L’arrivo trionfale di Gesù con i dodici a Gerusalemme e al tempio, cuore dell’ebraismo, nella cornice festosa del pellegrinaggio pasquale, introduce il cap. 11. Il tempio avrebbe dovuto essere il luogo dell’accoglienza e invece vi si consuma il rifiuto. L’arrivo sull’asinello non è solo espressione di umiltà, è davvero un’entrata regale, che attua la profezia biblica. Il trionfo però sarà effimero perché sta maturando una duplice delusione: quella di Gesù, che appena giunto nel tempio sembra cercarvi qualcosa che non trova, dopo aver guardato ogni cosa attorno (11,11); e la delusione di Israele che aspettava un Messia diverso da Gesù, anche se la profezia di Zaccaria (9,9) ricalca quasi esattamente quanto si sta avverando: Gioisci, figlia di Gerusalemme! Ecco, a te viene il tuo re: è giusto e vittorioso, è umile e cavalca un asinello; toglierà i carri da guerra e annuncerà la pace alle genti.
La cacciata dei mercanti. Il secondo giorno, dopo aver pernottato a Betania, sobborgo di Gerusalemme, Gesù si reca di nuovo al tempio e reagisce all’atmosfera commerciale che vi regnava. Appellandosi ancora alle profezie bibliche, contesta di averlo ridotto a spelonca di ladri anziché luogo di preghiera per tutte le genti (Isaia 56,7). Superfluo sottolineare la rilevanza ecumenica di questa affermazione, che può essere approfondita esaminando altri passi del cap. 11.
La maledizione del fico ha un significato simbolico dato che, non essendo la stagione dei frutti, sarebbe assurda la pretesa di trovarne. Una certa esegesi antiebraica vi vedeva il simbolo di Israele, colpito per non aver creduto: ma non è sostenibile, perché il patto di amore di Dio col suo popolo non è stato revocato, dura in eterno. Il significato simbolico è piuttosto da riferire al tempio e al culto che vi si svolgeva: forse proprio perché non dà più frutti, non essendo diventato luogo di preghiera per tutte le genti. Per questo Gesù interrompe il culto, lo abolisce: e non permetteva che si portassero cose attraverso il tempio (11,16). “Se Dio giudica Israele è perché questi si è chiuso, e non vuol decidersi ad aprirsi al Messia ed alle genti. Non si considera più una realtà aperta, provvisoria, disponibile.”[1] Questo induce a riflettere sul culto e più in generale sulla fede, perché “non sempre ciò che gli uomini chiamano fede è tale agli occhi di Dio”[2].
Fede che unisce. “La potenza delle fede non sta nella quantità: le molte preghiere e le molte pratiche dei giudei non erano la vera fede. (..) Fede è attendere da Dio, e non da noi o dalle nostre opere: la fede è gratuità, ed è per questo che si esprime nella preghiera. Fede è attendere da Dio quello che Egli vuole darci: non dobbiamo ostinarci a voler essere noi la misura del progetto di Dio. È Dio la misura del dono, non noi. Fede è renderci disponibili, perché Dio ci apra all’universalità delle genti: la negazione della fede è il ripiegamento su di sé, la gelosa conservazione del proprio privilegio.”[3] È forse questa fede gratuita e aperta che Gesù cercava, senza trovarla nei culti esteriori e ‘commerciali’ dei giudei nel tempio. È l’unica fede che, oltre a spostare le montagne, può unire i credenti delle diverse confessioni e garantire la pace annunciata alle genti.
[1] B. Maggioni, Il racconto di Marco, Cittadella ed., Assisi 1985, pag. 160.
[2] ivi
[3] ivi, pag. 161.
Per la riflessione:
-trionfo effimero di Gesù a Gerusalemme;
-luogo di preghiera per tutte le genti;
-come il fico, non dà frutti e Gesù interrompe il culto;
-fede aperta alle genti, che unisce: è forse quella che Gesù cercava senza trovarla.

[…] 12. (9,14-50) Fede in Dio e fiducia negli uomini 13. (10,1-52) Autorità ai piccoli 14. (11,1-33) Il culto decaduto 15. (12,1-44) Totalità per il discepolo 16. (13,1-37) Vigilare, cioè impegnarsi nel presente 17. […]
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