Brianzecum

febbraio 6, 2009

UN DIO CHE SOFFRE?

Cristiani e pagani

poesia di Dietrich Bonhoeffer commentata da Fulvio Ferrario (1)

Uomini vanno a Dio nella loro distretta

Piangono per aiuto, chiedono felicità e pane,

salvezza da malattia, colpa e morte.

Così fanno tutti, tutti, cristiani e pagani.


Uomini vanno a Dio nella Sua distretta,

lo trovano povero, oltraggiato, senza tetto né pane,

lo vedono consunto da peccato, debolezza e morte.

I cristiani stanno accanto a Dio nella sua sofferenza.


Dio va a tutti gli uomini nella loro tribolazione,

sazia il corpo e l’anima del suo pane,

muore in croce per cristiani e pagani

e a questi e a quelli perdona.

Commento

prima strofa: tutti chiedono alla divinità potente

Bonhoeffer parte da un’esperienza umana fondamentale, la ricerca di consolazione e rifugio in Dio. Che tale esperienza non coincida affatto con quanto la Bibbia chiama fede, il teologo tedesco l’ha già abbondantemente messo in luce nelle sue precedenti lettere dal carcere. Per molti aspetti tale esperienza appartiene all’ambito della «religione», con cui Bonhoeffer intende le sovrastrutture umane (riti, pratiche, devozioni..) che di solito accompagnano (e spesso seppelliscono) la fede. In questa «religione», Dio diventa l’estremo rifugio, svolgendo un ruolo di «tappabuchi» [sopperisce cioè alle nostre necessità e bisogni là dove le spiegazioni scientifiche o le capacità autonome dell’uomo vengano a mancare].

Nell’«andare a Dio» è inclusa, dunque, questa ricerca di una consolazione religiosa ritenuta culturalmente superata e spiritualmente delegittimata. Non solo, egli ritiene che anche l’essere umano «adulto» [secolarizzato], in una forma o nell’altra, in un’occasione o nell’altra, «vada a Dio» alla ricerca di aiuto, felicità, pane, guarigione, salvezza. In questo rivolgersi a Dio, cristiani e non-cristiani [pagani] non si distinguono, la loro distretta [ristrettezza, bisogno] li accomuna e si esprime nel grido rivolto verso il Cielo. Nemmeno l’età adulta del mondo moderno va dunque considerata una forma massiccia e senza sfumature. Anche il “paganesimo” moderno porta in sé un resto di religione: Bonhoeffer, qui si mostra attento anche a tale sopravvivenza. Il passaggio decisivo che distingue cristiani e non-cristiani avviene dopo, nella

seconda strofa: il Dio dei cristiani si fa “debole e sofferente” perché è amore

Parlare di una «distretta» di Dio e della sua sofferenza costituisce, per tutte le tradizioni religiose, un fatto piuttosto inusuale. Per Bonhoeffer, l’affermazione che Dio soffre, e precisamente soffre per amore, discende direttamente da una “teologia della croce”, già presente nel Nuovo Testamento (Filippesi 2,6-8). La lunga, consolidata consuetudine teoretica e spirituale con la metafisica greca, a pensare e credere Dio come «impassibile», ha invece plasmato la fede della chiesa in modo purtroppo decisivo. Ma il Dio impassibile, letteralmente incapace di soffrire, della metafisica tradizionale non è compatibile con la parola della croce. È necessario pensare Dio in termini diversi: lasciare che sia la storia di Gesù a insegnarci a pensare anche la natura di Dio. Ciò non significa respingere l’apporto che la filosofia, compresa quella greca, può offrire al discorso teologico: esso però deve essere disciplinato dalla parola biblica e plasmato, modellato dalla sua forza.

L’amore ha una sua caratteristica debolezza, quella di chi si offre senza imporsi e che accetta di soffrire e anche di morire piuttosto che rinunciare a essere sé stesso. Un tale amore, che anche l’esperienza umana conosce, seppure in termini sempre ambigui e contraddittori, è rivelato nella croce di Gesù come il volto, l’identità, l’essenza intima di Dio. La teologia odierna deve moltissimo a questa intuizione di Bonhoeffer. A essa si ricollega l’odierno rilancio della teologia trinitaria: l’amore di Dio rivelato nella croce di Gesù Cristo può essere teologicamente compreso solo nel quadro di una riflessione sull’identità e sulla vita relazionale di Dio stesso nella sua eternità. In questa prospettiva, il dogma trinitario si rivela del tutto in linea col pensiero biblico: piuttosto, esso è l’espressione teologica consapevole di quanto appare in Gesù.

Riassumendo: l’anima religiosa dell’essere umano si scontra con il Dio rivelato nella croce di Gesù Cristo. Cristo crocifisso pone fine alla «religione» in termini più radicali dello stesso processo di emancipazione culturale che conduce l’uomo all’età adulta. Il passo nel quale Bonhoeffer descrive succintamente l’itinerario che conduce all’«età adulta» è in una sua lettera del 16 luglio 1944: lo sviluppo della filosofia moderna e l’irruzione della scienza sottraggono «spazio» a Dio. Di conseguenza, si verifica l’esigenza di «vivere nel mondo come se il Dio [della religione] non ci fosse». Il processo verso l’età adulta impone però di pensare Dio in termini teologicamente responsabili, cioè a partire dalla croce di Gesù.

La rivelazione in Gesù spiazza le attese della religione, tanto “cristiana” quanto dei non cristiani, presentando un Dio diverso, che «si lascia scacciare» dal mondo. Lasciandosi scacciare, sulla croce, Dio costituisce e precisa il proprio rapporto con l’essere umano, manifestando nella debolezza la propria potenza. È di fronte a tale rivelazione che la fede cristiana si separa dalla religione, così come si è espressa nelle varie tradizioni, compresa quella cristiana. I cristiani stanno accanto a Dio nella sua sofferenza: Bonhoeffer stesso, nella lettera del 18 luglio 1944, offre l’interpretazione autentica di questo verso: la prassi cristiana non consiste in prestazioni o devozioni religiose, comunque intese, bensì nella partecipazione alla sofferenza di Dio nel mondo.

terza strofa: Dio risponde e perdona tutti

La fede che vive nel mondo consiste in quella che è stata definita «l’azione responsabile». E’ dato “fare e osare non una cosa qualsiasi, ma il giusto”, a patto che si sappia che la “giustizia” dell’azione non riposa in sé stessa, ma nello sguardo perdonante di Dio. La giustificazione dell’agire responsabile è dunque affidata unicamente al perdono di Dio, non può esistere alcuna forma di autogiustificazione. Come cristiani e non-cristiani implorano insieme l’aiuto di Dio, così essi vengono raggiunti, al di là di tutto quanto li distingue, dall’evento della grazia. Bonhoeffer intende sottolineare che il mondo (e proprio il mondo corrotto e attraversato dalla tragedia) è investito dalla grazia di Dio. Dove la religione istituisce barriere, la grazia le supera, creando, mediante il perdono, l’embrione terreno, storico e mondano, della nuova umanità. Alla luce di questo evento, realmente ultimo, la nostra vita nel mondo appare in una luce completamente diversa, perché investita del concreto annuncio del perdono di Dio che, in Cristo, trascende anche i confini della chiesa.

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(1) docente di sistematica alla Facoltà valdese di teologia, Roma. Il commento completo, reperibile in: “Protestantesimo” n. 3/2006, è stato qui ridotto a cura di Gigi Ranzani (ranzani@alice.it) e discusso in un incontro del Gruppo ecumenico della Brianza meratese del novembre 2007. La poesia esprime profonde intuizioni teologiche su ciò che accomuna e differenzia i cristiani da tutti gli altri credenti; è stata scritta in carcere da D. Bonhoeffer, pastore luterano della Chiesa evangelica tedesca, imprigionato nel 1943 per aver preso parte al complotto guidato dall’ammiraglio Canaris per uccidere il Fuhrer; venne impiccato nell’aprile 1945 su ordine diretto di Hitler.

febbraio 3, 2009

ottobre 11, 2008

SEGNI DEI TEMPI O BARBARIE DEI TEMPI?*

DALLA LINEA INTRANSIGENTE ALL’APERTURA DI PAPA GIOVANNI

Profeti di sventura. Il concilio vaticano I (1869-70) aveva solennemente dichiarato che nella storia moderna, dopo il concilio Tridentino (15451563), vi è stata una progressiva corruzione dell’uomo, provocata dalla negazione protestante del principio di autorità. Si comprende in tal modo come mai per lunghi decenni sia prevalsa nella chiesa cattolica una linea di comportamento, detta intransigente, che può essere così sintetizzata: a) la chiesa è tenuta a insegnare su tutto; b) i mali derivano dal fatto che questo insegnamento non è seguito ma è abbandonato e rifiutato, perciò la società si è scristianizzata; c) dunque l’unico rimedio è seguire l’insegnamento della chiesa e cercare di ricristianizzare la società. In questa logica, quello che i vangeli invitano a ricercare come “segni dei tempi” (Lc 12,54-58; Mt 16,1-4; Mc 8,11-12) tende ad essere ridotto ai mali della nostra epoca. L’occhio è rivolto al passato e si sogna il ritorno al regime di cristianità. Il papa Giovanni 23° si oppose a questo atteggiamento e già nella bolla di indizione del concilio vaticano II parlò di “non pochi indizi che fanno bene sperare sulle sorti della chiesa e dell’umanità”. “Quella espressione era ben meditata e voleva correggere una visione in qualche modo dominante (quella dei “profeti di sventura”) nella tradizione della chiesa cattolica, dalla Restaurazione ottocentesca fino a tutta la prima metà del secolo XX” (Ruggieri).

Nell’enciclica Pacem in terris il tema dei segni dei tempi conclude ciascuno dei 4 capitoli di analisi: 1) ordine tra gli esseri umani, 2) rapporti tra i poteri pubblici, 3) rapporti tra le comunità politiche e 4) rapporti con la comunità mondiale. Tra i primi viene ricordata l’ascesa economico-sociale delle classi lavoratrici, l’ingresso della donna nella vita pubblica, i diritti di cittadinanza; tra i secondi le costituzioni degli Stati, che spesso recepiscono i diritti fondamentali dell’uomo; nel terzo gruppo la diffusione della coscienza che col negoziato e non attraverso la guerra debbano essere risolte le controversie (istanza della pace); infine la dichiarazione dei diritti universali e gli sforzi dell’ONU per la pace. Come si vede si tratta di segni positivi, di speranza, proiettati verso il futuro, anche se spesso bollati come “naif” (ingenui) dai sostenitori della linea intransigente. Analogamente, nei documenti del concilio vaticano II si fa quattro volte riferimento esteso ai segni dei tempi, oltre a vari cenni, ma sempre in termini positivi, di speranza.

Il superamento della linea intransigente è avvenuto attraverso due vie, apparentemente opposte: 1) rivolgendosi anche al di fuori della chiesa, dove non è accettata la linea di autorità; 2) parlando il linguaggio profetico-evangelico, ovvero quello della testimonianza, invece del linguaggio dell’insegnamento. Entrambe queste vie sono reperibili nei documenti e nella prassi successivi: ad es. diversi documenti conciliari, le dichiarazioni, sono rivolte all’esterno; la Pacem in terris è rivolta anche a tutti gli uomini di buona volontà, oltre ai cattolici; al paragrafo 83 introduce la fondamentale distinzione tra errore ed errante “che conserva, in ogni caso, la sua dignità di persona”; nel successivo poi ammette che anche in dottrine errate (chiara l’allusione al marxismo) vi possano essere “elementi positivi e meritevoli di approvazione”: la benedetta incoerenza di chi parte da principi negativi ma opera positivamente. Non tutto il bene dunque deriva dall’insegnamento della gerarchia cattolica: in questi ed altri passi si può scorgere un’autolimitazione del modello dell’insegnamento, con l’allargamento dello sguardo sull’intera umanità e i suoi problemi.

Cosa sono dunque i segni dei tempi, quelli che dobbiamo scorgere nel mondo e nella storia? Sono i segni che la redenzione di Cristo ha lasciato nel mondo. C’è la tendenza a una eccessiva spiritualizzazione di quella che è stata l’opera messianica di Cristo, così che la si ritiene valida per il singolo ma non in grado di investire anche l’ambito comunitario, sociale e universale (Dossetti). Ovunque ci sia progresso umano possiamo vedervi segni della redenzione di Cristo, anche se non vi è l’opera di cristiani. Da questo punto di vista non sembra “naif” tendere verso la pace, quanto piuttosto ritenere che il bene possa provenire soltanto dall’insegnamento della gerarchia cattolica. Operare concretamente per realizzare pace, giustizia, salvaguardia del creato: qui dobbiamo scorgere i segni dei tempi e le linee per agire, assieme a tutti coloro che siano disponibili. Certo non è un impegno di poco conto: “a tutti gli uomini di buona volontà spetta un compito immenso: il compito di ricomporre i rapporti della convivenza nella verità, nella giustizia, nell’amore, nella libertà: i rapporti della convivenza tra i singoli esseri umani; fra i cittadini e le rispettive comunità politiche; fra le stesse comunità politiche; fra individui, famiglie, corpi intermedi e comunità politiche da una parte e dall’altra la comunità mondiale. Compito nobilissimo quale è quello di attuare la vera pace nell’ordine stabilito da Dio” (Pacem in terris, n. 87).

* Dall’intervento di Piero Stefani alla settimana estiva di Motta 2008 su: Pace, giustizia e riconciliazione nella Pacem in terris e successivi documenti pontifici, organizzata dalla Comunità di via Sambuco 13, Milano.

Per riflettere:

-profeti di sventura;

-segni dei tempi nei vangeli;

-segni positivi secondo Giovanni 23°;

-ascesa economico-sociale delle classi lavoratrici;

-ingresso della donna nella vita pubblica;

-diritti fondamentali dell’uomo;

-istanza della pace;

-superamento della linea intransigente;

-segni lasciati dalla redenzione di Cristo;

-visibili in ogni progresso umano;

-evitare eccessiva spiritualizzazione dell’opera messianica di Cristo.


agosto 16, 2008

È TEMPO DI PROFEZIA

Ci spaventa di più qualche decina di morti – specie se occidentali – negli attentati terroristici, che non qualche decina di milioni che ogni anno nel mondo sono vittime della fame. Le morti per fame non fanno notizia, si riferiscono a persone lontane, quindi pensiamo che non ci riguardino. Neppure fanno notizia i milioni di morti che in occidente sono vittime delle malattie del benessere (infarti, tumori e altre patologie degenerative) né si diffondono adeguatamente le informazioni scientifiche secondo cui ciò va attribuito in buona parte a quantità e ricchezza dei nostri cibi. Il consumo è una necessità dell’economia e guai a chi si permettesse di auspicarne la riduzione, anche se da questa potremmo derivare migliore salute per noi, minor sfruttamento del terzo mondo, minori rischi di desertificazione conseguenti all’effetto serra, meno guerre per garantirsi la disponibilità delle materie prime. Se dovessimo sommare, a quelle del benessere, le morti – in buona misura connesse allo stesso benessere – della fame, delle guerre e della desertificazione, possiamo raggiungere cifre da fare impallidire persino quelle provocate nei due folli conflitti mondiali del secolo scorso. Ma non ci sono soltanto danni fisici nel panorama mondiale.

Sul piano politico e psicologico, la deregolamentazione liberista, che accompagna la globalizzazione, comporta la graduale abolizione di tutte le leggi che ostacolano l’economia – ad eccezione della legge del più forte. Preoccupa ancor più che l’impero universale del mercato consegue in concreto l’appannamento di ogni valore che non sia quello economico-monetario. Senza arrivare al pur autorevole parere che “la realtà simbolica sia l’unica realtà vera”[1], non si può negare la convinzione degli antropologi secondo cui l’uomo va considerato un essere a nascita prematura che, a differenza degli animali, ha bisogno di completarsi in quella che per lui è una specie di seconda natura, cioè la cultura – dove i valori simbolici giocano un ruolo insostituibile. I danni della deprivazione simbolica potrebbero rivelarsi disastrosi per le generazioni successive. Lo sforzo di eliminare i valori umani per sostituirli con quelli monetari si potrebbe coniugare con la ricerca silenziosa di un’alterazione genetica per l’uomo stesso, al fine di creare un tipo umano “superiore”, destinato a dominare sugli altri, perfettamente adattato alle esigenze del mercato. Un pallido riflesso può essere quanto sta avvenendo con l’appiattimento dei gusti e delle culture operato dal potere mediatico, oltre alla disinformazione faziosa. Rispetto alla chiara distinzione tra padroni e operai, ai tempi della prima industrializzazione, oggi il potere si camuffa dietro la potenza psicologica dei mass media, usa prevalentemente l’arma dei consumi e toglie le possibilità di difesa a quella che una volta era la classe operaia, frantumandola e disorientandola. C’è un bisogno estremo di aprire gli occhi sui mali e le ingiustizie che vanno aggravandosi nel mondo, destabilizzandolo, specie col disperato ricorso al terrorismo. È compito di tutti opporci alle profonde ingiustizie, nelle quali affonda le radici gran parte della zizzania terroristica. Ed è ovvio che la maggiore responsabilità di non denunciare a sufficienza queste ingiustizie è da attribuire a chi detiene l’autorità morale, come le religioni. Coloro che denunciano i mali del mondo e indicano la via per il loro superamento erano definiti, nella Bibbia, profeti.

I profeti compaiono solo di rado nel corso dei secoli, come lontane comete splendenti. La loro parola sembra sfiorare la terra come un segno di disgrazia non ancora riscattato, che divampa per perdersi di nuovo nell’infinito. (..) I profeti non tollerano i compromessi né hanno comprensione per quei grovigli formati dalle mezze misure della grettezza e degli asfittici bisogni del momento.”[2] Difficilmente è profetica la voce delle istituzioni e delle chiese. La preoccupazione di tener dentro tutti, ricchi e poveri, conservatori e progressisti, spinge spesso verso equivoche posizioni “centriste” o “moderate”, ben lontane dalle nette posizioni evangeliche, che invece sono sempre a favore dei poveri e dei piccoli, nonché radicalmente ostili verso i potenti, siano essi politici, economici o religiosi. La gravità dei problemi mondiali impone di allargare le prospettive, sentendo come nostri la fame e i mali degli altri (in realtà lo sono); invita a concentrarsi profeticamente sui grandi temi della pace, giustizia e salvaguardia del creato, a saper discernere gli ostacoli e individuare i mezzi per modificare la rotta dell’umanità, cominciando anzitutto con quelli a disposizione di noi tutti: esercitare senso critico nei confronti di cultura e informazione, partecipare alla vita politica, modificare i consumi.


[1] E. Drewermann, Il Vangelo di Marco, immagini di redenzione, Queriniana, Brescia 1994, pag. 165.

[2] Ivi, pag. 389.

MULTICULTURALITÀ: QUALI CAMBIAMENTI?

DAGLI ATTEGGIAMENTI VISCERALI A QUELLI INCONSCI

Tre modelli di integrazione sono stati indicati dagli studiosi nel caso di flussi immigratori:

  • il primo è quello del melting pot, ovvero della zuppiera, nella quale i diversi ingredienti, cuocendo a lungo, si fondono e si confondono: vi è forte integrazione, però si perdono le identità originarie;
  • il secondo è quello dell’insalatiera, nella quale permangono i gusti e le identità d’origine, ma l’integrazione è carente;
  • infine si indica il modello del mosaico, in cui le diverse identità originarie vengono inserite in un progetto complessivo finalizzato alla loro valorizzarle. Quest’ultimo può essere considerato il modello preferibile, che unisce i vantaggi dei due precedenti, valorizzando la diversità.

Nella realtà i modelli teorici facilmente si sovrappongono e raramente vengono deliberatamente perseguiti dai pubblici poteri. È difficile persino misurare fino a che punto si riesce a realizzare una feconda multiculturalità, o invece si resta in una pluralità di monoculturalismi giustapposti o addirittura contrapposti. Sta di fatto che in Italia la multiculturalità ci è cascata addosso quasi all’improvviso. Si sono infatti invertiti i flussi migratori, così che da paese di emigrazione ci siamo trovati – spesso impreparati – di fronte ai problemi dell’immigrazione e della società multiculturale.

Valorizzare la diversità.  Si pone ad es. il problema di cosa cambiare negli atteggiamenti e nelle strutture. Le nostre scuole, ma anche i tribunali e altri uffici pubblici hanno il crocefisso, mentre una saggia regola di laicità vuole che si evitino i segni che impediscano a qualcuno di “sentirsi a casa propria”, perché non crede o crede in altre fedi. I luoghi pubblici infatti devono essere percepiti come casa comune, dove chiunque si senta a proprio agio. Ma forse più importante ancora è modificare gli atteggiamenti nei confronti degli immigrati. Gli italiani sono spesso polarizzati tra atteggiamenti di generosa accoglienza e di viscerale rifiuto xenofobo – che trascura ad es. i vantaggi dell’immigrazione per le aziende o le famiglie con persone bisognose di assistenza. Forse l’atteggiamento più ragionevole sarebbe di chiedersi in qual modo possiamo avvantaggiarci, anche sul piano culturale, dalla diversità degli immigrati; vedere in loro un potenziale valore aggiunto per la nostra stessa identità. Così potrebbero essere innescati “circoli virtuosi” per agevolare il passaggio verso il modello del mosaico.

Una base comune è necessaria perché la società sia coesa, ma la sua ricerca costituisce forse il problema più difficile. Quanto più la società è multiculturale e diversificata, tanto più la base comune si assottiglia. Non può che essere laica per la società civile questa base comune, ma deve fare riferimento ai valori. E i valori vanno in prevalenza attinti dalle religioni. Negli Stati Uniti ad es. la conoscenza e l’accettazione della costituzione è la condizione richiesta agli immigrati per ottenere la cittadinanza; la costituzione americana si configura quasi come una religione civile, in quanto fa riferimento a Dio (sia pure in termini non confessionali). La nostra costituzione è un altro esempio di sintesi tra valori provenienti dalla tradizione cattolica e da quella laica. Ma le costituzioni sono documenti freddi, difficilmente “riscaldano i cuori”, come è necessario, anche a livello civile, per ottenere una partecipazione attiva, una autentica integrazione. Pregevoli a questo proposito sono gli sforzi – in particolare di Hans Kung – di trovare una base etica comune tra le diverse religioni mondiali.

Un’etica naturale,  la ricerca cioè di quanto dei precetti religiosi è già inscritto per natura nella coscienza di ogni persona che viene al mondo, ha costituito un altro importante campo di ricerca di una base comune su cui si potrebbe far leva nel problema della multiculturalità: una ricerca che risale al periodo medievale, non solo nella tradizione cristiana, ma anche in quella islamica. Mentre però nella prima hanno prevalso le tendenze razionaliste e tomiste che accettavano l’esistenza di questi valori naturali, affidando alla gerarchia cattolica l’impegno di definirli, nell’Islam è prevalsa una tendenza diversa, che decretava la priorità della rivelazione coranica su ogni dato naturale. È per questo che alcune nazioni (specie islamiche) non si sono riconosciute nella Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo del 1948, vedendone un’emanazione dell’occidente cristiano, e hanno sottoscritto più tardi una dichiarazione alternativa.

Placare l’angoscia. Le religioni potrebbero essere il fattore più di ogni altro in grado di “scaldare i cuori” e favorire l’integrazione. Ma a condizione di sottoporsi ad una drastica cura di aggiornamento e di essenzialità. Nei confronti delle religioni si levano spesso pareri contrastanti: chi le accusa di essere fattore di divisione, di guerra, di fanatismo; chi invece ne vede gli aspetti positivi, soprattutto a livello personale. Il teologo e psicoterapeuta Eugen Drewermann ne vede addirittura l’unica possibilità di salvezza per l’umanità. Solo la religione, non l’etica e tanto meno la politica – questa una sua argomentazione[1] – è in grado di placare l’angoscia in cui tutti tendiamo a cadere. È l’angoscia che spinge al riarmo o alla crescita indefinita, che sta quindi all’origine profonda delle guerre, nonché del baratro consumistico ed ecologico verso cui si sta avvicinando l’umanità. Le religioni, in particolare il cristianesimo, hanno perso gran parte della loro capacità di incidere perché hanno sviluppato una sola dimensione della psiche umana: quella che la psicologia del profondo individua come maschile: razionalità, volontà, potere; in breve: avere e fare. Ma nella “verità” dell’uomo sono importanti anche gli aspetti femminili: sentimento, sogno, bellezza, arte, mistica, inconscio; in una parola: essere. Forse perché si è aperto su alcuni di questi aspetti, papa Woytjla, con i suoi gesti – anche se non razionalmente o teologicamente fondati (si pensi al foglietto infilato nel muro del pianto a Gerusalemme) – ha saputo scaldare i cuori più di altri.

In definitiva, per realizzare la reciproca fecondazione tra le diverse identità in una società multiculturale sembra davvero indispensabile uscire dai freddi schemi razionalisti e maschilisti in cui sono avviluppate culture e religioni del ricco occidente. È urgente volgere lo sguardo al di fuori della nostra opulenza e guardarne gli effetti concreti: dannosa obesità per alcuni, fame per altri; guerre sanguinose, specie per i poveri, al fine di non intaccare il livello di vita dei ricchi; un liberismo selvaggio, alimentato dalla pretesa di “aumentare la torta al fine di poterla dividere”, mentre, al contrario, vengono arricchiti i pochi già ricchi e allargata precarietà e penuria altrove – con ulteriore spinta alla emigrazione dalla miseria. La lotta contro i grandi mali dell’umanità: guerra, ingiustizia, distruzione dell’ambiente, dovrebbe costituire una valida base comune per il rilancio di una nuova spiritualità delle religioni. Un’altra via da battere potrebbe essere l’utilizzo sapiente degli aspetti inconsci della psiche umana – che ormai hanno una solida base scientifica. Con l’inconscio si possono spiegare comportamenti diversi dai nostri, dato che alla base c’è l’interiorizzazione di altre esperienze rispetto alle nostre. Se i predecessori di mezzo millennio fa lo avessero avuto presente questa considerazione, probabilmente non ci sarebbero state le lacerazioni conseguenti alla Riforma[2]. Della quale peraltro si sta oggi rivelando persino l’inconsistenza teologica (ad es. sulla giustificazione per fede). L’inconscio pertanto è un fattore di tolleranza e di comprensione degli altri: su esso e sulle altre “verità” dell’uomo che le scienze moderne ci offrono, è opportuno confrontarsi. Sono queste alcune vie per poter dare quel contributo decisivo alla salvezza dell’umanità che oggi viene richiesto con urgenza alle religioni e a tutti noi.


[1] Cfr ad es.: E. Drewermann, Guerra e cristianesimo, la spirale dell’angoscia, ed. Raetia, Bolzano 1999, pag. 176.

[2] E. Drewermann, cit. pag. 186.

Per riflettere:

-tre modelli di integrazione;

-il modello del mosaico valorizza le diversità;

-italiani impreparati alla multiculturalità;

-è necessaria la laicità per rispettare gli altri;

-quali vantaggi culturali trarre dalla diversità degli immigrati;

-ricerca di una base comune;

-base che si assottiglia con l’aumento della diversità;

-attingere valori dalle religioni;

-sforzi per ricercare un’etica naturale;

-priorità della rivelazione coranica sulla natura;

-le religioni possono placare l’angoscia, fonte di guerra;

-ma hanno trascurato gli aspetti femminili della psiche;

-richiedono aggiornamento ed essenzialità.

luglio 31, 2008

SOLO UN DIO CI SALVERÀ?*

ETICHE E FEDI DEL MONDO ALLA RICERCA DI UNITÀ

Gesù ha istituito un modo inedito di rapportarsi alle religioni: ha detto alla samaritana che non si adorerà più Dio in un singolo luogo sacro, come il tempio, ma ovunque, “in spirito e verità”. In seguito si è verificata una situazione paradossale: coloro che affermavano il tempio (gli ebrei) l’hanno avuto distrutto (nel 70 d.C.) e mai più ricostruito; mentre coloro che non lo avrebbero dovuto affermare seguendo quel principio evangelico (i cristiani) ne hanno costruiti a migliaia. E con i templi hanno riempito la loro fede di norme, modalità, tradizioni, gerarchie, talvolta allontanandosi persino dagli stessi principi evangelici. Oggi sembra giunto il momento di recuperare l’essenza e l’universalità della fede, depurandolo dalle incrostazioni delle religioni. Vi convergono alcuni aspetti. Mentre fino a qualche anno fa avanzava il secolarismo, tentando di relegare le religioni ad una sfera privata e secondaria, oggi, nonostante la globalizzazione economica e culturale, assistiamo ad un ricupero di posizioni “forti” delle religioni, a un superamento delle posizioni “di confine” e persino ad un ritorno ai fondamentalismi confessionali. Talvolta questi, dopo il crollo del muro di Berlino, hanno preso il posto delle ideologie politiche; così l’Islam viene spesso visto come l’unica alternativa consistente all’imperante “pensiero unico” liberista. In ogni caso l’accostamento delle diverse religioni tra loro, dovuto alla globalizzazione, nonché il necessario rapportarsi alla modernità, impone un processo di purificazione e di ricerca dell’essenziale da parte di ciascuna religione.

Etica mondiale.  Un documento sulla necessità di dialogo tra le religioni, come premessa per la pace nel mondo, prescinde dall’ipotesi religiosa e si limita alla ricerca di un’etica comune alle diverse religioni, proponibile successivamente anche a chi non crede. Il documento fa seguito ad un incontro a Chicago nel 1993, dovuto all’iniziativa di Hans Kung, nel quale più di 200 rappresentanti di tutte le religioni mondiali hanno espresso per la prima volta nella storia il loro consenso su alcuni comuni valori, standard e atteggiamenti etici come base per la definizione di un’etica mondiale. Si è parlato di un primo Parlamento delle religioni mondiali. In effetti questo interessante documento non ha avuto il seguito che ci si poteva attendere. Le ragioni possono essere molteplici: la globalizzazione e l’involuzione fondamentalistica cui si è appena fatto cenno; i toni catastrofistici, con cui viene descritta la situazione mondiale, possono da un lato urtare, dall’altro lasciare indifferenti (tanto non ci saremo più); le dichiarazioni di principio astratte e disincarnate possono incontrare una certa refrattarietà e costituire per chi le ha fatte un alibi per non impegnarsi ulteriormente. Forse sarebbe stato meglio prendere consapevolezza delle dissonanze che generano conflittualità, oppure indicare priorità e gerarchie di valori. Tuttavia ci dobbiamo chiedere se è questa (l’etica) la via giusta o se invece hanno ragione coloro che ritengono necessaria la via della fede. Anche Heidegger affermava che solo un Dio ci potrà salvare, pur riferendosi prevalentemente al bisogno di andare oltre la dittatura della tecnica che avrebbe ridotto l’uomo a semplice strumento nelle mani del non-senso.

La via della fede.  A favore della via della fede si sostiene che porta uno sguardo “caldo” sulla realtà: lo sguardo dell’amante piuttosto di quello dell’oculista, riferito all’etica. Si ricordano le famose tre esigenze etiche proclamate dalla rivoluzione francese: solo la libertà si è affermata, fin troppo, spesso degenerando in arbitrio, mentre l’uguaglianza e la fraternità, che richiedono maggiore impegno, sono pressoché scomparse nell’ambiente laico della società civile. L’esperienza egualitaria nei paesi del socialismo reale è stata poi del tutto fallimentare, mentre altrove è stata ridotta a una teorica istanza di parità nella condizione di partenza, per non intaccare i principi meritocratici. All’opposto va sottolineato che la via dell’etica consente di operare e dialogare assieme a chi non crede o crede in modo diverso. Si tratta in ogni caso di chiarire cosa si intende per fede: una semplice testimonianza di fiducia (affidamento passivo) o fervore di speranza (impegno attivo); attesa di salvezza operata da Dio o edificazione del Regno in questo mondo, quindi progettualità da negoziare e condividere nell’attuale contesto multiculturale. Gesù aveva un intenso rapporto di fede col Padre, ma lo teneva riservato; con la gente usava soltanto il linguaggio dell’umanità, spingendo a perseguire la pienezza dell’umano. Si ritorna così all’esigenza accennata all’inizio: di riscoprire, attraverso un profondo lavoro di studio e rinnovamento, l’essenza della fede, separandola dalle incrostazioni della storia e del potere. Allora forse la via della fede potrebbe ricuperare la superiorità rispetto all’etica che dovrebbe avere.

Scheda tratta da un incontro del Gruppo ecumenico meratese il 14-2-08 in casa Basile.

Per riflettere:

-il ritorno di posizioni forti delle religioni, dopo il secolarismo;

-l’islam sembra l’unica alternativa al pensiero unico;

-la ricerca di un’etica comune mondiale;

-un parlamento delle religioni del mondo;

-i toni catastrofistici possono urtare;

-via dell’etica o via della fede?

-ricerca dell’essenziale nella fede.


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