Brianzecum

agosto 21, 2008

1,1-17 PAOLO, SCELTO PER ANNUNCIARE IL VANGELO A TUTTE LE GENTI

Militante e dissidente: questi forse i tratti più caratteristici del temperamento di Paolo. Nacque attorno a 5-15 anni dopo Gesù a Tarso, nell’attuale Turchia meridionale, da una famiglia giudaica della tribù di Beniamino; fu educato a Gerusalemme presso uno dei più quotati maestri del tempo, rabbi Giamaliele e fu orientato a una profonda religiosità nella rigorosa “setta” dei farisei. Il suo carattere appassionato e irruente lo indusse a farsi persecutore del cristianesimo nascente, fino a quando, sulla via di Damasco, un’esperienza straordinaria lo convertì. Anche in ambito cristiano mantenne il carattere militante e dissidente, che lo pose spesso in polemica anche con Pietro. Presentandosi nella lettera ai Romani, si definisce schiavo di Cristo e apostolo, scelto per annunciare il vangelo a tutte le genti, indicando brevemente le linee del suo apostolato. I primi versetti sono così di una eccezionale densità teologica e portano, oltre alla missione di una vita, una sintesi della fede cristiana.

L’universalismo del messaggio cristiano potrebbe essere una sottolineatura significativa e attuale di questa lettera paolina. Già nel brano iniziale si parla di condurre all’obbedienza della fede tutte le genti (versetto 5). Con genti si deve intendere non le singole persone, ma le collettività, cioè popoli, nazioni, gruppi. Così, secondo l’insegnamento di Paolo, nessun cristiano dovrebbe essere tranquillo fin che l’annuncio del vangelo non sarà arrivato anche al più remoto popolo tribale: un atteggiamento che chiaramente manca a quasi tutti noi cristiani, sia come singoli che come chiese. Questa importante caratteristica dell’universalismo riemerge in diverse forme dai testi paolini: si può ad es. ricordare un punto su cui si era manifestato il dissenso con Pietro, sulla circoncisione dei cristiani non ebrei. Per Paolo vanno eliminati tutti i segni distintivi delle appartenenze religiose: in Cristo non c’è più né ebreo né pagano, né uomo né donna… Un altro aspetto di universalismo può essere colto dove Paolo si dichiara debitore verso greci e barbari, sapienti e ignoranti (v. 14): si tratta di una affermazione assai consolante perché implica che ciascuno di noi, indipendentemente da origini e qualità, ha sempre una funzione da svolgere nel mondo. Al cuore di questa lettera vi è il tema di come conciliare l’universalismo del vangelo col rapporto privilegiato istituito da Dio con Israele. La soluzione che Paolo propone è stata per lunghi secoli distorta; è basata sul metodo che Paolo predilige: andare alla radice, risolvere dalla base ogni problema.

Cronologia. Le lettere di Paolo sono state scritte prima dei vangeli, anche se nel canone che la chiesa ci tramanda figurano dopo. C’è quindi un particolare merito di Paolo per aver scritto su argomenti che prima figuravano solo nella tradizione orale. Analogamente la lettera ai Romani non è stata la prima ad essere scritta, ma nel canone figura al primo posto. Ciò deriva dal criterio della tradizione canonica, che non è cronologico ma teologico: la lettera ai Romani contiene in modo organico elementi teologici di estrema rilevanza, come appunto l’universalismo, e merita quindi di essere collocata al primo posto anche se scritta successivamente. Il criterio cronologico va invece tenuto presente nell’ambito della critica storica, ai fini di una migliore comprensione e collocazione dei testi.

Confini. Parlando di Roma Paolo sembra quasi indicarla come al confine della terra. A quei tempi sarebbe stata piuttosto la Spagna l’estremo limite della terra conosciuta, dove Paolo avrebbe voluto andare, ma probabilmente non ci andò mai. È plausibile che i confini debbano essere intesi non tanto in senso geografico, quanto anzitutto in senso culturale. A Roma, centro dell’impero, che aveva raggiunto la massima popolazione urbana (valutata da 0,7 a 1,6 milioni di abitanti), confluivano persone da tutto il mondo: gli ebrei erano attorno ai 50.000. Ognuno poteva così confrontare la propria cultura con quella degli altri e percepire i limiti della propria esperienza, cultura e valori. Questo contesto – simile a quello che viviamo noi oggi con la globalizzazione – potrebbe essere quello più favorevole all’annuncio dell’evangelo. È necessario però spogliare la fede da ciò che non è essenziale, in particolare da ciò che riguarda la nostra cultura occidentale – anche perché i cristiani devono farsi perdonare secoli di colonialismo e di spoliazione del mondo. L’apertura al mondo attuale implica forme di secolarizzazione e di laicità, nonché lo sforzo di puntare sull’essere anziché fermarsi al fare o all’avere. La lettera ai Romani e la figura profetica di Paolo possono rivelarsi così di estrema attualità: un faro nel cammino ecumenico.


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