Brianzecum

settembre 29, 2008

HA ANCORA SENSO LA DIFESA ARMATA NELL’ERA ATOMICA?*

EVOLUZIONE DEL PENSIERO CATTOLICO


“L’orrore che suscitano le distruzioni immani e i dolori immensi che l’uso delle armi moderne apporterebbe alla famiglia umana, rende quasi impossibile pensare che nell’era atomica la guerra possa essere utilizzata come strumento di giustizia” [versione italiana addomesticata rispetto all’originale latina: alienum est a ratione bellum, la guerra è irrazionale] (Pacem in terris, n. 67). In questo documento, pubblicato nel 1963 poco prima della sua morte, in pieno clima conciliare, papa Roncalli ha innovato rispetto a molti atteggiamenti tradizionali ed ha persino assunto posizioni più avanzate rispetto agli stessi documenti conciliari. Già nuovi erano i destinatari dell’enciclica: non soltanto il mondo cattolico, ma tutti gli uomini di buona volontà. Ciò significa presentarsi come una voce che esorta piuttosto di quella tradizionale che esercita autorità insegnando, nonché appellarsi alla ragione piuttosto che alla fede, come ad es. nella frase appena riportata. Altre due innovazioni di grande rilievo concernono la considerazione sulle possibilità di evolversi delle dottrine errate in relazione al mutamento continuo delle realtà storiche e quindi la possibilità di comportamenti positivi conseguenti anche da dottrine errate (n. 84), nonché la distinzione tra errore ed errante (n. 83), secondo cui l’errante non perde mai la dignità di persona, né la tensione, “congenita alla sua natura”, verso la verità. Quest’ultima affermazione sarà poi attenuata nella Costituzione conciliare Gaudium et spes (n. 16) là dove si parla di coscienza erronea (una specie di errore introiettato) che può far perdere persino la dignità all’errante.


 

 

 

 

 

 

 

 

Pacifismo naif? Un’altra posizione tradizionale nella chiesa, ma non solo, parte dall’affermazione che la pace è un segno di completezza e perfezione. Pretendere la perfezione in una realtà imperfetta, quale è la nostra, è “naif” (ingenuo). Pensare di poter arrivare ad un mondo di pace è pertanto ingenuo. “Gli uomini, in quanto peccatori, sono e saranno sempre sotto la minaccia della guerra fino alla venuta di Cristo; ma in quanto riescono, uniti nell’amore, a vincere il peccato essi vincono anche la violenza, fino alla realizzazione di quella parola divina «Con le loro spade costruiranno aratri e falci con le loro lance; nessun popolo prenderà più le armi contro un altro popolo, né si eserciteranno più per la guerra» (Isaia 2,4)”. In questa frase della Gaudium et spes (n. 78) è indicata la posizione tradizionale e il suo superamento, attraverso un concreto impegno per la pace, nella prospettiva indicata del profeta Isaia. Dove dice che gli uomini riusciranno a vincere peccato e violenza si lascia intendere che c’è una forma di collegamento tra queste due realtà: non solo il peccato è violenza, ma anche la violenza è peccato. Il superamento avviene in una prospettiva di tensione escatologica verso la pace. Qui il documento conciliare fa un appello a una realtà di fede fondamentale per dare un senso alla storia, cioè la seconda venuta di Cristo. Appellarsi a questa solo per dire che il mondo è imperfetto, sarebbe la riduzione a una dimensione “piatta” della fede. Perché la fede possa essere una dimensione strutturante della azione cristiana, si pone anche la necessità di saper scorgere ciò che la redenzione di Cristo ha lasciato nel mondo, come appunto un diverso atteggiamento verso la pace.

Legittima difesa. La considerazione iniziale si riferisce alla deterrenza nei confronti della guerra dovuta all’introduzione delle armi atomiche. Se queste non ci fossero, la guerra per la legittima difesa, sarebbe accettabile? Qui si possono ricordare due discorsi, uno di Paolo 6° all’ONU nell’ottobre 1965, in cui veniva data una risposta positiva: “Finché l’uomo sarà l’essere volubile e anche cattivo quale si dimostra, le armi della difesa saranno necessarie. (..) Ma voi valenti e coraggiosi quali siete, state studiando come garantire la vita internazionale senza l’uso delle armi”. La guerra resta giusta solo nel caso della legittima difesa. L’altro discorso è invece tratto dal dibattito conciliare ed è del card. Lercaro (largamente ispirato, notoriamente, da Dossetti). Non fu letto in aula (forse perché in contrasto con il discorso del papa appena pronunciato all’ONU), ma consegnato agli atti. “Certo, contro un ingiusto aggressore può essere legittima e doverosa la resistenza, ma solo la resistenza dello spirito, della superiorità sapienziale (espressione tipicamente dossettiana), della magnanimità, del coraggio, della solidarietà nazionale, mentre la resistenza violenta, la guerra, sia pure di difesa, a questo grado di sviluppo tecnico, a questo grado di indivisibilità della pace e della guerra nel mondo globale, a questo grado di consapevolezza etica dell’umanità, appare sempre meno possibile alla luce del vangelo, di cui l’umanità prende progressivamente consapevolezza per il soffio dello Spirito. Tanto meno la guerra può oggi mai dirsi doverosa alla luce della dottrina e dell’esempio di Cristo”. Come si vede qui c’è l’abbandono totale della teoria della guerra giusta: in nessun caso oggi la guerra può essere ritenuta giusta alla luce del vangelo, non della ragione.

Dossetti. Di un Dossetti questa volta privato c’è un’altra citazione tratta da una lunga intervista raccolta verso la fine dei suoi anni e pubblicata postuma nell’ “Annuario della pace in Italia” maggio 2000-giugno 2001 (pp. 324-336). Dopo aver chiosato l’affermazione su Cristo nostra pace (Ef 2,14), ricordando anche i padri orientali, continua: “perché da Lui tutto è stato pensato in funzione della pace, quale bene può essere ritenuto superiore alla pace da coloro che fanno oggetto della meditazione e impegno dell’anima i misteri di Cristo? La pace è così preziosa che Dio stesso è venuto sulla terra a comprarla per gli uomini. Lui, ricco e signore di tutte le cose non trovò nessuna cosa degna di quel bene, ma la pagò versando il proprio sangue”. Riconciliazione nel suo sangue di cui parla appunto la lettera agli Efesini. Meno facilmente accoglibile dall’opinione corrente potrebbe essere invece il seguito delle considerazioni di Dossetti: “proprio dai supremi misteri dell’opera messianica si deve ricavare anche la conseguenza di una ricerca progressiva e continua, universale e stabile della pace concreta tra gli uomini. Non si può spiritualizzare quella che è stata l’opera messianica fino al punto di ritenerla un’operazione proficua al singolo ma che non si dilata in un’operazione di carattere comunitario, sociale e universale”. Le difficoltà ad accogliere questa affermazione derivano dalla situazione in cui si trova il mondo, anche cristiano, riguardo alla pace. Se la pace è collegata all’opera messianica di Cristo non si può non porsi la domanda sulla portata, realizzazione, incisività di quell’opera redentiva. La pace diventa così un aspetto cruciale per l’esistenza stessa della comunità dei credenti. Un percorso lungo e difficile, ma certamente proficuo.

 

* Dall’intervento di Piero Stefani alla settimana estiva di Motta 2008 su: Pace, giustizia e riconciliazione nella Pacem in terris e successivi documenti pontifici, organizzata dalla Comunità di via Sambuco 13, Milano.

 

 

 

Per riflettere:

-le innovazioni della Pacem in terris;

-le dottrine errate possono evolversi

-distinzione tra errore e errante;

-collegamento tra peccato e violenza;

-suo superamento in prospettiva escatologica;

-saper scorgere ciò che la redenzione di Cristo ha lasciato nel mondo;

-abbandono della teoria della guerra giusta;

-pace come aspetto cruciale per l’esistenza della comunità dei credenti.


1 commento »

  1. […] dopo il muro abbattuto Ha ancora senso la difesa armata nell’era atomica? Bonhoeffer testimone di fede e laicità L’impegno di Bonhoeffer per la pace Pace e laicità tra […]

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