Brianzecum

agosto 14, 2008

CIBO E SALUTE

SIAMO INDOTTI A PREFERIRE CIBI RICCHI CHE A LUNGO ANDARE COMPROMETTONO LA SALUTE

 

Le malattie degenerative sono quelle di gran lunga prevalenti oggi, nel benessere; per esse non si è in grado di individuare un singolo agente causale (come il bacillo di Koch per la TBC). Pertanto sono più difficili da debellare, talvolta addirittura incurabili. La ricerca delle cause attraverso metodi statistici – la relativa disciplina si chiama epidemiologia – deve limitarsi a stabilire correlazioni con diversi fattori alimentari o ambientali che possono favorire l’insorgere di queste patologie. Le indagini epidemiologiche sono piuttosto difficili, persino trascurate rispetto alle ricerche per la produzione di nuovi farmaci – che garantiscono reddito per chi li scopre, li produce e li vende. Tuttavia alcuni dati sono stati ormai appurati: le malattie degenerative sono dette anche malattie del benessere perché correlate con diverse componenti del modo di vivere opulento e anzitutto col cibo. In particolare dall’esame di diverse ricerche di epidemiologia alimentare si possono evidenziare i seguenti fattori di rischio: 1) carenza di cibi poveri, come frutta e verdura fresche, legumi e cereali integrali, con i fattori nutrizionali di cui abbondano: fibra, sali minerali e vitamine; 2) eccesso di calorie complessive; 3) eccesso di cibi ricchi, cioè quelli di origine animale (in particolare carni e grassi saturi), nonché zucchero, alcool, caffè, sale e altre fonti alimentari passate attraverso trasformazioni e arricchimenti tecnologici o economici. Ecco quindi che l’opulenza alimentare conseguente al benessere è all’origine di pericolose patologie, ben documentate dalle indagini epidemiologiche.

 

C’è una dieta ideale? Ma il rapporto alimentazione-salute non può restare limitato in negativo alla documentazione dei danni provocati. Si tratta anche di scoprire se ci sono forme di alimentazione in grado di garantire la salute, intesa nel senso proposto dall’Organizzazione Mondiale della Sanità, cioè non soltanto come assenza di malattia, ma come pienezza psicofisica: capace cioè di potenziare le difese naturali dell’organismo contro i diversi agenti patogeni. La risposta ufficiale a questo quesito si limita di solito a indicare la famosa dieta mediterranea, quella che veniva seguita tradizionalmente dalle popolazioni rurali povere di quest’area, culla della civiltà occidentale. È tuttavia indubbio che sul potenziamento delle difese naturali la scienza medica è gravemente carente, rispetto ai progressi raggiunti in altri campi dove più forti sono gli interessi economici coinvolti. La dieta mediterranea, come le altre tradizioni alimentari, non poteva non essere condizionata dalla situazione ambientale e tecnologica: si mangiava ciò che il terreno, il clima e le capacità di conservazione consentivano. La priorità a cereali e legumi è stata quasi ovunque una scelta obbligata, perché soltanto questi potevano essere facilmente conservati durante la stagione invernale, laddove non si disponeva che di mezzi di conservazione primitivi. Oggi la situazione è cambiata: si sono avuti grandi progressi nella tecnologia di conservazione e di trasporto, ed è quindi possibile allargare la gamma dei cibi a disposizione. Sarebbe possibile scegliere il cibo ideale, se lo si potesse individuare, o, prima ancora, se ci si ponesse il problema, tralasciando il “dogma” dell’onnivorismo dell’uomo.

 

L’uomo è onnivoro perché, di fatto, mangia di tutto. Si tratta di vedere se ciò corrisponde anche alla sua struttura anatomica. In natura gli animali onnivori, come i topi o i maiali, sono assai più voraci dell’uomo (dell’uomo tradizionale, se non di quello “opulento”) e, sul piano anatomico, sono notevolmente diversi. Si rinvia, a tal fine agli studi di anatomia comparata, che evidenziano un’impressionante somiglianza tra l’uomo e le scimmie antropoidi (scimpanzè, orango, gorilla). Queste in natura, lungi dall’essere onnivore, si nutrono quasi esclusivamente di frutti, noci, germogli. Se ne può dedurre che anche l’uomo, per seguire la propria natura anatomica, dovrebbe accordare preferenza ad una simile alimentazione, prevalentemente vegetariana. La quale peraltro sarebbe in grado di minimizzare l’impatto ambientale e di consentire di vivere in buona salute al maggior numero di persone sul pianeta. Perché la realtà è tanto diversa? Ma ancora: perché si abbandona la dieta tradizionale e ci si sposta verso quella opulenta, nonostante siano scientificamente provati i suoi danni?

 

Un’ipotesi di spiegazione. I motivi sono certo complessi ed attengono ad una pluralità di settori: economico, sociologico, psicologico, culturale, scientifico (forse una scienza disancorata dalla saggezza). Avanziamo soltanto un’ipotesi limitata al campo fisiologico. La dieta povera, a differenza di quella opulenta, contiene in sé un principio di limitazione: essendo ricca di fibra, dà subito il senso di sazietà e, qualora si eccedesse, provoca immediate reazioni negative – meteorismo, diarrea… – che inducono le persone a correggersi. Quando si apre alle diverse forme di arricchimento, invece, si eliminano queste possibilità di regolazione e si incorre più facilmente nel rischio di eccedere. I danni che ne derivano sono più dilazionati nel tempo, ma di ben altra gravità, trattandosi proprio delle patologie degenerative.

 

In definitiva,  il recupero della saggezza tradizionale, l’osservazione della natura anatomica dell’uomo con la ricerca dei cibi più adatti, tenendo anche conto del loro impatto ambientale e sociale, potrebbero essere alcune vie per scoprire in quella alimentare la via maestra per potenziare le difese naturali dell’organismo. Ma vi sono altri percorsi, come: il ruolo centrale svolto dalla flora batterica intestinale, che è evidentemente influenzata anzitutto da ciò che si ingerisce; l’attenzione ad evitare piccoli danni ripetuti – connessi ad es. con incongrue associazioni di cibi nello stesso pasto, l’uso prolungato di piccole dosi di veleni, come alcol, caffeina o altri alcaloidi, cibi con “radicali liberi”… – che cumulandosi possono sfociare nelle patologie. Sembra che la medicina disconosca queste possibilità di prevenzione primaria attraverso il cibo, preferisca mantenere un arcaico atteggiamento fatalistico, limitandosi a curare le malattie quando sopraggiungono. È necessario esercitare il senso critico verso questo “sistema” in cui siamo indotti a scegliere ciò che genera profitto invece di quanto sarebbe più favorevole per la salute dell’uomo e del pianeta.

Per riflettere:

-crescita delle malattie degenerative o del benessere;

-eccesso di cibi ricchi;

-carenza di cibi poveri;

-c’è una dieta ideale?

-la dieta mediterranea è condizionata all’ambiente mediterraneo;

-dogma dell’onnivorismo dell’uomo;

-anatomia comparata uomo-animali;

-l’uomo assomiglia alle scimmie antropoidi, non agli onnivori;

-le quali sono prevalentemente fruttivore;

-la dieta povera contiene principi di limitazione;

-quella ricca no ed apre ai rischi di eccessi;

-rivalutare tutte le tradizioni alimentari antecedenti al benessere.

3 commenti »

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