MODELLI CONSUMISTICI ED ESPULSIONE DALLE CAMPAGNE
Oggi si parla molto di immigrati e dei problemi che pongono a noi, ma raramente ci si sofferma sulle condizioni che inducono a lasciare il proprio paese, per cercare altrove un’esistenza migliore. Tra queste un fenomeno rilevante è lo spostamento di persone dalle campagne verso le città, cioè l’urbanesimo. Nei paesi ricchi spesso si verifica oggi la tendenza inversa, dalle città congestionate verso zone più vivibili. Si assiste pure alla diffusione nelle aree periferiche dei modelli di vita consumistici, in precedenza limitati ai centri urbani, in altre parole all’urbanizzazione delle campagne. Il problema è assai più grave nel terzo mondo, dove si verifica uno sviluppo esplosivo delle grandi città, accompagnato spesso da miseria e degrado. Così oggi nel mondo il numero degli abitanti nelle città ha superato quello di coloro che vivono in zone rurali. Si deve rilevare che nelle città è pressoché impossibile trarre dalla terra le fonti di sostentamento alimentare: bisogna dipendere da altri, ricorrendo al mercato. Analogamente non è possibile il riciclo dei rifiuti organici e si moltiplicano i problemi sanitari.
Degrado urbano. Chi ha avuto occasione di viaggiare nel terzo mondo avrà notato la gran differenza tra quelle città e le nostre: accanto ai palazzi delle zone direzionali o signorili, si estendono sterminate periferie di baracche fatiscenti, senza servizi né infrastrutture, dove il problema principale è quello di trovare gli espedienti per sopravvivere nonostante il degrado idrico, sanitario, ecologico, morale. Nelle nostre città non mancano periferie degradate, ma l’estensione ed il livello non hanno confronto con quelle del terzo mondo.
Le cause. E’ importante segnalare il cambiamento nelle cause dell’urbanesimo. Nel passato prevalevano i fattori di attrazione della città, emblematicamente identificabili nelle “mille luci”. Oggi nel mondo povero diventano sempre più rilevanti i fattori di espulsione dalle campagne. Questa espulsione può essere ottenuta attraverso una molteplicità di vie, come l’abolizione dei tradizionali diritti comuni di pascolo o pesca, una destinazione diversa dei terreni: usi militari o civili, dighe, piantagioni industriali… Può essere la conseguenza dell’esplosione demografica, la quale non lascia più terra da coltivare per i giovani, anche perché il modello di vita e di produzione loro indicato nega l’esistenza di vie alternative per razionalizzare i consumi, intensificare le produzioni… L’introduzione di nuove tecnologie, come quelle della “rivoluzione verde” di qualche decennio addietro (con sementi più produttive ma da acquistare) ha comportato l’espulsione dal mercato di numerosi piccoli agricoltori privi di capitali e di capacità organizzative. Forse gli aspetti più significativi vanno ricercati nella capacità, da parte dei detentori del potere di modificare il contesto decisionale: attraverso i mass-media, si possono manipolare i bisogni, anche con la creazione di nuovi miti, come quello stesso della grande città.
Negazione dell’autosufficienza. La città e l’economia sono basate su un fattore comune: lo scambio. Già all’origine della sua storia la città implica l’instaurazione di rapporti di scambio con il territorio circostante: il cibo e l’energia – fondamentali per la sopravvivenza – devono provenire dall’esterno della città. Questa in contraccambio offre servizi “superiori”; quasi mai però il rapporto di scambio è equo, per questo si può legittimamente parlare di dominio, più che di scambio. Ma la città produce anche rifiuti che, contrariamente alle campagne, difficilmente possono essere riciclati; e i rifiuti non riciclati né scaricati altrove – come avviene nei contesti ricchi – si trasformano in inquinamento e ulteriore degrado. Questi disvalori potrebbero essere qualcosa di più di un effetto collaterale indesiderato dello sviluppo. Il noto saggista Ivan Illich sosteneva che l’economia e la città producono disvalori più che valori: i nuovi bisogni – fondamentali per la creazione della domanda e lo sviluppo dell’economia – sono tendenzialmente disvalori. Ma per indurre nuovi bisogni si deve svalutare l’autosufficienza: è questa svalutazione, per Illich, l’essenza dell’economia e della città.
Lo spreco. La miseria e il degrado delle periferie non tolgono dalla realtà urbana del terzo mondo la caratteristica dello spreco, anch’essa comune a tutte le città, pure nel passato. Oltre alla mancanza del riciclo, lo spreco è connesso con l’elevato tenore di vita delle classi superiori, che induce anche coloro che non potrebbero permetterseli a perseguire modelli di vita consumistici. Ma lo spreco maggiore si verifica probabilmente a livello umano ed è connesso con la cancellazione dei valori e delle tradizioni da parte dell’unico valore emergente: il denaro, l’economia. Assieme all’identità culturale si disgregano le tradizionali strutture sociali (famiglia estesa, tribù, comunità di villaggio…). Ciò, tra l’altro, predispone al cambiamento e a quella che i sociologi chiamano “rivoluzione delle aspettative crescenti”. Così gli inurbati, anche nel terzo mondo, difficilmente aspirano a ritornare alle loro campagne, desiderando piuttosto spiccare il balzo verso le zone ricche dell’occidente. Ecco perché le megalopoli del terzo mondo diventano inarrestabili fucine di migranti.
Per riflettere:
-i modelli di vita consumistici esportati dai centri urbani;
-da noi urbanizzazione delle campagne;
-invece nel terzo mondo c’è un grave degrado urbano;
-ma ancor più forti fattori di espulsione dalle campagne;
-la rivoluzione verde ha contribuito all’espulsione di contadini;
-cibo ed energia alle città devono provenire dall’esterno;
-ma lo scambio è ineguale;
-dominio delle città, più che scambio;
-il numero di abitanti nelle aree urbane ha superato quello delle campagne;
-i media modificano il contesto decisionale;
-le città producono disvalori;
-svalutano l’autosufficienza;
-sprechi derivanti dall’impossibilità del riciclo;
-rivoluzione delle aspettative crescenti;
-le città sono inarrestabili fucine di migranti.

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