Brianzecum

luglio 1, 2012

RISCOPRIRE LA FEDE E LA COSCIENZA

LE RELIGIONI FINISCONO PER PREFERIRE LA LEGGE ALLA DIGNITÀ DELLE PERSONE

di don Giorgio De Capitani*

La fede  è un tema che accomuna i tre brani della Messa di oggi. Parlare di fede non è facile per nessuno, nemmeno per i teologi che, quando ne parlano, difficilmente sono comprensibili. È come se parlassero tra loro. Ma la fede riguarda tutti, dotti e non dotti. E Cristo la esigeva, prima di compiere quasiasi miracolo. E la trovava tra le persone più semplici, tanto semplici da strappargli meraviglia, mentre, di fronte ai dotti o teologi del suo tempo, scribi e farisei, notava con amarezza solo cecità, chiusura, mancanza di fede. E spesso additava la fede dei pagani come esempio per gli stessi ebrei, così ligi alla Legge. Anche per noi preti c’è il rischio di dire sulla fede tante belle cose, e di dire in realtà nulla che possa coinvolgere la vita reale della nostra gente. Quello che è peggio è che non ci accorgiamo di favorire una apparenza di fede, che è solo devozionismo che non punta al cuore della fede evangelica. Eppure la parola fede qualifica coloro che credono in Dio o in Gesù Cristo: i cristiani sono anche chiamati “fedeli”. Quante volte si parla di assemblea dei fedeli! Vorrei soffermarmi, con un po’ di timore di non essere chiaro, sul secondo brano della Messa, tolto dalla lettera che san Paolo ha rivolto ai cristiani di Roma. San Paolo, l’ho già detto altre volte, è tanto affascinante come personaggio storico quanto difficile e talora incomprensibile come teologo. Gli stessi esegeti ancora oggi tentano di darci qualche delucidazione, di aiutarci a comprendere il pensiero autentico dell’apostolo, ma non sempre ci riescono. Dunque, le lettere di san Paolo sono da capire, e prima di pretendere che la gente le comprenda occorre che noi preti le spieghiamo, magari perdendo un po’ di tempo e rischiando qualche malumore tra gli ascoltatori assidui delle Messe festive, i quali, abituati alla praticità, preferiscono non fare troppi sforzi mentali.

Giustificare.  Ci sono termini nelle lettere di San Paolo che sono un po’ la chiave del suo pensiero teologico. Parole che fanno parte anche del linguaggio giuridico. Ad esempio, che cosa significa “giustificazione”? Il verbo latino “justificare” significa “rendere giusto”. In che senso? Per rispondere, non mi limito a considerare solo il brano di oggi che si trova nella lettera ai cristiani di Roma, ma allargherei il discorso considerando soprattutto la lettera che san Paolo ha scritto ai cristiani della Galazia. Subito una cosa: San Paolo, in questa lettera, non parla mai di salvezza, che era l’annuncio centrale della catechesi primitiva, ma parla appunto di “giustificazione”. L’apostolo, tuttavia, non ha inteso dare ai Galati una lezione di tipo intellettualistico. Egli parte da un rimprovero concreto: i cristiani di quella comunità avevano in parte tradito il Vangelo di Cristo per un altro vangelo: un vangelo che ignorava la giustificazione per mezzo della fede e proponeva invece la giustificazione per mezzo dell’osservanza della Legge di Mosè. Torniamo alla domanda: in che senso intendere la “giustificazione” secondo san Paolo? È qui che vorrei essere chiaro. Rendere giusto, secondo san Paolo, è donare la giustizia di Dio, da intendere come santità o grazia. Dunque si tratta di un dono divino. Ed è sul dono o sulla gratuità divina che san Paolo polemizza con quanti volevano ridurre la giustizia o santificazione ad una questione di opere buone da compiere da parte dei cristiani.

Prescrizioni della legge.  Ecco un passo della lettera ai Galati dove l’apostolo per non meno di tre volte respinge in una stessa frase le pretese della Legge e afferma il valore della fede. Scrive: «Sapendo che l’uomo non è giustificato per le opere della Legge, ma soltanto per mezzo della fede in Gesù Cristo, abbiamo creduto anche noi in Cristo Gesù per essere giustificati per la fede di Cristo e non per le opere della Legge, poiché per le opere della Legge non verrà mai giustificato nessuno» (Gal 2,16). Perché san Paolo non pone solo una questione diciamo teorica, ma pone un problema concreto che riguardava in particolare i cristiani della Galazia? Il problema riguardava soprattutto quei cristiani che provenivano dal mondo pagano: costoro dovevano o non dovevano sottomettersi alle prescrizioni della legge, a cominciare dalla circoncisione, per continuare poi con le osservanze alimentari e l’astensione da ogni lavoro nei giorni di sabato? C’erano cristiani, che provenivano dal mondo ebraico, che predicavano che tutte queste prescrizioni valessero per tutti i cristiani, anche per quelli provenienti dal mondo pagano. Costoro si appellavano ad un obbligo risalente ai tempi di Abramo quando Dio impose la circoncisione come segno dell’alleanza.

La fede precede la legge.  Una risposta chiara la troviamo anche nel brano di oggi. Il ragionamento di san Paolo sembra molto semplice: “la fede fu accreditata ad Abramo come giustizia” prima o dopo la circoncisione impostagli da Dio? “Egli ricevette il segno della circoncisione come sigillo della giustizia, derivante dalla fede, già ottenuta quando non era ancora circonciso”. Più chiaro di così! E san Paolo aggiunge: “In tal modo egli (Abramo) divenne padre di tutti i non circoncisi che credono, cosicché anche a loro venisse accreditata la giustizia, ed egli fosse padre anche dei circoncisi, di quelli che non solo provengono dalla circoncisione ma camminano anche sulle orme della fede del nostro padre Abramo prima della sua circoncisione”. In parole più semplici: la fede di Abramo precede ciò che diventerà successivamente la religione ebraica. Abramo, prima di essere chiamato da Dio alla missione di diventare il capostipite del popolo eletto, era un pagano. E da pagano credette nel vero Dio. Dunque, la religione ebraica è fondata sulla fede di un pagano. Successivamente Dio imporrà la circoncisione come segno fisico della Alleanza. Ma successe, come in tutte le religioni, che il popolo ebraico, tramite i suoi capi, man mano darà più importanza ai segni o ai riti che non alla fede. San Paolo sembra preoccupato nel far sì che il cristianesimo non cada nello stesso pericolo. Il cristianesimo è fondato sulla fede nel Cristo risorto, e non accetta nessun condizionamento dal ritualismo o dalle leggi di una religione, quella ebraica, che Cristo del resto aveva condannato proprio per aver tradito la sua fede nel vero Dio, tanto da preferire la legge alla dignità dell’essere umano. La Legge! Ecco, qui entra in scena un altro aspetto della predicazione di san Paolo. È la legge vista nelle sue opere che l’apostolo contesta: certo la legge può aiutarci ad essere buoni, ad essere migliori, ma può anche diventare un fine, come il sabato ebraico che era diventato più sacro dell’uomo stesso.

La legge è solo un mezzo,  una legge senza la fede è morta, anzi pericolosa. La legge per san Paolo è stata sostituita dalla grazia di Dio, ovvero dallo Spirito santo, che è la nuova legge del credente. In altre parole, torna in scena ciò che noi chiamiamo la Coscienza. Cristo non ha introdotto la Grazia o la Coscienza con il Cristianesimo. Lo Spirito santo c’è da sempre. Da sempre l’uomo ha una coscienza che è la voce dello Spirito interiore. So che mi ripeto: la legge che diventa un fine, la legge che mortifica la Coscienza è sempre stato, e lo è tuttora, il rischio di ogni religione. Per questo Cristo si è ben guardato dall’inventare una nuova religione. Ma purtroppo il cristianesimo è caduto subito in una specie di religione, fino ad assumere lungo i secoli tutte quelle forme devianti che Cristo aveva condannato nella religione ebraica. Quando leggo le parole così chiare di san Paolo sulla fede e sulle opere della legge, veramente rimango allibito al pensiero di ciò che la Chiesa è arrivata a imporre attraverso norme e divieti talora così assurdi che, al confronto, le prescrizioni ebraiche erano più accettabili e comprensibili. Cristo aveva ridotto i 613 precetti, negativi e positivi, della religione ebraica ad un solo comandamento: Ama Dio e di conseguenza il prossimo tuo come te stesso. La Chiesa ha costruito un castello di leggi che comprende ben oltre i 613 precetti. Ancora oggi ne siamo sommersi. E a scapito di che cosa? Della fede genuina in Dio. A scapito dell’amore per il prossimo. A scapito della propria coscienza. La fede precede la religione. La fede è il cuore del cristianesimo. Fede in Dio e nell’Umanità. Fede è amore, e l’amore non ha remore in quanto amore. L’amore non può essere mortificato da nessuna istituzione né civile né religiosa. La fede in Dio va al di là di ogni confine, di ogni razza, di ogni religione. Credo in un Dio che è padre di tutti, che non ama fare preferenze. Già il cardinal Martini diceva:

Dio non è cattolico”.  O, meglio, è cattolico nel senso del termine “cattolico”, che significa universale. Ma per noi la Chiesa cattolica non è altro che una grande e grossa istituzione, in cui Dio sta stretto. Liberiamoci di tutte quelle forme religiose che ancora oggi, purtroppo, costituiscono una certa fede popolare che odora di superstizione. Basta con certi culti per santi idolatrati. Basta con le Madonne che piangono o parlano su commissione. Basta con le leggi morali di una Chiesa che ama farsi sadica per incatenare meglio le anime a sé. Ridiamo spazio allo Spirito santo, che è la voce della nostra Coscienza. Dio ci chiede fede pura. Anche le opere ci vogliono, ma queste devono esprimere la nostra fede, e non soffocarla. La Chiesa deve essere una Casa dove si possa respirare aria pura, e non una struttura asfissiante. La Chiesa non è un fine, è solo un mezzo. Dio è padre anche dei non circoncisi, anche dei non battezzati, anche degli atei. Sogno un papa che sia meno religioso, meno ecclesiale, meno curiale: più umano, più aperto all’ascolto delle voci dell’Umanità intera. A eleggerlo dovranno essere le voci della Coscienza universale.

*omelia del 1 luglio 2012, quinta domenica dopo Pentecoste: Gen 17,1b-16; Rm 4,3-12; Gv 12,35-50. Fonte: http://www.dongiorgio.it/30/06/2012/omelia-di-don-giorgio-quinta-domenica-dopo-pentecoste-2012/

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