Brianzecum

marzo 17, 2010

SI PUÒ PARLARE DI ECONOMIA DEL DONO?*

RECUPERARE L’UMANITÀ DELL’ECONOMIA INIZIALE


Individualismo. Il presupposto su cui si basava l’economia classica era di tipo individualistico: si riteneva che l’economia nascesse dalla spinta che l’individuo aveva dentro di sé nell’impegnarsi a produrre beni, a prescindere da qualsiasi relazione sociale, basando questa spinta sull’interesse individuale: l’homo economicus era l’individuo guidato dalla logica dell’interesse soggettivo, individuale. Concezione che risale alla modernità, al 1700, 1800.

Prime forme di economia.  Se però andiamo a vedere come è nata l’economia in occidente, ci accorgiamo che le prime forme di economia vengono dal mondo religioso, e precisamente da quello monastico. Così l’economia benedettina coinvolge tutta la popolazione che ruota intorno al monastero e crea le condizioni dello sviluppo economico, a partire dalla economia agricola: sviluppo quindi che avviene nel segno di una solidarietà tra persone. Non c’è ancora un concetto di economia come quello che svilupperà la modernità, ma c’è già una pratica dell’economia in cui lo scambio economico non riguarda le cose ma anzitutto le persone: cioè le aziende che nascono attorno al mondo benedettino coinvolgono le persone nella loro totalità.

Anche le prime teorizzazioni economiche provengono dal mondo religioso: già nel medioevo ad es. la scuola francescana ha elaborato un concetto di scambio e di circolazione della ricchezza che è centrale nell’economia, ancora oggi. I francescani furono i primi a rompere con la condanna di ogni prestito ad interesse, inteso come inevitabile usura. Il denaro ha un valore – e merita un interesse – se impiegato proficuamente e fatto “circolare”. Solo ai poveri non bisogna chiedere l’interesse di un prestito e in ogni caso, dove è possibile chiederlo, deve essere un interesse limitato. Il tutto avviene entro un quadro in cui concetti come reciprocità o rapporti intersoggettivi sono molto sviluppati. In effetti il concetto di uomo che prevale in quel contesto, che si ispira alla tradizione cristiana, la tradizione dominante, è quello di uomo come persona, non come individuo; cioè come soggetto di relazioni, come soggetto chiamato ad autocomprendersi e soprattutto ad autorealizzarsi in una serie di rapporti che vanno dai rapporti primari, con le persone con cui si vivono le relazioni più profonde, fino ai rapporti sociali. L’economia non può essere vista come espressione dell’individuo, come avverrà nella modernità, ma come espressione di una comunità di persone che interagiscono in reciprocità; che sono tra di loro in un rapporto di interdipendenza nella crescita. Entro questa visione prende sempre più consapevolezza che lo scambio tra persone non può essere limitato all’equiparazione dei beni, non può semplicemente essere uno scambio di equivalenti – dove questi sono gli oggetti – ma deve includere anche relazioni intersoggettive.

Economia civile.  La concezione personalista, oltre alla origine cristiana, ha anche la sua espressione laica, ad es. nell’illuminismo italiano del ‘700. Antonio Genovesi, autore della scuola illuminista di Napoli (città che in quel periodo godeva di una fioritura particolare dal punto di vista delle scienze umane, letteratura e arte) è il primo a parlare esplicitamente di economia civile: guardare cioè all’economia come ad un fatto sociale allargato, che coinvolge l’intera società, non come espressione di un mercato, che invece appartiene a pochi. L’idea di economia civile nasce in quel momento, basata su una concezione antropologica relazionale, di un soggetto che si realizza in rapporti non solo vissuti nel segno della reciprocità, ma che esigono anche la capacità di andare oltre il puro e semplice do ut des. E’ la logica del dono, del gratuito, che trascende la semplice giustizia commutativa, cioè giustizia nei rapporti tra soggetti, basata sull’equiparazione di ciò che ci si scambia, dal punto di vista del valore di mercato. Solo successivamente prenderà il sopravvento la concezione, oggi divenuta tradizionale, di un’economia di tipo individualistico, utilitarista, basata su parametri logico-matematici, che prescindono dal rapporto tra persone.

Nella recente enciclica Caritas in veritate c’è la sottolineatura che tre sono i presupposti su cui l’economia si fonda: a) scambio: contrattazione tra cose; b) equa distribuzione dei beni: mi devo preoccupare se i beni che produco sono veramente distribuiti, oppure se produco beni che sono destinati solo ad alcune categorie di persone, quelle che hanno risolto tutti i bisogni primari e posseggono i beni accessori. Spesso si tratta pure di beni alienanti, falsi, perchè indotti dalla pressione sociale. C’è la contrattazione dell’economia; c’è, in secondo luogo, la corretta distribuzione di ciò che si produce: siamo chiamati in causa non solo su ciò che si produce, ma anche per chi lo si produce. Sono tutti interrogativi che dobbiamo porci. c) dimensione del dono. Questa rimanda ad uno scambio tra persone che trascende il puro livello del rapporto tra cose e dove la dimensione personale è costitutiva dei loro rapporti.

La felicità degli uomini dovrebbe essere l’obiettivo finale dell’economia. Ma la felicità si realizza non solo attraverso i beni materiali, ma ancor più attraverso i beni relazionali. Indagini eseguite sui livelli di felicità – indagini molto difficili perché i parametri variano di volta in volta, quindi non sono validi in termini assoluti – manifestano con chiarezza che c’è possibilità molto maggiore di sviluppo della relazionalità laddove esistono condizioni di ricchezza “medie”. Si tratta cioè di situazioni con una diffusione abbastanza limitata di beni economici, pur essendo, ovviamente, al di sopra di certi livelli minimi – dato che quando la povertà diventa miseria, si creano condizioni di inaccettabilità, anche dal solo punto di vista umano. Pertanto il livello di relazionalità e di felicità è più alto a questi livelli intermedi rispetto ai massimi livelli di ricchezza. Qui in realtà la qualità della vita è più bassa, perché le relazioni umane finiscono con l’essere deprivate della possibilità di uno sviluppo autentico.

Ecco il ruolo del dono: entra in gioco il fatto che l’economia non è soltanto chiamata a distribuire la ricchezza e a realizzare forme di contrattazione ispirate a valori di reciproca fiducia. Il valore della reciprocità è certamente importante, ma per funzionare come realtà a servizio dell’uomo deve favorire processi che sviluppano in senso vero le relazioni umane. Questi processi sono legati alla disposizione di sé nel dono, alla possibilità di vivere la relazione nella dimensione della gratuità. Questo è il vero modo di vivere le relazioni, perché solo dove sono permeate dalla gratuità, le relazioni diventano umanamente significative.

*dalla relazione del prof. Giannino Piana il 14-1-2010 al Meic, Acli e altre associazioni di Lecco, sul tema: Per una economia del dono. Ringraziamenti a Carla Casiroli per la preziosa opera di sbobinatura.


Per riflettere:

-l’economia benedettina tra le prime forme di economia;

-all’insegna della solidarietà;

-i francescani rompono con la condanna di ogni prestito ad interesse;

-deve esserci la circolazione della ricchezza;

-l’interesse non deve essere richiesto ai poveri;

-l’uomo è considerato persona, non individuo;

-lo scambio tra persone deve includere anche relazioni;

-illuministi napoletani parlarono di economia civile, estesa a tutti, non solo a chi ha accesso al mercato;

-esige il superamento del do ut des con la logica del dono;

-anche la Caritas in veritate parla del dono e dei beni relazionali;

-le relazioni diventano umane solo se permeate di gratuità.



3 commenti »

  1. […] Si può parlare di economia del dono? […]

    Pingback di INDICE ECONOMIA DEL DONO « Brianzecum — agosto 18, 2010 @ 8:42 PM

  2. […] Si può parlare di economia del dono? […]

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