Brianzecum

agosto 26, 2013

NON INGANNARE I GIOVANI

TESTIMONIANZA EROICA DELL’IDENTITÀ EBRAICA PER EDUCARE ALLA VERITÀ

 

di don Giorgio De Capitani*

Sfaldamento. I due libri dei Maccabei narrano vicende che riguardano la storia del popolo ebraico, nel suo periodo più difficile: era in gioco la stessa Alleanza col Signore. Siamo nel secondo secolo a.C. Da notare subito che l’Alleanza fu messa in crisi non solo da un pericolo che veniva dall’esterno, ma anche da una crisi profonda, all’interno del popolo eletto. Israele si è trovato di fronte a una scelta di vita o di morte come popolo di Dio, e ci è voluto il coraggio di un’intera famiglia, quella dei Maccabei, a risvegliare la coscienza nazionale. Parecchi ebrei “si vendettero”, scrive l’autore sacro. C’è stato uno sfaldamento pauroso delle colonne portanti della religione ebraica: la sacralità del Tempio e il rispetto della Legge, la Torah. Non riusciremo a capire tale processo di sfaldamento se non lo inquadriamo nel contesto del regno di Alessandro Magno, considerato uno dei più celebri conquistatori e strateghi della storia. In soli dodici anni aveva conquistato l’intero Impero Persiano, dall’Asia Minore all’Egitto fino agli attuali Pakistan, Afghanistan, India settentrionale fino ai confini della Cina. Le sue vittorie sul campo di battaglia, accompagnate da una diffusione universale della cultura greca e dalla sua integrazione con elementi culturali dei popoli conquistati, diedero l’avvio al periodo cosiddetto ellenistico.

Ellenizzazione deriva da “ellade”, nome antico per indicare la Grecia: sta a descrivere quel fenomeno che portò ad un graduale processo di assimilazione culturale, attraverso il quale le popolazioni non greche adottarono peculiari caratteristiche elleniche, come la lingua, i costumi, le credenze religiose e la filosofia. Un processo un po’ complesso: la cultura greca assorbiva, ma anche integrava. Ma non sempre era così: talora s’imponevano la propria cultura, le proprie tradizioni e la proprie credenze religiose, annullando quelle dei popoli conquistati. Tale processo interessò anche gli Ebrei. Dal III secolo a.C. il mondo culturale giudaico si era aperto alla filosofia ellenistica. L’Antico Testamento appariva conciliabile con alcuni aspetti del pensiero filosofico greco: il rigoroso monoteismo ebraico trovava riscontro nella teologia di Platone (il Demiurgo: era il dio artefice dell’universo) e di Aristotele (il Motore immobile); la distinzione fra materia e spirito del Libro di Giobbe era rintracciabile nel dualismo di Platone; il peccato originale narrato nel libro della Genesi sembrava presente anche in alcune manifestazioni del pessimismo greco; la credenza negli angeli, mediatori fra Jahvè e gli uomini, non era priva di affinità con l’antichissima concezione dei dèmoni (entità intermedie tra il divino e l’umano, che influiscono beneficamente o maleficamente sulle azioni umane).

Aspirazione all’indipendenza. Per comprendere meglio il quadro ideologico e religioso del periodo dei Maccabei, è necessario, anche se brevemente, ripercorrere la storia del popolo ebraico nel periodo immediatamente precedente alla predicazione di Gesù. I Giudei erano stati sudditi dei persiani dal 538 a.C. (con l’editto di Ciro il Grande) fino al 330 a.C., quando Alessandro Magno conquistò l’impero persiano. Alla sua morte, tre generali di Alessandro Magno si presero ciascuno una parte dell’Impero e sorsero le tre monarchie ellenistiche di Macedonia, Egitto e Siria. I Giudei restarono nell’ambito politico dei vari potentati ellenistici, soprattutto di quello di Siria. Da questo momento in poi le vicende politiche diventarono molto complesse: la Giudea in genere ebbe propri re, ma questi venivano più o meno imposti dalle potenze vicine, per cui i giudei si trovarono in una specie di protettorato. In alcuni periodi la situazione era pacifica ma, più spesso, erompevano furiose rivolte: sempre però era diffusa l’aspirazione a una vera e completa indipendenza, impossibile comunque da ottenere nel quadro politico dell’antichità. In questa situazione di disperante subordinazione, la cultura ebraica si venne via via forgiando come una cultura chiusa, in cui giocarono un ruolo centrale il riscatto nazionale e l’unità di fronte all’oppressore. Bisognava essere uniti, e la coesione proveniva soprattutto dalla fedeltà alla Legge di Dio.

Aspirazioni messianiche. Come di fronte alle precedenti invasioni o deportazioni, si svilupparono correnti messianiche che legavano la possibilità di riscatto nazionale alla venuta di un salvatore attorno a cui tutto il popolo ebraico si doveva raccogliere in battaglia. Queste dottrine messianiche si strutturarono in formazioni combattenti scontrandosi con gli eserciti invasori e seguendo le indicazioni di un leader, di solito capo religioso e profeta. Dunque, già molto prima dell’arrivo dei romani, gli ebrei avevano prodotto sette messianico-guerrigliere. Contrapposto a questa aspirazione messianica, si era formato un gruppo elitario che si stava via via aprendo all’ellenismo ed all’ellenizzazione dei costumi. Nel 175 a.C. Antioco IV detto Epìfane divenne sovrano del regno dei selèucidi (Selèuco era uno dei generali che avevano ereditato il regno di Alessandro Magno). Conquistò l’Egitto e volle conquistare anche Gerusalemme. In cambio di privilegi, ebbe l’appoggio del gruppo elitario ebraico che si era aperto al mondo ellenistico. Antioco IV riuscì dunque ad impadronirsi del tesoro del Tempio di Gerusalemme, che fece sconsacrare e adibire al culto pagano dopo averlo dedicato a Zeus Olimpo, ma ci fu una reazione violenta. Il sacerdote Mattatia uccise l’apostata ebreo preposto al nuovo culto e si rifugiò sui monti insieme ai suoi cinque figli e a numerosi seguaci “hassidim” (i devoti), dando l’avvio alla rivolta conosciuta come quella dei “Maccabei”. Alla morte di Mattatia (166 a.C.), suo figlio Giuda guidò i ribelli alla vittoria contro l’esercito selèucide, occupò Gerusalemme e riconsacrò il Tempio al culto di Yahwè (164 a.C.); in memoria di questi eventi fu istituita la festa delle Luci.

Ingannare il popolo. In questo periodo è da inquadrare anche l’episodio del brano della Messa (2Mac 6,1-2.18-28). La Bibbia non narra solo guerre e violenze, ma anche nobili testimonianze di fedeltà alla Legge di Dio. Una di queste riguarda Eleàzaro, un anziano, un dottore della legge, un uomo venerato da tutti. Lo vogliono costringere a mangiare carne suina proibita dalla Legge giudaica. Ma egli si rifiuta, nonostante le pressioni. Da notare anche la strategia: arrivare al punto di suggerire all’anziano ebreo di far finta di mangiare la carne proibita, senza in realtà mangiarla. Questo sarebbe bastato a salvargli la vita. L’inganno! La cosa più vergognosa! L’intento era quello di ingannare il popolo facendogli credere che Eleàzaro aveva ceduto. Qui sta la forza di questo anziano signore, padrone di se stesso a tal punto da non mettere in gioco la sua reputazione, davanti alla propria coscienza e davanti a Dio. Non era questione di cibo: mangiare o no carne suina. In gioco c’era la legge di Dio che non dipendeva tanto dal cibo materiale, ma dalla fedeltà all’Alleanza che si può violare anche semplicemente facendo finta di osservarla.

Verità o inganno. Qui c’è veramente un grande insegnamento. La falsità, il doppio gioco, i sotterfugi, gli stessi compromessi non sono forse le caratteristiche di una società che ha paura della verità, proprio perché è fondata sul potere dell’arte dell’inganno? Noi viviamo in mezzo all’inganno, siamo condizionati dall’inganno, siamo in preda dell’inganno. Oggi vince chi inganna di più. E la cosa ancor più interessante del gesto di Eleàzaro sta nella sua paura di dover ingannare i giovani. Pensava: “Che cosa diranno questi giovani quando sapranno che io li ho eventualmente ingannati?”. I giovani vogliono la verità, cercano la verità. Ingannarli è il male peggiore che si possa far loro. Mi chiedo come fin da ragazzi si dicano bugie? Perché i bambini dicono le bugie? Perché respirano dal primo vagito un’aria di inganno. Sono educati da un mondo bugiardo. E anche loro si adeguano.

Obbedire a strutture false. I ragazzi hanno bisogno di testimonianze di verità. Non parlerei di virtù morali come si è sempre fatto. Anche le virtù cosiddette morali possono far parte di un mondo ingannevole. Mi spiego. La virtù dell’obbedienza che cos’è, se non l’adeguamento talora psicologicamente forzato ad una struttura ingannevole? Mi costringono a obbedire a qualcuno che rappresenta un sistema di menzogne. Come preti, come cristiani, ci hanno costretti a obbedire a strutture di religione false. Obiettivamente false. Non parlo di buone intenzioni. Ci sono superiori che in buona fede credono ad una religione deteriorata, fuori dalla linea evangelica, ma il guaio è che, in forza della loro autorità, credendosi addirittura investiti di un volere divino, impongono l’obbedienza come virtù, e così tarpano le ali della libertà, della coscienza. Ecco perché parlo dell’inganno della religione, dell’inganno della Chiesa. Un inganno, ripeto, che si avvale dell’autorità di Dio. Lo Stato, in fondo, non è così ingannevole quanto la religione. La religione fa entrare in gioco Dio stesso, e in nome di Dio – di quale dio? – si rovinano le coscienze in nome di una verità dietro cui c’è l’inganno. I giovani, i ragazzi! Come si possono ingannare? Sarebbe un grave delitto! Dobbiamo educarli alla verità, far di tutto perché crescano nella verità.

*dall’omelia di domenica 25 agosto 2013; fonte: http://www.dongiorgio.it/24/08/2013/omelie-2013-di-don-giorgio-domenica-che-precede-il-martirio-di-s-giovanni-il-precursore/

2013-08-21 15.34.46

Lascia un commento »

Al momento, non c'è nessun commento.

RSS feed for comments on this post. TrackBack URI

Lascia un commento

Blog su WordPress.com.