Brianzecum

agosto 16, 2008

PRIMATO DI SERVIZIO: PER UNA CHIESA DIALOGICA ED ECUMENICA

Io sono la via, la verità, la vita (Gv 14,6): raramente si pensa che questa fondamentale affermazione di Gesù vale non soltanto per chi crede in lui, ma per tutti: buddisti, musulmani e anche per i non credenti. Questa validità universale del cristianesimo era stata riconosciuta anche da Gandhi, la “grande anima” indiana. Dalla stessa affermazione di Gesù ne consegue l’altra, secondo la quale chi non è con me è contro di me (Lc 11,23 e Mt 12,30). Ma questa frase è riferita alla persona di Gesù, non certo alle chiese, ai cristiani, ad associazioni o movimenti. Per questi vale piuttosto l’affermazione opposta: chi non è contro di noi è per noi (Mc 9,40): dobbiamo cioè avere la massima apertura verso tutti coloro che non ci sono ostili e magari domandarsi, rispetto a quelli che lo sono, se l’ostilità non deriva per caso da nostri errori o incomprensioni. Un’altra considerazione che risalta dalla affermazione iniziale è che la verità è una persona, non una teoria, una filosofia razionale e obiettiva.

Con la modernità, sotto la spinta di diverse forme di soggettivismo, è andata in crisi la filosofia tomista, su cui era basata in gran parte la teologia cattolica, specie in occidente. Per un lungo periodo il cattolicesimo ha cercato di opporsi al pensiero moderno, ma ciò comportava un distacco dalla cultura, una crescente difficoltà di dialogo. Papa Wojtyla, forse perché slavo, più vicino quindi alla cultura orientale, forse per le sue doti umane, grazie anche ai suoi viaggi, ha saputo istaurare rapporti di dialogo non solo con le religioni, ma anche con le culture moderne, adeguandosi al linguaggio degli interlocutori; ed è stato anche capace di cambiare nel tempo. Agli inizi del suo pontificato pubblicava numerose encicliche, ma ne ha ridotto gradualmente il numero, confidando forse più nel valore dei gesti che delle parole. La grande popolarità che ha saputo conquistare indica una forte attitudine al dialogo e un buon rapporto con la modernità e la secolarizzazione, con le quali ogni chiesa non può non fare i conti. Se oggi c’è un risveglio religioso, non va trascurato il fatto che il massimo sviluppo si ha per le chiese “indipendenti”, che non accettano intromissioni autoritarie: si sta sviluppando in altri termini una sorta di “religione fai da te”, per rispondere al crescente bisogno di infinito e di giustizia.

Ecumenismo. Una chiesa massiccia e tradizionale come quella cattolica viene spesso temuta dalle altre per il suo proselitismo e la sua invadenza. E in effetti la chiesa cattolica per dimensioni, tradizione e organizzazione, è quella che più di ogni altra potrebbe aspirare ad avere un primato spirituale sia in ambito cristiano che nei confronti delle altre religioni del mondo. Ma è indispensabile una puntuale applicazione dell’evangelo, in particolare per quanto riguarda la questione del primato petrino. Sul tema dell’autorità il vangelo è inequivocabile: se qualcuno vuole essere primo, sarà ultimo di tutti e servitore di tutti (Mc 9,35). Il primato come servizio viene dai vangeli ripetuto in diverse occasioni[1] ed è un aspetto significativo di quella inversione dei valori umani che costituisce l’aspetto più qualificante del messaggio evangelico. Ma cosa significa primato di servizio? Bisogna applicare alla lettera l’indicazione evangelica: non perseguire un potere, ma servire, con la fatica e le umiliazioni che ne conseguono; non ordini o divieti ma consigli fraterni, aiuti, stimoli; rispettare l’autonomia e la libertà delle coscienze; credere nella fondamentale positività dell’uomo, che merita quindi fiducia e affidamento di responsabilità, salvo prove contrarie. Significa infine accettare il principio base dell’ecumenismo: che la verità tutta intera non può essere posseduta da nessun uomo, ma va ricercata e perseguita nel dialogo con tutti gli altri. La nostra verità è una persona (divina), non un’idea.

La chiesa di Cristo, in definitiva, deve guardare lontano, deve essere profetica, deve seguire con scrupolo il vangelo e il suo messaggio liberante. Deve alzare gli occhi dal proprio ombelico e guardare alla gravità dei problemi del mondo: la fame di molti e l’eccesso alimentare di pochi, il rischio di catastrofe ecologica, l’impero dell’economicismo, ingiustizie crescenti che spingono ad uccidersi per uccidere; soprattutto, causa e conseguenza ad un tempo di tutto ciò, le guerre. Papa Wojtyla è stato grande perché ha cominciato a guardare in faccia il mondo e la modernità. Forse lo sarebbe stato ancor di più se avesse avuto il coraggio di decentrare e lasciare spazio anche alle voci dissonanti. La strada è ancora lunga: la chiesa deve perseguire il primato spirituale nel mondo assumendosi l’onere di servire. Servire è faticoso, è opportuno ripartire l’impegno, la responsabilità, la ricerca della strada da percorrere: ecco perché è necessaria la collegialità e bisogna abbandonare forme obsolete di monarchia assoluta, ai vari livelli. Decentrando e responsabilizzando si potrebbe sollecitare un’incredibile quantità di energie umane e spirituali, che consentirebbero di raggiungere traguardi oggi impensabili.


[1] Cfr ad es.: Mt 20,27; Mc 10,44: Lc 22,26.

IL PERCORSO ECUMENICO TRA CONTINUITÀ E DISCONTINUITÀ

Quarant’anni fa col Concilio vaticano II (detto giustamente ecumenico) la chiesa cattolica fece una scelta – definitiva e irrevocabile, come ribadito dai pontefici successivi – a favore dell’ecumenismo. Come potrebbe la chiesa di Cristo assolvere al suo compito fondamentale di annuncio del vangelo a tutto il mondo se è divisa? Le chiese cristiane non possono non sostenere un paziente lavoro di discussione tra loro per evidenziare le cause, certamente storiche, contingenti – e colpevoli – di queste divisioni, nonché per delineare le vie di un’intesa spirituale, teologica e pratica. Contemporaneamente le chiese cristiane non potevano non scoprire le proprie origini nell’ebraismo, origini comuni che potevano costituire un ulteriore fattore di intesa ecumenica. Così anche nei rapporti con la religione ebraica ci fu – sul piano pratico – un cambiamento a 180°: dal disprezzo per i “perfidi ebrei”, “popolo deicida”, all’abbraccio con quelli che poi furono chiamati “fratelli maggiori” nella fede nell’unico Dio. Va sottolineato che questo processo di riavvicinamento tra chiese e religioni è certamente tra le cose volute da Gesù, quando ad es. pregava il Padre perché tutti siano una cosa sola (Gv 17,21).

Un forte pluralismo vige però nel mondo reale: molti amano le novità, altri le odiano, alcuni sono proiettati verso il futuro, altri preferiscono rifugiarsi nel passato, c’è chi ama l’autonomia e la democrazia, chi invece preferisce farsi guidare da un’autorità e così via. Lo spostamento da un gruppo all’altro di persone è estremamente lento perché coinvolge complessi problemi psicologici, educazionali, politici. Così può avvenire ad es. che la resistenza contro certe innovazioni (si pensi alla predicazione di un non cattolico ad una messa cattolica) può essere superata di fatto introducendole coraggiosamente e dimostrando che non si generano inconvenienti. Nella vita concreta non si può prescindere da questo pluralismo, si deve riconoscere che ogni violenza, anche verbale, è controproducente ed è necessaria una grande attenzione a non offendere suscettibilità, creare confusioni e rotture. Lo insegna papa Benedetto XVI, il quale in un importante discorso alla curia romana del 22 dic. 2005[1] ha toccato il tema della giusta interpretazione del concilio ecumenico Vaticano II. In esso “due ermeneutiche contrarie si sono trovate a confronto e hanno litigato tra loro. L’una ha causato confusione, l’altra, silenziosamente ma sempre più visibilmente, ha portato frutti. Da una parte esiste un’interpretazione che vorrei chiamare «ermeneutica della discontinuità e della rottura»; essa non di rado si è potuta avvalere della simpatia dei mass media, e anche di una parte della teologia moderna. Dall’altra parte c’è l’«ermeneutica della riforma», del rinnovamento nella continuità dell’unico soggetto-Chiesa, che il Signore ci ha donato; è un soggetto che cresce nel tempo e si sviluppa, rimanendo però sempre lo stesso, unico soggetto del popolo di Dio in cammino. L’ermeneutica della discontinuità rischia di finire in una rottura tra Chiesa preconciliare e Chiesa postconciliare.”

Continuità nei principi. Più oltre, citando dai vangeli alcune parabole che esprimono la dinamica della fedeltà, il papa rileva che “in un Concilio dinamica e fedeltà debbano diventare una cosa sola”, anche se questa sintesi è estremamente esigente. Allargando lo sguardo sui rapporti tra chiesa ed età moderna e individuando tre cerchi di domande (relazione tra fede e scienze, tra chiesa e stato e il problema della tolleranza religiosa) papa Benedetto rileva: “È chiaro che in tutti questi settori, che nel loro insieme formano un unico problema, poteva emergere una qualche forma di discontinuità e che, in un certo senso, si era manifestata di fatto una discontinuità, nella quale tuttavia, fatte le diverse distinzioni tra le concrete situazioni storiche e le loro esigenze, risultava non abbandonata la continuità nei principi – fatto questo che facilmente sfugge alla prima percezione. È proprio in questo insieme di continuità e discontinuità a livelli diversi che consiste la natura della vera riforma. In questo processo di novità nella continuità dovevamo imparare a capire più concretamente di prima che le decisioni della Chiesa riguardanti cose contingenti – per esempio, certe forme concrete di liberalismo o di interpretazione liberale della Bibbia – dovevano necessariamente essere esse stesse contingenti, appunto perché riferite a una determinata realtà in se stessa mutevole. Bisognava imparare a riconoscere che, in tali decisioni, solo i principi esprimono l’aspetto duraturo, rimanendo nel sottofondo e motivando la decisione dal di dentro. Non sono invece ugualmente permanenti le forme concrete, che dipendono dalla situazione storica e possono quindi essere sottoposte a mutamenti. Così le decisioni di fondo possono restare valide, mentre le forme della loro applicazione a contesti nuovi possono cambiare.”

La libertà religiosa è un tema importante per l’ecumenismo. Ad essa il papa applica i criteri sopra indicati. “Così, ad esempio, se la libertà di religione viene considerata come espressione dell’incapacità dell’uomo di trovare la verità e di conseguenza diventa canonizzazione del relativismo, allora essa da necessità sociale e storica è elevata in modo improprio a livello metafisico ed è così privata del suo vero senso, con la conseguenza di non poter essere accettata da colui che crede che l’uomo è capace di conoscere la verità di Dio e, in base alla dignità interiore della verità, è legato a tale conoscenza. Una cosa completamente diversa è invece il considerare la libertà di religione come una necessità derivante dalla convivenza umana, anzi come una conseguenza intrinseca della verità che non può essere imposta dall’esterno, ma deve essere fatta propria dall’uomo solo mediante il processo del convincimento. Il concilio Vaticano II, riconoscendo e facendo suo con il decreto sulla libertà religiosa un principio essenziale dello stato moderno, ha ripreso nuovamente il patrimonio più profondo della Chiesa. Essa può essere consapevole di trovarsi con ciò in piena sintonia con l’insegnamento di Gesù stesso (cf. Mt 22,21)”.

Discontinuità con l’errore. Ecco il criterio fondamentale della continuità indicato dall’insegnamento papale: essere in sintonia con l’insegnamento di Gesù. Sembra logico dedurre che sia necessaria una netta discontinuità con tutto ciò che non è in sintonia col Maestro, come l’intolleranza verso gli eretici o, per tornare al nostro tema, la divisione tra le chiese o il disprezzo per gli ebrei: per questi problemi l’unico atteggiamento ragionevole è la confessione degli errori compiuti nel passato dalla chiesa, come meritoriamente fatto dal compianto predecessore Giovanni Paolo II. Il problema principale diventa allora come evitare per il futuro gli errori nelle chiese. Il concilio Vaticano II ha dato una chiara ricetta: la collegialità, il ritorno a quella comunità e partecipazione fraterna che vigeva tra i primi cristiani. Anche questo rientra plausibilmente nell’insegnamento di Gesù. Ma forse c’è qualche – colpevole? – ritardo.


[1] Reperibile sul n. 1 2006 de Il regno, oppure sul sito: http://www.vatican.va

ECUMENISMO: DIMINUIRE LE CHIESE, ACCRESCERE L’AMORE

Egli deve crescere e io invece diminuire (Gv 3,30). L’annunciante si ritira per far crescere l’annunciato, lasciandogli compiere la sua azione salvifica e trasformatrice. Questa posizione di un noto esponente religioso di quel tempo, Giovanni Battista, nei confronti di Gesù, potrebbe essere il giusto atteggiamento delle chiese di oggi in campo ecumenico: ridurre l’attenzione alle proprie peculiarità, identità, convinzioni, per lasciar crescere la figura di Cristo e l’essenza di ciò che chiede alla sua unica chiesa, l’amore.

Il cardinal Kasper, presidente del Pontificio consiglio per la promozione dell’unità dei cristiani, non nascondeva un certo ottimismo, nonostante le difficoltà che hanno frenato il processo ecumenico specie nell’ultimo periodo. Ottimismo che emerge già dal titolo (Un nuovo secolo, un nuovo ecumenismo) della sua riflessione in occasione del 40° del Gruppo misto di lavoro con le altre chiese,[1] iniziato prima ancora della conclusione del concilio Vaticano II. La fase attuale di difficoltà è vista come transitoria, nella speranza che, con l’aiuto di Dio, il nuovo sarà un secolo ecumenico. Dopo una disamina storica, la sua riflessione si snoda su 5 punti: chiarire i fondamenti teologici; il progetto di Fede e costituzione; conversione e riforma delle Chiese; ecumenismo spirituale; ecumenismo pratico. Non è corretto, dice il presule, ritenere che nell’ecumenismo la dottrina divide mentre la pratica unisce: specie quando vi siano implicazioni politiche, anche la pratica può dividere. È quindi importante chiarire i fondamenti teologici da cui si parte e le prospettive verso cui orientarsi: la pietra angolare è Gesù Cristo; il dialogo deve portare verso la sua pienezza. Unità non vuol dire uniformità, ma dobbiamo arricchirci dalla diversità. Non si devono imporre pesi al di là di ciò che è indispensabile (At 15,28). Le chiese devono essere pronte alla conversione, a riformarsi, a purificare la memoria, a evitare la competizione, il carrierismo, la diffidenza, la gelosia. Con ecumenismo spirituale non si intende vaga spiritualità sentimentale e soggettiva, ma “lo Spirito di Gesù Cristo, che confessa «Gesù è il Signore» (1 Cor 12,3). Indica quindi l’insegnamento della Scrittura, della Tradizione vivente della Chiesa e dei risultati dei dialoghi ecumenici. (..) Ma il primo posto spetta alla preghiera”. Infine, quanto all’ecumenismo pratico, il card. Kasper parte dall’affermazione che l’unità della chiesa non è un fine in sé, ma strumento, segno, anticipazione dell’unità dell’umanità. In effetti, fin dal suo inizio, il movimento ecumenico è strettamente legato al movimento missionario, in quanto le nostre divisioni danneggiano la causa dell’annuncio del vangelo ad ogni creatura, cioè dell’universalismo evangelico. Questo compito è ben lungi dall’essere compiuto e nel nuovo secolo dovrebbe avere un nuovo inizio. Ne sono implicate visioni antropologiche e questioni di ermeneutica biblica profondamente divergenti. Ma è importante lavorare in questa direzione perché è in gioco il contributo ecumenico a un nuovo umanesimo nel XXI secolo.

Una prospettiva antropocentrica, più che ecclesiocentrica, sembra soggiacere a questa visione del card. Kasper, prospettiva che può essere ricondotta alla “svolta conciliare” del Vaticano II. Nel discorso di chiusura della IV sessione, Paolo VI affermava: “Forse mai come in questa occasione la Chiesa ha sentito la necessità di conoscere, di avvicinarsi, di comprendere, di penetrare, di servire, di evangelizzare la società che la circonda e di seguirla; per dir così, di raggiungerla nel suo rapido e continuo cambiamento. Questo atteggiamento, determinato dalle distanze e dalle rotture successe negli ultimi secoli, nel secolo passato e in questo, particolarmente tra la Chiesa e la civiltà profana – atteggiamento ispirato sempre dall’essenziale missione salvatrice della Chiesa – ha operato intensamente nel Concilio, fino al punto di far sorgere in alcuni il sospetto che un tollerante ed eccessivo relativismo rispetto al mondo esterno, alla storia che scorre, alla moda attuale, alle necessità contingenti, al pensiero diverso abbia dominato persone e atti del sinodo ecumenico a costo della fedeltà alla tradizione e con danno per l’orientamento religioso dello stesso Concilio. Noi non crediamo che questo equivoco si debba imputare né alle sue vere e profonde intenzioni né alle sue autentiche manifestazioni. (..) Vogliamo notare come la religione del nostro Concilio sia stata principalmente la carità, e nessuno potrà tacciarlo di irreligioso e infedele al Vangelo per questo principale orientamento, quando ricordiamo che lo stesso Cristo è colui che ci insegna che l’amore per i fratelli è il distintivo dei suoi discepoli (Gv 13,35).”

Il grande balzo dell’ecumenismo nel XXI secolo potrebbe attingere l’energia da questa prospettiva conciliare di “apertura al mondo”, dell’amore per tutti gli uomini, specie per quelli più deboli, più penalizzati dai processi di globalizzazione in atto: in loro anzitutto dobbiamo vedere il volto di Dio e applicare il precetto dell’amore. Di fronte ai grandi problemi dell’umanità – pace, giustizia, salvaguardia del creato – i problemi particolari delle diverse chiese devono decisamente passare in secondo piano.


[1] Reperibile sul n. 1 2006 de Il Regno, oppure sul sito: http://www.vatican.va

agosto 3, 2008

CONVERSIONE NEI CONFRONTI DEGLI EBREI

Perfidi ebrei; popolo deicida; si manifesterà la grandezza del cattolicesimo solo quando l’ultimo ebreo sarà stato convertito o eliminato. Questo era l’atteggiamento prevalente tra i cristiani ancora una quarantina d’anni fa, prima del Concilio vaticano secondo. Certo in parte rimane ancor oggi, tanto è difficile cambiare idee e comportamenti abbracciati per secoli. (more…)

CHIESE E PROFEZIA riflessioni in margine a Sibiu

Contrasti. Era presente un numero selezionato di delegati delle chiese e movimenti cristiani europei (2100 rispetto ai 10000 della precedente assemblea di Graz) per l’insufficiente ricettività alberghiera di Sibiu, una graziosa cittadina rumena di origine medievale fra i monti della Transilvania. Qui l’ecumenismo è di casa perché da sempre convivono etnie e religioni diverse. (more…)

luglio 31, 2008

DIO DEL POTERE O DIO DEL SERVIZIO?*

Diversi avvenimenti connessi con le religioni, come gli attentati suicidi islamici o, viceversa, la “rivoluzione nonviolenta” dei monaci birmani, inducono a porsi interrogativi sulla fede e sull’idea di Dio sottostante. Ci possono essere distorsioni, fanatismi, plagi, ma non si può negare l’esistenza di una profonda fede anche nel caso estremo dei terroristi kamikaze: senza la quasi sicurezza di una ricompensa dopo la morte nessuno sarebbe disposto a quel gesto insano. (more…)

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