Brianzecum

settembre 17, 2012

CHIESA DI TUTTI, CHIESA DEI POVERI

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Assemblea a Roma, 15 settembre 2012

INTERVENTO CONCLUSIVO DI RANIERO LA VALLE

Assemblea convocata da 104 gruppi ecclesiali, associazioni, riviste, a 50 anni dall’inizio del Concilio Vaticano II, tenutasi il 15 settembre 2012, nell’anniversario del radiomessaggio di Giovanni XXIII dell’11 settembre 1962, nell’Auditorium dell’Istituto Massimo a Roma, capiente di 800 posti, con quasi 1000 partecipanti provenienti da Siracusa, Palermo, Messina, Bari, Napoli, Avellino, Roma, Sulmona, Pratovecchio, Perugia, Firenze, Pistoia, Bologna, Reggio Emilia, Modena, Parma, Udine, Verona, Trento, Brescia, Milano, Voghera, Torino, Cuneo, Cagliari e da molti altri luoghi, presieduta da Rosa Siciliano, introdotta da Rosanna Virgili, con relazioni di Giovanni Turbanti, Carlo Molari, Cettina Militello e conclusioni di Raniero La Valle, con interventi di p. Felice Scalia, s. J., padre Marco Malagola, a nome di mons. Loris Capovilla, Paolo Ricca, Giovanni Franzoni, Alex Zanotelli, Luigi Sandri, Adriana Valerio, Gianni Geraci, il presidente nazionale della FUCI e molti altri

IL CONCILIO NELLE VOSTRE MANI

di  Raniero La Valle

Cari Amici,

Giunti alla fine, dobbiamo cercare il segreto di questo Convegno. Perché un segreto c’è stato. Non alludo al segreto del suo successo, che più che un successo è stato un miracolo. Alludo al fatto che durante i nostri lavori c’è stato uno sconosciuto che sedeva nell’ultima fila; spesso era una sconosciuta. Voi forse non li avete visti, ma io, dovendo trarre le conclusioni di questa assemblea, ci ho fatto caso. Mi sono chiesto chi potevano essere questo sconosciuto, e questa sconosciuta, che erano là, e che ora, quasi a volerci precedere ai treni, se ne sono andati. E mi sono ricordato che alla fine del vangelo di Giovanni si parla di uno sconosciuto, di cui non si dice mai il nome, ma che è identificato come il discepolo che Gesù amava; e Gesù disse di lui che sarebbe rimasto, fino al suo ritorno. Gli apostoli non capirono, e pensarono che quel discepolo non sarebbe morto, ma Gesù non aveva detto che non sarebbe morto, aveva detto di volere che rimanesse fino a che egli non fosse venuto.

Allora io ho pensato che quel discepolo di Gesù che è rimasto, quel discepolo che è senza nome, quasi a poter avere ogni nome, fosse proprio quello sconosciuto o quella sconosciuta che erano seduti in fondo alla sala. E ho pensato che quello sconosciuto poteva essere ciascuno di noi, anzi che potesse essere questa assemblea stessa, perché noi siamo i discepoli che sono rimasti. Noi non siamo gli apostoli, non siamo gli evangelisti, non siamo i dottori, non siamo dei reduci, noi siamo i discepoli.

La successione dei discepoli.   Ma come discepoli, anche noi siamo dentro una successione; non c’è solo la successione apostolica, che da Pietro e dagli altri apostoli arriva fino ai nostri vescovi e al papa: c’è anche una successione laicale, che dai discepoli anonimi che Gesù amava, dal discepolo che è rimasto, è giunta fino a noi; e questa successione discepolare non è meno importante dell’altra, perché anch’essa fa parte della Tradizione che viene da Gesù e che insieme alla Scrittura porta con sé la divina rivelazione e rende attuale per ogni generazione la parola di Dio.

Nella storia cristiana si è a lungo dimenticato come nella tradizione viva della Chiesa ci fosse anche la tradizione trasmessa dai discepoli. Anzi si è dimenticato che senza i discepoli non ci sarebbe alcuna tradizione, non ci sarebbe un popolo di Dio, e non ci sarebbe nemmeno la Chiesa degli apostoli. Senza le discepole venute alla tomba vuota, gli apostoli non avrebbero avuto l’annunzio della resurrezione, perché la spiegazione di quella tomba vuota l’angelo la diede alle donne dicendo: non è qui, è risorto; perciò furono le discepole, Maria di Magdala, Giovanna (di cui nessuno mai si ricorda), l’altra Maria, le prime a fare l’esegesi, e un’esegesi ispirata, quasi “dettata dallo Spirito Santo”[1] per usare una formula del Tridentino, della pietra rotolata dal sepolcro. E fu il discepolo che Gesù amava quello che riconobbe il Signore risorto sulla riva del lago: ed è sulla parola di quel discepolo che Pietro si gettò nelle acque per raggiungere il Maestro (Giov. 21, 7). Senza il discepolo, Pietro non si butta. E anche ora, se noi non diciamo a Pietro: “Ma è il Concilio!”, lui non lo riconosce, e non si getta in mare. Forse è proprio questo che dovremo fare quest’anno. Ben  sapeva tutto ciò Gregorio Magno che dei fedeli che lo ascoltavano e che lui invitava a interloquire nelle sue omelie, diceva che erano “organi della verità”, “organa veritatis”.

Però nella lunga discussione sulle cosiddette due fonti della Rivelazione, Scrittura e Tradizione, nessuno si era più ricordato di mettere nella Tradizione la parte che vi hanno i discepoli: non il decreto “Sacrosancta” del Concilio di Trento, che parla delle tradizioni apostoliche, scritte e orali, conservate nella Chiesa fino a noi, non la Costituzione “Dei Filius” del Vaticano I, che ne riprende la dottrina, e nemmeno lo schema sulle due fonti della Rivelazione preparato per il Vaticano II (ma non accolto dai Padri) che pur moltiplicando le fonti della Rivelazione non faceva alcun cenno al ruolo dei fedeli. Se ne è ricordato invece il Concilio Vaticano II, che nella “Dei Verbum” al n. 7 accanto agli apostoli che sono il primo anello della Tradizione introduce “gli uomini della cerchia degli apostoli”, cioè gli altri discepoli, e che al n. 8, già qui citato da don Molari, afferma come la comprensione, tanto delle cose quanto delle parole trasmesse, cresce nella Chiesa con la contemplazione e lo studio dei credenti che le meditano in cuor loro (cfr. Lc 2,19 e 51), con la intelligenza data da una intima  esperienza delle cose spirituali, nonché (ma dunque non solamente) per la predicazione di coloro i quali con la successione episcopale hanno ricevuto un sicuro carisma di verità.

Il Concilio fatto per i discepoli.  Dunque c’è un ruolo dei discepoli nella formazione e nell’incremento della tradizione apostolica. E siccome il Vaticano II è stato un momento privilegiato nella storia di questa Tradizione ecclesiale, la domanda è quale parte noi discepoli abbiamo avuto nel Concilio e quale ruolo abbiamo adesso nella sua ricezione e trasmissione. Il nostro Convegno nasce da qui. Ora, la prima cosa da dire è che il Concilio è stato fatto per noi. Questo significa la decisione di papa Giovanni di farne un Concilio pastorale, cioè tale per cui i discepoli e tutti gli altri potessero capire e crescere nella fede. Se si fosse trattato di riprendere le dispute e ripetere le dottrine espresse dai precedenti Concili, non ci sarebbe stato bisogno di un nuovo Concilio, disse Giovanni XXIII nel suo discorso inaugurale, “Gaudet Mater Ecclesia”. Occorreva invece che i contenuti della fede venissero esplorati ed espressi nelle forme e secondo la cultura degli uomini del nostro tempo, “nel modo che i nostri tempi richiedono”[2], come dice il testo pronunciato dal papa in latino. La Chiesa doveva farsi raggiungere, come se venisse fatto oggi, dall’invito di Gesù ad ammaestrare e trarre discepoli da tutte le genti, e farlo in modo per loro comprensibile e amico. Cioè si doveva tornare a raccontare la fede che era stata narrata nei secoli, e che si era andata formando di Concilio in Concilio, da Nicea al Vaticano I; non a caso Giovanni XXIII all’inizio del suo discorso richiamava i venti Concili celebrati “in Oriente e in Occidente, dal quarto secolo al Medioevo, e di là all’epoca moderna”. Quella tradizione conciliare, che si era interrotta con la brusca chiusura del Vaticano I provocata dai bersaglieri entrati a Porta Pia, si trattava ora di riprendere, per ripresentare ai discepoli e a tutti gli uomini la fede della Chiesa accumulatasi nel tempo, la fede di tutti i Concili. Dunque un Concilio che fosse, ai fini pastorali, l’ermeneutica di tutti i Concili.

Il Vaticano Secondo come nuova ermeneutica della fede e dei precedenti Concili.  Perciò bisogna stare attenti ora a non sfidare il Vaticano II, perché contrastare il Vaticano II vuol dire mettersi contro tutta la Tradizione.   È molto significativo che alla vigilia dell’apertura dei lavori, fosse portata a termine dalla cosiddetta “officina bolognese” di Giuseppe Alberigo e Giuseppe Dossetti e presentata a Giovanni XXIII la raccolta di tutti i decreti conciliari, i “Conciliorum ecumenicorum decreta”, simbolo del fatto che non si trattava di aggiornare un catechismo, ma di rimettere in luce e decodificare per l’uomo di oggi l’intero patrimonio di fede elaborato e tramandato dai Concili, in unità col magistero romano. Questo intendeva Giovanni XXIII nel suo discorso dell’11 ottobre quando esplicitamente faceva riferimento a Trento e al Vaticano I, non perché il nuovo Concilio ne ripetesse i precetti, ma perché ne facesse l’esegesi, e insieme facesse l’esegesi dell’intero annuncio cristiano, come Gesù aveva fatto l’”esegesi” del Padre. Io capisco la delicata osservazione fatta da Cecilia Militello a proposito delle ermeneutiche del Vaticano II, splendidamente chiarite qui da Carlo Molari; ma quello che conta è l’ermeneutica della fede che nel nuovo contesto storico, innovando, il Vaticano II ha fatto per noi, e che a nostra volta noi dobbiamo trasmettere ai discepoli di domani.

Letti così i più alti documenti del Concilio svelano insospettate ricchezze. La “Dei Verbum” sulla divina rivelazione ad esempio può essere letta come interpretazione autentica di Trento, volta a superare la controversia fuorviante sulla “sola Scriptura”, e a restituire la Bibbia alla Chiesa mettendo la Parola di Dio nelle mani di tutti i fedeli, come parola viva, non più chiusa nella morsa della sola alternativa tra senso letterale e senso allegorico; vi sono altri sensi della Scrittura, noti al Concilio, con cui essa può essere letta e assunta nella vita cristiana..

La “Lumen Gentium” può essere intesa anche come rilettura e integrazione del Vaticano I, quando restituisce il Papa alla Chiesa nella collegialità di pastori e fedeli, sciogliendo l’equivoco della formula oracolare di un pontefice sovrano che parla da sé, e non per il consenso della Chiesa[3]; ancora, essa può essere letta come inveramento pacificante del Tridentino quando considera sempre dovuta la riforma, e non la controriforma della Chiesa.

La riforma liturgica può essere vista come un rinnovato discernimento della preghiera e del culto, nella centralità dell’eucarestia, per sgravare Dio del “carico di errate preghiere”, come cantava padre Turoldo, e perché la messa non fosse più lo spettacolo di “cento muti e un pazzo”, come si diceva in Sicilia, cioè lo spettacolo di un prete che sussurrava preghiere voltando le spalle ai muti, “chiamati a vivere la loro fede con un puro salto nell’assurdo”, come ricorda Giuseppe Ruggieri nel suo preziosissimo libro appena uscito, “Ritornare al Concilio”[4], già evocato da Molari..

La “Gaudium et Spes”, poi, può essere compresa come la purificazione della memoria del Concilio di Nicea, fuori da ogni tutela e comando imperiale (come fu il caso di quel primo Concilio convocato da Costantino), in una Chiesa quindi non più costantiniana; la “Gaudium et Spes” è in effetti la Costituzione pastorale di una Chiesa che intrattiene in tutt’altro modo il rapporto col mondo del suo tempo, e che perciò può giungere a riconciliarsi con le libertà, lo Stato e la scienza moderni che la Chiesa tridentina e il magistero romano dell’800, come ci ha spiegato Giovanni Turbanti nella sua bellissima relazione storica, avevano rifiutato per una loro supposta contraddizione col Vangelo. Si può anche dire che la Gaudium et Spes sviluppi Calcedonia, nel suo esito antropologico, quando dice che “con l’Incarnazione il Figlio di Dio si è unito in certo modo ad ogni uomo” (G. S. n. 22), sigillo, questo, di una radicale unità umana.

L’unità umana! Qui sta l’attualità del Concilio. L’unità umana è infatti l’unica prospettiva possibile per la soluzione della crisi presente. Non diversamente da cinquant’anni fa, la crisi ci interpella oggi in modo pressante. C’è troppo scialo di morte, come diceva padre Turoldo; ma c’è anche troppo scialo di poveri. I poveri crescono in tutto il mondo, perché il sistema non li prevede; se ci sono, esso li lascia cadere; i poveri non sono nei numeri delle agenzie di rating né tra i marchi esibiti dai mercati e, come dice l’Apocalisse, senza il marchio della bestia e il numero del suo nome i poveri non possono né comprare né vendere, cioè non possono vivere. Ai mercati essi non interessano. I mercati non capiscono nemmeno che quanto più si è poveri, tanto meno si comprano le sue merci. Intanto immense ricchezze si formano, e si abbattono come tsunami su popoli interi, la finanza domina, l’economia languisce, i Parlamenti sono sviliti, la politica è attaccata e umiliata, perché è l’ultima diga al dominio universale del denaro.  Proprio il Concilio invece ci ha detto che la politica è necessaria; noi oggi ancora non sappiamo come ridarle in mano il governo dei popoli, e per questo siamo in crisi; come discepoli sappiamo però che non c’è soluzione se non acquisendo in prospettiva storica e non solo escatologica l’unità dell’intera famiglia umana; la nuova frontiera è quella di un costituzionalismo universale e di una democrazia mondiale dei popoli; e sappiamo anche che questo non è un problema tecnico né un problema di cattolici o non cattolici, ma è un problema sommamente politico ed è responsabilità di tutti nella varietà delle dottrine, dei progetti e degli strumenti di lotta. Ora, se la tesi che qui avanziamo del Vaticano II come ermeneutica della fede e ricapitolazione dei precedenti Concili è fondata, non mi sembra che sarebbe da augurarsi a breve termine un altro Concilio, che potrebbe essere pensato come correzione di questo e bloccherebbe il processo, forse lungo, della sua ricezione nella Chiesa.

 

 L’ispirazione dei discepoli.  Abbiamo detto ciò che il Concilio ha fatto per noi. Ma i discepoli non sono stati solo i destinatari del Concilio. Ne sono stati anche ispiratori. Certamente i vescovi e il Papa sono stati gli autori e la fonte di autorità delle pronunzie conciliari, ma non si sono vergognati di fare appello al senso dei fedeli, di prenderli sul serio come adulti nella fede. E lo hanno fatto non per seguire le mode, ma perché, come hanno scritto nella Costituzione dogmatica sulla Chiesa, “il popolo santo di Dio partecipa dell’ufficio profetico di Cristo”, perché la totalità dei fedeli, grazie allo Spirito, “non può sbagliarsi nel credere” quando “dai vescovi fino agli ultimi fedeli laici mostra l’universale suo consenso in cose di fede e di morale”, e infine perché il popolo di Dio nell’aderire “alla fede trasmessa ai santi una volta per tutte, con retto giudizio penetra in essa più a fondo e più pienamente l’applica nella vita” (L.G. n. 12). Così dei fedeli dice il Concilio. Ed è proprio per riconoscere questo ruolo, vorrei dire questo protagonismo dell’universalità dei credenti, che tra le varie immagini della Chiesa ricordate dalla stessa “Lumen Gentium”, quella che il Concilio privilegia e mette alla base di tutto è l’immagine della Chiesa come popolo di Dio. Non altrettanto serviva a raffigurare la Chiesa l’immagine dell’ovile e del gregge, perché le pecore sono gregarie, non quella della Chiesa come podere o campo di Dio, perché nel campo le radici sono nascoste e il podere produce ma non parla, non l’immagine della casa, perché la casa ospita ma non discerne, non quella del tempio, perché nei santuari di pietra Dio può essere chiuso come in una prigione. Molto più corrisponde all’immaginario dei discepoli di oggi la nozione della Chiesa come popolo di Dio, perché ormai possiamo pensare al popolo come sovrano e non più come suddito, perché il popolo ha radici nel profondo, ma lo si vede, si sa dove sta, il popolo parla, discerne, ascolta, partecipa, è fatto di donne e di uomini, si fa rappresentare e si fa presente esso stesso, il popolo vive in pubblico e ha una sua coscienza segreta. Il popolo di Dio non può essere da meno di ogni altro popolo.

In che cosa dunque i discepoli possono essere considerati ispiratori del Concilio?  Quali ne sono i segni, le prove, i sintomi? La prima cosa che viene in mente è quella della lingua. A meno di non voler sacralizzare il latino, o il greco antico, o l’aramaico, non c’è nessun dogma in gioco nella questione della lingua. Ed era un’evidente istanza dei discepoli che ognuno potesse pregare e credere, che ognuno potesse parlare e fare silenzio nella lingua della madre. La prima rivoluzione del Concilio è stata questa; oggi sembra ovvia, ma le conseguenze, come ha intravisto Karl Rahner, sono incalcolabili, anche riguardo al pluralismo ecclesiale.

La seconda cosa che viene in mente è che nella sua narrazione della fede il Concilio non ha riproposto la dottrina punitiva del peccato originale, nella forma depositata nei catechismi. C’era questa dottrina  nello schema preparatorio della Commissione dottrinale, ma il Concilio l’ha lasciata cadere. Non è una dimenticanza, è un’ermeneutica.

In altri modi il Concilio spiega l’universalità e le conseguenze del peccato, mentre afferma con chiarezza che dopo la caduta Dio non abbandonò gli uomini[5], ma sempre li sostenne con il suo amore e i mezzi di salvezza, in vista di Cristo che era già all’opera prima di Adamo (L.G. n. 2). Per i discepoli di oggi c’era una contraddizione insanabile tra l’essere chiamati da Dio e l’essere stati cacciati lontano da lui; c’era una contraddizione tra il prezioso e ormai anche raro dono del lavoro e la sua irrogazione da parte di Dio come pena, c’era una contraddizione tra la gioia degli amori e dei parti e la loro ricaduta nella maledizione e nel dolore prodotti dal peccato, c’era una contraddizione tra l’accettazione cristiana di sorella morte e la sua esecrazione come pena capitale inflitta da Dio a creature innocenti in ragione dei padri. E’ evidente qui come il Concilio nel tacere sul mito del giardino si sia messo all’ascolto del sensus fidei del popolo di Dio, ciò che non doveva fare invece il successivo catechismo della Chiesa cattolica del 1992 che riesuma quella dottrina, segno di una gerarchia resistente al Vaticano II.

Un’altra prova del ruolo avuto dai fedeli si trae da un documento del 2007 della Commissione Teologica Internazionale, approvato dal Papa Benedetto XVI. Racconta il documento che era stato chiesto da molti che il Concilio sanzionasse come dottrina di fede il principio sostenuto da secoli secondo il quale i bambini morti senza battesimo non vanno in paradiso, non sono ammessi all’incontro con Dio. Dietro quest’idea c’era un postulato importantissimo della teologia preconciliare, quello secondo cui fuori della Chiesa visibile non c’è salvezza, e che però solo col battesimo nella Chiesa si può entrare. Per questo Pio XII aveva detto alle ostetriche che dovevano affrettarsi a battezzare i bambini di cui non erano madri, se c’era pericolo di vita e quindi il pericolo oggettivo che quei bambini non fossero salvati. La cosa era tanto più importante perché riguardava non solo i bambini cristiani, ma anche tutti gli adulti non cristiani, tutti i non battezzati. Senza battesimo, niente futuro. Dice ora il documento della Commissione Teologica che “la Commissione Centrale Preparatoria si oppose a tale richiesta, consapevole della necessità di proporre una soluzione che meglio si accordasse con lo sviluppo del sensus fidelium”, e rivela – cito –  che “uno dei motivi per cui il Concilio Vaticano II non ha voluto insegnare che i bambini non battezzati sono definitivamente privati della visione di Dio è stato che i vescovi hanno testimoniato che non era questa la fede del loro popolo; non corrispondeva al sensus fidelium”, insomma che le loro Chiese non la pensavano così. Perciò per impulso dei fedeli quella dottrina veniva a cadere, e dalla Commissione teologica internazionale, cinquant’anni dopo, essa veniva declassata a semplice benché autorevole opinione teologica presente nella Chiesa, messa in crisi però e resa obsoleta dalla rinnovata speranza nell’amore universale di Dio per tutti gli esseri umani. Tutti, non molti. Se non ci fosse stata questa speranza il Concilio non avrebbe potuto fare il suo discorso sulle religioni non cristiane e sulla vocazione alla salvezza di tutti gli uomini di buona volontà.

Un’altra traccia dell’influsso che il vissuto dei discepoli ha avuto sul magistero dei Padri, sta senza dubbio nella rivalutazione conciliare dell’amore umano nel matrimonio. È stato straordinario per noi discepoli vedere una Chiesa celibataria accorgersi finalmente della trascendenza dei nostri amori terreni su ogni ragione strumentale, fosse pure quella eccelsa della procreazione, ammettere che la procreazione non è l’unico fine del matrimonio, riconoscere il valore dell’intima unione e della mutua donazione tra due persone, affermare la dignità e la nobiltà dei sentimenti e gesti di tenerezza che pervadono la vita dei coniugi e integrano un dono che “diventa più perfetto e cresce proprio mediante il generoso suo esercizio”, come dice la Gaudium et Spes (G.S., 48-50).

Ed è proprio il discorso della Chiesa che in tal modo si è mostrato generoso, e non solo verso l’amore umano ancora diffamato negli schemi preparatori, ma verso ogni espressione umana della vita della donna e dell’uomo, nel quadro di un’antropologia positiva che è la vera novità del Concilio. In ciò si può dire che il Concilio è stato teatro di una vera e propria eterogenesi dei fini. Partito per provvedere alla Chiesa e alla sua riforma, è approdato all’antropologia. Dallo strumento di salvezza, agli uomini salvi. L’uomo non è un nulla, non è il giocattolo rotto di Dio, ma ne è la mai revocata immagine.

In realtà sulla riforma della Chiesa e delle sue strutture il Concilio è rimasto ai nastri di partenza e fino ad oggi non sembra andato a buon fine; la Chiesa anticonciliare ha bloccato la collegialità e ha rafforzato i vincoli di dipendenza gerarchica; tuttavia, proprio per aver messo i discepoli nel suo cuore, nella sua ispirazione e nei suoi fini, il Concilio ha trovato la sua strada per disegnare una Chiesa nuova, quale ci ha fatto intravedere Cettina Militello con la sua sensibilità di teologa, ha aperto un grande discorso sull’uomo, ha reso fruibile la fede. Ma se quella, come diceva papa Giovanni e sempre ripete mons. Capovilla, era solo l’aurora, tocca ai discepoli di oggi, tocca a quanti possano trasmettere il messaggio ai discepoli di domani, attraversare il giorno.

Ciascuno con i suoi carismi.  Questo dunque ci sembra essere stato il senso di questa nostra assemblea, la sua legittimità, la sua libertà. L’assemblea di una Chiesa non frustrata, ma gioiosa, di quella gioia biblica di cui ci ha parlato all’inizio Rosanna Virgili. I molti contributi di gruppi e comunità che sono stati portati all’assemblea, pur quando criticano, sono dentro questa gioia, dentro questa ricchezza di Chiesa, e perciò la Chiesa stessa non può non gioirne.

È stata la nostra un’assemblea di discepoli che si inserisce nel flusso di quella tradizione della Chiesa, che passa da un Concilio all’altro, da un Papa all’altro, da un vescovo all’altro. Ed è in forza dell’impatto che questa Chiesa dei discepoli ha avuto nella Chiesa del Vaticano II, che noi pensiamo che questo ruolo dei discepoli debba continuare; pensiamo che esso debba essere presente e vivo nella ricezione del Concilio e nella sua trasmissione alle giovani generazioni, alle persone nate dopo il 1965, che non videro il Concilio, a quelle nate dopo il 1981, che secondo le statistiche in gran parte hanno perduto la fede; insomma, come ha auspicato anche mons. Bettazzi, un ruolo dei discepoli di oggi  verso la Chiesa e l’umanità di domani.

In questo quadro si pongono le iniziative che prenderemo, insieme o autonomamente, anche per dare continuità e sviluppo al nostro discorso, sia nel quadro di una comunicazione ad ampio raggio come potrebbe essere ad esempio un giornale elettronico o un sito, che qui ci impegniamo a promuovere, sia nel quadro di comunicazioni più ristrette a partire dalle singole Chiese, sia partecipando, come ognuno vorrà e potrà, all’itinerario internazionale che culminerà nel 2015. Ma intanto si avvicina la data in cui avremo da ricordare i cinquant’anni dall’enciclica Pacem int terris, che appartiene anch’essa all’ispirazione e all’anima del Concilio, e ne è un privilegiato strumento interpretativo. Altre iniziative potranno essere intraprese, tra quelle che oggi sono state suggerite; a tale scopo potrebbe essere anche costituito un coordinamento leggero, per far incontrare sforzi diversi.

I lumi ed il Lume.  Cinquant’anni sono solo le prime ore del giorno. Forse siamo arrivati solo al mattutino. Per giungere all’ora sesta, quando finalmente in un’unica luce risplenderanno i lumi accesi dagli uomini nei secoli dei lumi, e il Lumen Gentium, il lume di ogni tempo proclamato dalla Chiesa del Concilio, occorre il concorso di tutti, discepoli, dottori, pastori e maestri. Ciascuno secondo i suoi carismi e per la sua parte. Perciò noi più anziani diciamo a voi, Chiesa più giovane, ciascuno per quanto gli compete, “il Concilio è nelle vostre mani”. Ed è  soprattutto nelle mani dei poveri. Come ci ha scritto il più anziano tra noi, Arturo Paoli, a proposito di quel contadino senza terra che dopo aver partecipato a una lunga marcia in Argentina per rivendicare il diritto alle terre incolte, alzò il libro dove aveva letto il vangelo del giorno e disse a gran voce: “Questo libro vuole che noi ci sentiamo capaci di realizzare la giustizia in suo nome, stando uniti e lavorando la terra”. Allo stesso modo Giovanni XXIII aveva scritto nel “Giornale dell’anima”: “Al di sopra di tutte le opinioni e i partiti, che agitano e travagliano la società e l’umanità intera, è il Vangelo che si leva. Il papa lo legge e coi vescovi lo commenta”[6].

Questo, come abbiamo detto oggi, è stato appunto il Concilio: papa e vescovi hanno riletto il Vangelo e l’hanno commentato per noi, in modo che anche in questa età esso potesse giungere a noi. E questa è per noi la Chiesa del Concilio: una Chiesa che alza il Vangelo e dice in suo nome che si devono realizzare la giustizia, la pace, e la salvezza della terra. E questo è ciò che noi dobbiamo intraprendere insieme a tutti i poveri del mondo, facendo nostra la parola di Dio comunicata ad Ezechiele: “L’ho detto e lo farò”. Diremo e faremo.

                                                                                          Raniero La Valle


[1] “Spiritu Sancto dictante”.

[2] “Ea ratione quam tempora postulant nostra”.

[3] “Ex sese et non ex consensu Ecclesiae”.

[4] Einaudi, 2012.

[5] “Non dereliquit eos”.

[6] Giovanni XXIII, Il giornale dell’anima, Edizioni di Storia e Letteratura, 1964, pag. 313.

IL CORAGGIO DELLA PAROLA

di Tonio Dell’Olio – 17 settembre 2012

Dite la vostra. Non aspettate mai che altri parlino in nome vostro o per dire quello che voi avevate pensato o avreste voluto dire. Dite la vostra. Pensateci prima, riflettete, ma dite la vostra. Con coraggio e senza il calcolo della convenienza. Senza la bilancia falsata del compromesso e mai per compiacere il capo, il leader, il potente. Dite la vostra. Con la libertà che la vita stessa ha posto nella vostra coscienza e con la fierezza di chi sa di sbagliare. Con l’umiltà di chi sa di non avere sempre ragione, ma con la consapevolezza di chi non vorrà trovarsi domani a rimpiangere d’aver taciuto. Dite la vostra. Senza spararla grossa, ma senza indugiare sulle finali. Per difendere un sopruso, per non tirarsi indietro per un’ingiustizia che, non voi, ma altri hanno subito. Per fare chiarezza senza la presunzione di possedere la verità, ma solo per spostare un po’ più avanti il carro pesante che la trasporta. Dite la vostra. Perché a nessuno sia concesso di calpestare la dignità di un altro e per farvi voce di chi non può parlare o non può più parlare. E senza attendere di ascoltare il fragore degli applausi. Mai solo per essere riconosciuti o gratificati. Anche se disturba il manovratore. Dite la vostra. Se non la dite resterà un posto vuoto che altri potrebbero riempire con qualcosa che è peggio del vuoto e si chiama ipocrisia, conformismo, omologazione, menzogna, disonestà.

Fonte: http://www.peacelink.it/mosaico/a/36909.html

settembre 10, 2012

L’OPERAZIONE-ANESTESIA SUL CARDINAL MARTINI

SI CERCA DI SVIGORIRE LE SUE ANALISI, CHE SONO IN LINEA COL CONCILIO E IL VANGELO, MA DESTABILIZZANTI PER IL POTERE ECCLESIASTICO

 

di Vito Mancuso (la Repubblica, 9 settembre 2012)

Con uno zelo  tanto impareggiabile quanto prevedibile è cominciata nella Chiesa l’operazione anestesia verso il cardinal Carlo Maria Martini, lo stesso trattamento ricevuto da credenti scomodi come Mazzolari, Milani, Balducci, Turoldo, depotenziati della loro carica profetica e presentati oggi quasi come innocui chierichetti. A partire dall’omelia di Scola per il funerale, sulla stampa cattolica ufficiale si sono susseguiti una serie di interventi la cui unica finalità è stata svigorire il contenuto destabilizzante delle analisi martiniane per il sistema di potere della Chiesa attuale. Si badi bene: non per la Chiesa (che anzi nella sua essenza evangelica ne avrebbe solo da guadagnare), ma per il suo sistema di potere e la conseguente mentalità cortigiana.

Carriera contro verità.  Mi riferisco alla situazione descritta così dallo stesso Martini durante un corso di esercizi spirituali nella casa dei gesuiti di Galloro nel 2008: “Certe cose non si dicono perché si sa che bloccano la carriera. Questo è un male gravissimo della Chiesa, soprattutto in quella ordinata secondo gerarchie, perché ci impedisce di dire la verità. Si cerca di dire ciò che piace ai superiori, si cerca di agire secondo quello che si immagina sia il loro desiderio, facendo così un grande disservizio al papa stesso”. E ancora: “Purtroppo ci sono preti che si propongono di diventare vescovi e ci riescono. Ci sono vescovi che non parlano perché sanno che non saranno promossi a sede maggiore. Alcuni che non parlano per non bloccare la propria candidatura al cardinalato. Dobbiamo chiedere a Dio il dono della libertà. Siamo richiamati a essere trasparenti, a dire la verità. Ci vuole grande grazia. Ma chi ne esce è libero”.

Cristiani adulti.  Quello che è rilevante in queste parole non è tanto la denuncia del carrierismo, compiuta spesso anche da Ratzinger sia da cardinale che da Papa, quanto piuttosto la terapia proposta, cioè la libertà di parola, l’essere trasparenti, il dire la verità, l’esercizio della coscienza personale, il pensare e l’agire come “cristiani adulti” (per riprendere la nota espressione di Romano Prodi alla vigilia del referendum sui temi bioetici del 2005 costatagli il favore dell’episcopato e pesanti conseguenze per il suo governo). È precisamente questo invito alla libertà della mente ad aver fatto di Martini una voce fuori dal coro nell’ordinato gregge dell’episcopato italiano e a inquietare ancora oggi il potere ecclesiastico.

Libertà prima della fede.  Diceva nelle Conversazioni notturne a Gerusalemme: “Mi angustiano le persone che non pensano, che sono in balìa degli eventi. Vorrei individui pensanti. Questo è l’importante. Soltanto allora si porrà la questione se siano credenti o non credenti”. Ecco il metodo-Martini: la libertà di pensiero, ancora prima dell’adesione alla fede. Certo, si tratta di una libertà mai fine a se stessa e sempre tesa all’onesta ricerca del bene e della giustizia (perché, continuava Martini, “la giustizia è l’attributo fondamentale di Dio”), ma a questa adesione al bene e alla giustizia si giunge solo mediante il faticoso esercizio della libertà personale. È questo il metodo che ha affascinato la coscienza laica di ogni essere pensante (credente o non credente che sia) e che invece ha inquietato e inquieta il potere, in particolare un potere come quello ecclesiastico basato nei secoli sull’obbedienza acritica al principio di autorità. Ed è proprio per questo che gli intellettuali a esso organici stanno tentando di annacquare il metodo-Martini.

Bioetica fredda.  Per rendersene conto basta leggere le argomentazioni del direttore di Civiltà Cattolica secondo cui “chiudere Martini nella categoria liberale significa uccidere la portata del suo messaggio”, e ancor più l’articolo su Avvenire di Francesco D’Agostino che presenta una pericolosa distinzione tra la bioetica di Martini definita “pastorale” (in quanto tiene conto delle situazioni concrete delle persone) e la bioetica ufficiale della Chiesa definita teorico-dottrinale e quindi a suo avviso per forza “fredda, dura, severa, tagliente” (volendo addolcire la pillola, l’autore aggiunge in parentesi “fortunatamente non sempre”, ma non si rende conto che peggiora le cose perché l’equivalente di “non sempre” è “il più delle volte”).

Centralità della coscienza. Ora se c’è una cosa per la quale Gesù pagò con la vita è proprio l’aver lottato contro una legge “fredda, dura, severa, tagliente” in favore di un orizzonte di incondizionata accoglienza per ogni essere umano nella concreta situazione in cui si trova. Martini ha praticato e insegnato lo stesso, cercando di essere sempre fedele alla novità evangelica, per esempio quando nel gennaio 2006 a ridosso del caso Welby (al quale un mese prima erano stati negati i funerali religiosi in nome di una legge “fredda, dura, severa, tagliente”) scrisse che “non può essere trascurata la volontà del malato, in quanto a lui compete – anche dal punto di vista giuridico, salvo eccezioni ben definite – di valutare se le cure che gli vengono proposte sono effettivamente proporzionate”. Questa centralità della coscienza personale è il principio cardine dell’unica bioetica coerente con la novità evangelica, mai “fredda, dura, severa, tagliente”, ma sempre scrupolosamente attenta al bene concreto delle persone concrete.

Metodo Martini, cioè Vaticano II, cioè Vangelo.  Martini lo ribadisce anche nell’ultima intervista, ovviamente sminuita da Andrea Tornielli sulla Stampa in quanto “concessa da un uomo stanco, affaticato e alla fine dei suoi giorni”, ma in realtà decisiva per l’importanza dell’interlocutore, il gesuita austriaco Georg Sporschill, il coautore di Conversazioni notturne a Gerusalemme. Ecco le parole di Martini: “Né il clero né il Diritto ecclesiale possono sostituirsi all’interiorità dell’uomo. Tutte le regole esterne, le leggi, i dogmi ci sono dati per chiarire la voce interna e per il discernimento degli spiriti”. È questo il metodo-Martini, è questo l’insegnamento del Vaticano II (vedi Gaudium et spes 16-17), è questo il nucleo del Vangelo cristiano, ed è paradossale pensare a quante critiche Martini abbia dovuto sostenere nella Chiesa di oggi per affermarlo e a come in essa si lavori sistematicamente per offuscarlo.

Fonte: http://www.ildialogo.org/cEv.php?f=http://www.ildialogo.org/Ratzinger/Interventi_1346937536.htm

marzo 21, 2012

RESPONSABILITÀ DEL LAICATO*

Filed under: 1) ecumenismo — brianzecum @ 8:51 PM

INNOVAZIONI CONCILIARI E SFORZI CLERICALI DI NORMALIZZAZIONE

Popolo di Dio.  Prima il papa, poi i vescovi, il clero, i religiosi e infine i laici: questa la proposta di trattazione che i padri conciliari trovarono predisposta dai teologi vaticani per una costituzione dogmatica sulla chiesa (che poi sarà la Lumen gentium). I padri conciliari invertirono questo schema, impostato su tradizionali criteri gerarchici: così, dopo un capitolo introduttivo sul mistero della Trinità e della chiesa, cominciarono col tema innovativo del popolo di Dio. Tutti infatti appartengono al popolo di Dio, papa e vescovi compresi, ovviamente. Il termine è molto frequente nella bibbia ebraica e si riferisce appunto al popolo eletto, gli ebrei. Nel nuovo testamento è meno citato (solo nel vangelo di Luca, atti, lettere paoline e 1 Pietro) ma ha cambiato radicalmente di significato: non è più solo il popolo ebraico, ma è esteso a tutti gli uomini e tutte le religioni, purchè sinceri e non idolatri. Queste alcune qualità che la Lumen gentium riconosce al popolo di Dio: sacerdotale, in quanto partecipe, assieme ai sacerdoti ordinati, all’unico sacerdozio di Cristo (n.10); profetica, perché partecipe del servizio profetico dello stesso Messia (n.12); universale: “Tutti gli uomini sono quindi chiamati a questa cattolica unità del popolo di Dio, che prefigura e promuove la pace universale” (n.13).

Unità e pluralismo.  Ed ecco il fondamento teologico dell’unità: “Cosìla Chiesa universale si presenta come un popolo che deriva la sua unità dall’unità del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo” (n.4). Un’unità in certo senso “plurale”. In effetti c’è nel cattolicesimo una tendenza originaria al pluralismo: grandi differenze già tra le prime chiese; non un solo vangelo ma 4 vangeli, non privi di differenze tra loro; non “sola fede” o “sole opere”, ma l’una e le altre; non solo scrittura o solo tradizione, ma entrambe… L’altra faccia del pluralismo è la tolleranza. La motivazione tradizionale contro le eresie era che l’errore non deve godere di diritti e visibilità. Si giustificava così il comportamento cattolico che nei paesi a maggioranza protestante chiedeva la libertà religiosa, mentre in quelli cattolici la osteggiava pesantemente. Il problema è stato superato dal concilio con la separazione tra l’errore e la persona che lo compie: questa va rispettata in quanto persona, indipendentemente dalle opinioni che professa.

Visione evolutiva.  Un altro apporto fondamentale del Concilio vaticano II è stata l’apertura ad una visione evolutiva della realtà, rispetto a quella precedente, che contemplava invece una realtà ecclesiale e umana prevalentemente statica, immutabile (come quella spesso attribuita alla visione islamica). Qui grande influenza ha avuto il pensiero del filosofo-scienziato Teilard de Chardin – tra i massimi pensatori dell’umanità. Egli si è sforzato di applicare nel campo umanistico-filosofico-religioso le teorie evoluzioniste, ormai verificate nel campo biologico: Dio ci sta davanti e ci chiama ad una crescita continua. L’adultità dovrebbe diventare un tema dominante anche nella predicazione (cfr. Criteri e modelli di adultità). Nessuno dopo il Concilio può opporsi alla crescita umana di donne, schiavi, indigeni e ogni altro gruppo sociale – che invece in precedenza veniva legittimamente discriminato. L’appello alla tradizione, spesso invocato (“si è sempre fatto così”) è stato chiaramente condannato da Gesù (ad es. in Mc 7) quando la tradizione si oppone all’uomo e alla sua crescita (ulteriori approfondimenti in TRADIZIONE ED EVOLUZIONE). La visione evolutiva può essere facilmente riscontrata nella Gaudium et spes e negli altri documenti conciliari.

La normalizzazione clericale,  di fronte a innovazioni di questo spessore, non è tardata. Un esempio può essere quello dell’ecumenismo, uno dei campi di riflessione più fecondi del concilio (detto appunto ecumenico). In campo cattolico vigeva da sempre l’idea unionista, secondo la quale la chiesa cattolica è una società perfetta, che non richiede modifiche o aggiornamenti. Le altre chiese cristiane saranno gradite e abbracciate se si convertono e tornano all’ovile, sotto l’autorità papale. La chiesa cattolica invece non ha bisogno di convertirsi, appunto perché perfetta. Il percorso ecumenico, evidentemente, è lungi da queste posizioni: comporta un camminare insieme, aiutandosi a crescere e a perfezionarsi alla luce del vangelo, che nessuna chiesa – realtà umana – riesce ad incarnare perfettamente. Così il cammino ecumenico si è fatto sempre più pesante, certe riunificazioni che sembravano ormai prossime (come quella con gli anglicani) sono svanite e ciascuna chiesa prosegue da sola in attesa di tempi migliori. Un altro esempio può essere quello di un problema che attraversa ormai tutte le chiese: l’ordinazione femminile. Non ci sono ostacoli di ordine teologico – salvo quello che Gesù era maschio: ma si rischierebbe l’eresia di affermare che, essendo maschio è venuto a salvare i soli maschi. Di fatto avviene, specie in Germania e altri paesi multireligiosi, che numerose donne cattoliche che si sentono vocate al sacerdozio, riescono a realizzare il loro sogno nelle confessioni protestanti, abbandonando il cattolicesimo. Analogo discorso vale per i preti sposati: non vi sono remore di ordine teologico, ma solo derivanti dalla tradizione, quella condannata da Gesù perché contraria alla crescita umana.

Chiesa come comunione:  è un concetto emerso dopo il concilio, che consente di delineare una proposta conclusiva. È nato proprio grazie alla collaborazione con la chiesa anglicana, la quale, nelle sue estensioni negli altri paesi del mondo (in particolare nel Commonwealth britannico) ha preferito chiamarsi appunto Comunione anglicana. È un tema stupendo perché unifica per la prima volta le 4 note della chiesa come confessata nel credo: una, santa, cattolica e apostolica. Una, perché unita in Dio. Santa, perché popolo sacerdotale che prega Dio a nome di tutta l’umanità. Cattolica, perché in unione con ogni persona del mondo e con tutto ciò che vi è di bene; questo carattere comporta anche un aspetto di regalità, in quanto a capo del regno (non di questo mondo) vi è Cristo, “maestro, re e sacerdote di tutti” (Lumen gentium n.13). Apostolica, infine, è la stessa precedente universalità, ma nel tempo, che unifica la chiesa del passato, presente e futuro; comprende anche un aspetto profetico, un compito di testimonianza alla verità, che viene sempre più conosciuta sotto l’azione dello Spirito Santo. L’idea di comunione ci consente di superare tante divisioni, perché tutto il popolo di Dio partecipa di questa vita di comunione. Tutti pertanto siamo responsabili di alimentarla, superando gli ostacoli clericali che troppo spesso vengono frapposti. Sarebbe urgente ad es. che i laici potessero avere almeno un luogo istituzionale per far sentire la propria voce in ambito ecclesiale.

*spunti dall’incontro con Giovanni Cereti al Meic di Lecco il 2 marzo 2012. Testo non rivisto dal relatore.

dicembre 7, 2011

VALDESI, LA PROFEZIA DELLA LIBERTÀ*

DALLA SOFFERTA ADESIONE ALLA RIFORMA ALLE TRAVAGLIATE VICENDE DELLE GUERRE DI RELIGIONE. UNA STORIA NON SCRITTA DAI VINCITORI

Dialogo difficile.  Fin dall’origine era balenata nella mente di Valdo e dei suoi seguaci l’idea che la vera successione apostolica non fosse da cercare sul piano giuridico, ma su quello etico. La successione giuridica passa da Pietro e gli apostoli, via via fino alle gerarchie di quel tempo, gravemente compromesse col potere politico e pertanto palesemente corrotte. Quella etica va cercata invece, secondo i principi evangelici, in “chi fa la volontà del Padre”, comportandosi in accordo col vangelo. Se le strutture ecclesiastiche si sono allontanate dal vangelo, i veri successori degli apostoli saranno coloro che si sforzano di applicare integralmente le indicazioni di perfezione contenute nel vangelo, come i valdesi. Da qui si scivola abbastanza rapidamente ad affermare che il papato è ciò che più si oppone al cristianesimo: è l’anticristo. Queste posizioni riemergono qualche secolo dopo, nel ‘500, quando si aprirà in Europa l’età della riforma. Sul versante opposto, quello cattolico, la risposta non era quella tollerante che potrebbe esserci oggi. Essendo la fede alla base della società, anche civile, non si accettava alcun dissenso. Si pensava a qualcosa di simile alle mele marce o, meglio, alla cancrena: qualcosa di molto pericoloso che doveva essere estirpato totalmente al più presto, per evitare che il contagio infettasse l’intero organismo. Per questo era stata istituita l’inquisizione, con i suoi esiti spesso fatali, sul rogo: per indicare platealmente l’esigenza di far scomparire ogni traccia di ciò che potrebbe ulteriormente infettare.

Cuius regio, eius et religio.  Un altro principio che oggi appare incredibile è che ogni monarca poteva imporre la propria religione a tutti i suoi sudditi: chi non abbracciava quella fede doveva andarsene. Quando le confessioni religiose, con la riforma protestante, cominciarono a moltiplicarsi, questo principio divenne fonte di frequenti migrazioni. L’alternativa, seguita spesso anche dai valdesi, era il “nicodemismo”: seguivano esteriormente le pratiche religiose dei cattolici ma senza convinzione, coltivando di nascosto la propria fede valdese. Ciò avveniva grazie all’opera dei “barba”. Nel linguaggio dialettale questo termine indica spesso lo zio non sposato: una figura familiare, non autoritaria e lontana, come sovente appariva quella di un ecclesiastico. I “barba” venivano quasi sempre dalla vita rurale ed erano pertanto privi di istruzione; imparavano a memoria passi evangelici, specie durante l’inverno, per poi, nella stagione buona, recarsi presso contadini e alpigiani a portare la buona novella. Andavano, evangelicamente, a due a due: il più anziano svelava all’altro i segreti del “mestiere”. Venivano mantenuti dalla stessa popolazione rurale, perché poveri. Oltre ad essere poveri non si sposavano ed erano anche sottomessi ai loro capi: in sostanza, se non formalmente, facevano qualcosa di simile ai classici voti monastici di povertà, castità ed obbedienza.

Dispersione e identità.  Rispetto ai primi valdesi del tardo 1100, quelli dei secoli successivi, costretti a nascondere la propria fede e a disperdersi in tutta Europa, compresa l’Italia, mantennero gli elementi originari di predicazione e povertà, ma solo per i barba, i quali peraltro predicavano di nascosto nelle case, non più in pubblico. Inoltre all’originaria uguaglianza si erano sovrapposte forme di gerarchia tra i barba, come appena visto. Le decisioni principali tuttavia venivano prese in assemblee generali dette sinodi, riuniti almeno una volta all’anno. Tutto ciò, unito alle persecuzioni ripetutamente subite, aveva rafforzato il senso di identità valdese e la convinzione di appartenere a un’entità religiosa propria, originale, diversa sia dalla chiesa romana che dagli altri movimenti di dissenso. Il senso identitario si è potuto particolarmente sviluppare per coloro che sono confluiti in luoghi relativamente chiusi come alcune valli tra la Francia e l’attuale Piemonte. Tuttavia non si consideravano ancora una vera e propria chiesa alternativa a quella romana.

Sofferta adesione alla riforma.  Quando nell’Europa centrale si diffuse la riforma di Lutero, Calvino e altri, i valdesi intuirono che era forse la volta buona per rinnovare la chiesa, aderendo alla Riforma. Non mancavano però le remore, legate ad es. alla propria identità e tradizione, che risaliva al periodo medievale, o alla loro vocazione minoritaria, che non aveva riscontro nelle nuove chiese riformate. Sul piano teologico poi molti riformatori – spesso ex chierici cattolici – tendevano a sottovalutare le opere, che invece caratterizzavano la vita di sacrificio di molti barba. In ogni caso le remore vennero superate, i valdesi divennero una confessione riformata, si costruirono i primi templi e i barba si chiamarono pastori, come per gli altri riformati.

Le valli valdesi.  Specialmente dopo il ‘500 molti valdesi si rifugiarono in tre valli al confine tra Italia e Francia: Pellice, Germanasca e Chisone (alle spalle di Pinerolo). Al fattore religioso si aggiunse quello geografico, trattandosi di valli strette e di non facile accesso, con scarse risorse, specie per l’inverno. Tuttavia il ricordo della “terra promessa” agli ebrei veniva spesso evocato: le tre valli (oggi dette valdesi) venivano intese come la terra promessa da Dio al popolo di Valdo – sempre minoritario, se non marginale. In realtà l’aspra conformazione di quelle valli permise ai valdesi di resistere agli attacchi ripetuti di eserciti mandati per sloggiare un territorio dichiarato cattolico dal sovrano di turno. I valdesi erano sostenuti da altre immagini bibliche, come quella del piccolo Davide che, con l’aiuto di Dio, vince sul gigante Golia. Per difendersi abbandonarono talvolta anche la tradizionale non-violenza del loro movimento. La situazione divenne drammatica anche dopo le guerre di religione che sconvolsero l’Europa soprattutto da metà ‘500 a metà ‘600: guerre sanguinosa fra cristiani di diverse correnti! Tra i momenti più tragici si può ricordare il 1686, quando l’armata francese e del ducato di Savoia vinsero la resistenza valdese facendo oltre 2000 morti, 8000 prigionieri, nonché la fuga in pieno inverno attraverso le montagne (per evitare gli eserciti nei fondovalle) fino a Ginevra di altre 2500 persone. Tre anni dopo si ebbe il rientro (poi chiamato il glorioso rimpatrio), altrettanto travagliato, reso possibile dalle mutate situazioni politiche e dagli aiuti di altri paesi riformati. Alla fine si comprese che non era possibile estirpare i valdesi dalle loro valli, vi furono lasciati ma col divieto di uscirne: una specie di ghetto. Un ghetto che non cesserà se non dopo il 1848, con la promulgazione dello Statuto albertino. Con questo veniva finalmente introdotto il principio liberale che la religione è una scelta personale, libera, non un’imposizione del sovrano. Così anche i valdesi italiani poterono gradualmente scendere dalle valli e mischiarsi agli altri, pur restando fedeli alla loro vocazione libertaria di minoranza non legata al potere.

La libertà religiosa,  da loro vigorosamente sostenuta, sarà pienamente recepita dalla chiesa cattolica soltanto col Concilio vaticano II. Con la dichiarazione Dignitatis humanae è stato riconosciuto non solo il principio di tolleranza religiosa (si tollera un male), ma quello di libertà religiosa: il riconoscimento cioè che è da considerarsi un bene che ciascuno possa liberamente effettuare la propria scelta religiosa, eventualmente anche una scelta atea, perché quella è l’esito della sua ricerca di Dio. È una triste constatazione che il principio di libertà, che risale alla originaria novità portata da Cristo, sia stato dimenticato dalla chiesa romana per lunghi secoli e se lo sia ritrovato al di fuori di sé stessa, portato magari da spiriti liberali e anticlericali. I valdesi hanno avuto il merito di custodire questo valore originariamente cristiano, solo di recente riscoperto dalla chiesa romana, grazie all’apertura ecumenica. Sta qui il grande valore profetico del movimento valdese, reso ancor più prezioso dalle loro sofferenze, per ogni chiesa che voglia dirsi ed essere cristiana.

*tratto dalle lezioni del prof. mons. Saverio Xeres al corso di teologia per laici di Lecco 2011-2012

VALDO, UN PROFETA CONTRO L’ERESIA*

CONVERTITO, ABBRACCIÒ UN CRISTIANESIMO RADICALE, SEGUENDO ALLA LETTERA LE INDICAZIONI EVANGELICHE

 

Commistione dei poteri.  Quello valdese è l’unico movimento “ereticale” del medio evo sopravvissuto fino ai nostri giorni. Non era nato con l’intenzione di fondare una nuova chiesa, ma come desiderio di rinnovare il cristianesimo. Si opponeva in particolare alla corruzione dilagante nelle gerarchie ecclesiastiche, conseguente anzitutto alla commistione tra potere religioso e potere civile. Questa commistione, basata sulla convinzione che anche la società civile, come quella religiosa, deve fondarsi sulla fede, era ormai invalsa ovunque, dopo lunghi secoli di cristianità. Superata la svolta del secondo millennio, stava anche affermandosi una nuova classe di borghesi, in prevalenza mercanti e banchieri, da cui risultava la possibilità di fondare la ricchezza non soltanto sul lavoro umano, ma anche grazie all’accumulazione del capitale: un primo embrione dell’attuale capitalismo. Accanto a corruzione e ricchezza della chiesa crescevano ovunque movimenti di contestazione, fondati in prevalenza su principi pauperistici: Valdo in Francia e Francesco in Italia sono i due casi più noti, ma non certo i soli e non soltanto in queste due aree geografiche.

Le informazioni  relative alla conversione e ai primi tempi del movimento di Valdo possono essere ricavate da un numero relativamente alto di fonti storiche. Spesso però si tratta di documenti ecclesiastici scritti a scopo inquisitorio, la cui obiettività lascia a desiderare, utili però per incroci e confronti. Contrariamente a quanto a lungo ripetuto, si può mostrare come, più che a un eretico, siamo di fronte a un profeta, alla ricerca di una vita di santità – ciò che può spiegare la validità e la permanenza del messaggio, nonostante la posizione minoritaria e spesso anche marginale del movimento. Valdo era stato un abile operatore economico, aveva accumulato una consistente ricchezza ed era diventato un “cittadino” eminente di Lione. Nel 1173 ebbe la conversione (indotta, sembra, dal pensiero della morte). Abbracciò un cristianesimo radicale, che considerava come ordini anche i consigli evangelici (povertà, castità…); lasciò alla moglie il patrimonio immobiliare che aveva accumulato, costituì una dote per garantire alle due figlie adolescenti una educazione qualificata e distribuì tutte le restanti ricchezze ai poveri, oltre a coloro che aveva danneggiato con attività usurarie. Così restò completamente povero fino al punto di dover a sua volta mendicare, sotto gli occhi inorriditi dei suoi concittadini. Sia Valdo che la moglie avevano confidenza con l’arcivescovo di Lione, Guichard, un sant’uomo legato all’ambiente riformatore cistercense (che voleva riportare la povertà negli ambienti monastici): così la moglie, che evidentemente gli voleva ancora bene, ottenne che l’arcivescovo impegnasse Valdo a chiedere soltanto a lei questa elemosina ogni volta che si trovasse a Lione.

Sete della Parola.  Non essendo ancora stata inventata la stampa, le Scritture erano allora soltanto in latino, custodite dal clero e praticamente negate alla gente comune. Tra le prime iniziative di Valdo c’è stato l’affidamento a due chierici dietro compenso della traduzione in lingua corrente (provenzale) di molti passi evangelici, biblici e anche patristici (la Tradizione della chiesa). Trascritte in un libro intitolato Sentenze, furono poi lette e rilette da Valdo, fino a impararle a memoria. Attorno a lui cominciarono a raccogliersi i seguaci, disposti, come lui, a condurre una vita di povertà e castità, anche con una predicazione, non tanto dottrinale, quanto prevalentemente di testimonianza: fate come noi. Probabilmente questa testimonianza fu anche utilizzata dai primi valdesi, in accordo con l’arcivescovo, per arginare l’eresia che più preoccupava in quei tempi la chiesa: quella dei catari. Anche questi erano partiti dall’esigenza di povertà nella chiesa, ma giungevano ad eccessi opposti: rifiutando tutto ciò che è materiale o carnale (compresa economia, matrimonio, ecc.): una esaltazione dello spirito e un disprezzo della materia, che allontana dalla realtà umana, come risulta anche dalle stesse Scritture.

L’amicizia con l’arcivescovo Guichard  può anche spiegare la visita di Valdo e dei suoi seguaci al papa Alessandro III nel 1179: la visita si concluse positivamente, col riconoscimento ufficiale del nuovo movimento in ambito cattolico e con un abbraccio che benediva la loro coraggiosa scelta di vita. Guichard infatti era amico del papa e la visita a Roma probabilmente era stata da lui consigliata. Il papa, valente giurista, non poteva però confermare l’autorizzazione alla predicazione, facoltà riservata dalle norme canoniche ai soli chierici. In ogni caso rinviò ogni decisione in proposito al loro arcivescovo, cioè Guichard. Due anni dopo però morirono sia il papa che l’arcivescovo. Il nuovo arcivescovo di Lione, Giovanni Bellemani, annullò subito i decreti riformatori del suo predecessore. Nel 1183 convocò i Valdesi, notificando loro il divieto alla predicazione. Appellandosi alle parole di Gesù: “predicate il Vangelo ad ogni creatura” (Mc 16,15) e di Pietro: “piuttosto che agli uomini, bisogna obbedire a Dio” (At 5,29), Valdo e i suoi si rifiutarono e vennero espulsi da Lione. Infine l’anno successivo il nuovo papa Lucio III inserì i valdesi nell’elenco dei movimenti da perseguire da parte dell’inquisizione ecclesiastica, elenco nel quale figuravano anche i catari – proprio quelli che i valdesi avevano contribuito ad arginare assieme alla chiesa di Roma!

Funzione profetica.  Ci si può domandare cosa ha spinto il nuovo papa Lucio III ad un provvedimento così radicale e indiscriminato contro i valdesi. Dopotutto il loro desiderio di predicare non era una richiesta peccaminosa né scandalosa. Inoltre vi erano fior di pareri autorevoli a favore della predicazione laicale. Potrebbe essere stata la paura di fronte a un così ampio dissenso, oppure lo spirito bellico: in guerra non si sta a guardare se l’avversario è buono o cattivo, si spara e basta. Sta di fatto che dopo appena un decennio dall’autentica e radicale conversione, Valdo e i suoi furono espulsi dalla chiesa, anche per una serie di circostanze fortuite, legate alle persone incontrate. Ma in questo si può anche ravvisare un disegno provvidenziale, che assegna a questa sparuta minoranza una funzione profetica: quella di richiamare alla fedeltà al vangelo una chiesa che troppo spesso se ne allontana.

*tratto dalle lezioni del prof. mons. Saverio Xeres al corso di teologia per laici di Lecco 2011-2012

ottobre 22, 2011

SOLO LA PACE È GIUSTA!

Filed under: 1) ecumenismo, 3) pace — brianzecum @ 8:01 PM

Comunicato Stampa

LABORATORIO ECUMENICO SULLE SFIDE DELLA CONVOCAZIONE ECUMENICA INTERNAZIONALE PER LA PACE DI KINGSTON

La violenza può essere sconfitta? E’ davvero possibile una prassi nonviolenta per risolvere i conflitti? Quali gli strumenti di cui dotarsi?

Si tratta di interrogativi che non possono non provocarci, in particolare in questo tempo in cui la crisi economica e sociale globale mostra con chiarezza come tanti piani della nostra vita quotidiana siano profondamente attraversati dalla violenza: la finanza e l’economia, le sfide poste dalle migrazioni, il rapporto con la natura, le relazioni tra stati … fino ad arrivare alla corsa agli armamenti e alle nuove guerre.

A Maggio di quest’anno (2011), circa 1000 delegati – espressioni delle Chiese riunite nel Consiglio Ecumenico delle Chiese (CEC-WCC) e membri di numerose associazioni della società civile internazionale – si sono riuniti a Kingston-Jamaica nella “Convocazione Ecumenica Internazionale sulla Pace” per rispondere a quegli interrogativi, cercando di trovare risposte nel cuore dell’annuncio evangelico: la pace è possibile, la riconciliazione è possibile, il perdono è possibile, la nonviolenza è possibile! Dall’Italia hanno partecipato 5 delegati e 2 giornalisti.

Da Kingston è stato dunque lanciato un appello a tutti i cristiani e a tutte le Chiese del mondo perché assumano finalmente la radicalità della chiamata ad essere costruttori pace e di giustizia, cioè di ‘PACE GIUSTA’!

Come raccogliere questo appello?

A livello internazionale, il CEC-WCC ha stabilito che la prossima Assemblea Mondiale (Busan, Corea del Sud – 2013) sarà centrata ancora sui temi della pace. E in Italia? Negli ultimi anni si sono organizzate reti ecumeniche giovanili dal basso e momenti di riflessione che hanno cercato di rilanciare l’impegno delle Chiese su giustizia-pace-salvaguardia del creato e il percorso di Kingston. Quello che sarebbe  auspicabile per il futuro è un percorso continuo e coordinato, sia locale che nazionale, intorno alle sfide della pace, capace di promuovere una comune ricerca biblica-teologica-ecclesiologica, una spiritualità della nonviolenza e una prassi ecumenica che proponga scelte, campagne di opinione, percorsi educativi, azioni concrete: un’agenda ecumenica della pace in sintesi!

L’iniziativa proposta oggi vuole essere una prima occasione di incontro rivolta a rappresentanti di Associazioni e Chiese e a singoli cristiani per immaginare insieme, alla luce delle sfide di Kingston, quelli che potrebbero essere gli orizzonti, il significato e le priorità di un percorso ecumenico di questo tipo.

Saremo capaci di “osare la pace per fede”?

Per info:

 www.fcei.it

www.chiese-e-pace.it

febbraio 16, 2011

CHIESA 2011: UNA SVOLTA NECESSARIA

MEMORANDUM DI TEOLOGI TEDESCHI, SVIZZERI, AUSTRIACI

in “www. sueddeutsche.de” del 3 febbraio 2011 (traduzione: http://www.finesettimana.org)

Crisi senza eguali. È passato più di un anno da quando sono stati resi pubblici casi di abusi sessuali su bambini e adolescenti da parte di preti e religiosi nel collegio Canisius di Berlino. Ne è seguito un anno che ha gettato la Chiesa cattolica in Germania in una crisi senza eguali. L’immagine che oggi appare è ambivalente: molto si è cominciato a fare per rendere giustizia alle vittime, affrontare l’ingiustizia e scoprire le cause degli abusi, la dissimulazione e la doppia morale nelle proprie fila. In molti cristiani e cristiane responsabili, con o senza incarichi, dopo l’iniziale sgomento è cresciuta la consapevolezza che sono necessarie profonde riforme. L’appello ad un dialogo aperto sulle strutture di potere e di comunicazione, sulla forma del ministero ecclesiale e sulla partecipazione responsabile dei credenti, sulla morale e sulla sessualità, ha risvegliato attese, ma anche timori: si butta via un’opportunità, forse l’ultima, di superamento della paralisi e della rassegnazione evitando di affrontare i problemi o sottovalutando la crisi?

 

Nuovo inizio.  La preoccupazione di un dialogo aperto, senza tabù, non è a tutti sospetto, in particolare non lo è se è imminente una visita del papa. Ma l’alternativa sarebbe un silenzio di tomba, perché le ultime speranze sono state distrutte, e semplicemente non può essere così. La crisi profonda della nostra Chiesa esige di discutere anche di quei problemi che a prima vista non hanno direttamente a che fare con lo scandalo degli abusi e con la sua pluriennale copertura. In quanto professoresse e professori di teologia non possiamo più tacere. Sentiamo la responsabilità di contribuire ad un autentico nuovo inizio: il 2011 deve diventare un anno di svolta per la Chiesa. Nell’anno trascorso tanti cristiani come mai prima d’ora hanno lasciato la Chiesa cattolica; hanno presentato all’autorità della Chiesa la disdetta della loro appartenenza o hanno privatizzato la loro vita di fede, per difenderla dall’istituzione. La Chiesa deve capire questi segnali per uscire essa stessa da strutture fossilizzate, per riconquistare nuova forza vitale e credibilità.

Autocritica e credibilità. Non si riuscirà ad attuare il rinnovamento delle strutture ecclesiali in un angosciato isolamento dalla società, ma solo con il coraggio dell’autocritica e con l’accoglienza di impulsi critici – anche dall’esterno. Questo fa parte delle lezioni dell’ultimo anno: la crisi degli abusi non sarebbe stata rielaborata in modo così deciso senza l’accompagnamento critico svolto dall’opinione pubblica. Solo attraverso una comunicazione aperta la Chiesa può riconquistare fiducia. Solo se l’immagine di Chiesa che essa ha di sé e l’immagine di Chiesa che gli altri hanno di lei non divergono, essa sarà credibile. Ci rivolgiamo a tutti coloro che non hanno ancora rinunciato a sperare in un nuovo inizio nella Chiesa e si impegnano in questo senso. Facciamo nostri anche i segnali di svolta e di dialogo, che alcuni vescovi hanno posto in questi ultimi mesi in discorsi, prediche e interviste.

 

Libertà. La Chiesa non è fine a se stessa. Essa ha la missione di annunciare a tutti gli uomini il Dio di Gesù Cristo che libera e che ama. Lo può fare solo se essa stessa è un luogo ed una testimone credibile dell’annuncio di libertà del Vangelo. Il suo parlare e il suo agire, le sue regole e le sue strutture – tutto il suo rapporto con gli uomini all’interno e all’esterno della Chiesa – derivano dall’esigenza di riconoscere e favorire la libertà degli uomini in quanto creature di Dio. Assoluto rispetto di ogni persona umana, attenzione alla libertà di coscienza, impegno per il diritto e la giustizia, solidarietà con i poveri e gli oppressi: questi sono i parametri teologici fondamentali, che derivano dall’impegno della Chiesa verso il Vangelo. In questo modo si rende concreto l’amore a Dio e al prossimo. L’orientamento verso il biblico annuncio di libertà implica un rapporto differenziato nei confronti della società moderna: da un certo punto di vista, essa è più avanti rispetto alla Chiesa, quando si tratta di riconoscimento di libertà, di maturità e di responsabilità; in questo la Chiesa può imparare, come ha già sottolineato il Concilio Vaticano II. Da un altro punto di vista, è ineludibile la critica che deriva dallo spirito evangelico nei confronti di questa società, ad esempio quando le persone vengono giudicate solo a seconda delle loro prestazioni, quando la solidarietà reciproca viene calpestata o quando la dignità degli esseri umani non viene riconosciuta.

Riforme. In ogni caso però vale quanto segue: l’annuncio di libertà del Vangelo costituisce il parametro per una Chiesa credibile, per il suo agire e la sua immagine sociale. Le sfide concrete con cui la Chiesa deve confrontarsi non sono affatto nuove. E tuttavia non si riescono a vedere delle riforme che guardino al futuro. Occorre portare avanti un dialogo aperto su questo nei seguenti ambiti di problematicità.

1. Strutture di partecipazione: in tutti i campi della vita ecclesiale la partecipazione dei credenti è la pietra di paragone per la credibilità dell’annuncio di libertà del Vangelo. Conformemente all’antico principio giuridico “Ciò che riguarda tutti, deve essere deciso da tutti” occorrono più strutture sinodali a tutti i livelli della Chiesa. I credenti devono essere resi partecipi alla scelta di importanti “rappresentanti ufficiali” (vescovo, parroco). Quello che può essere deciso sul posto, lì deve essere deciso. Le decisioni devono essere trasparenti.

2. Comunità: le comunità cristiane devono essere luoghi nei quali le persone condividono beni spirituali e materiali. Ma attualmente la vita comunitaria è in declino. Sotto la pressione della mancanza di preti vengono costruite delle unità amministrative sempre più grandi – “parrocchie extralarge” – nelle quali non possono quasi più essere vissute vicinanza e appartenenza. Si pone fine a identità storiche e a reti sociali particolarmente significative. I preti vengono “bruciati” [dall’eccesso di compiti] e finiscono per esaurirsi. I credenti restano lontani, se non viene data loro la fiducia di assumersi una corresponsabilità e di sentirsi partecipi in strutture democratiche alla direzione delle loro comunità. Il ministero ecclesiale deve servire alla vita delle comunità – non il contrario. La Chiesa ha bisogno anche di preti sposati e di donne in servizio ecclesiale.

3. Cultura del diritto: il riconoscimento di dignità e libertà di ogni essere umano si mostra appunto quando i conflitti vengono affrontati in modo equo e con rispetto reciproco. Il diritto ecclesiale merita questo nome solo se i credenti possono effettivamente far valere i loro diritti. Difesa del diritto e cultura del diritto nella Chiesa devono essere urgentemente migliorati; un primo passo in questa direzione è la creazione di una giurisdizione amministrativa ecclesiale.

4. Libertà di coscienza: Rispetto per la coscienza individuale significa porre fiducia nella capacità di decisione e di responsabilità degli uomini. Favorire e sviluppare questa capacità è anche compito della Chiesa; non deve però trasformarsi in paternalismo. Riconoscere seriamente libertà di coscienza è qualcosa che ha a che fare con l’ambito delle decisioni personali sulla vita e delle forme di vita individuale. L’alta considerazione della Chiesa per il matrimonio e per la forma di vita senza matrimonio è fuori discussione. Ma essa non impone di escludere le persone che vivono responsabilmente l’amore, la fedeltà e la cura reciproca in una unione omosessuale o come divorziati risposati.

5. Riconciliazione: la solidarietà con i peccatori presuppone di prendere sul serio il peccato al proprio interno. Un pretenzioso rigorismo morale non si confà alla Chiesa. La Chiesa non può predicare riconciliazione con Dio, senza procurare essa stessa nel suo agire i presupposti per la riconciliazione con coloro verso i quali è diventata colpevole: per violenza, per violazione del diritto, per il rovesciamento del biblico annuncio di libertà in una morale rigorosa priva di misericordia.

6. Celebrazione: la liturgia vive della partecipazione attiva di tutti i credenti. In essa devono trovare spazio le esperienze e le forme di espressione attuali. La celebrazione non deve irrigidirsi in tradizionalismo. La molteplicità culturale arricchisce la vita liturgica e non può conciliarsi con le tendenze verso una unificazione centralistica. Solo quando la celebrazione della fede accoglie concrete situazioni di vita l’annuncio della Chiesa raggiungerà le persone.

 

Il processo di dialogo ecclesiale iniziato può condurre alla liberazione e al cambiamento se tutte le parti coinvolte sono pronte ad affrontare i problemi impellenti. Si tratta di cercare in un libero ed equo scambio di argomentazioni le soluzioni che portino la Chiesa fuori dalla sua paralizzante autoreferenzialità. Alla tempesta dello scorso anno non può seguire alcuna pace! Nella situazione attuale questa potrebbe essere solo una pace tombale. La paura non è mai stata una buona consigliera in tempi di crisi. Cristiane e cristiani sono esortati dal Vangelo a guardare con coraggio al futuro e – sulla parola di Gesù – a camminare come Pietro sulle acque: “Perché avete così paura? È così piccola la vostra fede?”

Seguono 143 firme raccolte fino al 3 febbraio

fonte: http://www.finesettimana.org/pmwiki/uploads/Stampa201102/110206teologitedeschi.pdf


dicembre 26, 2010

NATALE DI PRECARIETÀ

di don Giorgio De Capitani – omelia di Natale 2010

Essenzialità.  Immaginiamo di rileggere mentalmente per qualche istante la pagina evangelica che narra la nascita di Gesù, e di ricostruirne la scena. Qui, nella nostra bella chiesa. Come se ognuno di noi fosse solo. Prima cosa da fare: ridurre il più possibile particolari inutili, ereditati dalla fantasia sempre creativa e sorprendente di una devozione popolare che quasi si diverte, certo anche con un certo buon gusto, ma non sempre, nel rivivere a modo suo i grandi Eventi religiosi. Liberiamoci, dunque, del superfluo, e teniamoci solo l’essenziale, se è possibile quell’essenziale addirittura antecedente allo stesso racconto evangelico, che rivela già una qualche manipolazione, diciamo meglio: qualche tocco fantasioso di troppo, della prima comunità cristiana.

Povertà.  Non sappiamo dove e quando Cristo sarebbe nato. Forse non è importante neppure saperlo. E già il fatto che non lo sappiamo può avere un vantaggio: lasciarci liberi di immaginare. Ma è il messaggio di Gesù che ci è stato tramandato ad aiutarci nel ricostruire la scena in modo del tutto coerente. Se Cristo ha predicato la povertà, come poteva nascere in una casa borghese? Tutto deve quadrare fin dall’inizio. Torniamo al mio invito. La chiesa, questa nostra bella chiesa, diventi per qualche istante un rifugio: ognuno se lo immagini a modo suo, pensando alla più nuda precarietà. Non è una casa. E tanto meno una cattedrale. È solo un luogo di riparo. Dunque, provvisorio. Un luogo forse nemmeno decente, ma efficiente all’emergenza, questo sì. Altrimenti che luogo di riparo sarebbe?

Programmazione. Ci si ripara quando non si ha nulla che all’occorrenza possa difenderci. Noi solitamente programmiamo tutto: mettiamo in conto ogni possibile inconveniente, e di conseguenza i relativi rimedi o precauzioni. Ma non possiamo prevedere ogni cosa. In realtà, tutto è emergenza, anche uscire di casa a fare la spesa, o andare al lavoro, o a scuola. Certo, ci sembra inconcepibile che il Figlio di Dio non abbia programmato almeno il luogo della sua nascita. La storia del censimento non convince molto. Non penso che le altre famiglie siano andate a farsi censire all’avventura, come invece hanno fatto Maria e Giuseppe, e non dimentichiamo che Maria era in stato di gravidanza avanzato.

Senso del limite.  Se riusciste veramente a immaginare questa chiesa come un rifugio, solo come un riparo, dovreste sentire quasi pesare un grande senso di precarietà e potreste quindi avere una qualche idea di che cosa possa significare la nascita di Gesù in quella grotta. Il Figlio di Dio ha provato per prima cosa la precarietà: il senso del limite dell’essere umano. Possiamo allora dire che si è veramente incarnato. Possiamo garantirci la vita, presente e futura, fin che vogliamo, ma tutti quanti siamo in balìa dell’insicurezza. La precarietà – inutile nasconderlo – è lo stato del nostro essere. Siamo per natura dei precari. Non siamo precari per colpa di questo o di quello, non siamo precari solo perché l’economia non funziona: siamo precari perché siamo esseri umani.

Il potere pretende di garantirci il futuro. Già i primi cristiani hanno creduto di risolvere il precariato con la chiamata dei pastori che vanno a portare i doni, e successivamente la devozione popolare facendo arrivare alla grotta qualsiasi categoria sociale, poveri e ricchi, ognuno offrendo qualcosa di suo. Ma Gesù non aveva bisogno di cose. La sua prima lezione è stata proprio questa: far capire chi siamo, il nostro stato perenne di precariato. E il precariato del nostro essere non va confuso con il precariato di una società che fa di tutto per tenerci soggetti ad un potere che pretende di garantirci il nostro futuro. Cristo non è venuto per togliere i nostri limiti, casomai per dare al nostro essere un maggiore respiro di Infinito.

Sete di infinito.  Qui sta la contraddizione dell’essere umano, che è precario e che nello stesso tempo ha sete di Infinito. Come risolvere tale contraddizione? Finché non ci poniamo il problema che qui sta anche la nostra grandezza, saremo sempre chiusi nel circolo vizioso di un precariato che vorrebbe cercare una via d’uscita, ma restando sempre prigioniero di una cosa che rincorre l’altra, quasi a garantirci un futuro che è già precario come desiderio e come sogno. La cosa assurda sta qui: perfino i nostri desideri e i nostri sogni sono già precari. Resistiamo ancora per qualche secondo: non apriamo gli occhi, continuiamo a immaginare, in questa bella chiesa che si è trasformata in un rifugio di assoluta precarietà. Non sentiamo la presenza del Figlio di Dio, che si è incarnato in una grotta, luogo di rifugio, di precariato, proprio per dare al nostro essere quell’apertura al divino che si avvale dei nostri limiti, della nostra solitudine, per metterci in sintonia con l’Infinito?

Solidarietà. Ma non vorrei limitarmi ad un discorso intimistico. È vero: siamo soli, con l’immaginazione. Ma in realtà l’immaginazione ci porta anche fuori di chiesa, come per un incanto. Se il precariato ci fa sentire male come singoli o come famiglia, l’Infinito di cui il nostro essere ha bisogno, in forza anche del suo precariato, ci unisce tutti quanti. Mai come quando entriamo dentro di noi, mai come quando diamo spazio all’Infinito, ci sentiamo anche solidali. Ci sentiamo parte dell’Umanità. Cristo si è incarnato in una grotta, diciamo così, per assumere, proprio qui, nel luogo simbolo del precariato, l’intera Umanità. Ora l’Infinito respira meglio. Non per questo sparirà il precariato del nostro essere. Non per questo l’Umanità sarà libera da ogni schiavitù. Non per questo spariranno le ingiustizie, le guerre, le violenze. La storia, purtroppo, insegna che da quell’inizio di un’altra Storia, da quando Cristo si è incarnato, la sofferenza non è scomparsa dalla faccia della terra. Ma dobbiamo anche chiederci il perché. Siamo qui anche per questo.

Realismo e impegno.  Forse conviene ora aprire gli occhi, guardarci in faccia. Siamo in tanti. Solo una piccolissima cellula dell’Umanità. Ma sappiamo che l’Umanità è in ogni piccola cellula. Siamo precari, ed è per questo che abbiamo bisogno di Infinito. Di un Infinito che si rivela nella parte migliore di questa Umanità. Cristo si è incarnato per ridare all’Umanità il suo volto migliore. Questo è anche il nostro Natale. Un sano realismo di ciò che siamo, fragili e precari, ed un impegno perché la salvezza che risiede nell’Umanità risvegli le sue migliori energie.

Fonte: http://www.dongiorgio.it/scelta.php?id=1400&nome=omelie


giugno 27, 2010

DIFENDERE LA TRADIZIONE DAI TRADIZIONALISTI*

L’IDEA CONCILIARE DI TRADIZIONE DINAMICA

Dei punti controversi tra cattolici e protestanti non secondario è quello che riguarda il ruolo della tradizione. Per i cattolici la tradizione ha rivestito grande importanza fino ad essere considerata fonte della Rivelazione al pari della Scrittura. Dai protestanti invece ne è stato ridotto il ruolo fino alla sua totale negazione già nel XVI secolo. In seguito si è avuto un certo riavvicinamento. In campo evangelico teologi come Karl Barth hanno riscoperto la non totale sovrapponibilità tra Rivelazione e Scrittura; inoltre si è riconosciuto nella tradizione un’esigenza delle comunità per garantire la continuità del messaggio. In campo cattolico si può segnalare un’interessante evoluzione dottrinale: mentre per lunghi secoli, con riferimento ad alcuni passi delle lettere paoline a Timoteo e a Tito, la tradizione veniva intesa come “deposito da conservare”, attribuendo ad esso un contenuto statico, immutabile, il Concilio ecumenico vaticano II ne ha elaborato un’idea dinamica: “Questa tradizione, che viene dagli apostoli, progredisce nella Chiesa con l’assistenza dello Spirito Santo: cresce infatti la comprensione tanto delle cose quanto delle parole trasmesse, sia con la contemplazione e lo studio dei credenti, i quali le meditano in cuor loro, sia con la profonda intelligenza delle cose spirituali di cui fanno esperienza, sia per la predicazione di coloro che, con la successione episcopale, hanno ricevuto un carisma sicuro di verità. In altre parole, la Chiesa nel corso dei secoli tende costantemente alla pienezza della verità divina, finché in essa giungano a compimento le parole di Dio[1].

Autenticità esigente.  Questa visione coglie la tradizione nel suo volto più autentico. Da un lato: “essa è la capacità di trarre fuori dal tesoro ricevuto cose nuove e non solo cose antiche. Anzi si può giungere a sostenere che la successione va prospettata proprio in quest’ordine in cui il nuovo precede il vecchio (cfr Mt 13,52).”[2] Da un altro lato l’accento sembra passare dal talento staticamente custodito alla logica dei talenti trafficati, dalla conservazione al ricevere e trasmettere, dove però il primato va posto sul ricevere, quindi anche all’importanza della Scrittura. “La crescita è propria di una realtà pellegrinante e in quanto tale sempre e comunque incompleta. Il progredire della tradizione, lungi dall’essere collegato al semplice trascorrere del tempo, è soggetto a precise condizioni. Esse sono indicate dai tre “sia” che contraddistinguono il brano conciliare. Occorre meditare le parole nel proprio cuore, avere intelligenza delle cose spirituali e avere il sigillo della predicazione episcopale. È fondamentale che si diano contemporaneamente tutti e tre gli elementi. La crescita non può avvenire prescindendo dal sostegno reciproco. Nessun fattore può, da solo, surrogare gli altri due. Lo studio è monco senza l’esperienza spirituale, ma tale è anche il magistero se non è alimentato dalla ricerca e dalla vita di fede dei credenti. In caso contrario la Parola viene sequestrata. Se il magistero pretende di sostituire la ricerca di fede a cui è chiamato ogni credente, se non si pone in ascolto dell’intelligenza di fede che germina all’interno della comunità, se i membri dell’episcopato non si impegnano in proprio come semplici fedeli ad acquisire un’autentica intelligenza della Parola, la tradizione perde consistenza e dinamismo. Lo stesso può dirsi nel caso in cui i fedeli, presi da scoramento, agiscano separandosi dal magistero. Sono condizioni esigenti che bastano a giustificare perché l’esperienza della crescita risulti tutt’altro che garantita all’interno della Chiesa.”[3]

Ambiguità non mancano quindi nell’idea di tradizione. Già il termine latino da cui deriva può significare anche tradimento. Spesso la tradizione (assieme all’equilibrio o addirittura alla saggezza) viene invocata per resistere alle novità, in particolare alla dirompente novità dell’evangelo, che rivela un Dio per noi, che ci ama e ci libera.[4] E non si può negare che spesso la sottolineatura della tradizione sia stata nella storia strumentale al rafforzamento di un potere monarchico o di idee conservatrici. In questi casi si può parlare di tradizionalismo, basato appunto sull’idea che è sempre stato così fin dall’origine e che il vero compito sia quello di mantenere intatto il patrimonio ereditato. Il punto di divergenza è che in questo patrimonio esistono molte possibilità non realizzate, molte virtualità che deve essere impegno di tutti cercare di attuare.

In definitiva siamo in un mondo che si muove sempre più rapidamente verso direzioni aberranti e irreversibili: guerre, squilibri, degrado ambientale, fame… Anche le chiese devono muoversi rapidamente per restare fedeli alla loro missione di salvezza. Deve essere sollecitata la partecipazione di tutte le forze vive, in particolare di quelle laicali. La chiesa cattolica, che nel Concilio ha alzato lo sguardo dal “proprio ombelico” al mondo, non deve lasciare più spazio a visioni statiche, passatiste, monarchiche: deve mobilitarsi per contenere i mali e i rischi dell’umanità. Lo stesso Concilio ha dischiuso molte virtualità non ancora realizzate. Davvero in questa situazione storica un ritorno al tradizionalismo potrebbe avere il sinistro significato di tradimento.


* scheda tratta in prevalenza da un intervento di Piero Stefani alla settimana estiva di Bibbia e giornale, Motta 2006.

[1] Concilio ecumenico vaticano II, Costituzione sulla divina Rivelazione, § 8.

[2] P. Stefani, Tradizione e conoscenza della Bibbia. La testimonianza viva della parola nell’esperienza ebraico-cristiana, pro manuscripto.

[3] P. Stefani, cit.

[4] B. Maggioni, Il racconto di Marco, Cittadella ed., Assisi 1985, pp. 53-55.

Per riflettere:

-idea di tradizione da statica a dinamica;

-tre condizioni necessarie contemporaneamente, secondo il Concilio, perché cresca la comprensione;

-contemplazione e studio dei credenti;

-intelligenza delle cose spirituali;

-sigillo della predicazione episcopale;

-il nuovo precede il vecchio;

-tradizione può anche voler dire tradimento.



gennaio 4, 2009

LA CHIESA DELL’ORIGINE AVEVA DUE PAPI*

Paolo è stato il primo autore del Nuovo testamento: le sue prime lettere datano attorno al 50, una ventina d’anni dopo la morte di Gesù, mentre il primo vangelo, quello di Marco, segue forse di un altro ventennio. Ma gli scritti di Paolo non godono della fama e della popolarità dei vangeli: nella storia sono stati riscoperti soprattutto nei momenti difficili e controversi. Nel 5° secolo Agostino si avvalse degli scritti di Paolo per contestare a Pelagio l’affermazione che l’uomo si possa salvare da solo, con la potenza della volontà, senza la grazia di Dio. Più tardi, nel 16° secolo, Martin Lutero, di fronte a una chiesa che si poneva come elargitrice di salvezza a pagamento, con la pratica delle indulgenze, scopre in Paolo la sola fide, la infinita misericordia e gratuità di Dio, che non richiede un prezzo per i suoi doni. Ancora la sola fide paolina servirà al più grande teologo del ‘900, Karl Barth, per contestare la pretesa della teologia liberale di poter arrivare a Dio attraverso un’esperienza che viene dalla natura. Rivendica invece la discontinuità con la natura e la totale alterità del divino. Infine ai nostri giorni si sta pure assistendo a una fioritura di studi su Paolo, forse stimolati dai fermenti contrastanti che agitano il mondo attuale: accentuarsi delle ingiustizie, pericoli bellici, terroristici, ambientali, ostacoli al processo ecumenico, mancanza di aperture universalistiche..

Le critiche a Paolo sono in gran parte dovute a pregiudizi. Lo si è accusato di essere misogino, ad esempio. Tenendo conto della mentalità del tempo si possono comprendere certe affermazioni poco esaltanti nei confronti delle donne. Nella realtà dei fatti storici si può invece notare che Paolo nelle comunità da lui fondate ha dato spazio alle donne, anche nelle funzioni liturgiche, specie a Corinto. Un’altra critica riguarda la complessità del suo pensiero. Gesù parlava in modo semplice, con parabole, immagini.. Paolo invece con le sue sistematizzazioni teologiche avrebbe tolto la freschezza del vangelo. Ma gli approfondimenti sono sempre utili e necessari, anche se costano fatica. Un’ultima critica riguarda l’antigiudaismo di Paolo, che potrebbe nei secoli essere stato una causa lontana della Shoah. Ma l’antigiudaismo del giudeo Paolo è solo apparente, è una reazione alla grettezza dei suoi concittadini, alla chiusura di fronte alla grande novità dell’universalismo evangelico. Le radici della Shoah vanno ricercate più vicino a noi: alle deleghe che volentieri concediamo senza partecipazione e controllo, alla demagogia e al populismo verso cui non riusciamo a esercitare il necessario spirito critico..

Paolo mette il dito nella piaga, vuole abbattere le barriere che separano i giudei dai pagani, cioè da tutti gli altri uomini. Testimonia che a questa missione è stato chiamato direttamente dal Signore Gesù: non ha bisogno di investiture da parte di nessun altro uomo. Ha fatto un’esperienza mistica che lo ha messo in diretto contatto con la divinità, e questo basta per conferirgli l’autorità. Afferma che i pagani hanno una corsia preferenziale per entrare nell’alleanza: la fede. Abramo è padre di tutta l’umanità perché ha avuto fede. Fede che può manifestarsi anche come semplice fiducia: di avere un figlio da una moglie vecchia e sterile; poi di sacrificare il figlio tanto desiderato. Solo perché lo ha detto Dio. Per Paolo non reggono più i vari marcatori di identità che ci sono in tutte le fedi (circoncisione o legame materno per gli ebrei, battesimo per i cristiani..). L’unico marcatore è la fiducia in Dio. Paolo adatta il proprio linguaggio all’interlocutore: con gli ebrei parla di grazia e (meno favorevolmente) di legge. Con i pagani di sapienza e di stoltezza, indicando l’inversione portata da Cristo rispetto a quello che il mondo ritiene.

Le comunità fondate da Paolo sono carismatiche, ispirate dallo Spirito. Sono estremamente diverse tra di loro, molto vive e conflittuali, affascinanti perché discutono. Ci offrono un quadro totalmente diverso da quello che di solito abbiamo. Si crede che nel passato ci fosse l’unità e poi è subentrata la divisione. Invece è il contrario: l’unità è un’aspirazione, una meta da raggiungere, nella diversità. Quello che è importante è che le chiese siano continuamente riformate alla luce dell’evangelo, ma anche facendo memoria. Una delle parole che ricorrono in Paolo è: ricordate. Rivaluta quindi la saggezza della tradizione e la memoria del passato. In definitiva Paolo testimonia di una modalità di accesso al ministero sacerdotale alternativa a quella della successione apostolica (incarnata da Pietro): quella della chiamata diretta (mistica). Nel concilio di Gerusalemme Paolo ha rivendicato questa sua via che lo ha portato all’apostolato, in piena parità con Pietro. Il conflitto, ben evidente, è sfociato in una stretta di mano, in una divisione di compiti e in un reciproco riconoscimento. Dovremmo tenerlo presente in questo delicato momento in cui si levano ombre sul processo ecumenico.

* spunti dalla relazione della pastora Lidia Maggi sul tema: Paolo alla scuola di Gesù, 27 nov 08, Comunità di via Gaggio, Lecco.

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