Brianzecum

agosto 16, 2013

UN’IMMAGINE DISTORTA DELLA VERGINE

NON ASSEGNARLE ATTRIBUTI DIVINI MA QUALITÀ DA IMITARE: FEDE, FECONDITÀ, CORAGGIO

di don Giorgio De Capitani*

Ruolo materno. Ecco il commento di padre Paul Devreux al primo brano della Messa: «Prima di tutto diciamo che “la donna vestita di sole, con la luna sotto i suoi piedi e, sul capo, una corona di dodici stelle” (Ap 12,1) non è Maria, ma il popolo di Dio, dal quale nascerà il Messia e la Chiesa, perseguitata ai tempi dell’autore dell’Apocalisse, per cui deve fuggire nel deserto creando la diaspora. Il fatto che ha la luna sotto i piedi significa che schiaccia le divinità pagane, mentre le dodici stelle indicano le dodici tribù di Israele. Secondo: ricordiamo che il Nuovo Testamento attribuisce allo Spirito Santo il ruolo materno di difensore, di intercessore e di rifugio. Togliere allo Spirito questi attributi, per metterli sulle spalle di Maria, è una bella devozione, ma non è biblico. Padre e Madre della Chiesa è Dio. Dico questo perché se contempliamo Maria, guardando al fatto che lei è l’Immacolata Concezione e la madre di Dio, guardiamo solo ai suoi privilegi, e questo ce la fa sentire lontana e irraggiungibile, diventa un mito.

Modello da seguire. Se invece mettiamo al centro ciò che ha fatto sì che lei sia potuta diventare madre di Gesù, e cioè la sua fede, la sua totale fiducia in Dio, allora Maria si riavvicina a noi e diventa un modello da seguire. Maria, più che madre è sposa; colei con cui Dio fa un’alleanza, come con il suo popolo. Alleanza possibile grazie al Sì di Maria. La maternità è solo una conseguenza direi quasi naturale, come feconda deve essere la vita di chiunque stringe un’alleanza con il Signore. Maria non vuole essere un mito, ma un faro che illumina la strada, un esempio di fede e di fiducia. Maria va associata nel Vecchio Testamento non tanto ad Eva, madre dell’umanità, ma a Mosè, padre della fede, perché ambedue hanno accettato la proposta del Signore che dice: “Esci dalla tua terra e va’”, credendo alla promessa che sarebbero stati benedetti e sarebbero diventati una benedizione per tutti.

Fecondità. La conseguenza per ambedue è la fecondità. Maria viene a portare Gesù nel mondo, e questa è la missione di tutti i cristiani. Per questo oggi la portiamo in processione per le strade del nostro paese, affinché cammini in mezzo a noi e impariamo a camminare sulle sue tracce per arrivare anche noi alla nostra vocazione finale che è quella di essere associati alla sua assunzione in Cielo». Vorrei aggiungere: noi purtroppo abbiamo esaltato Maria oltre ogni misura, dimenticando l’importanza del nostro essere Chiesa come popolo di Dio, e non di essere sudditi di una gerarchia nei suoi poteri istituzionali. Onoriamo Maria, e poi succede che viviamo come devoti di un potere che non porta più Cristo nel mondo. Se Maria oggi potesse parlare direbbe: Popolo di Dio, svegliatevi, voi siete la salvezza del mondo. Io ho generato Cristo, così anche voi dovreste fare!

Fede nell’esito positivo della storia. Anche Padre Ermes Ronchi è sulla stessa linea: “Il segno della donna nel cielo evoca… l’intera umanità, la Chiesa di Dio, ciascuno di noi, anche me, piccolo cuore ancora vestito d’ombre, ma affamato di sole. Contiene la nostra comune vocazione: assorbire luce, farsene custodi (vestita di sole), essere nella vita datori di vita (stava per partorire): vestiti di sole, portatori di vita, capaci di lottare contro il male (il drago rosso). Indossare la luce, trasmettere vita, non cedere al grande male. La festa dell’Assunta ci chiama ad aver fede nell’esito buono, positivo della storia: la terra è incinta di vita e non finirà fra le spire della violenza; il futuro è minacciato, ma la bellezza e la vitalità della Donna sono più forti della violenza di qualsiasi drago.

Benedizione. Il Vangelo presenta l’unica pagina in cui sono protagoniste due donne, senza nessun’altra presenza, che non sia quella del mistero di Dio pulsante nel grembo. Nel Vangelo profetizzano per prime le madri. «Benedetta tu fra le donne e benedetto il frutto del tuo grembo». Prima parola di Elisabetta, che mantiene e prolunga il giuramento irrevocabile di Dio: Dio li benedisse (Genesi 1,28), e lo estende da Maria a ogni donna, a ogni creatura. La prima parola, la prima germinazione di pensiero, l’inizio di ogni dialogo fecondo è quando sai dire all’altro: che tu sia benedetto. Poterlo pensare e poi proclamare a chi ci sta vicino, a chi condivide strada e casa, a chi porta un mistero, a chi porta un abbraccio: «Tu sei benedetto», Dio mi benedice con la tua presenza, possa benedirti con la mia presenza. «L’anima mia magnifica il Signore».

Magnificare significa fare grande. Ma come può la piccola creatura fare grande il suo Creatore? Tu fai grande Dio nella misura in cui gli dai tempo e cuore. Tu fai piccolo Dio nella misura in cui Lui diminuisce nella tua vita». Sul Magnificat si sofferma don Marco Pedron : «Storicamente sappiamo per certo che Maria non l’ha mai scritto: è un inno della prima comunità cristiana attribuito a Maria. Nel vangelo è il massimo a cui sia stato consentito dire ad una donna. Notiamo due cose fondanti del cantico. La prima: Maria non canta solo per suo figlio, ma per tutti i figli e gli uomini che vivono nella povertà. Cioè, Maria non dice: “Grazie Signore della fortuna che hai dato a me, di questo mio figlio”. Maria estende il suo canto a tutti gli uomini e a tutti i figli che sono soli, che soffrono angherie, che sono affamati, che sono angosciati, che lottano e che subiscono ingiustizie o soprusi. Il suo sguardo non è personale, ma sociale. Maria non può disinteressarsi di tutti quelli che soffrono, non può dimenticarsi della sofferenza ingiusta che si vive nel mondo e non può chiudere gli occhi di fronte a ciò che ha davanti. Non avrebbe detto le parole di una vecchia devota alla fine della guerra: “Dio è stato buono con noi: abbiamo pregato così tanto e senza sosta, che tutte le bombe sono cadute dall’altra parte della città”.

Povertà. Il secondo grande pilastro del Magnificat è che questo canto è messo sulle labbra di una donna povera. Quando si dice che “Dio ha guardato l’umiltà della sua serva” non si intende l’umiltà morale, la riservatezza, il silenzio; ma è l’effettiva condizione di questa donna. Maria era una donna povera, come la maggior parte delle persone del suo tempo; soggetto di sfruttamento da parte dei potenti. Maria si mette dalla parte della donna maltrattata, della ragazza-madre, di chi è senza risorse, di chi non ha cibo sulla tavola e forse neanche la tavola; della famiglia sfruttata, dei giovani o degli anziani abbandonati. Qui Maria non è la creatura dolce, tenera e docile che vediamo spesso nei dipinti.

Donna lupa. Maria qui è la donna appassionata, piena di dignità e di energia; è la donna lupa che non permette ai nemici di sottrargli i suoi cuccioli, che vuole giustizia per tutti, che si batte e che “rompe”. Maria è la donna che se vede un’ingiustizia non sta zitta, “non sono affari miei, meglio non impicciarsi, meglio evitare certi casini; che si arrangino gli altri” ma la denuncia, anche se questo vorrà dire esserne coinvolti. Non è la donna silenziosa, taciturna ed umile. Qui Maria non è la donna del compromesso ma “le canta” a tutti i prepotenti del mondo: “Dovrete fare i conti con Dio; non crediate di mettervi la coscienza in pace!”. Non è la donna buona, obbediente, tranquilla, casalinga e spalla dell’uomo. Maria qui non è affatto la classica donna ebrea sottomessa ed ubbidiente. Sì, è ubbidiente, ma alla verità e al suo Dio! Qui parla, predica, con autorità e senza tanti peli sulla lingua. Non è la madre che attende ai suoi figli e si disinteressa di tutto ciò che accade fuori. Non è la donna del solo “sì”, che accontenta tutti, solo disponibile, tutta per gli altri.

Donna politica. Qui Maria dice un chiaro “no” ad ogni ingiustizia e ad ogni sopruso. Certo a noi maschi piacerebbe che le donne fossero così, docili, docili! Certo anche ad una certa chiesa piace l’umile Maria piuttosto che la sovversiva Maria del Magnificat. Certo tutti i benestanti, i ricchi e coloro che hanno possedimenti o cariche da difendere non accoglieranno volentieri l’immagine di Maria del vangelo. Qui Maria è politica, sovversiva, combattente, in prima linea e rivoluzionaria. Maria si oppone ad ogni ingiustizia. Non per altro in alcuni paesi dell’America latina (es. Guatemala) fu proibito cantare e pregare il Magnificat».

*Tratto dall’omelia del 15 agosto 2013: Festività dell’Assunta. Fonte: http://www.dongiorgio.it/14/08/2013/omelie-2013-di-don-giorgio-festa-dellassunta/

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Maggio 28, 2013

UNA CHIESA ANCORA COSTANTINIANA?

LO SFORZO DI ATTRIBUIRE A COSTANTINO MERITI STORICAMENTE INSOSTENIBILI

da un incontro col prof. Saverio Xeres*

Sacralità pagana.  L’interrogativo del titolo è rivolto al presente, specificamente al 17° centenario dell’Editto di Milano (313 d.C.) che viene celebrato spesso con toni apologetici, come instaurazione della libertà religiosa nell’impero romano. Per comprenderlo bene è necessario risalire al periodo dell’imperatore Costantino per osservare la realtà dei fatti storici e il loro contesto. Per prima cosa bisogna ricordare che in quei tempi non c’era l’ateismo che c’è oggi, né era presente quella separazione tra il potere politico e quello religioso che abbiamo raggiunto nei nostri tempi: ogni potere aveva un’origine sacrale anche in ambito pagano, così che quando si fondava una città o veniva intrapresa un’opera nuova non mancava mai l’invocazione alla protezione divina. Lo stesso Costantino si considerava capo della chiesa, tanto che fu lui a convocare il primo concilio ecumenico, quello di Nicea, qualche anno dopo (325). Era però anzitutto un politico, un uomo di potere, che tendeva a strumentalizzare le religioni – pagane o cristiane indifferentemente. Quanto al suo cristianesimo poi, non era neppure battezzato, altrimenti avrebbe dovuto sottomettersi ai vescovi! (fu battezzato soltanto alla fine della sua vita da un vescovo ariano).

Motivazioni politiche  possono essere trovate in tutte le sue azioni. Insistette ad es. sull’unità dei cristiani, scagliandosi contro ogni eresia o divergenza di opinione, ma in modo funzionale, perché così poteva meglio utilizzare il supporto politico dei cristiani. Esortava ad es. a non dividersi su questioni “di lieve entità”, come la Trinità. Analogamente ebbe un atteggiamento favorevole agli ariani, che tendevano a vedere in Dio Padre una superiorità rispetto al Figlio e allo Spirito santo, convalidando così l’ideologia imperiale: un solo Dio, che vuole un solo imperatore, cioè il monismo imperiale. Non è vero che Costantino dette la libertà religiosa ai cristiani: c’era già mezzo secolo prima. Piuttosto dette ai cristiani posizioni di privilegio: contributi finanziari, costruzione di chiese, esenzione dei chierici dai pubblici uffici, riconoscimento ai tribunali ecclesiastici della possibilità di sostituirsi a quelli civili…

Trono e altare.  Sostanzialmente Costantino realizza una unione stretta tra chiesa e impero, dove però è l’imperatore che governa, mentre la chiesa diventa funzionale all’impero, assumendo forme pagane. In base a ciò, ad es. l’imperatore si dichiara persino vicario di Dio. Si ha cioè una sorta di cristianizzazione del paganesimo o di paganizzazione del cristianesimo. Lungi dal riconoscere la libertà di culto, Costantino avvia un progetto che si compirà con Teodosio: tutti i popoli sottoposti all’impero devono essere cristiani e riconoscere il dogma della Trinità, altrimenti saranno colpiti dall’ira divina e anche dalla forza imperiale. Il legame tra trono e altare permane anche nei secoli successivi e dopo il 12° secolo i papi si chiameranno vicario di Cristo in terra. Nei primi secoli la chiesa non era così fortemente strutturata, quando però si collega col potere imperiale deve accentuare forme di centralismo e gerarchismo.

La prospettiva escatologica  è un’altra grossa perdita che consegue all’abbraccio tra trono e altare: sostanzialmente passa l’idea che il regno di Dio è già raggiunto qui in terra, così manca la critica profetica che spinge al continuo miglioramento. Inoltre si perde il senso della laicità nei comportamenti civili e il ruolo dei laici viene sottovalutato. Non ha alcun senso il dialogo con le altre religioni e l’ecumenismo si riduce ad un appello al ritorno nella “casa del padre”: tutte prospettive che la grande svolta del concilio Vaticano II ha riaperto. Con esso la chiesa si pone invece in una posizione marginale, si dichiara serva anziché signora del mondo.

La libertà di coscienza  è una delle più alte riscoperte attribuibile al Concilio. È alla vigilia del concilio che Chenu ha parlato per primo di fine dell’epoca costantiniana, cioè della stretta connessione tra trono e altare. Un secolo fa, nel 1913, ci fu per la prima volta la commemorazione del 16° centenario dell’Editto di Costantino, rafforzato persino da un giubileo universale. Ancora si parlava della “feconda connessione” col potere politico. Ad es. la Civiltà Cattolica affermava che “per opera di Costantino la chiesa, emancipata e libera, potè svolgere il suo organismo gerarchico e dilatare in tutto il mondo le sue conquiste. Abbracciando con uno sguardo il suo percorso, vedremo all’inizio torreggiare Costantino come il padre e il patriarca laico della civiltà cristiana”. La libertà di coscienza è stata sempre condannata dai papi come obbrobriosa, per essere poi riconosciuta soltanto dal Vaticano II. La mostra istituita a Milano per ricordare il 17° centenario afferma che Costantino, oltre alla libertà di culto, ha portato avanti anche un atteggiamento dello spirito, cioè il rispetto per la libertà della coscienza, la tolleranza verso gli altri e verso i diversi, che oggi è così attuale… Sappiamo da dove deriva questa tesi: era sostenuta dalla autorevole docente Marta Sordi e presentata in una mostra nel 2005 al meeting CL di Rimini, ma storicamente è insostenibile. Se nell’Editto di Milano viene ripetuta la parola libertas, l’idea piena di libertà individuale, basata sulla coscienza, è stata riscoperta solo nella modernità dagli illuministi e poi dal Concilio. Come sostenere che Costantino, con i limiti sopra abbozzati, fosse stato così profetico da anticipare di 17 secoli la recente riscoperta conciliare?

*presso il Meic di Lecco, il 23-5-2013

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Maggio 1, 2013

PENTECOSTE

FESTA CHE ESALTA L’AMORE DEI CREDENTI E LA GIOIA CHE NE DERIVA

Profezie, visioni, sogni.  “Negli ultimi tempi, dice il Signore, io effonderò il mio Spirito sopra ogni persona; i vostri figli e le vostre figlie profeteranno, i vostri giovani avranno visioni e i vostri anziani faranno dei sogni” (At 2,17). Il commento del card. Martini a questa citazione del profeta Gioele, ripresa da Pietro nella sua predica di Pentecoste, è il seguente: “Che i figli e figlie saranno profeti significa che essi devono essere critici. La generazione più giovane verrebbe meno al suo dovere se con la sua spigliatezza e con il suo idealismo indomito non sfidasse e criticasse i governanti, i responsabili e gli insegnanti. In tal modo fa progredire noi e soprattutto la Chiesa. Il profeta dice poi che la generazione di mezzo, vale a dire coloro che sono responsabili, avrà delle visioni. Un vescovo, un parroco, una madre, un imprenditore: essi dovrebbero avere degli obiettivi, per una comunità, una famiglia, un’azienda (…). Il profeta rammenta agli anziani che devono trasmettere i sogni e non le delusioni della loro vita” (C.M. Martini, G. Sporschill, Conversazioni notturne a Gerusalemme, Mondadori, 2008, pp. 60-61). Ogni generazione quindi, ha un compito da svolgere: questo è un fattore di gioia, perché nessuno deve sentirsi inutile.

Le differenze  che caratterizzano le diverse età della vita tendono anch’esse ad accentuarsi oggi, con l’allungamento della vita media, ostacolando il dialogo tra generazioni, fino talvolta all’incomprensione. Ma non sono certo le uniche: differenze di lingua, di razza, di religione, di sesso, di sensibilità, di cultura diventano sempre più evidenti nella moderna società pluralista, richiedendo aperture ed atteggiamenti nuovi in tutti noi, persino una nuova antropologia. Le differenze possono essere un ostacolo, una fonte di confusione e di incomprensione, ma anche un potente fattore di arricchimento personale e sociale. Nell’educazione, nella ricerca, nelle innovazioni, nel progresso tutti sanno quanto possono influire diverse sensibilità e opinioni. Il vero problema è quello di riuscire a valorizzare le differenze.

Unità d’amore.  La Pentecoste è presentata nella Bibbia come la promessa di ricostituzione della unità d’amore del genere umano voluta da Dio. Dopo la costruzione della torre di Babele, come sfida a Dio, fu generata l’incomprensione della lingua altrui e la conseguente dispersione degli uomini nel territorio. Nella Pentecoste tutti capiscono le altre lingue come la propria, grazie alla discesa dello Spirito santo. Il superamento della differenza linguistica è la premessa per un ritorno all’originaria unità d’amore. Qualcosa di simile a quest’ultima fu gustata dalla primitiva comunità cristiana di Gerusalemme, come indicato dagli Atti degli Apostoli: avevano “un cuore solo e un’anima sola e nessuno diceva sua proprietà quello che gli apparteneva, ma ogni cosa era fra loro comune” (4,32), praticando fraternità e solidarietà (2,45). In breve lo Spirito santo consente di contenere il negativo (conflittualità, contese, odi, rancori…), esaltando il positivo (amore, pace, condivisione…).

Questo dà gioia.  Nell’inferno della prigione nazista Bonhoeffer riusciva a trovare gioia leggendo parole del poeta Gerhardt sulla Pentecoste: «Tu sei uno spirito di gioia…» e «dà gioia e forza» o versetti biblici: «non è forte colui che non è saldo nella sventura».(Pr 24,10) o «Dio non ci ha dato uno spirito di timore ma di forza, di amore e di saggezza» (2Tm 1,7). Conclude Bonhoeffer: “questo mi dà gioia” (Resistenza e resa, ed. S.Paolo 1996, pag.114). Ecco dunque il profondo significato della Pentecoste: lo sforzo di ritrovare il positivo che ci unisce; a perseguire profezie, visioni, sogni che danno un senso alla vita; ci fa comprendere e valorizzare le differenze in un mondo sempre più complesso e variegato; al contempo ci spinge a riconoscere ed evitare ciò che davvero è negativo e ci divide dagli altri.

(contributo dell’Équipe ecumenismo e dialogo della Zona pastorale di Lecco)

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marzo 9, 2013

QUELLO DI CUI LA SOCIETÀ HA BISOGNO

LA PARABOLA DEL SAMARITANO INSEGNA AD AMARE SENZA STECCATI O APPARTENENZE

di PIERO STEFANI*

Crisi e suicidi.  Che la società italiana sia in crisi è uno dei pochi punti fermi su cui tutti concordano. Naturalmente l’assenso corale già si sfrangia se si va alla ricerca delle cause. Un drammatico fatto di cronaca riferisce di due impiegate della regione Umbria uccise da un imprenditore (poi suicidatosi) a cui (per ragioni formali) era stato negato un finanziamento. Un mestiere tranquillo di solito giudicato più grigio che pericoloso si è trasformato in causa imprevedibile di morte. Sono immaginabili la costernazione e l’angosciato stupore di parenti e colleghi. «La vita è ingiusta» avrà esclamato qualcuno e non senza fondamento. Che la crisi economica c’entri come sfondo è certo; altrettanto sicuro, però, è che essa non è il solo motivo scatenante di una violenza omicida  avvenuta in un paese dove vige il porto d’armi. I suicidi per motivi economici aumentano. A proposito di questo dramma si sarebbe tentati di evocare la «livella» resa celebre da Totò: manager, imprenditori, cassaintegrati e disoccupati sono tutti ugualmente esposti alla disperazione; anche se non per tutti si pone allo stesso livello la questione se la vita valga davvero meno del benessere.

 Mito del successo.  Di fronte a un singolo caso concreto equivarrebbe a girare le spalle alla pietas rinfacciare ai suicidi di aver dimenticato la «gerarchia dei valori». Di contro, parlando in generale, è obbligo chiedersi se il diuturno prospettare l’ambito economico-finanziario come il motore di tutto non abbia infiacchito la resistenza d’animo di chi è tagliato fuori. Inoltre non è solo facile retorica sostenere che anni e anni dominati dal mito del successo hanno reso molte persone fragili di fronte a un depauperamento ormai incontrovertibile. Torna la domanda sulle cause. Un frammento dell’omelia pronunciata da mons. Luigi Negri nel corso della messa d’ingresso nella diocesi di Ferrara-Comacchio (3 marzo 2013) sembra non aver dubbi in proposito: «Il popolo di Dio è chiamato a prendere coscienza della sua assoluta originalità. Cristo è necessario all’uomo d’oggi per vivere in modo autentico la propria umanità. La radice negativa che è alla base di tutta la fatica, l’inconsistenza e la violenza della società è il rifiuto di Cristo». Si tratta di un linguaggio tipico di CL (mons. Negri è uno dei leader di quel movimento). Al riguardo sarebbe corrivo limitarsi a indicare le inestricabili contraddizioni che sul piano pratico avvolgono quell’arcipelago in cui si mescolano fede, potere e interessi. Già più pertinente è domandarsi come mai si registri questo vasto rifiuto. A tal proposito i pastori non dovrebbero accantonare la riflessione sulla «contro-testimonianza» data da molti cristiani, laici o consacrati che siano. Tuttavia il discorso non può fermarsi neppure qui.

Umanità e laicità.  Occorre chiedersi tanto se Gesù Cristo vada effettivamente presentato come risposta univoca a problemi di ordine sociale, quanto se sia dato di fondare in modo laico un’etica pubblica e una giustizia sociale. La risposta nel primo caso è «no» e nel secondo è «sì». Invertire i termini equivale a svilire sia la fede sia la capacità di bene insita nell’animo umano. La riflessione sulla parabola del «buon samaritano» (Lc 10, 29-37) è dotata di inestinguibile ricchezza. Anche nel nostro caso essa torna a essere pertinente, sia pure per un solo aspetto. La parabola è chiamata a illustrare il significato del comandamento contenuto nel libro del Levitico (19,18) che ordina di amare il prossimo come se stessi. Tuttavia il racconto proposto da Gesù si emancipa da quel precetto. Infatti, oltre a sospingere a farsi prossimo (in luogo di definire chi è il prossimo), la parabola si preoccupa di mettere in luce che il motivo che ha indotto il samaritano ad agire non è stata la messa in pratica del comandamento biblico. A muovere all’azione è stato il senso di intima compassione (verbo splanchizomai) provato nei confronti dell’uomo abbandonato mezzo morto sul ciglio della strada.

 Senza steccati.  Nell’ambito della fede si può affermare (come messo a suo tempo in luce dal card. Martini) che quello stesso verbo contraddistinse tanto l’atteggiamento di Gesù di fronte alla vedova di Nain (Lc 7,13), quanto quel che è proprio del Dio biblico ricco di misericordia. Il credente può affermare che alla radice di quel moto che spinge verso l’«altro» per trasformarlo in «prossimo» si trova il fatto che l’essere umano è stato creato a «immagine e somiglianza» di Dio (Gen 1, 26). Tuttavia a lui, in sede pubblica, è consentito sostenerlo solo in modo implicito, senza farne una dottrina valida per tutti, come se si trasformasse in giustificazione condivisa da chiunque operi sospinto da umana compassione. Al contrario, il credente dovrebbe trovare un motivo profondo di consolazione nel fatto che l’essere umano abbia in se stesso questa potenzialità di bene non legata né a una specifica appartenenza religiosa, né a una determinata cultura. Ciò di cui la società ha bisogno è di riscoprire l’umana capacità di trasformare l’«altro» in «prossimo» divenendo in tal modo «prossimo» all’«altro». Il pluralismo delle appartenenze e delle convinzioni non è un ostacolo perché ciò avvenga. Trasformare in steccati le convinzioni di ciascuno diviene, invece, un modo per mutare il «prossimo» in «altro».

* Il pensiero della settimana, n. 423, fonte: http://pierostefani.myblog.it/archive/2013/03/09/423-quello-di-cui-la-societa-ha-bisogno-10-03-2013.html

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marzo 4, 2013

IL PAPATO PROBLEMATICO DI BENEDETTO XVI

LE RIFLESSIONI DI “NOI SIAMO CHIESA”

Passo coraggioso.  Oggi Benedetto XVI termina il suo ministero di vescovo di Roma. Il movimento “Noi Siamo Chiesa” è pienamente partecipe di questo avvenimento, quasi inedito nella storia della cristianità, e ribadisce che ne apprezza fino in fondo il significato ecclesiale, teologico e storico mentre prende atto dell’ardimento personale del pontefice. E’ un passo coraggioso, per il bene della Chiesa, certamente malvisto da una parte dell’establishment ecclesiastico, sconcertato dall’evidente demitizzazione della “sacralità” del papato che esso implica. Perplessità, invece, il nostro movimento esprime per il fatto, piuttosto curioso e poco comprensibile, che, fissando la sua residenza all’interno della Città del Vaticano – e non in un lontano monastero – il papa emerito obiettivamente, e al di là di ogni dichiarata intenzione contraria, potrebbe condizionare il suo successore, rendendogli più difficile fare delle scelte che contraddicessero le sue. Ma, soprattutto, “Noi siamo Chiesa” non può non sottolineare che tutti i gravi e urgenti problemi che Ratzinger aveva ereditato da Giovanni Paolo II sono rimasti irrisolti e, anzi, si sono aggravati in presenza dei rapidi cambiamenti in corso nella Chiesa e nel mondo.

 

Responsabilità.  Ovviamente, sappiamo bene che solo un certo distacco storico permetterà di dare un giudizio più ponderato sul pontificato di Ratzinger. Dandone intanto una prima valutazione, esso sembra a noi segnato più da ombre che da luci. Infatti, le grandi questioni alle quali si trova ancora di fronte la gestione della Chiesa, e soprattutto il suo vertice, dipendono dalla mancanza, evidente nel pontificato ratzingeriano, di una riforma delle sue strutture e della sua pastorale, conseguenza di una accettazione ambigua e reticente del Concilio Vaticano II. E, per questi ritardi, Benedetto XVI ha precise responsabilità, come abbiamo sottolineato più volte, anche noi nel nostro piccolo, che cerchiamo di essere membri attivi di questa nostra Chiesa.

L’ottica eurocentrica  del suo magistero, l’insistenza sul “relativismo” e sul rapporto fede/ragione si sono rivelati insufficienti o sbagliati se rapportati a un insegnamento che dovrebbe – secondo noi – mirare ad essere punto di riferimento generale per i popoli e per le culture di tutto il mondo. Anche le sue tre encicliche risentono di questa impostazione di fondo del suo magistero, seppure contengano importanti meditazioni ed esortazioni sulle questioni ultime della vita di fede. Anche il suo vistoso riavvicinamento agli USA, ai tempi di George Bush, e lo scarso impegno contro quelle guerre che Giovanni Paolo II bollava con parole energiche, sono l’espressione di una carente e dannosa sensibilità geopolitica che ruota sempre attorno alla sensibilità della cristianità occidentale ed europea in particolare.

L’ecumenismo  sotto il pontificato di Benedetto XVI ha segnato il passo, a causa della sua convinzione di chiamare “comunità ecclesiali” le Chiese della Riforma e per le occasioni perse con l’Ortodossia; lo stesso si dica del dialogo interreligioso, anche se bisogna riconoscere che è andato ad Assisi a ripetere il grande incontro delle religioni del 1986. Grave è stata l’attribuzione (fatta da un papa tedesco!), nella visita ad Auschwitz, dello scivolamento della Germania nel nazismo come dovuto a una semplice “banda di criminali”. Gli errori nella scelta delle persone (in particolare del Card. Bertone) si è unita alla incapacità, o alla mancanza di vera volontà riformatrice, nel governo della Curia. Ne sono seguiti i ben noti intollerabili scandali e un ulteriore impulso alla sua elefantiasi con l’istituzione dell’inutile Consiglio per la nuova Evangelizzazione. Altre decisioni, espressione diretta di un suo personale orientamento conservatore, come l’apertura ai lefebvriani e la ripresa della liturgia in latino della messa di S. Pio V, hanno portato a esiti del tutto negativi, nonostante i tanti sforzi impiegati. L’”incidente” di Regensburg e quello della preghiera del Venerdì Santo sulla “illuminazione” di cui avrebbero bisogno gli ebrei sono stati recuperati tardi e faticosamente. Tutte le questioni relative ai ministeri ecclesiali e all’approccio alla sessualità, che sempre più frequentemente sono all’ordine del giorno nella Chiesa a tutti i livelli, sono rimasti non solo congelati ma anche banditi dalla discussione. Ugualmente sono continuati i precedenti interventi punitivi sui teologi ritenuti non ortodossi, e non solo su quelli della teologia della liberazione, limitando così l’utilità per la Chiesa di contributi indispensabili alla sua riforma.

Lo scandalo della pedofilia  del clero è esploso dall’esterno e non per un percorso autocritico delle gerarchie ecclesiastiche, le quali invece hanno protetto tutto e dovunque finché hanno potuto. Benedetto XVI ha inviato alcuni messaggi e segnali nella direzione giusta ma c’è la consapevolezza diffusa che troppo è ancora “coperto”. Mancano nella Chiesa autentici, chiari e generalizzati riti penitenziali. Stupisce, poi, che Benedetto XVI non abbia reagito nei confronti delle “Linee Guida” per combattere la pedofilia del clero emanate della Conferenza episcopale italiana, che non contemplano il dovere del vescovo di adire immediatamente i giudici civili. Naturalmente, la valutazione del suo pontificato è comunque cosa complessa. A noi sembra che, insieme ai limiti e ai veri e propri orientamenti non condivisibili nella gestione della Chiesa, Joseph Ratzinger in tanti suoi discorsi abbia parlato in modo avvincente di Dio, del suo primato, della relatività di tutto di fronte al Mistero ineffabile e incombente. Nella Caritas in veritate (par. 78), per fare un esempio tra i tanti, ricorda che “l’amore di Dio ci chiama ad uscire da ciò che è limitato e non definitivo e ci dà il coraggio di operare e di proseguire nella ricerca del bene di tutti”. Ma, ci sembra di poter dire che proprio da chi afferma il primato di Dio ci si aspetta che – rispetto alla povertà, alla ricchezza e alla messa in discussione del potere – dovrebbe avere quell’audacia che non ha chi è abbracciato a valori mondani .

Collegialità.  Per quanto riguarda l’apertura a qualche forma di collegialità, od anche solo di corresponsabilità, il pontificato di Ratzinger ha, se mai possibile, peggiorato la situazione. Tallonato da una Curia divisa e sotto il pugno di ferro di Bertone, il papa ha nominato i vescovi con scelte quasi sempre a senso unico e in modo sostanzialmente autocratico, negando spazio alla pluralità delle posizioni presenti nell’universo cattolico. In modo simile i Sinodi dei vescovi, sotto il suo pontificato, sono stati solo un momento di conoscenza reciproca e di discussione tra i vescovi ma hanno continuato a non avere alcuna funzione decisionale e tantomeno operativa nella gestione del centro della Chiesa. Così il ruolo del pontificato romano e della Curia romana è stato ulteriormente consolidato. In questo scenario, la scelta di Benedetto XVI di dimettersi è stato, riteniamo, l’atto più innovativo del suo pontificato qualora però lo si viva, come noi cerchiamo di fare, come la desacralizzazione del ministero di Pietro e non come la desacralizzazione dell’uomo Joseph Ratzinger. Quest’ultima invece è l’interpretazione accettata dalla Curia e dalla galassia dei tradizionalisti, e che pare emergere dalle stesse parole del pontefice. Ma ci può essere una eterogenesi dei fini e la sua rinuncia potrebbe sprigionare – questa la speranza – un cammino impegnativo di rinnovamento, ora e nel futuro, nel modo di essere e di organizzarsi della nostra Chiesa.

Struttura sinodale.  Perciò noi riteniamo – e lo ripetiamo con forza – che il Conclave dovrebbe porsi come primo problema quello di pensare a una organizzazione della Chiesa che preveda una nuova struttura di tipo sinodale con poteri deliberativi, abbandonando così l’attuale sterile Sinodo istituito da Paolo VI. Essa dovrebbe aprire il dibattito su tutte le grandi questioni aperte, decentrare funzioni e competenze alle Chiese locali, fare pulizia nell’apparato centrale della Chiesa e ridurne le dimensioni. Una struttura di questo tipo dovrebbe essere soprattutto l’espressione di tutto il popolo di Dio (compresi uomini e donne esterni al sistema clericale) tutta tesa a cercare di rendere credibile il messaggio dell’Evangelo. Il percorso da seguire ci sembra debba ispirarsi a quello tracciato dal Card. Martini nella sua ultima intervista.

 Roma, 28 febbraio 2013                    NOI SIAMO CHIESA

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febbraio 17, 2013

BENEDETTO XVI “DICHIARO DI RINUNCIARE”

EPILOGO DI UN PERCORSO STORICO DI MODERNIZZAZIONE E DESACRALIZZAZIONE

di PIERO STEFANI*

Sorpresa.  Subito dopo l’elezione al soglio pontificio di Joseph Ratzinger, nell’aprile del 2005, il card. Martini rilasciò un’intervista in cui affermava testualmente: «Sono certo che Benedetto XVI ci riserverà delle sorprese». Così è avvenuto, probabilmente ben al di là di quanto immaginato dall’autore stesso della frase. In realtà, più che un plurale sarebbe stato conveniente usare un singolare; nei suoi otto anni di pontificato la sorpresa vera è stata una sola: la decisione che ha messo bruscamente fine al suo pontificato. Lo stupore più grande nasce dal fatto che chi si è presentato e ha agito per il recupero di una tradizione giudicata esposta a una molteplicità di minacce abbia dato il contributo maggiore, tra quelli finora elaborati, alla modernizzazione della figura del papa. La divaricazione delle due linee di tendenza ora enunciate spinge potentemente a evocare l’eterogenesi dei fini. Siamo di fronte a una decisione epocale, ma anche a un atto conclusivo di un pontificato che, da un lato, ha posto di nuovo la Chiesa, con le sue scarse virtù e i suoi molti mali, al centro dell’attenzione e, dall’altro, ha ridimensionato fortemente la capacità del cattolicesimo ufficiale di comunicare con il mondo. La morte e i funerali di Giovanni Paolo II furono un evento globale; la rinuncia di Benedetto è uno spartiacque all’interno del cattolicesimo.

Innovazione.  Che la rinunzia da parte di un papa sia prevista dall’attuale diritto canonico è fuori discussione. Tuttavia è altrettanto certo che quello di Benedetto XVI è stato un gesto compiuto per la prima volta nella storia. Richiamare Celestino V o le dimissioni plurime avvenute per porre fine allo Scisma di Occidente è un puro non-senso storico. Nulla oggi è paragonabile a quei contesti. La scelta di Ratzinger non muta il senso di quei papati; cambia invece definitivamente l’immagine del papa costituitasi nel XIX e nel XX secolo quando, per reagire all’assedio del mondo moderno, un sommo pontefice, ormai politicamente debole, fu soggetto a una forma di verticistica esaltazione spirituale. Non a caso il 1870 vide sia la proclamazione del dogma dell’infallibilità papale a opera del Vaticano I sia la breccia di Porta Pia compiuta dai bersaglieri. Con la rinunzia di Benedetto XVI alla sacralità della persona del papa subentra una declinazione funzionale del suo ufficio che va retto solo fino a quando si hanno le forze per farlo.

 Percorso desacralizzante.  Alle spalle della decisione di Benedetto XVI c’è un percorso storico che risale in prima istanza alla decisione di Paolo VI di mettere in pensione i vescovi al raggiungimento del 75 anno di età (salvo brevi proroghe) e di vietare ai cardinali ultraottantenni di entrare in conclave. Entrambe le decisioni sono desacralizzanti. Nel caso dei vescovi si tratta di efficienza: per svolgere la funzione di pastore il saper agire sembra prevalere sui valori più legati alla pura spiritualità. Una forte componente di laicizzazione si ha anche nello sbarramento anagrafico posto ai partecipanti al conclave, scelta oggettivamente in tensione con l’assistenza dello Spirito Santo sempre evocata nel caso dell’elezione al soglio di Pietro. Quelle decisioni hanno messo in moto un processo. Non per nulla sia Paolo VI sia Giovanni Paolo II si sono posti il problema della rinuncia. Che entrambi abbiano respinto l’ipotesi non significa che non siano stati costretti a pensarci. Il gioco era aperto da una quarantina d’anni; Joseph Ratzinger ha ritenuto che fosse giunto il momento di portarlo alla conclusione. Si è quindi creato un precedente che farà sì che tutti i successori, oltre a essere obbligati a valutare la possibilità di rinuncia, si troveranno sempre più in difficoltà a trovare motivi per restare vita natural durante sul soglio di Pietro.

Efficienza.  Fino a che valgono queste regole, nessun papa sarà obbligato canonicamente a ritirarsi dietro le quinte. In effetti si tratta di un atto unilaterale. Il papa rinuncia, non rassegna le dimissioni in mano a nessuno (mentre i vescovi lo fanno nelle mani del pontefice). Il precedente peserà, comunque, come un macigno e renderà sempre meno accettabile per la comunità ecclesiale accogliere di essere guidata da una persona inefficiente. Questo fatto si appella di nuovo ai valori, tipicamente moderni, dell’efficienza; mentre accantona quelli paradossali ben espressi del detto paolino che si è forti proprio quando si è deboli (2 Cor 12,9). Rimane da capire quali fattori abbiano spinto Benedetto XVI a prendere proprio ora questa grave decisione. Di esplicito abbiamo solo le sue parole latine. Esse ammettono – e il pensiero va sicuramente al suo predecessore – che il pontificato è un compito spirituale che può essere svolto non solo agendo e parlando ma anche pregando e patendo. La spiritualità di Ratzinger non è estranea a questi due ultimi termini; essi vengono però declinati solo sul versante personale. Il pregare e forse anche il patire per il bene della Chiesa saranno le due linee guida che contraddistingueranno il suo post-pontificato. Con ciò Ratzinger sembra quasi voler dire che la theologia crucis ha senso nella dimensione individuale, ma non ha ragion d’essere in quella istituzionale. In tempi di veloci mutamenti e in un’epoca di grandi perturbamenti per la fede, la barca di San Pietro deve, infatti, essere guidata da chi è vigoroso nel corpo e nell’anima («Attamen in mundo nostri temporis rapidis mutationibus subiecto et quaestionibus magni ponderis pro vita fidei perturbato ad navem Sancti Petri gubernandam et ad annuntiandum Evangelium etiam vigor quidam corporis et animae necessarius est»).

Terapia d’urto.  Il testo non specifica quali siano i grandi turbamenti che caratterizzano la fede (a tal proposito molti, probabilmente non a torto, hanno evocato anche gli scontri e gli scandali interni ai vertici stessi della gerarchia). La diagnosi resta nel generico, anche se si lascia capire che bisogna comunque ricorrere a una terapia d’urto; quest’ultima sarà accompagnata da lontano da Ratzinger con la preghiera. Non dunque pregare e patire, ma pregare in proprio perché altri agiscano. Il momento in cui è stata assunta la decisione evidenzia un pontificato interrotto. Per rendersene conto basta dire che la rinuncia avviene quando è stato svolto circa un terzo dell’anno della fede fortemente voluto da Benedetto XVI. Inoltre il ritiro impedirà l’uscita della enciclica dedicata alla fede. C’è la carità (Deus caritas est, 2005); c’è la speranza (In spe salvi, 2007), mancherà proprio la fede, l’argomento a cui Ratzinger ha dedicato la riflessione di tutta la vita. L’interruzione non è stata messa a tema. A essere messa in campo come giustificazione è solo una debolezza soggettiva.

La componente personale  ha quindi un ruolo preminente nella rinuncia di Benedetto XVI. La maggiore novità di un pontificato conchiusosi in modo tanto repentino trova riscontro nella constatazione secondo la quale Ratzinger anche in altre circostanze ha lasciato una riconoscibile impronta soggettiva nella tradizione ecclesiale. In precedenza essa era legata soprattutto alla sua personale visione teologica, ora essa interagisce ancor più fortemente con la sua persona. Nelle prime righe dell’atto di rinuncia, Benedetto dice di aver più volte consultato la sua coscienza davanti a Dio, ma non fa alcun cenno di aver dato luogo a qualche forma di consultazione della comunità ecclesiale. Anche se non fosse relativista, il predominio della soggettività presente nella scelta di Ratzinger è comunque un valore moderno che si è assiso sul soglio di Pietro paradossalmente attraverso una rinuncia.

*Il pensiero della settimana, n. 420;  fonte: http://pierostefani.myblog.it/archive/2013/02/15/420-benedetto-xvi-dichiaro-di-rinunciare-17-02-2013.html

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dicembre 8, 2012

SCOLA, LO STATO LAICO E LA LIBERTÀ RELIGIOSA

SCARSA ATTENZIONE ALLA LAICITÀ E ALLA LIBERTÀ PER TUTTI. NOSTALGIA PER LE POSIZIONI PRE CONCILIARI

di Vito Mancuso, la Repubblica, 7/12/2012, pagg. 1 e 40 

Laicità dello Stato.  È tradizione che i discorsi tenuti il giorno di Sant’Ambrogio dagli arcivescovi di Milano siano caratterizzati da una profonda attenzione all’attualità sociale e politica. È il caso anche del discorso tenuto ieri a Milano da Angelo Scola, nel quale il cardinale è giunto a pronunciare parole molto pesanti. Parole a mio avviso poco fondate, su un tema di straordinaria delicatezza quale quello della laicità e della aconfessionalità dello Stato. Scola è partito da molto lontano, dall’anno 313, visto che l’anno prossimo saranno 1700 anni da quell’Editto di Milano con cui Costantino e Licinio posero fine alle persecuzioni contro i cristiani. Scola non esita a celebrare tale editto come “l’atto di nascita della libertà religiosa”. È doveroso chiedersi per chi tale libertà nacque, e la risposta corretta è per i cristiani, i quali, da perseguitati sotto alcuni imperatori romani (in particolare Decio, Valeriano e Diocleziano) iniziarono a godere libertà di culto e poterono professare pubblicamente la loro religione. Ma alla loro libertà non seguì la libertà di altri.

Libertà per chi?  Io penso quindi che non sia corretto da parte di Scola elogiare così tanto l’Editto di Milano senza neppure ricordare l’Editto di Tessalonica dell’imperatore Teodosio del 380 con cui si toglieva la libertà di religione ai pagani, cui seguirono tra il 391 e il 392 i Decreti teodosiani che mettevano al bando ogni forma di sacrificio pagano, anche in forma privata, compresi i culti dei lari e dei penati che da secoli gli abitanti della penisola italica praticavano nelle loro case. È vero che Scola scrive che l’Editto di Milano fu un “inizio mancato”, ma non si può sorvolare in questo modo così leggero su secoli e secoli di sanguinosa intolleranza cattolica, generata da tale editto e dal matrimonio con il potere imperiale che esso comportava. La cosa era del tutto chiara già a Dante Alighieri: “Ahi, Costantin, di quanto mal fu matre, non la tua conversion, ma quella dote che da te prese il primo ricco patre!” (Inferno XIX, 115-117), laddove tra i mali procurati dall’alleanza con il potere politico oltre alla corruzione della Chiesa vi sono le sanguinose persecuzioni contro ogni forma diversa di religione, in particolare contro i catari, i valdesi, gli ebrei.

La storia insegna  che si dà libertà religiosa solo nella misura in cui lo Stato non si lega a nessuna religione particolare, solo se si pone di fronte ai suoi cittadini con l’intenzione di rispettare tutti, minoranze comprese, solo se pratica quella forma di neutralità così esplicitamente criticata dal cardinal Scola nel suo discorso di ieri. Per Scola infatti occorre “ripensare il tema della aconfessionalità dello Stato”, facendo in modo che lo Stato passi da una visione pluralista a una visione culturalmente in grado di sostenere le “dimensioni costitutive dell’esperienza religiosa: la nascita, il matrimonio, la generazione, l’educazione, la morte”: insomma i cosiddetti valori non negoziabili tanto cari a Benedetto XVI, cioè vita, scuola, famiglia, da intendersi alla maniera del Magistero cattolico attuale (che non è detto coincida con il vero senso del cristianesimo).

Diritti umani.  Prova ne sia proprio il tema della libertà religiosa, la quale, se è giunta a essere un patrimonio della dottrina sociale della Chiesa, è solo grazie alla lotta in favore dei diritti umani da parte della laicità illuminista. La libertà religiosa è stato il dono della laicità al cristianesimo. Senza lo Stato laico, senza la sua volontà di rispettare le minoranze come quelle dei valdesi e degli ebrei dando loro gli stessi diritti della maggioranza cattolica, la Chiesa non sarebbe mai giunta al documento Dignitatis humanae del Vaticano II che apre finalmente la gerarchia cattolica alla libertà religiosa, dopo ben 1573 anni (distanza temporale tra la Dignitatis humanae del 1965 e l’ultimo decreto di Teodosio del 392)! Per rendersene conto è sufficiente leggere i documenti pontifici che durante la modernità condannavano aspramente la lotta dei laici e di alcuni teologi a favore della libertà religiosa, come per esempio le parole di Gregorio XVI che nel 1832 bollava la libertà religiosa come deliramentum o le parole di Pio IX nel 1870 o quelle di Leone XIII nel 1888. Scola ha ragione nel dire che “il nostro è un tempo che domanda una nuova, larga cultura del sociale e del politico”. Ma questa larghezza della mente e dell’anima dovrebbe riguardare davvero tutti, anche la Chiesa cattolica, la quale non può limitarsi a rimpiangere Costantino e Teodosio e magari a cercare candidati politici che ne ricalchino le orme.

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settembre 25, 2012

AMERICA LATINA: LABORATORIO PER LA CHIESA DEL FUTURO

IL PROGRESSIVO ISTERILIMENTO DELLA TEOLOGIA DELLA LIBERAZIONE E LE NOSTALGIE DI CRISTIANITÀ POSSONO RIVELARSI ERRORI FATALI

di Luigi Sandri*

Due grossi peccati d’origine  gravano sulla Chiesa latino-americana: uno è quello di essere stata una religione imposta con la violenza dai conquistatori europei; l’altro è che le gerarchie ecclesiastiche – salvo eccezioni – sono state per cinque secoli dalla parte del potere. La conversione al cristianesimo dei nativi non era certo la prima preoccupazione dei conquistatori: a loro interessava lo sfruttamento delle miniere e delle piantagioni, a cui costringevano gli indios. Molti ne morirono, decimati anche dalle guerre di conquista e dalle malattie portate dagli europei. Per sostituire i nativi si rese necessaria la deportazione di migliaia e migliaia di negri dall’Africa. Il fenomeno della santeria – a Cuba – fu una reazione all’imposizione di una religione estranea, cioè del cristianesimo: essa consiste nel vedere nei segni cristiani (come le statue dei santi, o i colori dei loro vestiti) segni che rinviano alla fede originaria. In ogni caso si trattava di una Chiesa legata alle potenze mandatarie, dove da tempo vigeva il regime di cristianità, regime che si pensava di poter esportare ovunque. Ma molti tra i missionari ebbero crisi di coscienza di fronte a questo modo di procedere. Un nome per tutti: Bartolomé de Las Casas.

Fermenti conciliari.  Con questo retaggio alle spalle, nel 1955 è nato il Consiglio episcopale latino americano (CELAM) per discutere dei problemi comuni ai diversi paesi del continente. Un episcopato che era stato comunque scarsamente significativo, così come debole (teologicamente) era stata – salvo eccezioni – la sua presenza al Concilio Vaticano II. Nel 1968 Paolo VI si recò in Colombia per presiedere l’assemblea CELAM di Medellin. Nel continente già erano al potere diverse dittature militari e non pochi, anche in ambito cristiano, sostenevano che non c’era alternativa alla rivolta armata. Paolo VI ne aveva parlato l’anno prima nell’enciclica Populorum progressio, in due paragrafi specifici:

Tentazione della violenza. Si danno, certo, situazioni la cui ingiustizia grida verso il cielo. Quando popolazioni intere, sprovviste del necessario, vivono in uno stato di dipendenza tale da impedir loro qualsiasi iniziativa e responsabilità, e anche ogni possibilità di promozione culturale e di partecipazione alla vita sociale e politica, grande è la tentazione di respingere con la violenza simili ingiurie alla dignità umana” (n. 30).
Rivoluzione. E tuttavia sappiamo che l’insurrezione rivoluzionaria – salvo nel caso di una tirannia evidente e prolungata che attenti gravemente ai diritti fondamentali della persona e nuoccia in modo pericoloso al bene comune del paese – è fonte di nuove ingiustizie, introduce nuovi squilibri, e provoca nuove rovine. Non si può combattere un male reale a prezzo di un male più grande” (n. 31).

La violenza non è cristiana.  Ma, in Colombia, Paolo VI dette, per così dire, l’interpretazione autentica di questi passaggi dell’enciclica, sostenendo che la situazione latino americana non rientrava tra quelle che richiedono la rivolta armata. Affermò che la violenza non è né evangelica né cristiana, depotenziando, in certo senso, la stessa Populorum progressio. Papa Montini fece però anche gesti di saggezza: così, dato che in Brasile – gravato da una dittatura militare – sia i fedeli che l’episcopato erano estremamente divisi tra i sostenitori e gli avversari del nuovo regime, egli elevò alla porpora prelati sostenitori dell’una e dell’altra tesi e, dunque, anche vescovi vicini alla teologia della liberazione (tdl); diverso sarà il comportamento di Giovanni Paolo II, che non creerà cardinale nessun prelato simpatizzante con quella teologia. Papa Wojtyla faticava molto a comprendere che ci fossero dei regimi “cristiani”, e non comunisti, persecutori di cristiani. La sua esperienza polacca di oppressione del marxismo là vigente gli impediva di accettare la tdl, pur avendo approvato la scelta preferenziale per i poveri. A Puebla – III Conferenza generale dell’episcopato latino americano – nel 1979 si ebbe un grande scontro tra i vescovi, pro e contro la Tdl; Wojtyla intervenne dicendo che Cristo non era un sindacalista. In seguito Giovanni Paolo II si impegnò sistematicamente per normalizzare la gerarchia latino-americana: man mano un vescovo “liberazionista” andava in pensione, al suo posto ne nominava uno di tendenza opposta che distruggeva l’opera del suo predecessore.

La conversione di Oscar Romero:  era sostanzialmente un ecclesiastico assai “moderato”, e per questo, quando nel 1977 fu promosso arcivescovo di San Salvador, l’oligarchia al potere applaudì la scelta vaticana. Ma l’assassinio di padre Rutilio Grande, sacerdote impegnato con i poveri e che lui stimava, il contatto con la vita reale della popolazione, stremata dalla povertà e oppressa dalla feroce repressione militare – che voleva mantenere la classe più povera soggetta allo sfruttamento dei latifondisti locali – provocarono in lui una profonda conversione, nelle convinzioni teologiche e nelle scelte pastorali: da conservatore, quale era, vide Cristo nei poveri e, da avversario che era della tdl, ne divenne – di fatto, e pur senza proclamarsene un seguace – un concreto realizzatore. Coraggiosamente Romero denunciò i soprusi del regime, facendo ad es. il nome dei desaparecidos alla radio diocesana locale, molto ascoltata dai ceti popolari, e così irritando fortemente la dittatura militare. L’udienza (1979) di papa Wojtyla a Romero, provocò a quest’ultimo un vero e proprio imbarazzo esistenziale, in quanto il pontefice non riteneva possibili soprusi contro cristiani in un regime cristiano. Il fatto è che, mettendosi dalla parte dei poveri, come fece Romero, la visione della realtà può cambiare totalmente (come la visione di una montagna, vista dal lato opposto).

Un milione all’anno in Brasile lasciano la Chiesa.  Oggi la situazione del cattolicesimo in America latina sta rapidamente mutando, e molti cattolici lasciano la loro Chiesa. Intanto, mancano i preti, e la scarsità di clero, insieme alla decisione vaticana di non ammettere i ”viri probati” (uomini, già sposati, da ordinare preti), non permette di seguire adeguatamente i fedeli. Questa carenza – non compensata dal crescere di catechisti laici – è uno dei fattori che favorisce, invece, la fuga massiccia di credenti dalla Chiesa cattolica (un milione l’anno solo in Brasile; moltissimi in Guatemala) verso altre Chiese, in particolare quelle pentecostali. I pastori di queste, infatti, sono presenti in ogni strada, visitano sistematicamente le famiglie, le conoscono e danno un’assistenza pratica che sarebbe impossibile da parte della struttura gerarchica cattolica dato che ogni sacerdote, in media, ha parrocchie con una popolazione di oltre cinquantamila abitanti. I fedeli cattolici sono tuttora divisi radicalmente tra chi ritiene che bisogna annunciare la buona novella ai poveri e chi invece desidererebbe il ritorno a tempi passati, quando le gerarchie ecclesiastiche stavano, di solito, dalla parte dello status quo. È difficile uscire dall’alternativa: o mettere Cristo crocifisso alla base della fede, o continuare con il regime di cristianità; in ogni caso, qualunque scelta non è indolore.

In definitiva  questi brevi cenni fanno vedere alcuni aspetti della complessa situazione latino-americana. È importante capire che gli errori si pagano. Ciò significa che la Chiesa (romana) deve confessare i propri peccati e ravvedersi solennemente. Se non si riconoscono gli errori del passato, soprattutto la violenza in nome di Dio, si vive in una permanente contraddizione. Si dovrebbe dunque ammettere che l’essere stati (il Vaticano e molti vescovi) contro la Teologia della liberazione è stato un errore dalle conseguenze imprevedibili. D’altronde, se non si attuano rapidamente le possibili innovazioni indicate dal Concilio, o da esso logicamente sgorganti, molta gente se ne va. Sempre più di frequente si sente dire anche negli strati popolari, in America latina: se il papa non è con noi, facciamo senza papa. Insomma, il vescovo di Roma dovrebbe essere una figura accogliente, paterna, che consiglia senza imporre, specie su argomenti opinabili o nuovi; aperta al pluralismo delle opinioni e, comunque, che governa la Chiesa cattolica in modo collegiale, attuando in particolare la collegialità episcopale, vista però all’interno del ”popolo di Dio”, secondo le indicazioni del Vaticano II.

*dagli interventi di Luigi Sandri alla settimana estiva di Motta 2012

Complesso romanico di S. Pietro al Monte – Civate – Lecco

settembre 20, 2012

NONVIOLENZA E TEOLOGIA DELLA LIBERAZIONE

SULLA LINEA GANDHIANA UNA TEOLOGIA POLITICA PIÙ GENERALE E PROFONDA, EVITANDO LE CHIUSURE MARXISTE-LENINISTE

di Antonino Drago*

Dall’ortodossia all’ortoprassi.  Uno dei più profondi discepoli della nonviolenza gandhiana in Occidente è stato il cattolico Lanza del Vasto (1901-1981). Esponente di una nobile famiglia siciliana, la sua personalità eccezionale riunisce caratteristiche disparate: poeta, scrittore, musico, filosofo, pensatore religioso con una forte vena mistica, ma anche patriarca fondatore di comunità rurali sul modello di quelle gandhiane e attivista nonviolento contro la guerra d’Algeria o gli armamenti nucleari. In questa sede interessa in modo particolare il suo pensiero di teologia politica, il quale, secondo l’esempio del suo maestro Gandhi, è basato sulla unità di fede e politica nella ortoprassi. Questo termine significa verità (orto, in greco) nella prassi. Si contrappone all’ortodossia: verità nella concezione (da doxa, cioè opinione, concezione, idea) spesso preferita dal pensiero occidentale, avendo ritenuto che il pensiero preceda il comportamento pratico. Va notato che l’insegnamento evangelico dà la netta preferenza a quello che si fa, rispetto a quello che si pensa (si veda ad es. Matteo 25). Accordandosi sulle cose da fare, è possibile superare molte divisioni derivanti da tradizioni, religioni, ideologie ecc, rendendo così possibile l’unità tra fede e politica.

La teologia politica  di Lanza del Vasto (LdV) si basa su originali interpretazioni di Genesi 3 (il peccato di Adamo ed Eva, con la loro cacciata dal paradiso), di Apocalisse 6 (apertura dei sigilli che descrivono i flagelli dell’umanità) eApocalisse 13 (la bestia che sale dal mare e quella che sale dalla terra); questi testi rappresentano a diverse scale sociali i mali fatti “da mano d’uomo”; che cioè gli uomini stessi si infliggono perché derivanti dalle azioni personali e istituzionali nelle loro organizzazioni sociali. Questi sono testi sacri del Cristianesimo; ma LdV li sa vedere in maniera universale, trovandone gli analoghi in tutte le grandi religioni. Quindi li considera come espressioni di una religiosità universale, o anche di una sapienza plurimillenaria che non ha necessità di riferirsi esplicitamente a Dio, così come è tipico della nonviolenza di Gandhi. La concezione politica di LdV è espressa soprattutto nel libro I Quattro Flagelli. Vi sono trattati i flagelli: della guerra, della sedizione, della miseria e della servitù; ai quali viene opposta la nonviolenza come riorganizzazione della società secondo strutture che evitino a priori quei flagelli.

Strutturalità. LdV non legge questi testi mediante concetti singoli o mediante analogie; invece ne cerca i collegamenti strutturali, secondo una precisa lettura sociale; che, per prima, fornisce in maniera circostanziata una analisi di tipo sapienziale della modernità. Con questa ispirazione egli poi costruisce una analisi antropologica, economica e politica della civiltà occidentale. Ne ricava la condanna della tendenza nella civiltà occidentale a costruire istituzioni sempre più grandi e a perseguire un progresso senza umanità. Ne critica in particolar modo la Scienza e Tecnica, come massima espressione di sviamento del binomio intelligenza-amore. In positivo ha definito per la prima volta il concetto fondamentale della teoria politica nonviolenta, sulla base di quattro sovranità: Monarchia, Partito, Setta, Tribù; concetto che permette una nuova visione politica, di tipo essenzialmente pluralista, giusto il carattere basilare della teoria della nonviolenza. Poi egli invita a scegliere la migliore tra queste sovranità: la tribù-comunità. Riprendendo il filo del discorso teologico-sapienziale, ha indicato pertanto la fuoriuscita dal Male mediante una conversione che, come indicano le Beatitudini, sia fuoriuscita anche dalle strutture sociali subite o lotta contro di esse, per costruirne di nuove. In particolare, per costruire la sovranità della società nonviolenta ha indicato la comunità, nella forma di “comunità dell’Arca”, che ha fondato e diffuso. Partendo dalle quattro sovranità, più di recente, Johan Galtung ha indicato la possibilità di costruire quattro modelli di sviluppo, ciascuno con un paradigma diverso, incrociando la dimensione più o meno grande delle strutture e la polarità Stato-mercato nella direzione dell’economia. In conclusione, questa teoria teologico-politica è di tipo strutturale, sia per aver derivato il suo pensiero teologico da strutture cruciali delle grandi religioni, sia per aver riferito la sua analisi storica alle più importanti strutture sociali; sia per aver proposto una precisa struttura sociale alternativa all’interno di una teoria politica basata sul concetto strutturale delle quattro sovranità.

Confronto con la teologia della liberazione (tdl):  notiamo anzitutto ciò che è comune alle due teologie. Oltre all’ortoprassi e alla strutturalità, entrambe le teologie hanno una vocazione pastorale anziché dogmatica, in modo da valorizzare soprattutto l’etica. Inoltre contestualizzano la fede; in particolare, interpretano i testi sacri in termini sociali: la prima interpreta i tre testi biblici riferendosi ai mali fondamentali della civiltà alla quale si appartiene; la tdl interpreta la intera Bibbia riferendosi alla povertà nella realtà sociale, locale e internazionale. Entrambe riflettono su una fede inserita nella storia, e propongono un cambiamento sociale basato su comunità volontarie (parrocchiali nel secondo caso). Le differenze tra le due teologie possono essere colte in alcuni punti strutturali: mentre la tdl vede la causa dei mali nel capitalismo e nel colonialismo, il pensiero nonviolento di LdV la scopre nel peccato originale, inteso come peccato strutturale. Questo crea quattro flagelli, tra i quali uno è quello della povertà – l’unico considerato dalla Tdl. Di conseguenza se ne fuoriesce non soltanto con una scelta per i poveri e la loro liberazione collettiva, ma anche con una conversione da tutti i flagelli; conversione che deve riguardare tutti, oppressi e oppressori e deve essere personale e strutturale. Altra differenza è che la costruzione di LdV non si limita a una riflessione critica sulla prassi sociale dei popoli oppressi, ma su una più generale prassi storica delle civiltà umane. Analogamente si allarga la prospettiva: non solo quella cristologica della tdl, ma una prospettiva universale (interreligiosa); per vedere non solo come Dio opera positivamente nella storia, ma anche come gli uomini si muovono nella storia nel Bene e nel Male, per ricostruire il Bene sin dalle comunità di base. L’impostazione più profonda e generale di LdV lo porta a criticare l’analisi marxista – alla quale sostanzialmente si limita buona parte della tdl – intesa come teoria generosa ma inadeguata, perché segue i miti occidentali del progresso hegeliano della storia e il progresso della scienza. Così la prassi proposta da LdV non è solo politica e collettiva, ma anche spirituale e personale per tutti, oppressi e oppressori. La differenza forse più appariscente tra le due teologie riguarda i mezzi: mentre la tdl è stata tentata dalla realpolitik e dal marxismo all’uso della violenza, la proposta di LdV riguarda la rivoluzione nonviolenta personale e sociale, nella quale avrà la precedenza la costruzione dei rapporti interpersonali.

Concludiamo  ricordando che la grande rivoluzione mondiale del 1989, che ha sostanzialmente liberato il mondo dalle dittature in nome del proletariato, è stata ispirata da principi di nonviolenza. Ed ecco una frase di LdV che illumina ulteriormente sulla originalità della sua proposta: “Noi non intendiamo associarci con gente i cui fini non sono i nostri e di cui non condividiamo i mezzi. Siamo anche contrari alla guerra civile come alle altre guerre, alla «dittatura del proletariato», come alle altre dittature. Desideriamo non la vittoria e l’estensione del proletariato, bensì la soppressione del proletariato, del salariato e delle altre forme di servitù. Ci auguriamo di avere un giorno dei Compagni preparati e chiamati alla missione nelle fabbriche, e non certo per incitare gli operai a votare i loro deputati o a far sciopero per avere migliori salari. Il loro compito sarà dire ai loro compagni; «Uscite di là. Perché volete rimanere schiavi? Venite con noi! Vi mostreremo come si lavora liberamente per sé e per i propri fratelli e non per un padrone o per lo Stato»”.

settembre 17, 2012

AFFOLLATA ASSEMBLEA

Filed under: 1) ecumenismo — brianzecum @ 9:24 PM

AFFOLLATA ASSEMBLEA DI GRUPPI ECCLESIALI, RIVISTE, ASSOCIAZIONI A 50 ANNI DALL’INIZIO DEL CONCILIO*

di Roberto Monteforte,  “l’Unità” del 16 settembre 2012

 

Far vivere il Concilio Vaticano II. Dargli applicazione e con gioia, guardando con speranza al futuro. Perché la sua piena ricezione è ancora lontana. Di questo si è discusso ieri a Roma nell’affollatissima assemblea tenutasi al teatro dell’Istituto Massimo di Roma. «Chiesa di tutti, Chiesa dei poveri» è il titolo dell’appuntamento autoconvocato e autofinanziato a 50 anni dall’inizio del Concilio cui hanno aderito oltre 104 sigle di associazioni, gruppi ecclesiali, movimenti, riviste e organizzazioni tutte attente all’esigenza che non si disperda o si depotenzi l’insegnamento del Concilio Vaticano II. Sono stati oltre settecento i partecipanti giunti da tutta Italia. Segno di quanto forte ed estesa sia la domanda per una Chiesa che sappia dialogare con fiducia e speranza con il mondo contemporaneo avendo il coraggio di cambiare se stessa.

L’incontro si è aperto con un ricordo del cardinale Carlo Maria Martini e al suo coraggio profetico. Teologi, storici, studiosi e uomini di Chiesa hanno approfondito i nodi posti dal Concilio alla Chiesa a partire dalla sua ermeneutica. Alla polemica su rottura o continuità con la tradizione della Chiesa. «È una disputa da abbandonare perché non coglie il nodo rappresentato dal Concilio. Perché il cambiamento era già in corso nella Chiesa. Perché la dottrina cambia sempre e cambiamo i significati. Perché se la Chiesa è sempre la stessa, la Tradizione vivente è in continua evoluzione per rendere “presente” e continuamente aggiornato nella nuova condizione storica ciò che è stato tramandato» lo afferma il teologo padre Carlo Molari. «La pluralità delle dottrine presenti nella Chiesa ed anche le rotture sono importanti per il suo sviluppo». C’è ancora bisogno che la Chiesa sappia «raccordarsi con la modernità». Lo storico Giovanni Turbanti ha inquadrato il contesto storico, sociale, politico ed economico che ha portato alla sua convocazione.

La biblista Rosanna Virgili sottolinea la «festosità liberatoria dell’annuncio cristiano e l’apporto fondamentale dato dalle donne. «Dio parla alle donne – afferma – che sono depositarie di una fede che non esclude. Perché non ci sono più lontani quando si può comunicare e si è abbattuta l’inimicizia fatta di leggi che distinguevano e discriminavano creando inimicizia». Mentre Cettina Militello ha affrontato il nodo «delle prospettive future nella speranza di un vero aggiornamento». «Bisogna passare dall’ermeneutica conciliare all’attuazione del Concilio. All’attuazione di quanto faticosamente elaborato dai padri conciliari» ha affermato. Sottolinea l’importanza dell’«aggiornamento» della Chiesa. Invita a riflettere sulla speranza di un «vero rinnovamento» della Chiesa, di una sua autentica profezia rispetto alla mutazione culturale in atto. Ne indica gli ambiti: «il piano della Liturgia, dell’autocoscienza di chiesa, dell’acquisizione sempre maggiore della parola di Dio, del dialogo Chiesa con il mondo». Va pure perseguita l’istanza ecumenica, e interreligiosa, l’istanza «dialogica». Sottolinea i limiti della partecipazione attiva, della sinodalità, dell’ ascolto e del dialogo, necessari per attuare quella trasformazione strutturale della Chiesa voluta dai padri conciliari, per il suo ritorno a uno stile evangelico di compartecipazione e effettiva comunione.

Interviene da «testimone» l’allora giovanissimo abate benedettino della Basilica di San Paolo, Giovanni Battista Franzoni. Parla della scelta per i «poveri» e del coraggio di Paolo VI. Porta la sua testimonianza il teologo valdese Paolo Ricca. Soprattutto recuperando appieno il ruolo del «Popolo di Dio», dei laici nella Chiesa, successori dei «discepoli».

Lo sottolinea Raniero La Valle che conclude i lavori. «Perché – fa notare – non c’è solo la successione apostolica da Pietro sino ai nostri vescovi e al Papa. C’è anche una successione laicale, non meno importante dell’altra che è giunta sino a noi». Senza questa «non vi sarebbe il Popolo di Dio e neanche la Chiesa degli apostoli». Sottolinea come la forza del Concilio Vaticano II sia stata il fare l’ermeneutica di tutti i concili precedenti. Per questo «non lo si può accantonare ». Sta anche in questo la ragione e la forza dell’assemblea convocata ieri. La Valle annuncia l’impegno a raccogliere quella domanda che interpella ancora. Chiede una nuova politica, una nuova giustizia, una nuova economia. Che chiede una Chiesa dei poveri e con i poveri. Richiama i compiti nuovi che il Concilio affida e riconosce ai laici. «Sulla riforma della chiesa e delle sue strutture il Concilio è rimasto ai nastri partenza. La Chiesa anticonciliare ha bloccato la collegialità e ha rafforzato i vincoli di dipendenza gerarchica» ma una Chiesa nuova è possibile. Vi è una storia da trasmettere. Un impegno che, assicura La Valle, non si fermerà con questa assemblea. Vi sarà un sito per mettere in rete riflessioni e iniziative e per partecipare alle iniziative delle singole Chiese e a quelle internazionali che culmineranno nel 2015 all’anniversario delle conclusioni del Concilio. Vi sarà un «coordinamento leggero» per far incontrare sforzi diversi e rendere possibile quel «Il Concilio è nelle vostre mani» soprattutto le mani dei poveri invocato dallo stesso Raniero La Valle.

Fonte: http://www.noisiamochiesa.org/?p=2279

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