Brianzecum

Maggio 26, 2010

È PIÙ IMPORTANTE LA VERITÀ O LA PACE?

IMPLICAZIONI DELLA TEOLOGIA SULLA POLITICA

Aronne, fratello maggiore di Mosè, viene descritto nella tradizione rabbinica come sinonimo di uomo mite, o uomo di pace. Il suo impegno più qualificante era quello di porsi in mezzo ai contendenti, parlando separatamente all’uno bene dell’altro: dicendo non proprio una bugia, ma quello che l’altro dovrebbe essere, piuttosto di quello che è in realtà. Grazie a questi interventi discreti – di cui era disposto anche a pagare un prezzo, addossandosene gli oneri – era in grado di creare le condizioni per cui, quando i contendenti si ritrovavano, non potevano che scusarsi, rappacificarsi, abbracciarsi. Questa figura biblica dell’uomo mite indicherebbe una superiorità della pace rispetto alla verità.[1]

Nella storia questa superiorità non è certo verificabile. Basti pensare alle guerre – in parte ancora oggi – dichiarate in nome di una verità religiosa. Poiché uccidere è un problema assoluto, lo si giustifica spesso appellandosi a una realtà assoluta: quella religiosa. Non va dimenticato che la cultura della guerra è un antico retaggio dell’umanità (e quindi anche delle tradizioni religiose), fino a quando la distruttività delle armi moderne (dalla polvere da sparo fino agli ordigni atomici) ha fatto aprire gli occhi prima al pensiero laico-illuminista, poi anche a quello religioso, sulla assoluta improponibilità della guerra come mezzo di soluzione dei conflitti. Oltre alle guerre in nome di un assoluto religioso, si può ricordare l’inquisizione, “una conseguenza dell’assolutismo della verità al di sopra dell’uomo”[2]. Arturo Paoli è convinto che se è in via di fallimento “questo cristianesimo celebrato come l’unico capace di essere il vero umanesimo, (..) una delle cause è di aver annunziato al mondo il Dio-verità piuttosto che il Dio-amore”. Infatti “il senso vero della politica è quello di costruire e mantenere una società pacifica perché giusta, giusta perché guidata dall’intenzione sempre vigile di soddisfare i bisogni essenziali dei cittadini”[3], anziché quelli superflui, imposti dalla pubblicità. Altrimenti è facile che si impongano idoli che fanno leva “sulla pancia” dei cittadini. La pace quindi dovrebbe essere al vertice della costruzione politica e, secondo diversi studiosi, come Luigi Sartori, anche della stessa teologia (vedi scheda).

Verità dialogica.  Va quindi riscoperta la lezione di Aronne sulla priorità della pace, nonché il valore del dialogo e di tutto ciò che lo rende possibile, come: rispetto e apertura verso l’altro, mitezza, etica del dubbio[4]. Non il dubbio scettico che nega la possibilità di raggiungere una verità, ma il dubbio di coloro che riconoscono la limitatezza delle proprie conoscenze e sono sempre disponibili a perfezionarle nell’incontro con l’altro; a ipotizzare, in altri termini, che nel dialogo posso avvicinarmi maggiormente alla verità. Quindi una verità dialogica, non definitiva, non raggiunta una volta per tutte, ma in evoluzione come conseguenza dell’incontro con la diversità. Un grave pericolo è quello di applicare gli assolutismi religiosi alla politica. La politica è l’arte del possibile, dove di solito è preferibile scegliere il male minore, piuttosto che una verità assoluta o un ideale irraggiungibile. Dover fare i conti con l’ottusità e l’ignoranza delle persone – allettabili dall’idolatria del denaro e dalle vie comode del consumismo – rende spesso utopiche anche le scelte dettate dai più nobili ideali.

 


[1] Da un intervento di Piero Stefani alla settimana estiva di Motta 2007 sulla pace, organizzata dalla Comunità di via Sambuco 13, Milano.
[2] A. Paoli, E’ bello esistere? In “Oreundici” gennaio 2008-03-11, pag. 4.
[3] Ivi.
[4] G. Zagrebelsky, Contro l’etica della verità, Laterza 2008.

Per riflettere:

-la dialettica tra ambito politico e ambito religioso;

-tra cesaropapismo e teocrazia;

-guerre di religione;

-politica come casa di tutti;

-tra clericalismo e laicismo;

-rispetto per l’altro che non crede;

-debolezza di Dio.

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1 commento »

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