non ha nulla di eccezionale: è la fedeltà quotidiana al proprio dovere. Non si parla di diritti, ma di doveri. Uno agisce in forza di ciò che è. Se siamo esseri umani, dobbiamo comportarci da esseri umani. I diritti provengono dal fatto che siamo esseri umani. Quindi, prima il dovere, poi il diritto. La santità popolare consiste nel vivere nel migliore dei modi ciò che siamo: se siamo esseri umani, dobbiamo vivere da esseri umani. Dove sta dunque l’eroismo? In un gesto eccezionale, che esce dalla normalità?

Bisogno di bene comune, non di eroi. La frase, attribuita a Bertolt Brecht: “sventurata quella terra che ha bisogno di eroi”, non è condivisa dalla nostra società e dalla stessa Chiesa che dice esattamente il contrario: “benedetto quel paese o quella religione che produce eroi”. Credo invece che avesse ragione il drammaturgo tedesco: quando c’è bisogno di eroismo, vuol dire che la normalità non funziona, che la società è arrivata al punto limite, che la Chiesa è sul punto di affondare. La società e la Chiesa hanno bisogno del bene comune, vissuto nella normalità del proprio dovere quotidiano. In loco, sul posto, in cui ciascuno di noi è chiamato a vivere.

* dall’omelia del 1 novembre 2014: Festa di Tutti i Santi (Ap 7,2-4.9-14; Rm 8,28-39; Mt 5,1-12a). Fonte: http://www.dongiorgio.it/01/11/2014/omelie-2014-di-don-giorgio-festivita-di-tutti-i-santi/

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ottobre 28, 2014

STESSO DIO PER TUTTI

VENUTO AD ANNUNCIARE LA PACE, ABBATTENDO LE BARRIERE DI PURITÀ, RAZZA, NAZIONE, RELIGIONE

di don Giorgio De Capitani*

Puro e impuro. Il primo brano, preso dal capitolo decimo del libro “Atti degli Apostoli”, è la parte finale dell’incontro di Pietro con Cornelio, centurione romano, che l’Apostolo converte alla fede cristiana insieme a tutta la sua famiglia. Un episodio che suscitò non poche polemiche tra i primi cristiani, che accusarono Pietro di aver frequentato una casa pagana: «Sei entrato in casa di uomini non circoncisi e hai mangiato insieme con loro!». Avevano già dimenticato ciò che Cristo stesso aveva fatto, suscitando le stesse critiche, quando frequentava le case dei pagani e, ancor peggio, i pubblici peccatori. Pensate all’episodio di Zaccheo. Il vero problema, che poi sarà il motivo della convocazione del primo Concilio di Gerusalemme, attorno agli anni 50, sarà quello di superare questa divisione tra puro e impuro. Una divisione non tanto ideologica, quanto pratica: i primi cristiani, provenienti dal mondo ebraico, erano restii a frequentare i pagani, definiti in modo sprezzante “cani”, in quanto i cani erano ritenuti dagli ebrei animali immondi.

Signore di tutti. Ed ecco che Pietro, dietro ispirazione divina, accetta, benché con una iniziale titubanza, di entrare nella casa del pagano Cornelio. Tiene un discorso fondamentale per la nostra fede in Cristo, e nonostante questo, lungo i secoli del cristianesimo, sarà dimenticato, e lo è ancora oggi. Pensate alle parole: «Dio non fa preferenze di persone, ma accoglie chi lo teme e pratica la giustizia, a qualunque nazione appartenga». Pietro continua: «Questa è la Parola che egli ha inviato ai figli d’Israele, annunciando la pace per mezzo di Gesù Cristo: questi è il Signore di tutti». Dovremmo a lungo riflettere su queste parole. La vera rivoluzione di Cristo è consistita e consiste – è sempre attuale – nel superamento delle divisioni, degli steccati, di ciò che si può o non si può dal punto di vista puramente legale o canonico. Con Cristo sono cadute le barriere di ogni tipo: razziali, sociali, culturali e religiose. Non dimentichiamo la dura e verbalmente violenta lotta di Cristo con le chiusure mentali e religiose dei dottori della legge, i teologi di quei tempi, ovvero gli scribi e i farisei, che marcavano le divisioni fino al punto che il semplice contatto con persone ritenute immonde (pensate ai lebbrosi) rendeva legalmente immondi e impediva di partecipare al culto pubblico, se non dopo complessi cerimoniali di purificazione.

Prima la coscienza. Ancora oggi siamo qui a subire divisioni tra chi è battezzato e chi non lo è, tra chi è sposato secondo le leggi della Chiesa e chi vive situazioni diverse, tra chi è maschio e chi è femmina. Cristo non ha tolto la distinzione tra bene e male, non ha detto che tutto va bene, che l’uomo può comportarsi come vuole, ma il criterio per stabilire ciò che giusto o non è giusto non è la legge umana, neppure le norme ecclesiastiche, ma la coscienza, che è il riflesso di Dio in ciascuno di noi. Noi siamo stati creati a immagine e a somiglianza di Dio, e non a immagine e a somiglianza di una struttura umana, civile o religiosa. Il nostro impegno di credenti non consiste nel convertire le persone ad una struttura. Non consiste anzitutto nel battezzare i non cristiani. Consiste invece nel far prendere coscienza che ognuno di noi è un essere umano, e, in quanto essere umano, possiamo riscoprire l’immagine divina in noi.

Battesimo dopo la Cresima. Il battesimo, casomai, viene dopo, se si vorrà entrare anche a far parte di una Chiesa-struttura. Si è figli di Dio, indipendentemente dal battesimo. Leggiamo le prime parole della Bibbia: «In principio Dio creò il cielo e la terra. La terra era informe e deserta e le tenebre coprivano l’abisso e lo spirito di Dio aleggiava sulle acque». Notate: “lo spirito di Dio aleggiava sulle acque”: prima che la terra diventasse ciò che è, prima che l’uomo l’abitasse, prima che ci fossero le istituzioni, prima delle cosiddette civiltà. Il brano di oggi che cosa ci dice? Ci dice una cosa sconcertante: sconcertante, perché, dopo qualche anno, è successo che le cose si sono invertite. Leggiamo: «Pietro stava ancora dicendo queste cose, quando lo Spirito Santo discese su tutti coloro che ascoltavano la Parola. E i fedeli circoncisi (provenienti dal mondo ebraico), che erano venuti con Pietro, si stupirono che anche sui pagani si fosse effuso il dono dello Spirito Santo». Dunque, erano ancora pagani, nel senso che non avevano ricevuto il Battesimo, eppure avevano già ricevuto il dono del Spirito Santo. Dunque, prima la Cresima, poi il Battesimo. Difatti Pietro dice: «Chi può impedire che siano battezzati nell’acqua questi che hanno ricevuto, come noi, lo Spirito Santo?». Capite allora che nell’ordine diciamo cronologico dei sacramenti della Chiesa qualcosa non funziona? Per la Chiesa, prima devi essere battezzato, poi riceverai il dono dello Spirito Santo. Chi ha ragione? La Bibbia o la Chiesa-istituzione?

Acqua e Spirito. Senza entrare in questa discussione, in ogni caso diciamo che lo Spirito Santo non ha vincoli, non dipende dagli ordini di nessuno. La Chiesa non può fissare i tempi e i modi di agire dello Spirito. Ricordate l’incontro notturno di Gesù con Nicodemo, narrato da Giovanni all’inizio del capitolo 3 del suo Vangelo? Il Maestro parla di una nuova nascita, “dall’alto”, una ri-nascita che avviene al di fuori della biologia, della “carne”, ma attraverso l’azione dello Spirito santo. Non si tratta di rientrare una seconda volta nella pancia della madre. Si tratta invece di un processo che segue altre vie, per cui anche se si è vecchi si può sempre rinascere. Ecco la cosa straordinaria, il miracolo. Un miracolo che non è prerogativa di alcuni privilegiati. Ognuno di noi può sempre ri-nascere, perché lo Spirito non guarda all’età, alla cultura, alla razza. Lo Spirito, dice Gesù, è come il vento il quale “soffia dove vuole e ne senti la voce, ma non sai da dove viene né dove va”. Da notare che in ebraico per dire vento e per dire spirito si usa lo stesso termine: “ruach”, che di per sé significa soffio, ma può designare sia il vento che il respiro. Soffio e respiro che richiamano l’atto creativo, quando il Signore, come dice la Genesi, «plasmò l’uomo con polvere del suolo e soffiò nelle sue narici un alito di vita». Ecco perché quando Gesù parla di Spirito parla sempre di vita: di rinascita. E qualcuno di voi potrebbe anche farmi notare che Gesù unisce lo Spirito all’acqua: «Se uno non nasce da acqua e Spirito, non può entrare nel regno di Dio”. Già la Chiesa primitiva ha interpretato questo binomio, acqua e Spirito, in senso battesimale. Ma credo che Gesù richiamasse ancora una volta le prime righe della Genesi: “lo spirito di Dio aleggiava sulle acque”. L’acqua è segno di vita.

Timore di Dio. Non sono uscito fuori tema. Le parole di Pietro a Cornelio e familiari hanno una portata universale, e richiamano le stesse parole del Maestro. Ci chiediamo anche che senso dare all’espressione: “Dio accoglie chi lo teme e pratica la giustizia”. Mi soffermerò velocemente sul timore di Dio: è l’ultimo dei sette doni dello Spirito Santo. Come intendere il timore di Dio? Ci risponde la Bibbia stessa. Nel libro del Siracide, al capitolo 1, troviamo: «Principio di sapienza è temere il Signore… Pienezza di sapienza è temere il Signore… Corona di sapienza è il timore del Signore… Radice di sapienza è temere il Signore…». La parola timore è sempre unita alla parola sapienza. Il sapiente è colui che si mette davanti al Mistero di Dio, e lo contempla: se ne lascia affascinare. Il timore di Dio, perciò, è stupore di fronte alle meraviglie divine. Forse abbiamo sentito parlare della “sindrome di Stendhal”, che lo scrittore francese descrive molto bene nella sua opera “Roma, Napoli e Firenze”: si tratta di una emozione talmente forte davanti a un’opera d’arte da diventare quasi una sofferenza. È una sindrome che colpisce coloro che sono molto sensibili alla bellezza. Nel campo della fede è restare ammirati davanti alla grandezza dell’amore di Dio. Alcuni santi hanno persino perso i sensi davanti a tanta Bellezza.

Pace e salute. Perciò chi teme il Signore, secondo la Bibbia, non è tanto colui che ha paura di Lui. Dio non si presenta come un giudice, un padre-padrone. Il timore è da intendersi come quel sentimento che si prova di fronte a qualcosa di grande, che però, con la sua grandezza, non ci schiaccia, ma ci dà gioia e sicurezza. «Il timore del Signore, dice l’autore del Siracide, allieta il cuore, dà gioia, diletto e lunga vita». Forse, in questo senso, i nostri vecchi ci parlavano spesso, a modo loro, di timore di Dio, perché non perdessimo il rispetto per il sacro, inteso come qualcosa di grande, di meraviglioso, di esuberante, di necessario per vivere in pace. L’autore del Siracide assicura: il timore del Signore «fa fiorire pace e buona salute».

* omelia del 26 ottobre 2014: Prima dopo la Dedicazione; At 10,34-48a; 1Cor 1,17b-24; Lc 24,44-49a. Fonte: http://www.dongiorgio.it/26/10/2014/omelie-2014-di-don-giorgio-prima-domenica-dopo-la-dedicazione/

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agosto 19, 2014

CON TUTTI I PERSEGUITATI

C’È UN UMANESIMO CHE NEGA L’AMORE PER I DEBOLI E UNA RELIGIONE FANATICA FINO ALLA DISTRUZIONE DI MASSA: VOGLIAMO CREDERE CHE STIA PER EROMPERE ORRORE E VERGOGNA PER LA RELIGIONE DEI VIOLENTI E L’IRRELIGIONE DEI CODARDI

di Pierangelo Sequeri*

Prepotenza del denaro. L’Europa post-ideologica dovrà fare ben altro per meritarsi ancora la nostra fiducia. Porre rimedio alla crisi economica (economica?) alla quale ha generosamente contribuito la sua imperdonabile tolleranza nei confronti della formazione di un vero e proprio ethos dell’avidità e della corruzione (a prescindere da come e quando accadrà) non basterà di certo. “Vizi privati, pubbliche virtù”? Figurati. L’Europa secolare pensa di avere un conto ancora aperto con l’umanesimo religioso che ne ha ispirato la civiltà. In verità, essa ha un conto aperto – apertissimo – con l’umanesimo (presuntivamente) civile che ancora ne sostiene la retorica, mentre ne sta abbandonando le pratiche. Questo umanesimo sta diventando cieco e muto sulla qualità spirituale dell’uomo e della donna, della generazione e del sapere, dell’intimità personale e del legame sociale, del governo dei mezzi e della cura dei fini. Volete sperare che si appassioni per la fragilità dell’indifeso e sia disposto a fronteggiare le ossessioni del violento? Volete credere che sappia giudicare la differenza tra la fede disposta alla compassione dell’inerme e il fanatismo pronto alla crocifissione dell’innocente? Volete pensare che protegga i diritti che non garantiscono adeguata remunerazione, e abbia il fegato di contrastare la prepotenza del denaro che vende e compra anche i bambini?

Popolo di popoli. Eppure, sì, noi vogliamo pensarlo. Noi vogliamo pensare che fra quelli che si muovono solo per proteggere i loro barili di petrolio e quelli che cercano solo di conquistarli – al prezzo di qualsiasi devastazione, e osando persino invocare la religione a pretesto – ci sia un terzo genere di uomini e donne. Noi vogliamo pensare che questo genere di uomini e donne sia di ampiezza enorme, numeroso come i granelli della sabbia del mare, ancora più ampio della discendenza promessa da Dio ad Abramo. Noi vogliamo credere che questo immenso popolo di popoli abbia ormai ben presente che esiste un profondo legame fra la ricerca del godimento che rende totalmente insensibili alle ferite dell’umano condiviso, e l’assuefazione alla dispersione del patrimonio spirituale che ne costituisce la dignità inviolabile. Noi vogliamo credere che dal grembo di questo popolo, di gran lunga maggioritario in tutti i popoli, stia per erompere un’immensa vibrazione di orrore e di vergogna per la religione dei violenti e per l’irreligione dei codardi. Questo popolo ora viene a conoscenza di una verità paradossale, che il Vangelo aveva anticipato (a caro prezzo) per il tempo che doveva ancora venire.

È apparsa una negazione dell’amore di Dio per ogni singola creatura, che appare impegnata a perseguitare la religione come una perversione che intralcia gli affari. E osa chiamarsi umanesimo. Ed esiste una negazione dell’amore di Dio che trasforma la fede in un mezzo di distruzione di massa, per spianare la strada al dominio. E osa chiamarsi religione. Entrambe, grazie alla loro astuta falsificazione, ingannano molti. Sono due forme di incredulità pericolosa, che non abbiamo saputo prevedere. E ora, non sappiamo prevenire. «Vi perseguiteranno, mentendo, per causa mia». E protesteranno, persino, «di rendere culto a Dio». Il popolo delle beatitudini, secondo la rivelazione dell’Apocalisse, è un fiume senza fine. Molti li riconosciamo come nostri fratelli: la maggior parte, però, lo sono senza esserci noti. Molti vengono resi invisibili alla storia, proprio attraverso la distruzione dei loro segni, l’espulsione dalle loro case, l’oscuramento della loro memoria ospitale (più antica delle pietre sulle quali è scritta). Dobbiamo onorare la loro fraternità, e meritarci la loro testimonianza.

Non possiamo tacere. Il professore e la professoressa di non-si-sa-bene-cosa hanno già alzato il ditino: non piace loro che si parli di cristianesimo (ce ne faremo una ragione). Ma per i nostri fratelli e sorelle perseguitati possiamo dire l’affetto e aprire la casa? Noi non possiamo tacere, per loro e per tutti i perseguitati che il Vangelo di Dio ci ha insegnato ad amare. Non abbiamo mai pregato solo per i nostri. In realtà, noi non pensiamo neppure, nonostante tutto, di essere soli. È successo fin dall’inizio. Nel momento meno imprevedibile, spuntano mille Nicodemo, mille Centurioni, mille Zaccheo, mille Cirenei. Un fiume diventano. Non lo zittisci, l’amore di Dio per la creatura oppressa e per il testimone indifeso, qualsiasi lingua parli. I giovani dell’Asia si sveglieranno, infine. Quelli dell’Europa usciranno per incontrarli. E ascolteranno, come fossero nuove, parole antiche che padri troppo distratti e indifferenti hanno colpevolmente mortificato.

*Fonte: Avvenire 10.8.2014; http://www.avvenire.it/Commenti/Pagine/con-tutti-i-perseguitati-editoriale-sequeri.aspx

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