RICORDARE CHE SI DEVE MORIRE O CHE SI DEVE VIVERE?
di don Giorgio De Capitani omelia del 1-11-2010
Festività dei santi e commemorazione dei defunti: due ricorrenze unite così strettamente da far pensare che esista in realtà un certo legame tra la santità e la morte. Non dimentichiamo che nei primi tempi del Cristianesimo la Chiesa riconosceva santi solo i martiri. La morte in nome della fede in Cristo era vista come il dono supremo della vita, testimonianza di un amore suggellato con il sangue. Come a dire: più di così non si può. È il massimo! Del resto che senso dare alla morte violenta di Cristo? Perché aveva scelto di morire su una croce? Basterebbe questo a farci capire quale stretto legame ci sia tra la santità e la morte, vista come il dono supremo della vita. E non dimentichiamo le insistenti affermazioni di Cristo sul seme che deve morire se vuole svilupparsi e dare frutti di vita.
Santità. Parliamo anzitutto dei santi o, meglio, parliamo della santità. Diciamo subito che la santità non sono i santi. I santi, così ci dicono i teologi, sono un riflesso della santità che, nella sua pienezza, è solo prerogativa di Dio. I santi, dunque, ne sono solo un piccolo frammento. Già questo fa capire quanto sia limitativo fare del santo un esempio tipico di santità. Che concetto abbiamo di santità? La Chiesa, quando parla di santità, che cosa intende? Qui si nasconde il grosso equivoco. Se dovessimo partire da Dio, che è la Santità per eccellenza, non dal dio della religione, ma dal Dio assoluto (sciolto da ogni legame con le nostre ideologie o presupposti religiosi), forse non avremmo della santità una visuale così prettamente strutturale. Mi spiego. La santità è stata finora intesa nella Chiesa come l’insieme di quelle virtù che hanno il compito di mantenere un certo ordine, ovvero di garantire l’ortodossia della fede e della morale cattolica, ma in fondo non servono ad altro che a garantire la stessa Chiesa nella sua struttura di potere.
Quando diciamo obbedienza, non ci siamo mai chiesti qual è l’oggetto a cui dover obbedire? Non è forse il dio della religione, ovvero della Chiesa-struttura? Anche quando diciamo castità, ci siamo chiesti qualche volta se l’idea che la Chiesa ha del corpo sia davvero “positiva”, oppure non sia una visione manichea nel senso peggiore del termine? Dire che la santità consiste nell’osservare certe virtù e, ancor peggio, nell’osservarle in modo eroico – pensate a che punto si è arrivati – ciò comporterebbe ridimensionare per non dire snaturare la santità stessa di Dio. Stabilito questo criterio – un santo è colui che è rimasto fedele alle virtù stabilite dalla Chiesa, osservandole in modo eroico – e constatato che il metodo otteneva gli effetti desiderati sulla garanzia della struttura-religione, non si è voluto nemmeno porsi il problema rimuovendo come peccato ogni dubbio se ciò fosse evangelico, e così si è andati avanti fino ad oggi, alla faccia dei giusti e dei profeti che, più che le virtù canoniche, si preoccupano invece di testimoniare il Vangelo autentico di Cristo.
Quale ideale di santità? Ma c’è un’altra cosa da dire. È una domanda che talora mi faccio. Come si può parlare di santità e proporla anche al laicato popolare, e nello stesso tempo quasi costringere a vivere in una struttura ecclesiale e sociale che è tutt’altro che un contesto tale da invitare alla santità? Questo è il paradosso, il dramma, l’assurdo. Quale deve essere il mio confronto, il mio modello, il mio ideale? La Chiesa come struttura o come religione, oppure il cuore del cristianesimo che consiste nel ridare all’Umanità ogni suo valore? E allora i veri santi sono coloro che servono la religione, oppure coloro che si mettono al servizio dell’Umanità?
Morte, da mordere. Passando all’altra ricorrenza, la commemorazione dei defunti, le riflessioni da teoriche – la filosofia non si stanca di chiedere: che cos’è la morte” e di tentare risposte alla fine interessanti ma poco convincenti – scendono subito sul vivo appena la morte ci tocca da vicino. Non sono riuscito a trovare il senso etimologico o da dove deriva il termine “morte”, a me piace farlo derivare da morso o mordere. Come il veleno inoculato nell’organismo da un serpente. All’improvviso, con un effetto immediato, oppure lasciando che l’effetto della distruzione si prolunghi per anni, talora con un’agonia atroce. Un tempo si parlava forse troppo della morte: si mettevano segni e simboli ovunque, per le strade, in chiesa, nei cimiteri, su cappelle anche in centro paese, o appena fuori. Chi non ricorda uno scheletro con la falce? Con l’intenzione, lodevole, di ricordare che tutti dobbiamo morire, diventavano richiami quasi obbligati. Li vedevi, e riflettevi. Oggi si tende a rimuovere la morte dalla nostra mente: meglio non pensarci.
Bisogna vivere, si dice. Ed è più che giusto dire che bisogna vivere. Anch’io sulla facciata della cappella dei preti nel nostro cimitero di Monte ho fatto mettere la dicitura: “Vivere memento”, ricòrdati che devi vivere. Un frase che ho copiato da una meridiana, antico orologio solare sotto cui era facile trovare scritte in latino, alcune davvero provocatorie. Quando si va al cimitero, ad esempio, non bisogna limitarci a biascicare, tra un pettegolezzo e l’altro, un Patèr ai nostri defunti. Dovremmo tornare a casa con una grande voglia di vivere. E la voglia di vivere dovrebbe averla soprattutto un ragazzo. Pensare alla morte è pensare alla vita che abbiamo davanti. Morire è anche togliere un po’ di vita alla propria esistenza, ovvero far morire le speranze, spegnere gli ideali, passare il tempo lasciandoci passivamente trascinare dal tempo che passa, farci prendere da quella specie di immobilismo che ci rende apatici, indifferenti a tutto, annoiati, incapaci di reagire di fronte ad una crisi. Talora si ha l’impressione che i cimiteri non siano i cosiddetti camposanti, ma i nostri ambienti, le nostre comunità, il paese intero. Talora si può soffrire la morte anche per colpa di una società che non mette in primo piano il diritto dei suoi cittadini a vivere. Che cosa sono i diritti della persona umana, se non il diritto a vivere da persona? Pensate al problema del lavoro, il vero dramma di oggi. Quante persone distrutte, per non dire famiglie che vivono momenti di morte!
Non solo i momenti estremi. E noi credenti siamo ancora qui – la Chiesa è ancora qui – a parlare solo della vita nel suo inizio e al suo termine, dimenticando l’arco della propria vita. Il vero dramma di oggi non è l’aborto o l’eutanasia, è invece l’intero arco, breve o lungo che sia, di una esistenza che vive uno stato permanente di aborto o di eutanasia, per colpa di uno Stato e di una Chiesa a cui premono altri interessi. Lo Stato fa della nostra esistenza un continuo martirio, e la Chiesa pensa solo alle anime o alla vita nei suoi due estremi: nascita e morte. E ambedue, Stato e Chiesa, ci lasciano in una lunga agonia di sofferenze e di crisi depressive. È veramente indicibile una situazione sociale che fa danni e danni sulla salute dei cittadini e crea un complesso di precarietà che ci fanno bestemmiare ogni speranza, dicendo: A che serve vivere così? E la Chiesa mi invita a pensare alla morte? Forse non è tanto necessario che la Chiesa ci ricordi che dobbiamo morire: la morte la vediamo in faccia tutti i giorni. Non serve che i mass media del potere imbecille ci facciano divertire o che la Chiesa ci imbottisca di calmanti consolatori. Ogni essere umano ha diritto a vivere, altrimenti Dio perché ci ha fatto nascere? Non è una presa per i fondelli?
fonte: http://www.dongiorgio.it/scelta.php?id=1345
Per riflettere:
-legame tra morte e santità;
-santità, prerogativa del Dio assoluto;
-vero santo è chi si mette al servizio dell’Umanità, non della religione;
-morire è anche togliere ideali e speranze;
-chiesa e stato devono mettere in primo piano il diritto a vivere da persona.

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