Brianzecum

Maggio 23, 2016

TRINITÀ UN MISTERO CHE CI ARRICCHISCE

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DAL SUPERAMENTO DEL RIGIDO MONOTEISMO EBRAICO ALLA COMPRENSIONE DELLA NOSTRA CONTINUA GENERAZIONE DIVINA

di don Giorgio De Capitani*

Padre padrone. Se c’è un Mistero in netto contrasto con la concezione ebraica della unicità assoluta di Jahvè, questo è il Mistero trinitario cristiano. Per conservare e difendere il rigido monoteismo ebraico si arrivò al punto di dichiarare lo sterminio totale (in ebraico, “cherem”) di popolazioni pagane, compresi bambini e donne; di proibire i matrimoni misti tra ebrei e donne straniere; di vietare luoghi di culto al di fuori dell’unico Tempio di Gerusalemme; di costruirsi immagini di Jahvè. Da notare, infine, che l’attesa del messia che ha attraversato la millenaria storia ebraica non ha mai riguardato la sua natura divina, ma l’apparizione di un personaggio straordinario che avrebbe liberato politicamente il popolo ebraico dalla schiavitù straniera. Il monoteismo ebraico riguardava, dunque, la sudditanza di un popolo ad un unico Dio, padre padrone assoluto, a cui sembrava fosse più facile rendere il popolo eletto un docile strumento dei suoi voleri, soprattutto in funzione di un messaggio da estendere su tutta la terra. Questo era il compito o la funzione del popolo ebraico: essere uno strumento, e solo uno strumento di Jahvè o, meglio, della religione ebraica che sfruttava l’immagine di un certo dio (idolo), a proprio uso e consumo. Il fatto che fosse un unico Dio rendeva ancora più facile lo scopo della religione, che non aveva a che fare con più divinità. Un Dio che si avvaleva del suo potere di essere l’unico creatore dell’universo. Dunque, tra Jahvè e il suo popolo, tra Jahvè e il mondo c’era lo stesso rapporto che c’è tra un vasaio e il suo prodotto: un legame che rimaneva sempre esteriore, di superiorità, pur mantenendo talora una specie di legame affettivo. Sì, Dio amava il suo popolo, che rimaneva però un oggetto, e non un soggetto della predilezione divina.

Un Dio monolitico, dunque, tutto d’un pezzo, per garantire una religione monolitica, ma che in realtà fece sempre fatica a sfuggire alla tentazione di subire il fascino delle popolazioni straniere, lasciandosi così contaminare nella purezza del Dio dell’Alleanza. Ma ecco la domanda per me cruciale: a che cosa è servita tutta quella millenaria pazienza di Jahvè, se, giunto il Messia, il popolo non lo ha accolto, anzi lo ha messo su una croce, in nome di quel Dio che Cristo aveva contestato, rivelando un volto divino all’opposto del volto di Jahvè ebraico? È una domanda che manda in crisi tutto l’Antico Testamento e anche quella Chiesa che continua a innestare la straordinaria Novità evangelica nella storia religiosa del popolo ebraico. Arriviamo al dunque, ovvero alla Festa di oggi. Parlare del Mistero della SS. Trinità non è facile per nessuno, neppure lo è stato per i più grandi Dottori della Chiesa, da Sant’Agostino in poi, ma, nello stesso tempo, nessuno può negare che ci troviamo di fronte a qualcosa di sconvolgente, che non riguarda solo la stessa realtà di Dio, ma anche il nostro essere più profondo. Questo si scopre, proprio alla luce della Trinità, nel suo segreto di essere umano-divino. In altre parole, diciamo che la rivelazione di Cristo non ha tolto solo qualche velo sul Mistero divino, ma ha tolto ogni velo sul nostro essere umano, nel profondo dell’anima.

Movimento e vita. Non è qui la sede per tentare di spiegare, benché sommariamente, il Mistero divino, filosoficamente o teologicamente. Comunque, è suggestivo quanto scrive Sant’Agostino nel suo De Trinitate: usa tre termini, “Amans”, “Amatus” e “Amor”. “Amans”: ovvero il Padre, colui che ama; “Amatus”: ovvero il Figlio, colui che è amato; “Amor”, ovvero lo Spirito santo, colui che unisce l’amante e l’amato. I Mistici, senza usare termini strettamente filosofici o teologici, parlano di movimento e di vita. Dio, in breve, non è un’entità astratta, da incasellare in un dogma, non è qualcosa di già fisso dall’eternità. È movimento, e perciò è vita. Ai Mistici non interessava tanto Dio in se stesso, ma nel suo rapporto con il nostro essere interiore. Anche il nostro essere è movimento e vita, ma non nel senso che viene dato dalla società, quando non fa che esteriorizzare l’essere, rendendolo quasi un oggetto, svuotato della sua carica divina. Sia la società consumistica come anche la scienza che si interessa di psiche, rimangono sempre all’esterno di quella interiorità che ha un solo nome: realtà spirituale, dove lo spirito è qualcosa di più profondo della stessa psiche, che viene invece analizzata dalla scienza come se fosse il centro dell’essere umano.

Noi “siamo”. Ci hanno sempre insegnato che solo Dio “è”. Quando Cristo si definiva “Io sono” gli ebrei si scandalizzavano, e cercavano di lapidarlo, perché si prendeva la stessa prerogativa divina. Ma non ci hanno mai detto che anche “noi siamo”, perché siamo esseri divini, nel fondo dell’anima. E la religione ci ha sempre preso come qualcosa da soggiogare ad un idolo, che in quanto idolo rimane sempre all’esterno di noi, come realtà da adorare. Nel fondo dell’anima, c’è quel Divino nella sua triplice realtà di amante, di amato e di amore. Noi “siamo” perennemente amanti, amati, uniti nell’amore, o nello spirito.

Generazione divina”. Non voglio, anche qui, entrare nel difficile, anche perché complicare le cose è l’esatto opposto del nostro essere che è, per sua natura, semplice. E, più siamo semplici, più scopriamo la presenza del Divino, che è la semplicità in persona. Casomai, è la religione che si è costruito un dio complesso. Nel nostro essere possiamo cogliere la “generazione perenne di Dio”, che consiste nel generare, da parte di Dio, la sua realtà spirituale, che agisce rinnovando il nostro essere interiore. Non basta dire che siamo figli di Dio: siamo in realtà generati in continuazione proprio perché Dio è movimento e vita. In parole più semplici: più sgombriamo il nostro essere da ogni forma di egoismo o di attaccamento, più permettiamo alla Divinità di rigenerarsi in continuazione. A rigenerarsi è il Mistero divino, come spirito, senza perciò quelle modalità o quelle strutture che la religione impone, soffocando così la libertà dello Spirito ad agire. Sì, è una questione di lotta tra l’esterno di una religione che impone un proprio dio e il nostro essere interiore che si distacca da ogni struttura religiosa, per dare più spazio allo Spirito. Mi direte che avete ben altro a cui pensare. Certo, è difficile far capire all’uomo moderno la realtà del mondo interiore, o dell’essere nella sua realtà vitale; eppure, la società sarebbe totalmente altra da quella che è. Perché non far capire, insistendo, che più “siamo”, “meglio” viviamo?

*dall’omelia del 22 maggio 2016: SS. TRINITÀ (Gen 18,1-10a; 1Cor 12,2-6; Gv 14,21-26). Fonte: http://www.dongiorgio.it/22/05/2016/omelie-2016-di-don-giorgio-ss-trinita/

Maggio 16, 2016

SEMPLICITÀ ED ESSENZIALITÀ

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SERVONO PER DARE SPAZIO ALLO SPIRITO SANTO CHE È IN NOI COME NUOVA LEGGE E NOVITÀ EVANGELICA

di don Giorgio De Capitani*

La nuova legge. Non possiamo negare che le principali festività cristiane richiamino e si riallaccino alle principali festività ebraiche: due in particolare, la Pasqua e la Pentecoste. Ecco la domanda: perché Gesù Cristo, nonostante la sua radicale contestazione nei riguardi della religione ebraica, scossa nei suoi due pilastri, la Legge e il Tempio, ha innestato la sua Novità proprio nelle festività ebraiche più importanti: la Pasqua e la Pentecoste? È sufficiente dire che con Cristo Pasqua e Pentecoste hanno cambiato totalmente la faccia o, meglio, il contenuto? Può bastare dire che, se per gli ebrei Pasqua era ed è la celebrazione più solenne in ricordo dell’esodo o dell’uscita dalla schiavitù egiziana verso la Terra promessa, per i cristiani invece rappresenta il passaggio verso un mondo nuovo? E così può bastare dire che, se per gli ebrei Pentecoste era ed è la celebrazione della Legge promulgata da Dio a Mosè sul monte Sinai, cinquanta giorni dopo l’uscita dall’Egitto, per i cristiani invece è la promulgazione della nuova Legge, che è lo Spirito santo?

Mito e mistero. Un dato è certo: Cristo ha ripreso e trasformato le festività ebraiche, e perciò per coglierne la differenza non è sempre facile, abituati come siamo a celebrare eventi storici. Ogni religione è un insieme di riti e di commemorazioni di eventi del passato che, quanto più risalgono indietro nel tempo, tanto più si perdono nel mito. Anche la religione ebraica ha mitizzato le sue origini e gli eventi più importanti della sua storia, per dare ad essi più autorevolezza. La stessa domanda la possiamo, la dobbiamo fare per le origini del cristianesimo. Che senso dare, allora, alle festività di Pasqua e di Pentecoste, a cui si rifà e su cui si fonda la nostra fede di cristiani? Già parlando di Pasqua cristiana, più volte ho detto quanto sia difficile coglierne il senso più reale e primario, al di là dei riti solenni della Liturgia, che rischiano di enfatizzare un evento fermandosi ai suoi aspetti eroici, sminuendo perciò il Mistero che sta dietro, da cogliere nella interiorità più profonda.

Senso della Pentecoste. Un altro dato è certo: i primi cristiani non avevano per nulla compreso il Mistero del Cristo risorto, fino a quando, scrive l’autore degli Atti degli Apostoli, lo Spirito santo non è disceso sul primo nucleo della Chiesa nascente, il giorno di Pentecoste. Eppure, lo Spirito santo non ha fatto la sua comparsa la prima volta il giorno di Pentecoste. Era già stato promesso e donato. Cristo sulla croce, mentre muore, esala lo Spirito, ovvero dona lo Spirito santo. Per inciso. Sarebbe interessante approfondire ciò che avviene anche durante la nostra morte: anche noi esaliamo lo spirito. Lo spirito dove va? Interessante saperlo. Gli antichi avevano le loro convinzioni, secondo cui lo spirito uscito dal corpo se ne andava verso il cielo o s’incarnava in altri corpi. Ma a noi moderni sembra che non conti un gran che. Chiusa parentesi.

Effetti dello Spirito. Il giorno stesso della sua Risurrezione, la sera del primo giorno della settimana, Cristo apparendo ai suoi discepoli soffia su di loro, dicendo: «Ricevete lo Spirito Santo» (Gv 20,22). Ma c’è di più. Non possiamo dimenticare le affermazioni più suggestive di Gesù sullo Spirito Santo, nel dialogo in pieno giorno con la donna samaritana e nel dialogo in piena notte con Nicodemo. Da notare: Cristo non fa promesse, ma si riferisce al presente: lo Spirito santo è già realtà. E allora – torna la domanda – che senso dare alla festa di Pentecoste? Sì, è vero: mentre prima, nonostante le parole e le garanzie di Cristo sulla realtà dello Spirito già presente, gli apostoli erano rimasti chiusi, per paura e anche per i loro dubbi, tra le quattro mura del cenacolo, dopo l’effusione sovrabbondante e quasi violenta (si parla di vento gagliardo) dello Spirito santo nel giorno di Pentecoste sono come miracolosamente trasformati, anche loro risorti.

Lo spirito umano. Ecco, dobbiamo capire che cosa di veramente nuovo c’è stato nell’animo degli Apostoli e del gruppetto dei primi cristiani, dopo la miracolosa effusione dello Spirito santo su di loro. Quando parliamo di spirito, non dobbiamo dimenticare che ciascuno di noi è soprattutto spirito, oltre che anima e carne. Lo spirito è il fondo dell’anima, ovvero la parte più profonda. Lo Spirito santo è il fondo dell’anima, ovvero la parte più intima del nostro essere umano. Qualcosa di talmente unico da creare dentro di noi una tensione, una specie di frattura interiore, quando il corpo e l’anima (l’insieme delle facoltà del corpo), prendono il sopravvento. Lo Spirito santo, o la realtà divina in tutta la sua ricchezza d’essere, non è qualcosa che proviene dall’esterno o in un modo del tutto eccezionale, come quando un bicchiere si svuota, allora bisogna riempirlo con altra acqua o con altro vino. Il nostro problema non è una mancanza di essere, ma il fatto che il nostro essere è sovraccarico di qualcosa che non gli permette di dare spazio al Mistero divino. Ecco perché i grandi Mistici parlavano di distacco, di creare il vuoto dentro di noi: se una casa è troppo piena di cose inutili, non può avere la possibilità di accogliere il vero essenziale, il quale, per imporsi nella sua realtà, ha bisogno di spazio sempre più libero. Così avviene dentro di noi: più facciamo spazio all’Essenziale, che è lo Spirito santo, più lo Spirito di Dio diventa libertà, coscienza, responsabilità, vita. Chiariamo. Noi non siamo santi perché lo Spirito santo entra in noi e ci santifica, togliendo parte del nostro essere, mortificandoci nel nostro essere, togliendo qualcosa al nostro essere. Noi, già per il nostro essere naturale, siamo spirito, e lo spirito del nostro essere richiama necessariamente lo Spirito santo.

Pesantezza dell’avere. Si tratta, allora, di prenderne coscienza, di ridare più vita al nostro essere, di toglierlo dalla pesantezza dell’avere, dall’eccesso dei beni materiali. Anche qui, i Mistici parlano di un lavoro che è anzitutto negativo, che consiste nel togliere, tagliare, abbandonare tutto quel mondo di appropriazione, di volere, che fa parte del nostro ego. Non si tratta, perciò, di aumentare la dose dello Spirito santo, di chiedergli più doni o carismi eccezionali. Basta la “semplicità” del nostro essere a creare più abbondanza del Divino, il quale, se rimane fuori, è solo perché non siamo ancora pienamente esseri umani.

*omelia del 15 maggio 2016: festa di PENTECOSTE (At 2,1-11; 1Cor 12,1-11; Gv 14,15-20). Fonte: http://www.dongiorgio.it/15/05/2016/omelie-2016-di-don-giorgio-festa-di-pentecoste/

febbraio 29, 2016

LA NOSTRA IDEOLOGIA IPOCRITA

MESSA A NUDO DA GESÙ. CONTRO L'ATTUALE SISTEMA MORTIFERO
di don Giorgio De Capitani*
Contestava la religione ebraicaQuando Cristo affrontava certi temi, non guardava in faccia a nessuno. Men che meno attenuava le sue parole, per rispetto della religione ebraica. Non dimentichiamo che egli era un ebreo, educato fin dalla fanciullezza alla spiritualità ebraica, nei suoi usi, costumi e tradizioni. Leggendo i quattro Vangeli, abbiamo questa netta sensazione: che Cristo ce l’avesse proprio con i capi religiosi. Sì, è stato duro anche con il potere politico, ma a condannarlo è stato il Sinedrio, per la semplice ragione che Gesù aveva contestato fin nelle radici sia /la Legge che il Tempio, i due pilastri della religione ebraica.
senza volerne una nuova. Dunque, Cristo ha ribaltato dalle fondamenta la religione, quella ebraica, ma anche ogni altra religione. Lo ripeto fino alla noia: il Cristianesimo, nel pensiero di Cristo, non è una religione, anche se la Chiesa, lungo i secoli, fin dagli inizi, non farà che rimettere il Cristianesimo nelle braccia della religione. Tutto questo per dire che, quando leggiamo i Vangeli, dobbiamo stare attenti: Cristo ha messo in crisi un mondo religioso ipocrita e falso, quello di una religione secolare, che era riuscita a mettere su Dio, quello di Abramo tanto per intenderci, tutta una serie di veli sovrapposti, coprendo il vero vo*lto di quel Dio che, rivelandosi a Mosè, aveva fatto intuire che Lui è *l’Essere, proibendo così ogni immagine per scoraggiare gli ebrei a confondere le raffigurazioni come se fossero Realtà. Immagine vuol dire idolo.
Dialogo durissimo. Questo è il contesto per comprendere il brano del Vangelo di Giovanni (8,31-59). È un dialogo durissimo, che arriva allo scontro non solo verbale ma anche fisico, con il tentativo di lapidazione. Ma stavolta a volere lapidare Gesù non sono gli scribi e i farisei, ovvero i capi della religione ebraica, ma “quei Giudei, specifica Giovanni, che avevano creduto in lui”. Dunque, simpatizzanti di Cristo! Già questo fa capire che ad essere interpellati non sono gli atei o i nemici della Chiesa, ma anzitutto noi credenti.
Libertà e verità. Cristo parla di libertà e di verità. Chiarisce subito: la libertà dipende dalla verità, e non viceversa. Con tutte le conseguenze che potete immaginare, nel campo sia politico che religioso. Non sto qui a elencarle. Vorrei soffermarmi su un aspetto particolare della dialettica di Cristo. Quando il clima era sereno, Gesù sapeva parlare alto, vedi il dialogo con Nicodemo e con la Samaritana, o quando si rivolgeva alle folle con le parabole o agli stessi discepoli (basterebbe ricordare il lungo discorso dell’addio). Ma quando il contesto si faceva teso, a causa delle provocazioni a cui era soggetto, allora Gesù cambiava tattica: usava un metodo più diretto, simile – per usare un’espressione latina – all’argumentum ad hominem, contestando cioè le affermazioni dei suoi interlocutori, arrivando anche all’argumentum ad personam, ovvero deridendoli. Cristo, non poteva certo parlare di libertà a gente falsa e menzognera. Ecco perché il discorso si è soffermato sulla menzogna. Chi è nella menzogna, è chiuso ad ogni discorso sulla libertà.
Accolto dai poveri. So che parlare di temi alti, quali verità, libertà, essere, sembri impossibile o difficile in un mondo dove predomina la menzogna e l’inganno. Anche Cristo si è trovato di fronte ad un muro. E la cosa strana o assurda o paradossale è che Cristo sia stato accolto dai pagani, dagli esclusi, dai poveri. Talvolta mi consolo: neppure Cristo è riuscito a farsi intendere con quelli “di casa”, perché allora me la dovrei prendere io, povero prete, quando trovo difficoltà a spiegare il mondo dei valori all’interno della Chiesa? Cristo ha preferito contestare i suoi avversari, quelli di casa, con argomentazioni molto dirette, denigrandoli per la loro cocciutaggine e la loro ottusità mentale. Lo so che non bastava, ma forse a Cristo non interessava convincere quelle persone, ma denudare il loro peccato: quella ipocrisia che copre la verità con la menzogna. Ho detto “menzogna”: non si tratta di singole menzogne, ma di quella menzogna che è quell’ideologia, quel pensiero perverso che cerca di trascinare tutti nelle sue braccia. Non è un peccato da confessare al prete, ma da denudare alla fonte. Noi cattolici, purtroppo, siamo stati educati male: ad essere misericordiosi, buoni, caritatevoli, rispettosi, così che temiamo di offendere le persone, lasciandole di conseguenza in un sistema balordo, che fa morire milioni e milioni di esseri umani. Nel loro essere umano. Una maniera ipocrita per salvare la propria ipocrisia.
La menzogna religiosa. La menzogna peggiore è quella che alberga nel campo religioso, che si nasconde dietro a motivazioni religiose, che si allaccia alle origini. Per gli ebrei, l’origine era il patriarca Abramo, per i cristiani il Cristo storico dei Vangeli. Eppure, gli ebrei dovevano sapere che già il nome Abramo, da “abar”, significa uno che “attraversa”, uno che “esce da una terra”, uno che “va verso”. Verso che cosa? Verso l’ignoto. Dio dice ad Abramo di andare, ma non gli dice dove. Non si può, dunque, vantarsi di essere figli di un Abramo storico, come i credenti non possono vantarsi di essere figli di un Cristo storico. Cristo non ha rinnegato l’Abramo storico, ma ha invitato gli ebrei a riscoprire la fede di Abramo. Così ha invitato i credenti a riscoprire quella fede che va oltre ogni aspetto visibile, anche quello del Cristo storico.
Presenza demoniaca. Sì, la menzogna peggiore è quella religiosa, perché si ferma agli aspetti più fisici della religione, e lo fa usando diabolicamente il nome di Dio e agendo in nome di Dio, aggrappandosi ai miracoli come prova della propria autenticità, dimenticando che anche il maligno compie fatti strepitosi. Le manifestazioni spettacolari della religione nascondono la più ingannevole presenza demoniaca.
*Omelia del 28 febbraio 2016: terza di quaresima. Letture: Dt 6,4a; 18,9-22; Rm 3,21-26; Gv 8,31-59. Fonte: http://www.dongiorgio.it/28/02/2016/omelie-2016-di-don-giorgio-terza-di-quaresima/

 

 

dicembre 16, 2014

ECUMENISMO: L’UNITÀ PLURALE DEI CRISTIANI

IL DIALOGO E LE SUE TAPPE, LE DIFFICOLTÀ CULTURALI ED ETICHE, LA NOVITÀ DEI CARISMATICI

di ENZO BIANCHI, Avvenire, 14 dicembre 2014
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Ecumenismo spirituale. L’ecumenismo, dopo una stagione giudicata di “inverno” da molti cristiani impegnati nel dialogo ecumenico, oggi sembrerebbe aver ritrovato un nuovo soffio: il dialogo e il confronto paiono intensificarsi e la convinzione con cui si muove papa Francesco rende dinamica una situazione che sembrava limitarsi all’ecumenismo spirituale, spegnendo così ogni attesa di avanzamenti significativi verso l’unità visibile dei cristiani. Sia chiaro, l’ecumenismo spirituale, cioè praticato in obbedienza allo Spirito santo e nutrito di preghiera e di penitenza, resta decisivo: senza di esso l’incontro tra le chiese è tentato di ridursi all’ordine diplomatico o di trasformarsi addirittura in una santa alleanza contro un nemico comune che sempre, seppur in forme cangianti, appare all’orizzonte della storia. Ma il rischio di questo ecumenismo cosiddetto spirituale è che ciò che si ripete continuamente – “l’unità verrà quando e come Dio vorrà” – crei dimissione dalle responsabilità, soprattutto nelle autorità delle chiese: l’inerzia umana può diventare opposizione allo Spirito santo stesso.

Che siano uno. Va riconosciuto che papa Francesco, fin dai primi giorni del suo pontificato, ha saputo suscitare attese di una più profonda comunione tra le chiese, con parole e gesti riconosciuti anche dai non cattolici come derivanti dal Vangelo, obbedienti alla volontà di Gesù espressa nella preghiera ultima al Padre: “che siano uno perché il mondo creda” (Gv 17,21). Il pellegrinaggio in Terrasanta e l’incontro con il patriarca ecumenico di Costantinopoli e agli altri patriarchi presenti a Gerusalemme, il recente viaggio a Istanbul con i ripetuti incontri con Bartholomeos, l’accoglienza e il dialogo – potremmo dire inaugurato da papa Francesco – con gli evangelicali, la gioia con cui egli incontra autorità delle chiese non cattoliche sono segni evidenti di un clima mutato. Va anche notato che oggi nell’oriente ortodosso vi sono alcuni patriarchi, come il “papa” copto Tawadros II o Youhanna X di Antiochia, che si sono mostrati aperti e seriamente impegnati nel dialogo intraecclesiale. Condizioni favorevoli, dunque, per il dialogo specialmente tra chiesa cattolica e chiese ortodosse – quattordici chiese autocefale – anche se tensioni e rivalità tra le autorità di queste chiese creano complicazioni e rallentamenti.

Sinodalità. Una tappa comunque importante nel dialogo teologico è rappresentata dal Documento di Ravenna, firmato nel 2007 dalle chiese ortodosse e dalla chiesa cattolica, in cui si afferma concordemente che non c’è sinodalità senza protos, un “primo” e non c’è protos senza sinodalità: questo a livello diocesano, regionale e universale, con il connesso riconoscimento che a quest’ultimo livello il protos è ravvisabile nel vescovo di Roma, “la chiesa che presiede nella carità”, secondo l’espressione di sant’Ignazio di Antiochia, alla quale spetta un primato. L’ultima riunione della commissione di dialogo cattolico-ortodosso, tenutasi ad Amman ha dato segni di impasse, ma il dialogo prosegue e la celebrazione del sinodo panortodosso nel 2016 potrà rappresentare un’occasione di impulso e di sintonia tra le chiese ortodosse. Così, il dialogo con l’ortodossia resta intenso, soprattutto con il patriarcato ecumenico di Costantinopoli: papa Francesco a questo proposito ha dichiarato che “per giungere alla meta sospirata della piena unità, la chiesa cattolica non intende imporre alcuna esigenza, se non quella della professione della fede comune”; quanto al ministero petrino, ha affermato che intende continuare il confronto richiesto da Giovanni Paolo II nell’enciclica Ut unum sint perché, ispirati dalla prassi del primo millennio, si giunga a un accordo sulle “modalità con le quali garantire la necessaria unità della chiesa nelle attuali circostanze”, cioè sulla forma dell’esercizio del primato. Colpiscono in questo senso le parole di papa Francesco che legge le scomuniche comminate reciprocamente tra Roma e Costantinopoli come un evento dovuto al fatto che “la chiesa guardava a se stessa e non guardava a Gesù Cristo!”. Parimenti colpiscono le parole del patriarca Bartholomeos circa “l’idea dell’impero cristiano e della societas cristiana, che hanno travalicato il principio buono per introdurre lo spirito mondano” e questo perché “il seduttore del mondo ha cercato e cerca di rendere vano l’annuncio del Vangelo”. Una convergenza di pensiero tra Francesco e Bartholomeos che stupisce, ma che si coglie nettamente dagli incontri e dalle parole che si scambiano.

Chiese orientali. Parallelamente al dialogo con le chiese ortodosse, prosegue da parte cattolica il dialogo con le chiese orientali, con le quali, dopo millecinquecento anni di separazione, è possibile il consenso sull’essenziale della fede e dell’ecclesiologia. Nessun idealismo, tuttavia. La strada è ancora lunga, ma la volontà c’è e l’ecumenismo del sangue è eloquente come mai e fa riscoprire come per ogni cristiano sia decisivo il battesimo: fa del cristiano un membro del corpo di Cristo che è unico, anche se non c’è piena unità perché questa si raggiungerà solo nel regno! Ma l’unità visibile può essere ritrovata come nei primi secoli: un’unità plurale, che contiene la ricchezza della differenza e sa trascendere i conflitti che non possono essere rimossi nel cammino della chiesa nella storia.

Temi etici. Ma se sono così carichi di speranza i dialoghi con le chiese d’oriente, occorre ammettere – con rincrescimento ma con chiarezza – che più difficili si fanno i dialoghi con le altre chiese: un ultimo esempio viene dai rapporti con i vetero-cattolici a causa dei loro accordi di intercomunione con chiese della riforma come quelle luterane o della comunione anglicana. Per la chiesa cattolica, che riconosce ai vescovi vetero-cattolici la successione apostolica e la conseguente validità dei sacramenti, sorge ora una domanda circa la loro comprensione della dottrina del ministero: è ancora quella condivisa? Un dialogo che si fa ancor più accidentato con quelle chiese della riforma dove l’ammissione delle donne al ministero episcopale e l’approfondirsi di un distacco su molti temi di morale cristiana accentuano le divergenze. Semplificando in modo forse eccessivo, si potrebbe dire che tra chiesa cattolica e chiese della riforma c’è stato un avvicinamento nella dottrina, soprattutto sull’eucaristia, ma un allontanamento sempre più marcato in ambito etico, in particolare per ciò che concerne la morale sessuale e matrimoniale.

Volontà di Cristo. Inoltre occorre registrare che con queste chiese si è fatto più evanescente lo scopo stesso dell’ecumenismo: si è fatta strada infatti l’idea che occorra solo riconoscersi reciprocamente, che non si debba cercare un’unità visibile nella professione di fede e che ci si debba perciò rassegnare alle attuali divergenze perché si pensa che la chiesa è sempre stata divisa e che le diverse confessioni cristiane sono tutte legittime. Ma per la chiesa cattolica e per quelle ortodosse, così come anche per molti teologi, pastori e fedeli protestanti, l’unità della chiesa sta nella volontà di Cristo e ad essa non si può rinunciare: equivarrebbe a dichiarare che il divisore ha la vittoria e che si accoglie un pensiero debole in cui tutto si eguaglia senza una regula fidei.

Carismatici. Oggi poi prende sempre più corpo una novità che riguarda da vicino l’ecumenismo: l’emergenza delle comunità ecclesiali di matrice evangelicale e carismatica. Sono una pleiade di comunità locali, una rete di chiese senza strutture unitarie che conta ormai 600 milioni di fedeli in tutto il mondo. È una nuova forma di vivere il cristianesimo che entra nella storia, dopo la divisione tra oriente e occidente nell’XI secolo e il discrimine della riforma nel XVI secolo. È molto difficile descrivere questo fenomeno cristiano così variegato, parcellizzato, mobile… Si tratta di capire queste realtà che conoscono una grossa carica missionaria e una forte espansione: come tracciare un dialogo con queste realtà? Che rappresentatività di questa miriade di comunità si può delineare per un dialogo efficiente e fruttuoso? Si possono certo fare incontri personali in cui l’essere cristiani implica il rispetto, la collaborazione, il riconoscimento del battesimo come fondamento della vita cristiana, ma resta vero che la realtà evangelico-pentecostale è una nebulosa con cui il confronto dottrinale è difficile, esile e non sempre possibile: sono comunità che non riconoscono la tradizione, altamente soggettive, a volte coagulate più attorno a un predicatore, a una forte personalità che non a una “fede” formulata come regola. Sì, l’ecumenismo attraversa una nuova fase, con presenze inedite e sorprendenti per la loro consistenza numerica, sovente in concorrenza con le chiese tradizionali storiche: si pensi al gran numero di fedeli che erodono in particolare la chiesa cattolica in America Latina. Occorre davvero la fede in Gesù Cristo come Signore della chiesa, capace di dare unità al suo corpo anche nella storia: i cristiani devono restare obbedienti al vangelo e cercare di adempiere la volontà di Cristo rispetto all’unità dei suoi discepoli.

Chiese orientali. Parallelamente al dialogo con le chiese ortodosse, prosegue da parte cattolica il dialogo con le chiese orientali, con le quali, dopo millecinquecento anni di separazione, è possibile il consenso sull’essenziale della fede e dell’ecclesiologia. Nessun idealismo, tuttavia. La strada è ancora lunga, ma la volontà c’è e l’ecumenismo del sangue è eloquente come mai e fa riscoprire come per ogni cristiano sia decisivo il battesimo: fa del cristiano un membro del corpo di Cristo che è unico, anche se non c’è piena unità perché questa si raggiungerà solo nel regno! Ma l’unità visibile può essere ritrovata come nei primi secoli: un’unità plurale, che contiene la ricchezza della differenza e sa trascendere i conflitti che non possono essere rimossi nel cammino della chiesa nella storia.

Temi etici. Ma se sono così carichi di speranza i dialoghi con le chiese d’oriente, occorre ammettere – con rincrescimento ma con chiarezza – che più difficili si fanno i dialoghi con le altre chiese: un ultimo esempio viene dai rapporti con i vetero-cattolici a causa dei loro accordi di intercomunione con chiese della riforma come quelle luterane o della comunione anglicana. Per la chiesa cattolica, che riconosce ai vescovi vetero-cattolici la successione apostolica e la conseguente validità dei sacramenti, sorge ora una domanda circa la loro comprensione della dottrina del ministero: è ancora quella condivisa? Un dialogo che si fa ancor più accidentato con quelle chiese della riforma dove l’ammissione delle donne al ministero episcopale e l’approfondirsi di un distacco su molti temi di morale cristiana accentuano le divergenze. Semplificando in modo forse eccessivo, si potrebbe dire che tra chiesa cattolica e chiese della riforma c’è stato un avvicinamento nella dottrina, soprattutto sull’eucaristia, ma un allontanamento sempre più marcato in ambito etico, in particolare per ciò che concerne la morale sessuale e matrimoniale.

Volontà di Cristo. Inoltre occorre registrare che con queste chiese si è fatto più evanescente lo scopo stesso dell’ecumenismo: si è fatta strada infatti l’idea che occorra solo riconoscersi reciprocamente, che non si debba cercare un’unità visibile nella professione di fede e che ci si debba perciò rassegnare alle attuali divergenze perché si pensa che la chiesa è sempre stata divisa e che le diverse confessioni cristiane sono tutte legittime. Ma per la chiesa cattolica e per quelle ortodosse, così come anche per molti teologi, pastori e fedeli protestanti, l’unità della chiesa sta nella volontà di Cristo e ad essa non si può rinunciare: equivarrebbe a dichiarare che il divisore ha la vittoria e che si accoglie un pensiero debole in cui tutto si eguaglia senza una regula fidei.

Carismatici. Oggi poi prende sempre più corpo una novità che riguarda da vicino l’ecumenismo: l’emergenza delle comunità ecclesiali di matrice evangelicale e carismatica. Sono una pleiade di comunità locali, una rete di chiese senza strutture unitarie che conta ormai 600 milioni di fedeli in tutto il mondo. È una nuova forma di vivere il cristianesimo che entra nella storia, dopo la divisione tra oriente e occidente nell’XI secolo e il discrimine della riforma nel XVI secolo. È molto difficile descrivere questo fenomeno cristiano così variegato, parcellizzato, mobile… Si tratta di capire queste realtà che conoscono una grossa carica missionaria e una forte espansione: come tracciare un dialogo con queste realtà? Che rappresentatività di questa miriade di comunità si può delineare per un dialogo efficiente e fruttuoso? Si possono certo fare incontri personali in cui l’essere cristiani implica il rispetto, la collaborazione, il riconoscimento del battesimo come fondamento della vita cristiana, ma resta vero che la realtà evangelico-pentecostale è una nebulosa con cui il confronto dottrinale è difficile, esile e non sempre possibile: sono comunità che non riconoscono la tradizione, altamente soggettive, a volte coagulate più attorno a un predicatore, a una forte personalità che non a una “fede” formulata come regola. Sì, l’ecumenismo attraversa una nuova fase, con presenze inedite e sorprendenti per la loro consistenza numerica, sovente in concorrenza con le chiese tradizionali storiche: si pensi al gran numero di fedeli che erodono in particolare la chiesa cattolica in America Latina. Occorre davvero la fede in Gesù Cristo come Signore della chiesa, capace di dare unità al suo corpo anche nella storia: i cristiani devono restare obbedienti al vangelo e cercare di adempiere la volontà di Cristo rispetto all’unità dei suoi discepoli.

Cultura e morale. Dobbiamo d’altronde tenere conto di tre evidenze: innanzitutto, l’ecumenismo ha solo un secolo di vita e, per la chiesa cattolica, solo cinquant’anni di pratica autorizzata a livello ecclesiale. Inoltre esistono situazione di “non contemporaneità” tra le chiese: le rispettive storie sono diverse, altro è l’occidente, altro il medio oriente, altro l’emisfero sud del mondo e altro ancora l’estremo oriente. Dovremmo avere l’onestà di riconoscere che sovente non siamo culturalmente contemporanei. Infine, legato a questo dato, va costatato che oggi più che mai si fanno sentire come determinanti le differenze culturali. Non era così nel passato in cui solo la teologia indicava la differenza o la vicinanza: oggi all’interno di una stessa chiesa le differenze culturali pesano sulle scelte adottate, soprattutto a livello di morale. È parso evidente tra gli anglicani nell’ammissione delle donne all’episcopato e appare chiaro in molte chiese, compreso quella cattolica, a livello di determinate opzioni etiche. Recentemente un vescovo cattolico del Nord Europa mi confidava: “Per noi alcuni riformati sono più vicini degli ortodossi” per sensibilità cultura, spiritualità…

Esigenza evangelica. Davvero nuove sfide ci attendono, nuove congiunture ci condizionano. Ma l’ecumenismo non è una moda e nemmeno un segno dei tempi: sta nella volontà del Signore Gesù Cristo ed essere ecumenici fa parte dell’essere cristiani. Chi non è capace di ecumenismo non è capace di vivere una precisa esigenza evangelica: l’ecumenismo infatti resta solo questione di obbedienza all’unico Signore della chiesa e della storia.

Fonte: http://www.monasterodibose.it/priore/articoli/articoli-su-quotidiani/8824-ecumenismo-l-unita-plurale-dei-cristiani

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agosto 6, 2014

LA PORTA STRETTA

FAR POSTO ALL’ALTRO E ALLA SUA SOFFERENZA È L’UNICA VIA CHE PORTA ALLA VITA: PARADOSSALMENTE ALLARGA

di don Angelo Casati*

Controtendenza? Forse anche a voi, come a me, di primo acchito ciò che rimane impressa nella mente è l’immagine, in qualche misura inquietante, della porta stretta: “ Sforzatevi di entrare per la porta stretta, perché molti, io vi dico, cercheranno di entrare, ma non ci riusciranno”. E che cosa è “porta stretta” ci chiediamo. Il Gesù, che abbiamo conosciuto come uno che allarga, forse che ora restringe? Come vedete si tratta di non fraintendere. Basterebbe pensare che gli ultimi detti di Gesù che Luca ha raccolto nel suo vangelo, proprio immediatamente prima dell’episodio che oggi abbiamo ascoltato, portavano due bellissime immagini di allargamento e di crescita. Ve le ricordo: il regno che Gesù porta sulla terra è nell’immagine di un piccolo granello di senape che cresce e diventa albero e gli uccelli del cielo a far nido tra i suoi rami. E, insieme, l’immagine del grumo di lievito che una donna mescola in tre misure di farina. Finché tutta sia fermentata. Ed ecco la porta stretta. Che sembra in controtendenza con il granello di senapa e il grumo di lievito.

Non conta il numero. L’immagine viene al cuore di Gesù in risposta a un tale che, molto probabilmente turbato dalle aperture di Gesù, dai suoi sconfinamenti, lo interroga sul numero di quelli che si salvano. Saranno molti? Si salveranno tutti? Certamente vi siete accorti che Gesù non risponde, non risponde sul numero, non risponde a questi che fanno questione di numeri e per di più fanno questione di numeri sulla pelle degli altri. Guardate che capita, capita ancora oggi, e nei nostri ambienti. Capita che in questione, in questione di salvezza, siano sempre gli altri e non noi, la fede degli altri e non la nostra. Perdonate, ma a volte mi è capitato di pensare che cosa succederebbe se sull’uscio apparisse Gesù. Non cambierebbe tono, ci direbbe: “Ma sforzatevi voi di entrare per la porta stretta”. Perché non conta il numero. Se poi lo sapeste, che cosa ne fareste? Voi sareste capaci di organizzare una tavola rotonda per discutere sul numero dei salvati. Così all’infinito!

Conta il passaggio per la porta. Che cos’è la porta? Dov’è la porta? Ebbene d’istinto la mente mi è andata a una pagina del vangelo di Giovanni dove Gesù attribuisce a sè questa immagine, dice che è lui la porta: “In verità, in verità io vi dico: io sono la porta delle pecore… se uno entra attraverso di me, sarà salvato; entrerà e uscirà e troverà pascolo. Il ladro non viene se non per rubare, uccidere e distruggere; io sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza” (Gv 10, 7.9-10). Mi si è subito illuminata nella mente una cosa bellissima: misura della porta è la vita di Gesù. Mi sono detto: tu passa per quella misura. Misurati su Gesù, misurati, sempre più, sul vangelo. Non impallidirne la memoria nella tua vita, non impallidirla né per te né per gli altri. Perché Gesù e il suo vangelo sono porta alla vita vera, alla pienezza della vita. Non dimenticare! Era commovente oggi il racconto tratto dal libro di Giosuè. Il popolo, dopo le fatiche di un attraversamento di deserto durato quarant’anni, passa il Giordano ed entra nella terra promessa e Giosuè, il nuovo traghettatore, comanda che nel fiume vengano issate dodici stele, come dodici sono le tribù. A ricordo, a perpetua memoria, così che, quando i figli chiederanno conto di quelle pietre, si ricorderà loro che porta di uscita dall’Egitto, porta di ingresso nella nuova terra è stato ed è il Signore.

Non passa chi opera iniquità. Ebbene la porta che è Gesù, è stretta nel senso che non dà licenza di ingresso a coloro – lo abbiamo sentito – che sono nell’immagine del ladro, cioè di coloro che rubano, uccidono e distruggono. Non hanno niente da spartire con il vangelo. E voi sapete che ci sono tanti modi, alcuni meno evidenti, di rubare, uccidere, distruggere. Quando non vediamo altro che noi stessi noi decliniamo ampiamente tristemente questi verbi. Che sono la distruzione della vita. Porta stretta, ancora, è Gesù – e pure questo abbiamo ascoltato – per quelli che si professano suoi seguaci, suoi sostenitori e difensori, ma è solo vernice! Verniciano di religione e di difesa della religione i loro interessi, opere che sono contro la giustizia. Porta chiusa. Fa molta impressione la reazione di Gesù contro gli ultraortodossi della fede che sbandierano appartenenze, loro conclamati difensori della fede: “Voi, non so di dove siete. Allontanatevi da me , voi tutti operatori di iniquità”.

Ed ecco il paradosso – ormai siamo abituati ai paradossi del vangelo – la porta “stretta” diventa la porta “larga”, larga che più larga non si può. Riascoltiamo: “verranno da oriente e da occidente, da settentrione e da mezzogiorno e siederanno a mensa nel regno di Dio”. Ma allora per chi è stretta la porta di Gesù. Forse potremmo dire: per chi ha l’anima stretta, per chi ha il cuore stretto, per chi ha la mente stretta, le visioni strette, il modo di pensare Dio, se stesso e gli altri stretto. Stretta la porta anche per chi vi entra. In che senso? Nel senso che chi nel cammino della vita fa sua una visione senza confini, chi dà posto agli altri, chi non intende vivere solo per se stesso, prima o poi, non può non incontrare anche il passaggio stretto, stretto come i passaggi stretti che si ritrova in parete chi scala i monti, il passaggio stretto del sacrificio: tu dai posto se fai posto, se ti contrai nell’eccesso e nella esorbitanza delle tue attese. E contrarsi non è mai un gioco. Ci sono giorni che l’amore anche lo paghi. Perché amare, e già lo ricordavamo, non è uno spiaccichio di parole. Il Signore della croce ce lo ricorda. Ce lo ricorda con le sue braccia allargate. Le braccia allargate hanno pagato.

Stretta e sconfinata la porta della croce. Stretta e sconfinata la porta di chi veramente ama e ci mette del suo, per vivere ciò che oggi affermava Paolo nella lettera: “Forse che Dio è Dio soltanto dei Giudei? Non lo è anche delle genti? Certo anche delle genti!”. Fare posto all’altro, mettersi nella sofferenza dell’altro, può essere una porta stretta ma è la sola che porta alla vita, alla pienezza della vita. Allargare, dunque dilatare. Di tanto in tanto mi chiedo se io allargo, se dilato se nella mia vita faccio spazio. Non ancora del tutto, vorrei confessare. Non sempre, vorrei confessare. Qualche domenica fa ho citato un uomo di teatro, Alessandro Bergonzoni. L’ho ritrovato in un’altra sua espressione folgorante: “Faccio voto” dice “faccio voto di vastità”. Un voto che vorrei fare anch’io. Di vastità. E che Dio mi aiuti ad essere fedele! Al voto.

* Omelia del 27 luglio 2014, Domenica settima dopo pentecoste (Gs 4,1-9; Rm 3,29-31; Lc 13,22-30)

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agosto 5, 2014

VOCAZIONE PER TUTTI: A DIVENTARE PIÙ UMANI

IMPROPRIAMENTE RELEGATO ALL’AMBITO ECCLESIASTICO, IL TERMINE MERITA UN ALLARGAMENTO PER UNA CRESCITA RESPONSABILE

di don Giorgio De Capitani*

Invito a pranzo. Vocazione è un termine ricorrente nel mondo ecclesiastico, e anche nel mondo sociale e politico, benché con sfumature diverse. Vocazione deriva dal latino “vocatio”, che significa “chiamata”. Una chiamata che avviene attraverso la voce (“vox”, in latino). Nell’ambito ecclesiastico, la “vocatio” fa riferimento alla chiamata da parte di Dio alla vita religiosa o ad una particolare missione a servizio della Chiesa o del prossimo. Per i latini, la “vocatio” assumeva significati differenti in rapporto al contesto sociale, in cui tale vocabolo veniva usato. La “vocatio” poteva significare una citazione in giudizio (da qui, il termine “ad-vocatio”, vale a dire la consultazione legale centrata sulla figura professionale dell’”ad-vocatus”, il cui termine greco corrispondente è “paràcletos”, o paraclito), inoltre “vocatio” significava un invito a pranzo (suggestivo il riferimento alla chiamata, rivolta da Dio a tutti gli uomini, a partecipare al banchetto celeste della fine dei tempi); la “vocatio” poteva indicare una convocazione (o “con-vocatio”, ossia la chiamata in riunione di un gruppo di persone per trattare un argomento di interesse comune); infine, “vocatio” indicava un’invocazione o appello (“in-vocatio”) ad agire per il bene comune.

Siamo tutti precari. Nella lingua italiana, la vocazione o chiamata è arricchita da sinonimi, che, di volta in volta, chiariscono ulteriormente il significato di questo vocabolo: inclinazione, attitudine, disposizione, tendenza, predisposizione, propensione, passione, capacità, dote. Nessuno di questi sinonimi, però, chiarisce del tutto il significato profondo della vocazione nella sua accezione religiosa e biblica, laddove la chiamata è frutto di una libera iniziativa di Dio e di una libera accettazione da parte dell’uomo, chiamato per l’appunto da Dio a svolgere una missione a favore dell’umanità. Qui bisogna chiarire. Il nostro rapporto con Dio è sempre asimmetrico. Vuol dire che c’è un’infinita sproporzione tra l’amore di Dio per la sua creatura e la pur libera iniziativa dell’essere umano, che si rivolge al suo Creatore per invocarlo o per rispondere alla sua chiamata. Solitamente l’uomo si rivolge al suo Signore per ottenerne l’aiuto, l’attenzione, il sostegno nella prova, la compassione, il perdono e la benevolenza. Siamo tutti precari di fronte a Dio: bisognosi di Lui. Notate: il termine precario, oggi così di moda, deriva dal latino “praecarius”, il quale deriva da “prex”, che significa preghiera. Dunque, precario e preghiera hanno lo stesso significato.

E Dio come risponde alla nostra preghiera? Risponde con la sua grazia, che va sempre al di là della nostra domanda. Ma attenzione: “al di là” non significa che ciò che Dio mi dà è sovrabbondante. Io chiedo uno, Dio me ne dà due; io chiedo due, il Signore me ne dà tre. No. Dio non si limita a rispondere alle nostre richieste: capisce ciò che è il nostro vero bene, che non sempre corrisponde alla nostra richiesta, che secondo Dio può essere un male. Ecco il senso delle parole, che diciamo quando preghiamo con il Padre nostro: “sia fatta la tua volontà”. Dio, dunque, va oltre le nostre domande. Quando Dio “chiama” l’uomo, non si comporta mai allo stesso modo: la sua chiamata è sempre originale, unica, personale e personalizzata. Ogni chiamata ha una sua storia. Sono diverse la chiamata di Abramo e la chiamata di Mosè. Certo, il fine era lo stesso: mettersi al servizio di un popolo, che doveva incarnare il disegno di Dio nella storia. Così diverse sono le chiamate di Samuele e dei singoli profeti. Ogni profeta ha una sua storia particolare. La Bibbia, in fondo, non ci stanca mai. Non è monotona: è un insieme di storie tutte diverse. Ogni chiamata è affascinante, misteriosa, comunque sempre da incarnare in un contesto storico. Oggi Dio chiama in un modo completamente diverso, perché diverse sono le situazioni storiche. La finalità è la stessa, ma i modi sono diversi.

Conciliare progresso e umanità. Mi viene da ridere quando sento dire che bisognerebbe tornare alle origini del cristianesimo, come se ciò significasse tornare indietro nel tempo. Se Cristo fosse qui oggi, agirebbe in un modo del tutto diverso: altri nemici, altre difficoltà, probabilmente non sarebbe messo su una croce, ma, come ha scritto Kierkegaard nel suo Diario: «Se Cristo ritornasse al mondo, forse non sarebbe messo a morte, ma in ridicolo. È questo il martirio dei tempi dell’intelligenza; essere messi a morte è quello del tempo della passione e del sentimento». Sento talora dire che bisognerebbe tornare ai tempi di San Francesco. In che senso? Dimentichiamo una piccola parola, ed è “spirito”. Spirito significa il cuore del messaggio, il messaggio nella sua purezza originaria, ma da incarnare nella realtà dell’oggi. I tempi cambiano: bisogna tener conto del progresso. E allora diciamo pure che dobbiamo tornare allo spirito evangelico o allo spirito francescano. Dio mi chiama oggi, e la sua chiamata non mi fa rifiutare il progresso. Ma attenzione: c’è progresso e progresso. Si tratta di conciliare il progresso con l’umanità.

Dio mi chiama a realizzare i valori umani. E chiama tutti. Ognuno di noi nasce con la chiamata di Dio, che è già nel nostro essere. Il grosso difetto di ogni religione, e anche della Chiesa cattolica, è consistito nel ritenere la chiamata di Dio come qualcosa di esclusivo di una certa categoria di persone, e questo difetto è resistito fino ai nostri giorni. È vero che oggi la parola vocazione si è estesa ai vari campi, anche educativi e politici. Perché no? Anche i politici dovrebbero sentire la vocazione a servire il bene comune. Sono chiamati a svolgere una missione. Talora preferiamo il termine “professione” o “professionalità”. Sembra più laico e moderno. Ma la parola professione non dice quanto la parola vocazione: la professione riguarda la capacità o preparazione a svolgere un certo compito, mentre dicendo vocazione s’include anche la convinzione, la passionalità, la dedizione. Vorrei insistere sul fatto che ognuno di noi ha una particolare vocazione, che non è né laica né religiosa: è semplicemente umana. Prima parlavo del grosso difetto di ogni religione: aver relegato la vocazione ad un ambito ristretto, quello prettamente ecclesiastico o gerarchico.

Il potere non è vocazione. La vocazione è passata poi a indicare un potere, un incarico, dimenticando una piccola parola essenziale, che è il servizio. Dio non ha mai chiamato ad assumere dei ruoli di potere, ma di servizio. Il potere non rientra nella vocazione o nella chiamata di Dio. Per il fatto che chiamata e potere sono diventati la stessa cosa, il popolo di Dio è sempre stato escluso dalla cosiddetta vocazione. Chiamati erano solo i privilegiati, gli appartenenti al mondo ecclesiastico, nella sua variegata gerarchia. Oggi la Chiesa parla anche di responsabilità del Popolo di Dio, il quale è chiamato a far parte della Chiesa, in piena coscienza. Ma qual è la sua parte in questo nuovo regno? Non è facile capire fino a che punto la Chiesa lasci spazio ai cosiddetti laici. Questo sì, questo no. Questo è ancora parte della gerarchia, mentre tu, semplice laico, non invadere il mio campo. Certo, i laici si stanno sempre più impegnando nella Chiesa, anche perché, venendo meno le vocazioni, si è costretti a ricorrere a loro per occupare gli spazi lasciati vuoti. Siamo sempre al solito punto. La Chiesa sembra mollare il potere: la necessità diventa poi virtù.

Vocazione dei laici. Don Primo Mazzolari ha scritto due opuscoli, di poche pagine, sulla parrocchia. Il primo risale al 1937, titolo: “Lettera sulla parrocchia. Invito alla discussione”, mentre il secondo è stato scritto vent’anni dopo, nel 1957, titolo “La parrocchia”. I due testi si possono trovare su internet. Due opuscoli ancora attuali: ci fanno capire quanto le parole di don Primo siano state profetiche, e quanto siano ancora ben lontane dalla realtà. Don Primo tocca il tasto della maturità dei laici e del loro posto nella Chiesa. Vedete: la cosa più paradossale mi sembra questa. La Chiesa non fa altro che ripetere: col Battesimo tutti entrano a far parte del sacerdozio di Cristo. Il Concilio Vaticano II ha insistito su questo aspetto. Ma nella realtà che cosa succede? Ci si chiede ancora oggi: qual è in effetti la partecipazione dei laici alla Chiesa di Cristo? Qual è la loro vocazione?

Responsabilità. Il nostro compito di preti non doveva consistere nel tenere ben stretti spazi di potere, chiedendo ai laici una collaborazione puramente pragmatistica, ma dovevamo da tempo stimolare i laici ad prendersi le loro responsabilità, in forza di quella vocazione universale che non richiede tanto spazi di potere, ma amore disinteressato per il bene comune. C’è una frase di don Primo che mi ha sempre fatto riflettere: «Il parroco deve guardarsi dal fabbricare brutte o belle copie del prete, quando l’originalità è una delle condizioni perché la parrocchia sia viva e vitale. Egli deve aver fiducia nei laici, non pretendere di manovrarli quasi fossero dei fanciulli, ma guadagnarsi piuttosto il diritto di guidarli con autorità paterna, con presenza amorevole e rispettosa». Don Mazzolari cita una frase del cardinale Saliège: “Sarebbe un errore fatale per l’avvenire della Chiesa voler conservare i laici nella vita di feto”.

*dall’omelia del 3 agosto 2014, ottava domenica dopo Pentecoste: 1Sam 3,1-20; Ef 3,1-12; Mt 4,18-22. Fonte: http://www.dongiorgio.it/03/08/2014/omelie-2014-di-don-giorgio-ottava-domenica-dopo-pentecoste/

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Complesso romanico di s. Pietro sopra Civate

giugno 19, 2014

LA MEMORIA NON È LA STORIA

NON RESISTE ALLA RICOSTRUZIONE STORICA IL PRIMATO DEL VESCOVO DI ROMA COME SUCCESSORE DELL’APOSTOLO PIETRO

di Piero Stefani*

La ricostruzione storica differisce dalla memoria ufficiale. La lettura del libro di Enrico Norelli, La nascita del cristianesimo (il Mulino, Bologna, 2014, pp. 279, € 22,00), fa emergere dietro le quinte un problema che esso (al pari di altri testi affini) correttamente non pone. La lettura di questo testo invita perciò a effettuare anche un gioco di sponda. Naturalmente non è l’unico modo di trarre profitto da questo solido volume di sintesi che affronta i primi due secoli dell’era cristiana. Lo si può leggere, con profitto, collocandolo solo sul proscenio dell’indagine storiografica. Il libro dà ragione di un punto nevralgico. Esso spiega perché la ricostruzione storica delle origini delle varie correnti, gruppi, movimenti, comunità dei seguaci di Gesù Cristo sia diversa dalla «memoria ufficiale» di quelle origini conservate nelle Chiese cristiane storiche e in particolare non collimi con quella proposta dalla Chiesa cattolica. Dato l’arco di tempo opportunamente scelto, l’indagine non copre l’intero processo; tuttavia attorno al 200 d.C. le grandi linee si erano già chiaramente individuate. L’operazione proposta comporta due fasi: a) la ricostruzione storica dei fattori e delle dinamiche in atto a partire da Gesù; b) la ricostruzione storica di come si siano formate le varie memorie e come alla fine se ne siano imposte alcune a scapito di altre. In tal modo si è reso normativo un determinato quadro delle origini cristiane. In altre parole, si è affermata una visione del passato che coincide solo in piccola parte con quanto ci è dato di raggiungere attraverso l’indagine storica.

Norelli opera da storico su entrambi i fronti; egli perciò non fa entrare in gioco visioni provvidenziali, teleologiche o deterministiche relative agli sviluppi avvenuti. In conformità a una corretta metodologia, lo storico presenta, quindi, come provvisorie e migliorabili le conclusioni a cui perviene (cfr. p. 17). Per non lasciare il discorso troppo nell’astratto, è bene scegliere una esemplificazione tra le molte possibili. Respingendo precedenti tesi più radicali, la recente ricerca storica (anche di matrice protestante) è ormai concorde nel ritenere plausibile il soggiorno di Pietro a Roma. Ma tutto ciò non comporta considerarlo quale primo vescovo della città. Ciò avviene non solo perché (come attestato anche dalla Lettera di Clemente di Roma ai Corinzi, fine del primo secolo) a quell’epoca non c’era un vescovo unico, ma anche a motivo del fatto che, alla fine del II secolo, Ireneo di Lione, riproducendo una lista di vescovi romani (pur da lui anacronisticamente intesi fin dall’origine espressione di un monoepiscopato) fa iniziare questo elenco con Lino e non già con Pietro. Lino sarebbe stato consacrato vescovo da Pietro e Paolo, ma proprio questa operazione indica la non trasmissibilità della funzione di apostoli e la conseguente netta distinzione tra il loro ruolo e quello dei vescovi (che non sarebbero perciò qualificabili come successori degli apostoli). «Meno ancora il soggiorno di Pietro e Paolo e anche la fondazione della chiesa da parte loro – il che (…) è certamente falso – potrebbe fondare un qualunque primato del vescovo di Roma» (p. 73). Inutile sottolineare la divergenza tra questa ricostruzione storica e il «Tu es Petrus» che campeggia alla base della cupola michelangiolesca.

Apologetica. Eccoci così giunti alla domanda evocata fin dall’inizio. Lo storico procede con le sue metodologie e non si preoccupa di prospettare visioni teologiche. Fin qui non c’è problema. Tuttavia la questione sorge inevitabile sull’altro fronte: nelle riflessioni teologiche ed ecclesiologiche: che peso occorre attribuire al fatto che la «memoria ufficiale» differisce in maniera radicale dalle ricostruzioni storiche? Il problema non è nuovo e ha avuto alcune linee di risposta. La più diffusa, ma anche la più inadeguata, è stata, probabilmente, quella apologetica. Essa cerca di smontare le ricostruzioni storiche più aggiornate e di riproporre visioni storiografiche collimanti con la visione tradizionale. L’operazione è equivoca in quanto si propone di trovare in ciò che per sua natura è provvisorio (la ricerca storica) un sostegno a quanto si colloca su un altro piano (in definitiva si tratta di una variante delle posizioni “concordiste” tra scienza – in questo caso storica e non della natura – e fede).

Rifondare la memoria ufficiale. La sfida va raccolta, ma collocata su un altro livello. Nella sua parte destruens essa deve prendere le distanze da ogni confusione tra diversi ordini di sapere. Il che comporta ammettere francamente che la «memoria ufficiale» si basa su fondamenti storici fragilissimi e non di rado insostenibili. Ciò comporta compiere una rigorosa distinzione tra storia e memoria. Più qualificante è però la pars construens. Essa consiste nel rifondare la «memoria ufficiale» riproponendo e approfondendo l’idea di tradizione, il solo luogo in cui è dato collocare in maniera propria la memoria; operazione quanto mai necessaria, ma largamente trascurata dalle attuali ricerche teologiche ed ecclesiologiche scarsamente propense sia sul lato “conservatore” sia su quello “progressista” a distinguere tra storia e memoria. Il primo infatti è dominato dall’apologetica, mentre il secondo di solito è propenso a cedere alle lusinghe delle visioni evolutive (le quali, per definizione, restano incapaci di distinguere tra storia e memoria).

*il Pensiero della settimana n. 482; fonte: http://pierostefani.myblog.it/2014/06/14/482-la-memoria-la-storia-15-06-2014/

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giugno 16, 2014

TRINITÀ: UN’IDEA DI DIO CHE CORREGGE QUELLA DI UOMO

UGUALI MA DIVERSI: NON ESISTIAMO SE NON CONNESSI COL MONDO INTERO. PERTANTO DOBBIAMO PERSEGUIRE LA CONVIVIALITÀ DELLE DIFFERENZE

di don Giorgio De Capitani*

Mistero della vita di fede. Nei primi secoli del cristianesimo, non esisteva una festa particolare in onore della Santissima Trinità. Non c’era motivo per celebrarla, essendo il Mistero trinitario presente, ogni giorno, nelle preghiere comuni e nelle formule liturgiche. Basterebbe pensare al segno della Croce. Fu un monaco, nell’ottavo secolo, a introdurre, in forma privata, la devozione alla Santissima Trinità. Solo a partire dal 1200 d. C., il Papa istituì una Festa pubblica per tutta la Chiesa cattolica. In realtà, ancora oggi ci chiediamo che senso abbia celebrare una Festa liturgica in onore della Trinità divina. Le feste possono avere il vantaggio di ricordarci di Dio, ma possono anche creare l’idea che, passata la festa, gabbato lo santo. La Trinità, che Cristo ci ha rivelato in modo esplicito, è il Mistero stesso della nostra vita di fede, e non solo di fede. Il monoteismo ebraico, rigidamente dogmatico per contrapporre l’unicità di Dio contro il politeismo dei popoli idolatri, aveva proibito ogni immagine visibile di Dio stesso. Tuttavia, già l’ho detto, soprattutto attraverso gli scritti dei profeti e anche dei libri sapienziali, Dio veniva presentato attraverso personificazioni che alludevano al Mistero trinitario. Pensate alla Sapienza che, come una signora, è presente nella creazione del mondo. Pensate al capitolo 11 del libro di Isaia, dove il profeta, parlando del Messia che verrà, dice che sarà ricoperto dello Spirito del Signore che è: spirito di sapienza e d’intelligenza, spirito di consiglio e di fortezza, spirito di conoscenza e di timore del Signore. Il catechismo ci insegna che si tratta dei doni dello Spirito santo.

Chiarire i termini. È chiaro che nessun essere umano sarebbe arrivato da solo a pensare che Dio fosse uno e trino. È uno dei Misteri principali della nostra fede. Essendo un Mistero, è chiaro che doveva essere rivelato. Ecco perché si dice che è il cristianesimo è anzitutto una rivelazione. Il cristianesimo è Cristo che ci parla esplicitamente di un Dio che è Padre e che ci invia lo Spirito di Dio. Se nell’Antico Testamento c’erano delle allusioni al Mistero trinitario, nel Nuovo Testamento tutto diventa chiaro. Chiaro nel senso che sappiamo che Dio non è monolitico: c’è un Padre, c’è un Figlio e c’è lo Spirito santo. La Chiesa, fin dai primi secoli, si è subito preoccupata di chiarire i termini, ricorrendo anche a una terminologia filosofica, per paura di confondere i rapporti tra il Padre, il Figlio e lo Spirito santo: il Credo, quello lungo, che recitiamo ogni domenica durante la Messa, noto come Simbolo niceno-costantinopolitano, perché frutto di due Concili, di Nicea e di Costantinopoli, è una testimonianza evidente di una Chiesa preoccupata di chiarire i termini (sostanza, persona, ecc.), per evitare le eresie.

Dire Trinità è dire vita. Se i teologi erano impegnati a trovare le parole giuste, dopo anche lotte fisicamente violente e assurde diatribe accademiche (pensate: si parla di Dio, e si litiga, ci si uccide!), i mistici erano più elastici nel loro linguaggio, perché avevano di Dio una concezione più profonda, tanto profonda che non si possono trovare parole filosofiche per esprimerla. Tra la teologia trinitaria e la mistica scelgo senz’altro la mistica: già dire Trinità è dire vita, e vita è vitalità, che non puoi contenere, che non puoi classificare. Dire vita è dire movimento, e il movimento non ha strade fisse, percorsi prestabiliti. Vedete: quando Gesù parlava di Dio, parlava come un figlio parla del padre, senza preoccuparsi di usare un linguaggio tecnico. Così quando parlava dello Spirito santo. Ecco, i mistici non si preoccupavano del linguaggio, perché sapevano che non c’è alcun linguaggio che possa esprimere l’identità di Dio. Eppure il Mistero trinitario ci aiuta a intuire che il mondo di Dio è del tutto strano, quasi paradossale. Sarebbe più facile credere in un Dio tutto d’un pezzo. No, Dio ci spiazza sempre. È un Dio con volti diversi. Già dire Dio Padre non è corretto: sappiamo che Dio non è un maschio. Già dire Figlio di Dio ci sconcerta al pensiero che si è fatto uno di noi. Lo Spirito santo poi ci sfugge, come il vento.

Armonizzare i contrasti. Il Mistero trinitario che cosa ci può suggerire? Anzitutto, che la realtà, pur complessa, è semplice e unitaria. L’unitarietà non significa che tutte le cose siano uguali. Sono variegate, e più sono variegate più la loro unitarietà si fa bella e affascinante. I grandi dipinti sono un’armonia variegata e semplice di colori. I colori presi a se stanti dicono niente, messi insieme con arte fanno dei capolavori. La stessa cosa si potrebbe dire della musica. Tutto il problema sta nel saper armonizzare i contrasti, le sfumature e le differenze. Don Tonino Bello ha valorizzato l’espressione “convivialità delle differenze”. L’umanità è un insieme armonico di differenze: culturali, razziali, sociali, politiche e religiose. C’è sempre stata la tentazione di ridurre tutto ad una unità, omologando o distruggendo le differenze. Non è qui il momento di fare neppure una sintesi di ciò che gli uomini hanno tentato di fare lungo i secoli, fin dall’inizio dell’umanità. Il concetto di superiorità è la prova che non si sopporta che esista un altro o, meglio, è la dimostrazione che l’altro ci vuole anche ma perché io possa sentirmi superiore a lui. Gli altri rappresentano come uno sgabello perché io salga più in alto. La gerarchia è fatta di gradini: ci sono superiori e ci sono inferiori. E poi mi venite a parlare di “convivialità delle differenze”? Che significa “convivialità”? Convivialità deriva da convivio, e il convivio è il banchetto: sedersi a mensa. Ma convivio indica qualcosa di più: deriva da “con”, dal latino “cum”, che significa “insieme” e da “vivio” che deriva da “vivere”. Da qui, lo star bene insieme anche attorno ad una tavola, ad una mensa. Vivere, dunque, insieme: saper vivere insieme. Il che non è facile, non è semplice, comporta difficoltà. Come si fa a mettere insieme culture diverse, due modi di pensiero diversi, due razze diverse, due religioni diverse? Quante divergenze!

Idea sbagliata di Dio e del mondo. Ecco, la Trinità è la prova che in Dio ci sono persone diverse ma complementari. Dio è la prova migliore, diciamo assoluta, della convivialità delle differenze. Ma c’è di più. La Bibbia ci dice che Dio ci ha creati a Sua immagine e somiglianza. Che significa? La concezione monoteistica di Dio ha provocato un’idea di Dio sbagliata, e un’idea del mondo sbagliata. Sì, Dio è uno solo, ma è trino. Il che sembra complicarci le cose, ma in realtà ci permette di capire l’universo, di cui noi esseri umani facciamo parte, o, meglio, siamo intimamente partecipi nel nostro essere più profondo. Non siamo particelle a se stanti che, assommandosi l’una all’altra, compongono l’umanità. L’immagine divina dell’uno e trino, è stampata dentro di noi, e nell’intero universo. Non basta però parlare solo di solidarietà, di fratellanza, di carità, ecc. C’è qualcosa di ancor più profondo, da cui scaturisce l’obbligo del nostro essere umano, che per la sua stessa costituzione è uno ed è molteplice. Oggi i fisici parlano di interconnessioni vitali della materia, che perciò non va distinta e divisa in particelle a se stanti. La concezione molecolare non tiene più. Tutto è cosmico, a partire dalle più piccole particelle. Oggi gli scienziati non parlano di una concezione meccanicistica della realtà. A spingere in tal senso la scienza fisica sono state anche le filosofie orientali con la loro visuale del tutto nel singolo. Il tutto che è il divino in noi. Eppure anche la teologia cristiana avrebbe dovuto orientare la scienza in tal senso, sapendo che Dio stesso è uno ed è trino, è uno ed è molteplice.

Il mosaico dell’umanità. La solidarietà, la fratellanza, la carità, ecc non fanno parte solo di una fede buonista, solo perché Cristo ci ha invitato ad essere buoni, caritatevoli, amorevoli, misericordiosi. Siamo uniti tra di noi, perché siamo costituzionalmente uniti nel nostro essere con l’intero universo. Perciò essere caritatevoli, fraterni, solidali non è un atto solo cristiano: siamo fatti così, e se noi ci separiamo dagli altri, dall’umanità, veniamo meno a noi stessi, tradiamo il nostro essere più reale. Più che di diritti, dovremmo parlare di doveri. Siamo fatti così, ovvero siamo cosmici per la nostra stessa costituzione. Siamo uniti agli altri perché siamo umani. “Convivialità delle differenze”, ma, attenzione: le differenze non sono le disuguaglianze sociali, che andrebbero invece eliminate. Le differenze per la convivialità sono le singolarità di ciascuno, o le identità delle nazioni, la diversità delle culture o razze. Sono differenze che arricchiscono il mosaico dell’umanità.

*Omelia del 15 giugno 2014: SS. Trinità; (Es 3,1-15; Rm 8,14-17; Gv 16,12-15). Fonte: http://www.dongiorgio.it/15/06/2014/omelie-2014-di-don-giorgio-festa-ss-trinita/

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Maggio 14, 2014

COME OPERA LO SPIRITO SANTO

DALLE DISPUTE FA SCOPRIRE IL MEGLIO, DENUNCIA PRIVILEGI RAZZISTICI, CI SPINGE AL SERVIZIO

di don Giorgio De Capitani*

Protagonismo dello Spirito santo. Il primo brano della Messa fa parte degli “Atti degli Apostoli”, un libro che nell’ordine canonico degli scritti del Nuovo Testamento viene subito dopo il Vangelo di Giovanni. Composto da Luca, autore anche del terzo Vangelo, racconta gli inizi del cristianesimo, insistendo in modo particolare su Paolo, con l’intento di far arrivare il messaggio di Cristo fino a Roma, il cuore dell’impero pagano, e qui il libro si chiude con la prima prigionia del grande apostolo. È un libro poco noto ai cristiani di oggi. E pensare che è fondamentale per i credenti conoscere ciò che è successo subito dopo la morte e la risurrezione di Cristo. Il titolo “Atti degli Apostoli” può distoglierci dal vero protagonista, che non è Pietro o Paolo, ma è lo Spirito Santo. Qui il discorso si farebbe lungo. Già ho fatto qualche accenno. Non dobbiamo mai dimenticare che è lo Spirito Santo a tradurre il Cristo nella vita della Chiesa, oltre la sua vicenda terrena. Già ho parlato della differenza tra il Cristo storico e il Cristo della fede: in breve, lo Spirito Santo ha la missione di interiorizzare il Cristo storico senza naturalmente renderlo disincarnato, come qualcosa di evanescente. Non è facile far capire la realtà del cristianesimo che, sotto l’azione dello Spirito Santo, s’incarna ancor di più, senza fermarsi solo alle vicende storiche di Cristo. È interessante vedere, man mano si legge il libro “Atti degli Apostoli”, ciò che succede dopo la discesa dello Spirito santo, il giorno della Pentecoste. Lo Spirito conduce la Chiesa primitiva quasi per mano, pur tra le numerose difficoltà e anche gli errori dei suoi seguaci.

Non pensiamo che tutto filasse liscio, che tutti fossero già santi, anche se i primi cristiani inizialmente erano chiamati anche “santi”, ovvero consacrati al Cristo e al suo servizio. Santi, nel senso di “chiamati alla santità”, ma non perché fossero già santi per il fatto di essere cristiani. Il libro “Atti degli Apostoli” registra già nella Chiesa primitiva defezioni, tradimenti, infedeltà, contese, litigi, invidie. Non dobbiamo pensare che lo Spirito Santo, come un burattinaio, manovrasse i cristiani come manichini. Ognuno aveva la sua libertà, manteneva il suo carattere, poteva, se voleva, sbagliare. Quindi, non dobbiamo scandalizzarci se già fin dagli inizi tra i credenti nascessero delle incomprensioni. È quanto ci rivela il brano di oggi. Nel capitolo sesto, Luca annota che il numero degli appartenenti alla Chiesa cresceva sensibilmente, e si sentiva perciò l’esigenza di dare a tale sviluppo una forma minimamente organizzativa. Ma la strada non era tutta in discesa: sorsero fulminee anche le prime difficoltà. Difficoltà provenienti dall’esterno (basterebbe pensare alla violenta opposizione scatenata dal giudaismo ufficiale nei riguardi del cristianesimo), e difficoltà provenienti anche dall’interno delle comunità cristiane che man mano si sviluppavano: i primi seguaci di Cristo dovettero affrontare problemi nuovi – inizialmente di carattere organizzativo, in seguito anche di carattere dottrinale – che rischiavano di indebolire la Chiesa stessa. Per avere una certa idea della complessità delle varie situazioni, cercherò di sintetizzare al massimo la composizione delle prime comunità cristiane.

Proseliti, ellenisti, simpatizzanti. Diciamo subito che i primi cristiani erano ebrei convertiti, quindi provenivano dal mondo giudaico. Ma il mondo giudaico non era monolitico. C’erano i giudei residenti in Palestina e c’erano i cosiddetti giudei della “diaspora”, ovvero i giudei che per diversi motivi erano andati ad abitare fuori della propria patria. Diaspora significa dispersione, che era iniziata dopo l’esilio babilonese. Non tutti gli ebrei tornarono in patria. Ora, questi giudei che risiedevano fuori della Palestina erano in un certo senso più aperti dei loro connazionali che abitavano in patria. Erano chiamati “ellenisti”, perché erano a contatto con la cultura greca e ne avevano subito anche un certo fascino. Ma c’erano anche gli ebrei cosiddetti “proseliti”: erano quei pagani che avevano aderito in tutto alla fede giudaica, accettandone perfino la circoncisione. E infine c’erano i pagani “simpatizzanti” per il giudaismo: erano quei pagani che partecipavano al culto della sinagoga, senza tuttavia abbracciare in tutto e per tutto le numerose osservanze giudaiche, tanto meno la circoncisione. Adesso potete farvi una certa idea della composizione delle prime comunità cristiane, che erano composte di convertiti dal mondo giudaico in senso stretto e da quello aperto della “diaspora”, e di pagani più o meno simpatizzanti col mondo giudaico e di pagani-pagani.

Primato dello spirito. All’inizio non è stato facile mettere insieme questa variegata composizione di culture e di religiosità, tenendo conto poi che il cristianesimo andava ben oltre l’ebraismo e il paganesimo. Capite adesso ciò che scrive Luca all’inizio del brano di oggi: “In quei giorni, aumentando il numero dei discepoli (tra parentesi: i primi credenti inizialmente erano chiamati fratelli, discepoli, santi e infine cristiani), quelli di lingua greca mormoravano contro quelli di lingua ebraica”. Che cosa era successo? Si tratta di un caso molto concreto: riguardava l’organizzazione dei pasti comuni, cioè la distribuzione quotidiana di vitto e sussidi, a favore dei poveri. Un po’ di chiarezza: la mensa dei poveri non è stata una invenzione dei primi cristiani: era già in uso nelle comunità giudaiche. È vero che i cristiani si staccarono a poco a poco dalla religione ufficiale ebraica, ma non distrussero tutte le più belle abitudini ebraiche. Cristo è venuto a restituire l’anima alle cose, senza distruggere le cose. Ha ridato il primato allo spirito, all’essere umano in quanto essere umano. Capite allora che c’è modo e modo di vivere ad esempio la carità verso il prossimo. I primi cristiani non colsero nel profondo la Novità rivoluzionaria di Cristo, che consisteva appunto nel puntare al cuore dei veri problemi esistenziali. Non è che oggi, dopo duemila anni di cristianesimo, abbiamo ancora capito del tutto che cosa significhi amare Dio e amare il prossimo. Il razzismo di qualsiasi forma è presente ancora tra i credenti, in quanto conservazione di privilegi, e i privilegi sono il mantenimento di ciò che abbiamo, dimenticando quanti non hanno avuto la fortuna di avere quanto abbiamo noi.

Ed ecco la lamentela: le vedove degli “ellenisti” vengono trattate meno bene rispetto alle altre. E questo che cos’è? Una forma di razzismo. Da qui nasce la contestazione, e la contestazione spinge alla discussione tra gli stessi apostoli. Già questo fa capire lo spirito che animava la Chiesa primitiva. In seguito la Chiesa si chiuderà a riccio, ma all’inizio i problemi venivano affrontati con un dialogo aperto e sincero. Ci si confrontava, magari duramente, ma ci si confrontava. Ecco il bello della Chiesa di Cristo: confrontarsi! Man mano la Chiesa s’ingrosserà nella struttura, rifiuterà il dialogo, per dare sempre più importanza agli aspetti istituzionali, tirando fuori la virtù dell’obbedienza e addirittura mortificando la libertà di coscienza. La Chiesa nascente si è preoccupata subito di eliminare ogni forma di ingiustizia o di favori: ogni razzismo. Ed ecco la soluzione: agli apostoli spetterà soprattutto il compito di predicare e guidare le preghiere comunitarie, in particolare il servizio della Parola, sottinteso l’Eucaristia, chiamata allora la “fractio panis”, lo spezzare il pane eucaristico. Per le attività più concrete, inerenti alla carità, si scelgono sette uomini, di “buona reputazione, pieni di Spirito e di sapienza”. Da notare: fra questi sette uomini, c’è uno di origine greca, e c’è un proselito. Da qui possiamo capire l’apertura saggia della Chiesa primitiva, tranne forse sul fatto che tutti e sette i diaconi sono maschi. In ogni caso, nel libro degli Atti degli Apostoli è interessante notare la presenza anche di donne importanti.

In conclusione, due osservazioni. Anzitutto, le difficoltà e i contrasti devono servire a chiarire e a stimolare il passo in direzione del meglio. È il meglio il punto di riferimento per ogni discussione. Ci si deve confrontare, non per imporre il proprio punto di vista, ma per proporre quella che, al momento, si ritiene la soluzione migliore. E c’è di più: la proposta migliore non riguarda solo l’aspetto organizzativo, ma lo stile con cui si realizza la tal cosa. Lo stile dipende dallo spirito con cui si fanno le cose. Seconda osservazione. Nel brano degli “Atti” si parla più volte di servizio: già il termine “diacono” deriva da servizio. I diaconi dovevano servire la mensa dei poveri. Gli apostoli istituiscono il diaconato per non venir meno ad un altro servizio: il servizio della Parola. Anche la Parola va servita. Io non sono padrone né del mio prossimo né della Parola di Dio. Il mio compito è servire. Pensate a cosa noi solitamente intendiamo per ministro e ministero, non solo nel campo politico ma anche nel campo ecclesiastico. Ministro e ministero derivano da “minus”: mi faccio meno, mi faccio più piccolo. La pensatrice francese Simone Weil nei suoi scritti parla di de-creazione. Dio, creando il mondo, si è come ritirato da se stesso, per dar posto all’essere umano e al creato. La creazione di Dio non va vista come se Dio si fosse espanso per dare modo alla sua onnipotenza di farsi valere ancora di più. Dicono che Alessandro Magno avesse un grosso dispiacere: che il mondo fosse troppo piccolo. La nostra avidità umana non ha fondo. Vogliamo di più, sempre di più, occupare spazi, comperare terre, togliere agli altri per espanderci noi. Dio, de-creandosi, vuole che anche noi ci de-creiamo, per dar posto agli altri: togliere qualcosa del nostro io, per far sì che nel vuoto che facciamo de-creandoci, il prossimo più bisognoso possa trovare spazio. Ritirarsi per dare spazio agli altri. Questo significa amare. Tra l’amore e il servizio c’è un nesso inscindibile.

*Omelia dell’11 maggio 2014: quarta domenica di Pasqua, (At 6,1-7; Rm 10,11-15; Gv 10,11-18), Fonte: http://www.dongiorgio.it/11/05/2014/omelie-2014-di-don-giorgio-quarta-domenica-di-pasqua/

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aprile 27, 2014

IL CRISTO STORICO E QUELLO DELLA FEDE

NON È RESTATO SULLA TERRA, PER LASCIARE SPAZIO ALLO SPIRITO SANTO, CHE CI SPINGE AD ANDARE OLTRE
di don Giorgio De Capitani*

Un rifiuto quasi comico. Durante il periodo pasquale i brani della Messa sono tutti tratti dal Nuovo Testamento, e già questo fa capire la novità della Risurrezione di Cristo. C’è qualcosa di imprevedibile, e di inaccettabile da parte della religione ebraica. I riferimenti alla Risurrezione del Messia, presenti nel Vecchio Testamento, sono pochi e tutti impliciti. Se, come ha scritto lo stesso san Paolo, il Cristo crocifisso era uno scandalo per gli ebrei e una stoltezza per i pagani, il Cristo risorto era qualcosa di inconcepibile, da suscitare, oltre che un rifiuto, una specie di comicità. L’episodio di san Paolo che, ad Atene, mentre parla di risurrezione davanti ai pagani, rimane solo tra il dileggio e le risa dei presenti che se ne vanno dicendo: “Ti sentiremo un’altra volta”, è una dimostrazione di quanto fosse lontano dal mondo greco anche solo pensare alla vita dopo la morte. E sappiamo che anche tra gli ebrei c’era un dissenso su questo argomento: i sadducei, che ancora ai tempi di Gesù costituivano un partito più politico che religioso, molto influente e potente, benché poco numeroso, non credevano, a differenza dei farisei, nella risurrezione in genere.

Il cuore del cristianesimo. La Chiesa primitiva non si è fermata solo all’annuncio: Cristo ha patito, è morto ed è risorto. Era il cosiddetto “cherigma”, ovvero il nucleo della prima predicazione apostolica. Ma i primi cristiani non si accontentavano di annunciare queste verità fondamentali per la fede in Cristo. Nello stesso tempo riflettevano, discutevano, approfondivano questi misteri. A loro interessava fino a un certo punto che Gesù fosse apparso a questo o a quello, a queste donne o a quegli uomini. Già l’ho detto: i racconti delle apparizioni, nei quaranta giorni tra la risurrezione e l’ascensione, sono frammentari, anche confusi, senza alcuna specifica cronologia. L’intento degli evangelisti era quello di portare i primi credenti, a iniziare dagli apostoli e dai discepoli di Gesù quando il Maestro era in vita, a rendersi conto di ciò che era successo in quel mattino di Pasqua; e, proprio partendo da lì, a riflettere su quanto Cristo aveva detto e aveva fatto in vista della sua morte e risurrezione. In altre parole, il Mistero pasquale è il cuore del cristianesimo. E sarà sempre difficile, come lo è stato lungo i venti secoli che oramai ci separano da quei grandi Eventi che hanno rivoluzionato la storia mondiale, cogliere fino in fondo la realtà di questi Misteri. Ecco perché insisto nel dire che dobbiamo stare attenti: la Chiesa non ha fatto che istituzionalizzare i Misteri che sono la sorgente della nostra fede ma che non possono essere tenuti a freno tra le quattro mura di una religione-struttura. Anche se nessuno può bloccare Dio, in realtà si cerca di farlo, e a soffrirne siamo noi, non Dio. Siamo noi che ci allontaniamo dalla sorgente della vita.

Vivo ma non rimasto sulla terra. Vorrei che capissimo qual è il nostro più grave errore di credenti. Il problema non sta nell’essere più o meno praticanti, ma nella fede profonda nel Mistero divino che dà senso alla nostra pratica religiosa. Ecco la domanda impegnativa: per noi chi è Cristo? Quello storico o quello della fede? Il Cristo storico è lo stesso del Cristo della fede? Se ci riflettiamo seriamente, il Cristo della religione non è altro che il Cristo storico, anche se rivisto e rimaneggiato più volte. Gesù è nato, così e cosà, Gesù ha fatto questo o quello, Gesù ha detto queste e queste altre cose, si è scontrato un po’ con tutti, è stato misericordioso verso i più deboli, ha compiuto dei miracoli, infine lo hanno preso, condannato e messo su una croce. E poi, ecco il più grande miracolo: Cristo ha spiazzato tutti, risuscitando dai morti, ma non è rimasto sulla terra. A che sarebbe servito? Se fosse di nuovo rimasto, non avrebbe fatto che ripetere la sua storia precedente fino alla morte.

È bene per voi che io me ne vada. E allora, qui sta il punto: la risurrezione che cos’è? come dobbiamo intenderla? Il Cristo della nostra fede si ferma agli eventi storici fino alla sua risurrezione, oppure la nostra fede è proprio nel Cristo risorto che rivive in noi e nella storia, ma in un modo del tutto diverso, diciamo nuovo, in confronto al Cristo storico? Specifico ancora meglio: ciò che sto dicendo è troppo importante, vorrei perciò evitare di dire cose che possano confondere magari quelle poche certezze che ci sono rimaste. Gesù, nei discorsi cosiddetti dell’Ultima Cena, i discorsi d’addio, riferiti dall’evangelista Giovanni, a un certo punto parla dello Spirito santo e dice (capitolo 16, versetti 5, 6 e 7): «Ora però vado da colui che mi ha mandato e nessuno di voi mi domanda: “Dove vai?”. Anzi, perché vi ho detto questo, la tristezza ha riempito il vostro cuore. Ma io vi dico la verità: è bene per voi che io me ne vada, perché, se non me ne vado, non verrà a voi il Paràclito (il consolatore); se invece me ne vado, io lo manderò a voi».

Immagini che ci allontanano dal vero Dio. I più grandi mistici – pensiamo soprattutto a Meister Eckhart, Margherita Porete, Henry Le Saux e anche a San Giovanni della Croce – parlando del distacco dalle cose per raggiungere la perfetta unione con Dio nel proprio essere interiore, si riferivano anche al distacco dalle stesse immagini di Dio: quelle immagini che tradiscono la vera identità di Dio, rendendolo un idolo. La parola “idolo” significa immagine. Nel suo famoso Sermone “Beati pauperes spiritu”, Meister Eckhart esce a dire: “Prego Dio che mi liberi da Dio”. Intendeva dire: preghiamo Dio che ci liberi dalle immagini che ci siamo fatti o che ci facciamo ancora di Lui. Preghiamo Dio perché ci liberiamo di queste immagini che disturbano, addirittura ci portano lontano dal vero Dio, che ci fanno da ostacolo al nostro incontro con Lui. E Meister Eckhart citava spesse volte le parole di Gesù: “È bene che io me ne vada”, altrimenti lo Spirito non potrà agire in voi in tutta la sua libertà. Perché? Per il semplice motivo che rimaniamo sempre attaccati al Cristo storico: a quello che Lui ha detto o ha fatto, ma senza capire che bisogna andare oltre, se vogliamo dare allo Spirito santo la possibilità di completare l’opera di Gesù.

Lo Spirito santo non è solo un garante. Noi, purtroppo, ci siamo fermati al personaggio storico di Cristo, e abbiamo costruito una religione, il cui unico scopo sembra essere quello di rifarsi solo alle immagini di Cristo, e ancor peggio tradendo lo stesso personaggio storico, facendo dire a Cristo ciò che non ha mai detto, o interpretando le sue azioni, senza cogliere il loro profondo significato. I mistici si rifanno spesso al quarto Vangelo, perché Giovanni è stato tra i quattro l’evangelista che ha insistito di più nell’invitare i primi cristiani a non fermarsi al Cristo puramente storico, ma ad andare oltre, per cogliere ciò che è l’aspetto profetico o mistico. Anche il brano del Vangelo di oggi è molto chiaro in tal senso: l’apostolo Tommaso vuole ancora toccare il corpo di Cristo per avere una prova della sua risurrezione. E Cristo come risponde? «Perché mi hai veduto, tu hai creduto; beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!». Ecco il Cristo della fede! Capite allora che non è facile parlare del Cristo risorto, e che gli stessi evangelisti si trovano in difficoltà ogniqualvolta narrano le sue apparizioni. La risurrezione di Gesù non è la conclusione gloriosa della vita umana di Cristo. La risurrezione ci porta quasi in un altro mondo: il mondo della fede, che è il mondo dello Spirito santo, il quale, lo ripeto fino alla nausea, non ha ricevuto l’incarico di farci ricordare ciò che effettivamente Gesù ha detto o ha fatto. Quasi fosse solo un garante. Noi sentiamo spesso dire: lo Spirito santo ha fatto sì che gli autori della Bibbia non dicessero il falso. È riduttivo dire questo. Non è degno dello Spirito santo, il cui compito invece è molto più grande e prezioso, e consiste nell’aiutare a cogliere e a vivere il Mistero divino in tutta la sua realtà.

Quale fede. Pensate allora a quel tipo di fede che purtroppo ha caratterizzato e tuttora caratterizza una certa Chiesa e le comunità cristiane. Ma che significa credere? Che significa che dobbiamo liberarci di tutte le immagini di Cristo e di Dio? Che significa praticare la fede? Che significa che la Chiesa non è solo una istituzione o una struttura o una religione? Che dire di quella paranoica ricerca del miracolo, di quell’aggrapparci ai segni esteriori divini, come se, senza di essi, non potessimo credere? Come possono convivere la spettacolarità, il folclore e la fede interiore? Si vogliono vedere madonne piangenti dappertutto, Dio che detta le sue regole, lo Spirito santo aleggiare come una colomba fisica sulle acque tempestose di questo mondo. Ma tutto questo è fede? Credere non sta nel vedere, non sta nel toccare, come ha preteso l’apostolo Tommaso, rimproverato dal Cristo risorto. Da una parte ci sentiamo spinti ad aggrapparci alle immagini di Dio o di Cristo, e dall’altra sentiamo dentro un vuoto interiore: ci manca un qualcosa, sentiamo disagio di fronte ad una Chiesa che cerca consenso, che impone il proprio potere, attraverso anche manifestazioni di masse che applaudono i santi, dopo averli ignorati e magari uccisi.

*dall’omelia del 27-4-2014, seconda domenica dopo Pasqua; fonte:http://www.dongiorgio.it/27/04/2014/omelie-2014-di-don-giorgio-seconda-di-pasqua/

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