LA FRETTA OCCIDENTALE E LA SAGGEZZA DELL’ORIENTE
di don Giorgio De Capitani, dall’omelia del 10-4-2011 su Lazzaro risuscitato(Gv 11,1-53).
Luce e vita. Giovanni si dilunga sui dialoghi più che sui particolari dei miracoli narrati: dialogo con la samaritana, con gli scribi e i farisei, con il cieco nato, con gli apostoli e le sorelle di Lazzaro. È nei dialoghi che possiamo scoprire il messaggio. Anche i fatti possono parlare da soli, possono già contenere dei simboli, ma la Parola può meglio aiutarci quando si eleva al di sopra delle circostanze o del momento. La comunità di Giovanni aveva sviluppato due temi, che troviamo anticipati nel famoso Inno introduttivo al Vangelo. Qui si parla di luce e si parla di vita. Sono i due temi conduttori di tutto il quarto Vangelo: il miracolo del cieco nato riguarda il tema della luce, il miracolo della risurrezione di Lazzaro riguarda il tema della vita. Parlare della luce potrebbe anche risultare facile, e potremmo trovarci tutti d’accordo (casomai la gara consisterebbe nel saper meglio dell’altro ricavare immagini suggestive), ma non mi è facile trattare il tema della vita o, meglio, il rapporto vita-morte, morte-vita. Già dire opposti mette sul chi va là. La parola poi morte rievoca qualcosa di pauroso. Solo i mistici o i santoni vorrebbero affrontarla come l’ultima sfida. Loro la vita l’hanno vinta in un certo senso, prendendola nel suo aspetto migliore, gustandola nel suo essere, dopo una scelta non certo popolare. Una serie di scelte sempre più radicali. Senz’altro inusuali. Provocatorie. Quasi eroiche. Vorrei distinguere, a proposito di vita-morte, due visuali completamente diverse: quella orientale e quella occidentale.
Colonialismo occidentale. Apro una parentesi. Purtroppo, noi occidentali non riusciamo ancora a capire che il nostro mondo – e per mondo intendo ogni ambito, quello politico, culturale, sociale e religioso – non è l’unico, e neppure il migliore. Sembra quasi che, quando noi occidentali parliamo, non facciamo altro che elogiare la nostra civiltà come la migliore, o magari disprezzarla, senza neppure renderci conto che anzitutto ogni civiltà da sempre è stata vista e vissuta come relativa al momento storico e allo spazio fisico, e che certi errori non sarebbero stati commessi se avessimo aperto gli orizzonti di casa, e guardato fuori dalla finestra, oltre l’occidente, oltre “là dove tramonta il sole o il giorno muore” (così dice etimologicamente la parola). Abbiamo preso il resto del mondo come terra di conquista coloniale, o di avventura o di proselitismo, sempre con l’idea fissa, direi perversa, di portarvi la “nostra” civiltà, il “nostro” credo religioso, un alibi talora per sfruttare le potenzialità di un mondo ritenuto selvaggio e incolto, ma potenzialmente ricco di risorse naturali. Succede sempre così: quando si è sfruttato ciò che si ha, si va a prendere dagli altri che per varie ragioni posseggono cose preziose a loro insaputa, e che noi sottraiamo loro, come spregevoli predatori. Ma la cosa paradossale è questa: fino a quando noi occidentali siamo andati a conquistare gli altri, a colonizzarli (ovvero sfruttarne i loro beni naturali), nulla di strano, tutto lecito, ora però che siamo noi una terra di conquista, diciamo di sogno pur apparente perché illusorio, se non altro distruttivo dell’essere, ecco che facciamo di tutto per tener lontano coloro che, giustamente, vengono qui da noi per riprenderci ciò che noi abbiamo rubato a loro. Chiusa parentesi.
Saggezza orientale. Il vero problema è un altro: l’occidente ha sfruttato l’oriente nella sua parte meno valida senza capire la sua vera ricchezza – la saggezza orientale – e l’oriente ora si viene a riprendere il peggio dell’occidente, tradendo ciò che di meglio è riuscito finora a conservare: il loro essere. L’oriente, venendo in occidente, si predispone al suicidio. L’occidente guarda ancora l’oriente ma con l’occhio sempre occidentale, ovvero con l’occhio che si sta spegnendo, sulla via della morte. Tranne rari casi – non vorrei considerare la moda deleteria di fare di tutto un gusto esotico – noi occidentali non ci siamo ancora accorti della saggezza orientale, vera saggezza di vita. Una saggezza che risale a tempi antichissimi. Del resto il popolo ebraico ne aveva subìto una sana contaminazione, e i libri sacri si sono ben guardati dal ripudiare questo mondo di saggezza. La Palestina era un mondo medio-orientale. Ma perché non spingersi oltre, verso l’oriente più lontano, ovvero là dove iniziano le prime luci del giorno?
Visione orientale della morte. Noi sappiamo che la concezione occidentale della vita è diversa dalla concezione orientale: completamente diversa. Mentre la concezione occidentale vede la vita e la morte come due realtà contrapposte, quasi ad escludersi, gli orientali hanno una visuale completa diciamo complementare, meglio: c’è un rapporto stretto tra la vita e la morte, l’una richiede l’altra, la vita è morte, e la morte è vita, c’è uno stretto rapporto dialettico, per cui non c’è vita senza la morte, e non c’è morte senza la vita. Vorrei leggervi alcune riflessioni di un filosofo, mistico e maestro spirituale (guru) indiano, morto nel 1990: conosciuto come Osho, nome d’arte, da molti considerato come uno degli uomini che hanno “fatto” il ventesimo secolo. Nei suoi discorsi, che sono stati raccolti in 600 libri, insiste sulla importanza della meditazione. Ascoltiamolo.
La vita non è corta né unica. «La seconda cosa che devi ricordare è che la vita non è corta. La vita è eterna, quindi non c’è bisogno di avere alcuna fretta. Con la fretta puoi solo perdere delle cose. Hai mai visto fretta nell’esistenza? Le stagioni giungono quando è il loro tempo, i fiori sbocciano quando è il loro tempo, gli alberi non si affrettano a crescere velocemente perché la vita è corta! Sembra che l’intera esistenza sia consapevole dell’eternità della vita. Siamo sempre stati qui e saremo sempre qui – naturalmente non con le stesse forme e negli stessi corpi. La vita continua a evolversi, raggiungendo stadi più elevati. Ma non c’è nessuna fine in nessun luogo e non c’è stato nemmeno nessun inizio in nessun luogo. Tu esisti tra una vita senza inizio e una vita senza fine. Sei sempre in mezzo a due eternità, da una parte e dall’altra. Ti hanno condizionato con l’idea di un’unica vita. L’idea cristiana, l’idea ebraica, l’idea musulmana – che hanno tutte radici nella concezione ebraica di un’unica vita – hanno dato all’Occidente una folle passione per la velocità. Ogni cosa dev’essere fatta con una tale fretta che non puoi provare piacere nel farla, e non puoi portarla a termine in modo perfetto. Ti arrangi a concluderla in qualche modo, e passi di corsa a un’altra.
Sentirsi a proprio agio. L’uomo occidentale ha una concezione della vita molto sbagliata: una concezione che ha creato tali tensioni nelle menti delle persone che esse non riescono a sentirsi a proprio agio in nessun posto, sono sempre in movimento, e sempre preoccupate di non sapere quando arriverà la fine. Vogliono fare tutto prima della fine. Ma il risultato è esattamente l’opposto: non riescono a fare nemmeno poche cose che abbiano grazia e bellezza, che siano perfette. La loro vita è talmente offuscata dalla morte che non sono in grado di vivere con gioia. Qualunque cosa porti gioia sembra essere uno spreco di tempo. Non riescono a stare semplicemente seduti, in silenzio, per un’ora, poiché la loro mente dice: “Perché stai sprecando un’ora? Avresti potuto fare questo, o quest’altro”.
Meditazione. È a causa di questa concezione di un’unica vita che l’idea della meditazione non è mai nata in Occidente. La meditazione ha bisogno di una mente molto rilassata, senza fretta, senza preoccupazioni, senza alcun luogo dove andare… una mente che gioisca di ogni attimo, semplicemente, qualunque cosa accada. Era destino che la meditazione fosse scoperta in Oriente, a causa dell’idea di vita eterna – dell’idea che puoi rilassarti. Puoi rilassarti senza alcuna paura, puoi gioire e suonare il tuo flauto, puoi danzare e cantare la tua canzone, puoi goderti l’alba e il tramonto. Puoi gioire per tutta la vita. Non solo, puoi gioire persino morendo, perché anche la morte è una grande esperienza, forse la più grande esperienza della vita. È un crescendo. Nella concezione occidentale la morte è la fine della vita. Nella concezione orientale la morte è solo un evento bellissimo nel lungo processo della vita; ci saranno tante e tante morti. Ogni morte è il culmine della tua vita, prima che un’altra vita cominci – un’altra forma, un altro corpo, un’altra consapevolezza. Non sei giunto alla fine, stai solo cambiando casa.
Fonte: http://www.dongiorgio.it/scelta.php?id=1507&nome=omelie

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