Brianzecum

ottobre 26, 2013

NON ESISTE VIOLENZA NATURALE NELL’UOMO

LA VIOLENZA È INDOTTA DALL’EDUCAZIONE NEI PRIMI ANNI DI VITA, MA SOLO DAL NEOLITICO.

da una conversazione di Piero Giorgi*

Nel regno animale l’uomo “gode” di una peculiarità poco invidiabile: è l’unica specie che uccide altri membri della stessa specie in modo generalizzato e sistematico (si pensi alle guerre). Tra gli animali queste uccisioni sono rare e dovute a situazioni del tutto fuori dell’ordinario. È normale che il leone uccida la gazzella per cibarsene (aggressività alimentare), ma non che un leone uccida un altro leone. È normale che i maschi esercitino aggressività nei confronti di altri maschi (aggressività sessuale), ma ciò non porta quasi mai all’uccisione: dopo qualche scontro, chi capisce di essere più debole se ne va. Un altro motivo di contesa potrebbe essere la difesa del proprio territorio. Oltre a questi motivi gli uomini uccidono per diverse altre ragioni e anche gratuitamente, senza motivi. Il rischio della guerra e la necessità preventiva di armarsi vengono esaltati ad arte in ogni tempo, così che l’uccisione del nemico diventa una preoccupazione continua. Non è sempre stato così, per fortuna.

Nel periodo paleolitico, cioè prima che fosse stato scoperto il modo di produrre il cibo (attraverso l’agricoltura e la pastorizia) anziché raccoglierlo o cacciarlo, è provato che i nostri predecessori non si uccidevano, né, tanto meno, facessero la guerra. Quest’ultima infatti richiede una organizzazione politico-militare che non avevano per nulla, vivendo in modo nomade in piccoli gruppi (non superiori al centinaio di persone), dediti alla raccolta (in prevalenza dalle donne) e alla caccia (preferita dagli uomini). Quando il gruppo superava la soglia si divideva, ma senza rancore. È pure provato – in analogia a quanto ancora avveniva fino alla metà del secolo scorso tra le bande di nomadi cacciatori-raccoglitori, accuratamente studiati da valorosi antropologi – che i gruppi paleolitici fossero organizzati non in modo gerarchico, ma secondo principi di solidarietà e condivisione. Avevano infine elaborato raffinati criteri per prevenire e risolvere in modo nonviolento eventuali conflitti d’interesse che potessero sorgere all’interno del gruppo, quindi il conflitto (scontro) non si verificava. Non è vero che il conflitto sia un’occasione formativa (idea diffusa dai professionisti della soluzione dei conflitti).

Solo dopo la nascita dell’agricoltura (Neolitico Medio), con la stanzialità subentrata al nomadismo, si hanno le prime rappresentazioni della violenza tra gli uomini. Cos’era cambiato? Prima l’uomo si adeguava all’ambiente, spostandosi alla ricerca di condizioni migliori, poi, invece, l’uomo cerca di adeguare l’ambiente a sé, esercitando un certo imperio su di esso. Di solito si pensa alla necessità di difendere terreni, insediamenti, opere, diventati sua proprietà (vecchia proposta di Marx ed Engels). Oggi si pensa di più alle dimensioni degli insediamenti umani, che avrebbero portato prima a una violenza strutturale (ad es. per mantenere l’ordine), poi alla guerra: specializzazione professionale, stratificazione sociale, classi privilegiate che devono garantire ordine sociale, polizia, leggi ingiuste, accumulazioni di ricchezze, invidia esterna, convenienza del “re” ad attaccare o difendere con armi inventate per uccidere altri uomini, non più solo cacciagione. Non si dice cosa nuova ricordando che il passaggio al Neolitico Avanzato ha portato grandi progressi, anzitutto nella produzione del cibo, consentendo lo sviluppo di cultura, civiltà, scrittura, storia ecc. Ma purtroppo ha anche aperto le porte alla violenza e alla guerra. Solo dopo questo passaggio – avvenuto tre volte indipendentemente attorno a 12 millenni fa nell’area medio orientale, 7 nella Cina meridionale e 5 nel centro America – appaiono, in ciascuno dei tre casi, i primi reperti archeologici (soprattutto vasi e piatti) indicanti l’uccisione di altri uomini. A proposito dell’arte, va ricordato che già nell’arte rupestre veniva rappresentato ciò che più occupava le attività quotidiane e le emozioni dell’uomo. Del lungo periodo del Paleolitico (circa 150 mila anni), si dispone di qualcosa come tre-quattro milioni di immagini, tra le quali una quantità del tutto trascurabile (una cinquantina) potrebbe indicare scene cruente tra uomini. Peraltro si riferiscono tutte ad una penisola del nord dell’Australia che aveva avuto contatti con neolitici violenti. Statisticamente si può concludere che nei lunghi millenni del Paleolitico gli uomini non erano violenti; questo è confermato dal comportamento dei cacciatori-raccoglitori contemporanei.

Homo homini lupus:  questa concezione pessimistica dell’uomo è stata teorizzata nel ‘600 dal filosofo inglese Hobbes, pur essendo già presente anche in precedenza (ad es. in Plauto). Hobbes si basava su un’ipotetica idea di stato di natura dell’uomo, che però non ha avuto alcun riscontro nella ricerca antropologica e archeologica moderna, arrivata invece ai risultati sopra accennati. Analogamente è stato abbondantemente superato in campo pedagogico Rousseau, che pure ipotizzava uno stato di natura, avendo dell’uomo una visione meno negativa. Riteneva che la nonviolenza dei nostri antenati fosse dovuta a loro immaturità o stupidità! Quello che stupisce è come la vecchia idea dell’homo homini lupus (priva di alcuna dimostrazione scientifica) permanga diffusa ancora oggi nei media, nella cultura, nella politica, nonostante le smentite della ricerca antropologica, biologica, psicologica. Si deve pensare che questo faccia comodo alle élites di potere per non mettere in discussione le basi (violente) dell’attuale società.

Una conferma  della natura nonviolenta dell’uomo proviene dalle acquisizioni degli studi sulla neurologia umana. I comportamenti, specificamente riguardanti la violenza, non fanno parte del patrimonio genetico (Dna), in quanto comportamento sociale complesso e diverso nelle diverse culture, ma vengono acquisiti con l’educazione, in particolare quella recepita dall’ambiente nei primi 6 anni di vita. “La violenza è un comportamento sociale e nella specie umana i comportamenti sociali non possono essere definiti prima della nascita. Basta considerare come funziona l’informazione genetica, come funziona il nostro cervello, come si sviluppa e come si sono sviluppati cervello e comportamento sociali, per rendersi conto che la violenza non può essere parte della natura umana.” (Giorgi, pag.49).

In definitiva quando si parla di violenza umana si pensa ad un problema morale, religioso o simili. Raramente si pensa ad un problema scientifico. Le recenti acquisizioni, specie in campo antropologico e neurobiologico, possono riportarlo su un terreno squisitamente scientifico. Possono fare di questo tema, diventare nonviolenti, un obiettivo educativo, oltre che umano e politico. Essendo l’uomo il vivente con più intelligenza e capacità, ciò che dovrebbe distinguerlo dalle altre specie animali è proprio la nonviolenza, la quale è il prodotto della nostra evoluzione bioculturale (non solo biologica), come la parola, il camminare e la destrezza manuale. E’ sbagliato pensare che la nonviolenza sia la capacità di controllare l’animalità dei propri istinti, semplicemente perché gli uomini non hanno istinti, né impulsi nel loro comportamento sociale (con buona pace di Freud e delle credenze popolari). Dai nostri antenati Paleolitici potremmo oggi imparare anche a porre limiti alla modifica dell’ambiente, oggi che potremmo essere prossimi al suo collasso. Infine vanno ricordate le indagini scientifiche, dalle quali risulta che là dove è stata adottata la nonviolenza le persone sono più felici, più sane, più ricche.

*tenuta il 22-9-2013 con i sigg. Cesarini, Eccher, Frey, Miori, Onida, Pasinetti, Ranci, in casa De Carlini. Bibliografia: Piero P. Giorgi, La violenza inevitabile, una menzogna moderna, Jaca Book, Milano 2008.

2013-09-05 16.59.29

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