LA FEDE NON È STATICITÀ MA RICERCA, INCONTRO, NOMADISMO
di don Giorgio De Capitani*
Un popolo nomade. Non possiamo non leggere insieme il primo e il terzo brano della Messa. Il primo è una delle pagine più drammatiche nella storia d’Israele: la conquista di Gerusalemme e la distruzione del tempio di Salomone ad opera dei babilonesi. Nel Vangelo Gesù profetizza la distruzione del tempio di Erode. Dopo la distruzione operata dai babilonesi il Tempio è stato più volte riedificato, ma con l’anno 70 d.C. il Tempio verrà definitivamente distrutto. La storia del Tempio è anche la storia del popolo eletto. Prima della costruzione del primo tempio in muratura, quello di Salomone, Dio abitava in una tenda, che veniva montata e smontata a seconda delle esigenze di un popolo nomade, soprattutto durante il cammino ininterrotto verso la terra promessa. È davvero interessante il periodo in cui Israele era un popolo nomade, non aveva cioè dimora fissa, non aveva ancora una casa stabile in cui abitare. Dite quello che volete: è affascinante essere nomadi. Siccome oggi è impossibile non avere una dimora fissa, si preferisce allora parlare di nomadismo spirituale. Un sacerdote che ho conosciuto perché è stato mio professore in seminario, don Giorgio Basadonna, ha scritto queste riflessioni che mi sembrano davvero interessanti e stimolanti.
«La spiritualità della strada mette nel cuore un grande senso di attesa, scava degli spazi sempre aperti e invitanti. Non ci si ferma mai, non ci si sente mai arrivati, istallati, definitivi: la ricchezza, la bellezza, la gioia, di quello che si è e che si ha, la capacità di vibrare per ogni più piccolo soffio di grazia rende felici, sereni, fiduciosi, e proprio per questo più sensibili a ciò che ancora manca a ciò che verrà, a ciò che saremo e vorremmo essere. Non si è mai soddisfatti, nel senso etimologico della parola, mai completi, mai riempiti: lo spirito rivela continuamente la sua dimensione infinita, la sua insaziabilità, il suo vuoto che nulla al mondo riuscirà mai a riempire del tutto. È la famosa frase di s. Agostino: “Ci hai fatti per te, Signore, e inquieto è il nostro cuore finché non riposa in te”. L’inquietudine diventa stimolo a camminare, a cercare, ad andare avanti. Non è un’attesa passiva, ma una ad-tesa, un ad-tendere, cioè un andare, sospinti da qualcosa che dentro urge e orienta. Si diventa “nomadi”.
La fede è nomadismo, iniziato col grande padre di tutta la fede monoteistica, Abramo, e continuata con la storia del popolo prescelto a portare nel mondo il Messia, il Figlio di Dio. È il nomadismo della Chiesa, che non solo cammina su tutte le strade del mondo ad annunciare la “bella notizia”, ma anche è in continuo sviluppo interiore, per rispondere meglio alla sua stessa vocazione e per andare incontro al Maestro che viene. Si diventa nomadi: persone incapaci di darsi per vinte, di accontentarsi e rassegnarsi. Nomadi, affascinati dal di là, dal dopo, dall’ancora, per leggere e vivere il di qua, l’adesso. Nomadi, attenti a ogni voce che risuona sotto il sole o nel buio della notte, vicina o lontana, familiare o ignota, e capaci di riconoscere in ogni avvenimento l’annuncio di un altro mondo, che invita a ricominciare daccapo. Nomadi, affascinati dalla terra, che è grande e tutta per tutti; sedotti dalla perenne novità di Dio che ogni giorno, ogni momento, rivela un riflesso nuovo della sua grandezza infinita; tesi a conquistare e a godere quanto cresce nel giardino degli uomini. Nomadi, cioè solitari nel senso di un’adesione coraggiosa alla propria vocazione, senza cedimenti alle mode, senza intruppamenti nelle maggioranze, senza tradimenti della propria identità. Nomadi, capaci di andare fino in fondo a quanto di verità, di giustizia, di amore è stato intuito, capaci di trasmettere senza riduzioni il messaggio ricevuto, capaci di fare da soli la propria strada. Nomadi, perché la strada è già sicurezza, sostegno, ricchezza: la strada è amica ed è sempre fedele, sempre chiara. Anche nelle notti più oscure e senza stelle, la strada rivela il suo volto, e lo si può discernere con fatica e dolore, ma sempre riscoprendo qualcosa di familiare. Nomadi, e quindi fuori dalle sicurezze prestabilite protette dalla forza o dal genio umano, fuori dalle comodità di una casa stabile, di un amore chiuso, di una verità consumata. Nomadi, capaci di ascoltare, di accogliere, di fare proprio ciò che si incontra, senza strettezze e rigidità, senza voler imporre a tutti un proprio modo di vedere: nomadi, cioè instancabilmente alla ricerca, accompagnati e sorretti da tutti, con la gioia di offrire quel poco che si è e si ha, e di prendere quanto viene offerto o si trova lungo il cammino.
Nomadi, fratelli di tutti e non stranieri, non ospiti, non avventurieri, non vergognosi di condividere con tutti la porzione di dolore e di gioia, di bene e di male, di grandezza e di meschinità che è eredità di ciascuno. Nomadi fino a quando la strada farà l’ultima svolta e attraverso il grande portale entrerà nell’eterno, dove finalmente la perfetta comunione con Dio non avrà più tramonto: e, intanto, quella gioia e quell’eterno illuminano tutta la strada e cantano nel cuore di chi sa camminare. Nomadi dall’eterno al tempo, e dal tempo all’eterno. Nomadi perché sospinti da un’insopprimibile nostalgia di Dio» (Giorgio Basadonna, Spiritualità della strada). È bello dunque pensare anche a un Dio nomade. Dio non ha fissa dimora. E quando il Figlio di Dio si è incarnato, durante il suo ministero pastorale non ha avuto una dimora stabile: «Le volpi hanno le loro tane e gli uccelli del cielo i loro nidi, ma il Figlio dell’Uomo non ha dove posare il capo…». Dunque, Dio abitava in una tenda, e camminava insieme al suo popolo. Il popolo si spostava, e Dio si spostava con lui. “Io sarò ovunque tu sarai”.
Idolatria del tempio. Quando Dio volle un tempio, segno anche di unità nazionale – non dimentichiamo che c’era un solo Tempio in tutta la Palestina, ed era quello di Gerusalemme, questo anche per evitare che il popolo cadesse nell’idea che: tanti templi allora tante divinità – tramite i suoi profeti non accettò mai che il popolo facesse del Tempio quasi un talismano, un tesoro a se stante, una giustificazione delle proprie porcate. I profeti andavano giù duro nel contestare l’idolatria del tempio: il tempio contava più di Dio. “Il tempio! il tempio!”, e uccidevano, massacravano, bestemmiavano il vero Dio. “Il tempio”! Il tempio!”, e opprimevano i deboli. Vorrei leggere alcune parole del profeta Geremia, capitolo 7, 1-7: «Questa parola fu rivolta dal Signore a Geremia: “Férmati alla porta del tempio del Signore e là pronuncia questo discorso: Ascoltate la parola del Signore, voi tutti di Giuda che varcate queste porte per prostrarvi al Signore. Così dice il Signore degli eserciti, Dio d’Israele: Rendete buona la vostra condotta e le vostre azioni, e io vi farò abitare in questo luogo. Non confidate in parole menzognere ripetendo: Questo è il tempio del Signore, il tempio del Signore, il tempio del Signore! Se davvero renderete buone la vostra condotta e le vostre azioni, se praticherete la giustizia gli uni verso gli altri, se non opprimerete lo straniero, l’orfano e la vedova, se non spargerete sangue innocente in questo luogo e se non seguirete per vostra disgrazia dèi stranieri, io vi farò abitare in questo luogo, nella terra che diedi ai vostri padri da sempre e per sempre». Non vi siete mai chiesti il perché, dopo la sua distruzione da parte dell’esercito di Tito nel 70 dopo Cristo, il Tempio non verrà più ricostruito? E che significato hanno ancora le parole di Cristo alla samaritana: «Credimi, donna, viene l’ora in cui né su questo monte (il monte Garizim) né a Gerusalemme adorerete il Padre… Viene l’ora – ed è questa – in cui i veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità… Dio è spirito, e quelli che lo adorano devono adorare in spirito e verità»?
*omelia dell’11 agosto 2013: Dodicesima dopo Pentecoste: 2Re 25,1-17; Rm 2,1-10; Mt 23,37-24,2. Fonte: http://www.dongiorgio.it/10/08/2013/omelie-2013-di-don-giorgio-dodicesima-dopo-pentecoste/
FIORE DI ARNICA
Lascia un commento