Brianzecum

settembre 20, 2012

NONVIOLENZA E TEOLOGIA DELLA LIBERAZIONE

SULLA LINEA GANDHIANA UNA TEOLOGIA POLITICA PIÙ GENERALE E PROFONDA, EVITANDO LE CHIUSURE MARXISTE-LENINISTE

di Antonino Drago*

Dall’ortodossia all’ortoprassi.  Uno dei più profondi discepoli della nonviolenza gandhiana in Occidente è stato il cattolico Lanza del Vasto (1901-1981). Esponente di una nobile famiglia siciliana, la sua personalità eccezionale riunisce caratteristiche disparate: poeta, scrittore, musico, filosofo, pensatore religioso con una forte vena mistica, ma anche patriarca fondatore di comunità rurali sul modello di quelle gandhiane e attivista nonviolento contro la guerra d’Algeria o gli armamenti nucleari. In questa sede interessa in modo particolare il suo pensiero di teologia politica, il quale, secondo l’esempio del suo maestro Gandhi, è basato sulla unità di fede e politica nella ortoprassi. Questo termine significa verità (orto, in greco) nella prassi. Si contrappone all’ortodossia: verità nella concezione (da doxa, cioè opinione, concezione, idea) spesso preferita dal pensiero occidentale, avendo ritenuto che il pensiero preceda il comportamento pratico. Va notato che l’insegnamento evangelico dà la netta preferenza a quello che si fa, rispetto a quello che si pensa (si veda ad es. Matteo 25). Accordandosi sulle cose da fare, è possibile superare molte divisioni derivanti da tradizioni, religioni, ideologie ecc, rendendo così possibile l’unità tra fede e politica.

La teologia politica  di Lanza del Vasto (LdV) si basa su originali interpretazioni di Genesi 3 (il peccato di Adamo ed Eva, con la loro cacciata dal paradiso), di Apocalisse 6 (apertura dei sigilli che descrivono i flagelli dell’umanità) eApocalisse 13 (la bestia che sale dal mare e quella che sale dalla terra); questi testi rappresentano a diverse scale sociali i mali fatti “da mano d’uomo”; che cioè gli uomini stessi si infliggono perché derivanti dalle azioni personali e istituzionali nelle loro organizzazioni sociali. Questi sono testi sacri del Cristianesimo; ma LdV li sa vedere in maniera universale, trovandone gli analoghi in tutte le grandi religioni. Quindi li considera come espressioni di una religiosità universale, o anche di una sapienza plurimillenaria che non ha necessità di riferirsi esplicitamente a Dio, così come è tipico della nonviolenza di Gandhi. La concezione politica di LdV è espressa soprattutto nel libro I Quattro Flagelli. Vi sono trattati i flagelli: della guerra, della sedizione, della miseria e della servitù; ai quali viene opposta la nonviolenza come riorganizzazione della società secondo strutture che evitino a priori quei flagelli.

Strutturalità. LdV non legge questi testi mediante concetti singoli o mediante analogie; invece ne cerca i collegamenti strutturali, secondo una precisa lettura sociale; che, per prima, fornisce in maniera circostanziata una analisi di tipo sapienziale della modernità. Con questa ispirazione egli poi costruisce una analisi antropologica, economica e politica della civiltà occidentale. Ne ricava la condanna della tendenza nella civiltà occidentale a costruire istituzioni sempre più grandi e a perseguire un progresso senza umanità. Ne critica in particolar modo la Scienza e Tecnica, come massima espressione di sviamento del binomio intelligenza-amore. In positivo ha definito per la prima volta il concetto fondamentale della teoria politica nonviolenta, sulla base di quattro sovranità: Monarchia, Partito, Setta, Tribù; concetto che permette una nuova visione politica, di tipo essenzialmente pluralista, giusto il carattere basilare della teoria della nonviolenza. Poi egli invita a scegliere la migliore tra queste sovranità: la tribù-comunità. Riprendendo il filo del discorso teologico-sapienziale, ha indicato pertanto la fuoriuscita dal Male mediante una conversione che, come indicano le Beatitudini, sia fuoriuscita anche dalle strutture sociali subite o lotta contro di esse, per costruirne di nuove. In particolare, per costruire la sovranità della società nonviolenta ha indicato la comunità, nella forma di “comunità dell’Arca”, che ha fondato e diffuso. Partendo dalle quattro sovranità, più di recente, Johan Galtung ha indicato la possibilità di costruire quattro modelli di sviluppo, ciascuno con un paradigma diverso, incrociando la dimensione più o meno grande delle strutture e la polarità Stato-mercato nella direzione dell’economia. In conclusione, questa teoria teologico-politica è di tipo strutturale, sia per aver derivato il suo pensiero teologico da strutture cruciali delle grandi religioni, sia per aver riferito la sua analisi storica alle più importanti strutture sociali; sia per aver proposto una precisa struttura sociale alternativa all’interno di una teoria politica basata sul concetto strutturale delle quattro sovranità.

Confronto con la teologia della liberazione (tdl):  notiamo anzitutto ciò che è comune alle due teologie. Oltre all’ortoprassi e alla strutturalità, entrambe le teologie hanno una vocazione pastorale anziché dogmatica, in modo da valorizzare soprattutto l’etica. Inoltre contestualizzano la fede; in particolare, interpretano i testi sacri in termini sociali: la prima interpreta i tre testi biblici riferendosi ai mali fondamentali della civiltà alla quale si appartiene; la tdl interpreta la intera Bibbia riferendosi alla povertà nella realtà sociale, locale e internazionale. Entrambe riflettono su una fede inserita nella storia, e propongono un cambiamento sociale basato su comunità volontarie (parrocchiali nel secondo caso). Le differenze tra le due teologie possono essere colte in alcuni punti strutturali: mentre la tdl vede la causa dei mali nel capitalismo e nel colonialismo, il pensiero nonviolento di LdV la scopre nel peccato originale, inteso come peccato strutturale. Questo crea quattro flagelli, tra i quali uno è quello della povertà – l’unico considerato dalla Tdl. Di conseguenza se ne fuoriesce non soltanto con una scelta per i poveri e la loro liberazione collettiva, ma anche con una conversione da tutti i flagelli; conversione che deve riguardare tutti, oppressi e oppressori e deve essere personale e strutturale. Altra differenza è che la costruzione di LdV non si limita a una riflessione critica sulla prassi sociale dei popoli oppressi, ma su una più generale prassi storica delle civiltà umane. Analogamente si allarga la prospettiva: non solo quella cristologica della tdl, ma una prospettiva universale (interreligiosa); per vedere non solo come Dio opera positivamente nella storia, ma anche come gli uomini si muovono nella storia nel Bene e nel Male, per ricostruire il Bene sin dalle comunità di base. L’impostazione più profonda e generale di LdV lo porta a criticare l’analisi marxista – alla quale sostanzialmente si limita buona parte della tdl – intesa come teoria generosa ma inadeguata, perché segue i miti occidentali del progresso hegeliano della storia e il progresso della scienza. Così la prassi proposta da LdV non è solo politica e collettiva, ma anche spirituale e personale per tutti, oppressi e oppressori. La differenza forse più appariscente tra le due teologie riguarda i mezzi: mentre la tdl è stata tentata dalla realpolitik e dal marxismo all’uso della violenza, la proposta di LdV riguarda la rivoluzione nonviolenta personale e sociale, nella quale avrà la precedenza la costruzione dei rapporti interpersonali.

Concludiamo  ricordando che la grande rivoluzione mondiale del 1989, che ha sostanzialmente liberato il mondo dalle dittature in nome del proletariato, è stata ispirata da principi di nonviolenza. Ed ecco una frase di LdV che illumina ulteriormente sulla originalità della sua proposta: “Noi non intendiamo associarci con gente i cui fini non sono i nostri e di cui non condividiamo i mezzi. Siamo anche contrari alla guerra civile come alle altre guerre, alla «dittatura del proletariato», come alle altre dittature. Desideriamo non la vittoria e l’estensione del proletariato, bensì la soppressione del proletariato, del salariato e delle altre forme di servitù. Ci auguriamo di avere un giorno dei Compagni preparati e chiamati alla missione nelle fabbriche, e non certo per incitare gli operai a votare i loro deputati o a far sciopero per avere migliori salari. Il loro compito sarà dire ai loro compagni; «Uscite di là. Perché volete rimanere schiavi? Venite con noi! Vi mostreremo come si lavora liberamente per sé e per i propri fratelli e non per un padrone o per lo Stato»”.

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