OVUNQUE DEVE ESSERE RICONQUISTATA CON L’EDUCAZIONE
Così, perché sei tiepido e non sei né freddo né fervente io ti vomiterò dalla mia bocca. (Apocalisse 3,16)
Stanno aumentando dubbi e perplessità sulla validità della nostra democrazia: ci si rende conto che essa è sempre più svuotata di significato dall’interno, che il potere, in realtà, risiede altrove. Cerchiamo di risalire ad alcune vicende storiche, per riflettere sui motivi profondi di questa insoddisfazione verso il sistema democratico. “Per la prima volta nella storia dell’umanità, dopo la sconfitta delle dittature totalitarie di destra nella seconda guerra mondiale, la democrazia riceveva il riconoscimento di unica definizione ideale di tutti i sistemi di organizzazione politica e sociale”[1]. In precedenza, nel corso della storia, l’orientamento generale è stato ben diverso. Più che un modello da imitare, la democrazia veniva spesso considerata una disgrazia da scongiurare. Il motivo sta essenzialmente nelle derive demagogiche e populistiche, di cui sono facile preda le masse impreparate. Già Platone riteneva che la democrazia è il regime in cui il popolo ama essere adulato piuttosto che educato: “un tal governo – scriveva – non si dà alcun pensiero di quegli studi a cui bisogna attendere per prepararsi alla vita politica, ma onora chiunque, per poco che si professi amico del popolo”[2]. Aristotele considerava la democrazia una degenerazione della politìa (governo di molti), così come l’oligarchia una degenerazione dell’aristocrazia (governo dei migliori) e il dispotismo degenerazione della monarchia (di uno solo). Anche nell’antichità si preferiva una pluralità di persone, specie allorché si trattava di dare giudizi: tipico era il caso dei magistrati dell’antica Roma che operavano sempre in due, con perfetta parità e reciproco diritto di veto, secondo il principio di collegialità.
La monarchia, o meglio il principio gerarchico che la precede, era invece una scelta quasi obbligata nell’antichità, ai tempi della guerra con frecce e spade: era necessario un criterio immediato e automatico per garantire unità di comando all’esercito nel caso di uccisione del capo. Era necessaria una gerarchia chiara e indiscutibile nel comando. Poiché la guerra era l’evento più significativo e rilevante, l’organizzazione gerarchica, che quella richiedeva, ha caratterizzato l’intera società, anche per aspetti senza alcuna attinenza con la guerra. Nel campo religioso, ad es., si è imposta l’organizzazione monarchica, anche se nella chiesa delle origini due erano i capi visibili e universalmente riconosciuti: Pietro e Paolo. Il primo per diretta indicazione del Maestro, il secondo per una chiamata mistica dello stesso Maestro. Anche i monasteri si organizzarono in modo strettamente gerarchico, perseguendo un modello teologico di superiorità di Dio padre; così pure nella famiglia la superiorità del maschio capo famiglia, e così via. Il più significativo sforzo di mettere in discussione questo schema gerarchico è probabilmente quello di s. Francesco, che volle la rotazione delle gerarchie, valorizzando lo schema orizzontale della fraternità. Spalancava così le porte della modernità alla chiesa. Ma, come spesso capita per i profeti, Francesco fu messo sugli altari, ma la sua innovazione fu poco ascoltata e meno ancora praticata. Nei tempi recenti il concilio Vaticano II ha stabilito il criterio della collegialità come quello da seguire per il rinnovamento della chiesa, ma questa è stata forse la più disattesa tra le innovazioni conciliari.
Responsabilità. Se ci domandiamo il perché di questa situazione, potremmo avanzare l’ipotesi che è forse più comodo delegare ad altri che non assumersi responsabilità in prima persona. Forse è proprio vero che “ci sono persone per le quali il principio di fedeltà all’autorità è la cosa più importante, anche della luce della coscienza, e se la Chiesa gerarchica dice che una cosa è nera, essi, come voleva Ignazio di Loyola, dicono che è nera, anche se la vedono bianca. Si tratta di un atteggiamento anche riscontrabile altrove, per es. in politica, dove pure vi sono parrocchie, dogmi, autorità”[3]. È evidente che la prima condizione della democrazia è l’esistenza di persone che abbiano voglia e capacità di assumersi responsabilità. Qui potrebbe verificarsi un “circolo vizioso”: chi è abituato a dipendere dall’autorità non ha stimoli per assumersi responsabilità. Ma in questo caso è molto evidente il principio base dell’educazione attiva: si impara facendo, non solo ascoltando. Se non si esercita la responsabilità non si impara ad esercitarla. È necessario, da parte di chi dirige, la disponibilità a cedere parte del potere perché si possano formare coloro che dovranno prendere il loro posto. Questo dovrebbe diventare un atteggiamento diffuso, normale, non una lotta all’insegna di “mors tua vita mea”. Di più, si potrebbe affermare che oggi compito di una scuola al passo coi tempi è quello di insegnare a scrivere, far di conto e.. assumersi le responsabilità pubbliche ai vari livelli.
Nanificazione mentale. Veniamo così, in conclusione, a delineare alcuni tratti delle vie che può oggi seguire il potere per evitare la democrazia, ovvero come si manifesta oggi la demagogia e il populismo, che ancora la insidiano, come nei tempi antichi. Infatti, se il livello medio culturale si eleva, gli strumenti a disposizione del potere si raffinano ancor di più. Oggi possiamo assistere ad una sconfitta radicale dei sindacati e delle forze di lavoro grazie alla globalizzazione e finanziarizzazione dell’economia. Sotto la minaccia della disoccupazione e della precarietà, le sinistre sono ricattabili in qualunque momento, i giovani si possono scordare del diritto al lavoro, conquistato dai loro padri o nonni: se lo dovranno riconquistare, ad es. combattendo la speculazione, le mafie, i privilegi, la corruzione. Forse ancor più preoccupante è quanto avviene attraverso l’uso capillare dei mass media e la spettacolarizzazione della vita pubblica. Grazie a ciò è possibile operare una vera e propria nanificazione delle menti. La complessità e il pluralismo, sempre crescenti nella società, oltre ad interventi talvolta impropri da parte di autorità non politiche, tendono ad aumentare la confusione. Si manifesta una disperata esigenza di semplificazione da parte della gente comune. A questa esigenza la risposta del potere è spesso criminale: risponde con una sovra semplificazione della realtà e la traduce in spot o slogan pubblicitari (fannulloni, immigrati, prostitute..). Questi vengono recepiti soprattutto dagli strati più regressi della popolazione, i quali sono giocati contro quelli più evoluti e critici. Questo gioco è forse la “nuova frontiera” della demagogia e del populismo nell’era post industriale. Ma non è chi non veda il rischio di una nuova forma di totalitarismo, pur restando nell’ambito di una democrazia formale. Il vero antidoto sarebbe l’educazione, ma non sembra questa tra le priorità governative reali.
[1] G. Zagrebelsky, Imparare la democrazia, La biblioteca di Repubblica, Gruppo ed. L’espresso, Roma 2005, pag.17.
[2] Repubblica, libro VIII (Platone, Tutte le opere, a cura di G. Pugliese Caratelli, Firenze, Sansoni, pag.1047).
[3] Vito Mancuso, L’anima e il suo destino, ed. Cortina, Milano 2007, pag. 314.
Per riflettere:
-democrazia, disgrazia da scongiurare, per gli antichi;
-derive demagogiche e populistiche;
-i giudici romani operavano in due, secondo il principio di collegialità;
-principio gerarchico necessario nelle guerre antiche;
-è più comodo eseguire gli ordini o assumersi responsabilità?
-la scuola dovrebbe insegnare ad assumersi responsabilità ai vari livelli;
-speculazione e mafie tolgono posti di lavoro;
-nanificazione delle menti grazie alla tv;
-all’esigenza di semplificazione si risponde con spot pubblicitari;
-recepiti dagli strati più regressi della popolazione;
-giocati contro quelli più evoluti e critici.

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