Brianzecum

giugno 8, 2010

COS’È CHE PIÙ CI ARRICCHISCE?

RIFLESSIONI SUL PARADIGMA DELL’ECONOMIA

È ovvio che le elaborazioni della scienza economica siano influenzate dalla realtà dell’epoca in cui avvengono: soggette quindi a mutare quando cambiano le situazioni concrete. Quando, verso il 15-16° secolo, iniziò il tentativo di dare una dignità “scientifica” alle riflessioni sull’economia – di fondare cioè una scienza economica – oltre alle tradizionali attività per la sussistenza, specie agro-alimentare, si erano imposti i commerci e gli scambi. Logico quindi che l’attenzione dei primi economisti si concentrasse sugli scambi commerciali, i quali, peraltro, avevano anche un non secondario effetto sul piano culturale, mettendo in contatto con la diversità di paesi e civiltà prima sconosciute. È da segnalare che il compito dello Stato, in questa situazione, è piuttosto limitato: favorire al massimo gli scambi, liberalizzando i mercati e astenendosi da ogni intervento limitativo.

Con la rivoluzione industriale,  fonte prioritaria di ricchezza diventa la produzione (organizzata in modo industriale, appunto). Su di essa si concentra l’attenzione degli economisti classici: Smith, Ricardo e altri. Marx giunse a ritenere, più tardi, che la produzione – materiale e immateriale – è la caratteristica centrale dell’uomo (prima ancora che dell’economia). Per favorire la produzione, però, il ruolo dello Stato non può essere liberista come nel caso precedente. Si aprono infatti nuovi compiti per le pubbliche istituzioni: predisporre le infrastrutture necessarie per l’industria, governare i processi migratori, educare e preparare i giovani, proteggere dalla concorrenza esterna i mercati nascenti, ecc.

Contrapposizione ideologica. Una radicale divisione si produsse così nel pensiero economico, tra coloro che passarono a sostenere l’interventismo (i marxisti anzitutto, che certamente lo esagerarono, essendo condizionati da una pesante ideologia) e il pensiero rimasto fedele al liberismo, che si definì neo-classico. Anche quest’ultimo pensiero, diventato di gran lunga prevalente in occidente e nel mondo intero, specie dopo la caduta del muro di Berlino, non è esente da condizionamenti ideologici, tanto da far ritenere che la eccessiva fiducia nel mercato e la conseguente mancanza di controlli siano tra le cause principali delle crisi economiche attuali. Sta di fatto che gravi crisi non sono state previste da quasi nessun economista, così come nel caso della precedente grande crisi del 1929, né di quelle minori. Tutto ciò non può non far sorgere forti dubbi circa la validità delle analisi della scienza economica tuttora invalsa.

Una tesi suggestiva può riguardare il paradigma dell’economia cioè i principali oggetti di studio e relativi metodi di questa scienza; con un’immagine un po’ ardita si potrebbe dire che il paradigma riguarda il motore dell’economia. In pratica il paradigma di un economia arcaica sarebbe stato incentrato sull’agricoltura, nel periodo rinascimentale sugli scambi commerciali, dopo la rivoluzione industriale sulla produzione. E quale dovrebbe essere oggi, dopo la rivoluzione informatica, la globalizzazione e finanziarizzazione dell’economia? Poiché gli scambi finanziari hanno raggiunto una dimensione di gran lunga superiore ad ogni altra forma di scambio – consentendo enormi guadagni speculativi per pochi fortunati – si potrebbe sostenere che proprio sulla finanza andrebbe oggi concentrato il paradigma degli studi economici. Tuttavia la speculazione finanziaria (come ogni altra forma speculativa) ha la caratteristica di operare “a somma zero”: ciò che guadagna qualcuno è perduto da altri. Ovvio che la finanza vada vista più come pericolo da controllare e contenere, che non un motore cui affidarsi. E in effetti si è visto quanto peso possa raggiungere la speculazione finanziaria, giungendo nel 1992 a minacciare valute come la lira e la sterlina e oggi persino l’euro, la moneta dell’area più ricca del mondo!

Crescita umana come paradigma? La critica alla finanza e l’impossibilità a considerarla motore dell’economia attuale induce anche a prendere le distanze circa la validità dei paradigmi precedenti. Non potrebbe essere che l’effetto “secondario” degli scambi – quello di consentire una crescita culturale, mettendo in contatto con la diversità di altri popoli – sia un risultato più profondo e duraturo del guadagno immediato dagli scambi? E analogamente, non potrebbe essere la crescita umana e professionale conseguente all’introduzione di nuove forme di produzione, il risultato più prezioso nell’industrializzazione? L’ipotesi che la crescita umana, culturale e professionale, possa essere considerato il nuovo paradigma della scienza economica, in grado da preservarla dagli errori del passato, potrebbe essere avallato dalla considerazione che il fattore umano viene sempre più considerato significativo tra i fattori di localizzazione e di sviluppo. È necessario però allungare l’orizzonte temporale dell’azione e soprattutto liberarsi dai condizionamenti ideologici che ancora infettano la cultura economica prevalente.

Liberarsi dai pregiudizi.  Non aver abbracciato il paradigma della produzione – che consente di comprendere molto meglio la realtà moderna – e avere invece mantenuto il paradigma degli scambi, che più giustifica il liberismo, è un primo esempio di come la teoria economica sia stata condizionata negativamente dal pregiudizio liberista. Un secondo esempio potrebbe riguardare la teorizzazione secondo la quale, date certe condizioni (praticamente mai realizzate, come per molte altre teorie neo-classiche), è indifferente distribuire i dividendi anziché investirli (teorema di Modigliani-Miller). Ciò ha contribuito all’affermazione della teoria che all’obiettivo del profitto va sostituito quello della massima valorizzazione (borsistica) dell’azienda, con un’adeguata politica dei dividenti; ha pure contribuito ad abbreviare l’orizzonte temporale dell’attività aziendale, escludendo ogni prospettiva a medio-lungo termine. Questo accorciamento delle prospettive, che avviene anche nel campo politico, ha contribuito a trascurare il problema della crescita umana e professionale dei lavoratori – cosa che potrebbe costituire il patrimonio più importante e duraturo anche in una sana strategia aziendale. Infine va visto in tutto ciò un fattore non secondario delle crisi economiche in atto nel mondo. È urgente, in definitiva, un radicale cambiamento anche nella scienza economica, che non sembra di poter cogliere nel dibattito in corso.

Per riflettere:

-le prime riflessioni sull’economia ai tempi del fiorire degli scambi commerciali;

-non si richiedevano interventi ma solo liberismo;

-con la rivoluzione industriale si passa dagli scambi alla produzione;

-il liberismo si rivela spesso inadeguato;

-contrapposizione ideologica tra liberisti e interventisti;

-le crisi economiche non sono state previste da chi confida ideologicamente nel mercato;

-inadeguatezza della scienza economica;

-ruolo distorcente della speculazione;

-crescita umana come nuovo paradigma, oggi;

-perché si riduce l’orizzonte temporale in campo economico, come in quello politico?

3 commenti »

  1. […] Cos’è che più ci arricchisce? […]

    Pingback di INDICE ECONOMIA DEL DONO « Brianzecum — agosto 18, 2010 @ 8:42 PM

  2. […] Cos’è che più ci arricchisce? […]

    Pingback di INDICE CRISI ECONOMICA « Brianzecum — settembre 3, 2010 @ 2:19 PM

  3. […] Cos’è che più ci arricchisce? […]

    Pingback di ELENCO COMPLETO DEL MATERIALE DEL SITO « Brianzecum — ottobre 5, 2010 @ 2:29 PM


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