Brianzecum

gennaio 4, 2009

LA CHIESA DELL’ORIGINE AVEVA DUE PAPI*

Paolo è stato il primo autore del Nuovo testamento: le sue prime lettere datano attorno al 50, una ventina d’anni dopo la morte di Gesù, mentre il primo vangelo, quello di Marco, segue forse di un altro ventennio. Ma gli scritti di Paolo non godono della fama e della popolarità dei vangeli: nella storia sono stati riscoperti soprattutto nei momenti difficili e controversi. Nel 5° secolo Agostino si avvalse degli scritti di Paolo per contestare a Pelagio l’affermazione che l’uomo si possa salvare da solo, con la potenza della volontà, senza la grazia di Dio. Più tardi, nel 16° secolo, Martin Lutero, di fronte a una chiesa che si poneva come elargitrice di salvezza a pagamento, con la pratica delle indulgenze, scopre in Paolo la sola fide, la infinita misericordia e gratuità di Dio, che non richiede un prezzo per i suoi doni. Ancora la sola fide paolina servirà al più grande teologo del ‘900, Karl Barth, per contestare la pretesa della teologia liberale di poter arrivare a Dio attraverso un’esperienza che viene dalla natura. Rivendica invece la discontinuità con la natura e la totale alterità del divino. Infine ai nostri giorni si sta pure assistendo a una fioritura di studi su Paolo, forse stimolati dai fermenti contrastanti che agitano il mondo attuale: accentuarsi delle ingiustizie, pericoli bellici, terroristici, ambientali, ostacoli al processo ecumenico, mancanza di aperture universalistiche..

Le critiche a Paolo sono in gran parte dovute a pregiudizi. Lo si è accusato di essere misogino, ad esempio. Tenendo conto della mentalità del tempo si possono comprendere certe affermazioni poco esaltanti nei confronti delle donne. Nella realtà dei fatti storici si può invece notare che Paolo nelle comunità da lui fondate ha dato spazio alle donne, anche nelle funzioni liturgiche, specie a Corinto. Un’altra critica riguarda la complessità del suo pensiero. Gesù parlava in modo semplice, con parabole, immagini.. Paolo invece con le sue sistematizzazioni teologiche avrebbe tolto la freschezza del vangelo. Ma gli approfondimenti sono sempre utili e necessari, anche se costano fatica. Un’ultima critica riguarda l’antigiudaismo di Paolo, che potrebbe nei secoli essere stato una causa lontana della Shoah. Ma l’antigiudaismo del giudeo Paolo è solo apparente, è una reazione alla grettezza dei suoi concittadini, alla chiusura di fronte alla grande novità dell’universalismo evangelico. Le radici della Shoah vanno ricercate più vicino a noi: alle deleghe che volentieri concediamo senza partecipazione e controllo, alla demagogia e al populismo verso cui non riusciamo a esercitare il necessario spirito critico..

Paolo mette il dito nella piaga, vuole abbattere le barriere che separano i giudei dai pagani, cioè da tutti gli altri uomini. Testimonia che a questa missione è stato chiamato direttamente dal Signore Gesù: non ha bisogno di investiture da parte di nessun altro uomo. Ha fatto un’esperienza mistica che lo ha messo in diretto contatto con la divinità, e questo basta per conferirgli l’autorità. Afferma che i pagani hanno una corsia preferenziale per entrare nell’alleanza: la fede. Abramo è padre di tutta l’umanità perché ha avuto fede. Fede che può manifestarsi anche come semplice fiducia: di avere un figlio da una moglie vecchia e sterile; poi di sacrificare il figlio tanto desiderato. Solo perché lo ha detto Dio. Per Paolo non reggono più i vari marcatori di identità che ci sono in tutte le fedi (circoncisione o legame materno per gli ebrei, battesimo per i cristiani..). L’unico marcatore è la fiducia in Dio. Paolo adatta il proprio linguaggio all’interlocutore: con gli ebrei parla di grazia e (meno favorevolmente) di legge. Con i pagani di sapienza e di stoltezza, indicando l’inversione portata da Cristo rispetto a quello che il mondo ritiene.

Le comunità fondate da Paolo sono carismatiche, ispirate dallo Spirito. Sono estremamente diverse tra di loro, molto vive e conflittuali, affascinanti perché discutono. Ci offrono un quadro totalmente diverso da quello che di solito abbiamo. Si crede che nel passato ci fosse l’unità e poi è subentrata la divisione. Invece è il contrario: l’unità è un’aspirazione, una meta da raggiungere, nella diversità. Quello che è importante è che le chiese siano continuamente riformate alla luce dell’evangelo, ma anche facendo memoria. Una delle parole che ricorrono in Paolo è: ricordate. Rivaluta quindi la saggezza della tradizione e la memoria del passato. In definitiva Paolo testimonia di una modalità di accesso al ministero sacerdotale alternativa a quella della successione apostolica (incarnata da Pietro): quella della chiamata diretta (mistica). Nel concilio di Gerusalemme Paolo ha rivendicato questa sua via che lo ha portato all’apostolato, in piena parità con Pietro. Il conflitto, ben evidente, è sfociato in una stretta di mano, in una divisione di compiti e in un reciproco riconoscimento. Dovremmo tenerlo presente in questo delicato momento in cui si levano ombre sul processo ecumenico.

* spunti dalla relazione della pastora Lidia Maggi sul tema: Paolo alla scuola di Gesù, 27 nov 08, Comunità di via Gaggio, Lecco.

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