Brianzecum

agosto 16, 2008

È TEMPO DI PROFEZIA

Ci spaventa di più qualche decina di morti – specie se occidentali – negli attentati terroristici, che non qualche decina di milioni che ogni anno nel mondo sono vittime della fame. Le morti per fame non fanno notizia, si riferiscono a persone lontane, quindi pensiamo che non ci riguardino. Neppure fanno notizia i milioni di morti che in occidente sono vittime delle malattie del benessere (infarti, tumori e altre patologie degenerative) né si diffondono adeguatamente le informazioni scientifiche secondo cui ciò va attribuito in buona parte a quantità e ricchezza dei nostri cibi. Il consumo è una necessità dell’economia e guai a chi si permettesse di auspicarne la riduzione, anche se da questa potremmo derivare migliore salute per noi, minor sfruttamento del terzo mondo, minori rischi di desertificazione conseguenti all’effetto serra, meno guerre per garantirsi la disponibilità delle materie prime. Se dovessimo sommare, a quelle del benessere, le morti – in buona misura connesse allo stesso benessere – della fame, delle guerre e della desertificazione, possiamo raggiungere cifre da fare impallidire persino quelle provocate nei due folli conflitti mondiali del secolo scorso. Ma non ci sono soltanto danni fisici nel panorama mondiale.

Sul piano politico e psicologico, la deregolamentazione liberista, che accompagna la globalizzazione, comporta la graduale abolizione di tutte le leggi che ostacolano l’economia – ad eccezione della legge del più forte. Preoccupa ancor più che l’impero universale del mercato consegue in concreto l’appannamento di ogni valore che non sia quello economico-monetario. Senza arrivare al pur autorevole parere che “la realtà simbolica sia l’unica realtà vera”[1], non si può negare la convinzione degli antropologi secondo cui l’uomo va considerato un essere a nascita prematura che, a differenza degli animali, ha bisogno di completarsi in quella che per lui è una specie di seconda natura, cioè la cultura – dove i valori simbolici giocano un ruolo insostituibile. I danni della deprivazione simbolica potrebbero rivelarsi disastrosi per le generazioni successive. Lo sforzo di eliminare i valori umani per sostituirli con quelli monetari si potrebbe coniugare con la ricerca silenziosa di un’alterazione genetica per l’uomo stesso, al fine di creare un tipo umano “superiore”, destinato a dominare sugli altri, perfettamente adattato alle esigenze del mercato. Un pallido riflesso può essere quanto sta avvenendo con l’appiattimento dei gusti e delle culture operato dal potere mediatico, oltre alla disinformazione faziosa. Rispetto alla chiara distinzione tra padroni e operai, ai tempi della prima industrializzazione, oggi il potere si camuffa dietro la potenza psicologica dei mass media, usa prevalentemente l’arma dei consumi e toglie le possibilità di difesa a quella che una volta era la classe operaia, frantumandola e disorientandola. C’è un bisogno estremo di aprire gli occhi sui mali e le ingiustizie che vanno aggravandosi nel mondo, destabilizzandolo, specie col disperato ricorso al terrorismo. È compito di tutti opporci alle profonde ingiustizie, nelle quali affonda le radici gran parte della zizzania terroristica. Ed è ovvio che la maggiore responsabilità di non denunciare a sufficienza queste ingiustizie è da attribuire a chi detiene l’autorità morale, come le religioni. Coloro che denunciano i mali del mondo e indicano la via per il loro superamento erano definiti, nella Bibbia, profeti.

I profeti compaiono solo di rado nel corso dei secoli, come lontane comete splendenti. La loro parola sembra sfiorare la terra come un segno di disgrazia non ancora riscattato, che divampa per perdersi di nuovo nell’infinito. (..) I profeti non tollerano i compromessi né hanno comprensione per quei grovigli formati dalle mezze misure della grettezza e degli asfittici bisogni del momento.”[2] Difficilmente è profetica la voce delle istituzioni e delle chiese. La preoccupazione di tener dentro tutti, ricchi e poveri, conservatori e progressisti, spinge spesso verso equivoche posizioni “centriste” o “moderate”, ben lontane dalle nette posizioni evangeliche, che invece sono sempre a favore dei poveri e dei piccoli, nonché radicalmente ostili verso i potenti, siano essi politici, economici o religiosi. La gravità dei problemi mondiali impone di allargare le prospettive, sentendo come nostri la fame e i mali degli altri (in realtà lo sono); invita a concentrarsi profeticamente sui grandi temi della pace, giustizia e salvaguardia del creato, a saper discernere gli ostacoli e individuare i mezzi per modificare la rotta dell’umanità, cominciando anzitutto con quelli a disposizione di noi tutti: esercitare senso critico nei confronti di cultura e informazione, partecipare alla vita politica, modificare i consumi.


[1] E. Drewermann, Il Vangelo di Marco, immagini di redenzione, Queriniana, Brescia 1994, pag. 165.

[2] Ivi, pag. 389.

2 commenti »

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