Brianzecum

agosto 14, 2008

ALCUNE RADICI LONTANE DELL’ETICA LIBERISTA

DALLE ELABORAZIONI FRANCESCANE AL PENSIERO UNICO

Il rapporto con le cose costituisce l’oggetto dell’economia. Tra le prime riflessioni in questo campo, si possono ricordare quelle provenienti dalla scuola francescana, che a lungo ha approfondito l’idea di povertà. È noto che Francesco fu un grande innovatore e che il suo esempio ebbe importanti conseguenze anche al di fuori dell’ambito religioso.

Fraternità e povertà. Per il suo ordine propose l’idea di fraternità: una fraternità concreta, profonda e non solo ideale come quella che sarà propugnata successivamente dagli illuministi. Inoltre abolì la perpetuità delle gerarchie tra i frati, introducendo il principio di rotazione. Si tratta di idee davvero rivoluzionarie per quei tempi, perché intaccavano la dominante concezione gerarchica. Questa, nella vita politica, si manifestava nella dipendenza “clientelare” che i sudditi avevano dal principe. La rivendicazione di Francesco di una pari dignità tra le persone si estenderà nella vita civile, fino a diventare gradualmente quello che per noi oggi è ormai acquisito nell’idea di cittadinanza democratica. Ma quanto più interessa in questa sede è l’innovazione riguardante l’atteggiamento verso la ricchezza. Se la povertà è stata la risposta immediata di Francesco contro la corruzione nella chiesa, questa stessa scelta fornì pure l’occasione per un approfondimento sull’etica nei rapporti economici – proseguito anche nei secoli successivi dai suoi seguaci. In questo campo si possono ricordare alcuni aspetti di grande attualità, come la priorità della vita (umana, ma anche degli animali) sulle cose, quindi pure rispetto all’economia, e soprattutto l’impegno civile, che non deve mancare nell’azione economica.

Le riflessioni economiche dei seguaci di Francesco possono farsi partire dalla seguente osservazione: non si può aspettare che nella società si sviluppino danni ed emarginazioni, per poi porvi rimedio con l’elemosina. Un senso vero di carità impone che si organizzi correttamente la società, in particolare per quella componente fondamentale che è il lavoro, così che non ci sia più bisogno di elemosina. Per garantire occupazione a tutti è necessario che i capitali “circolino”, che non ci sia tesaurizzazione né altra indebita sottrazione, per acquistare ad es. beni di lusso. Una interpretazione non letterale del divieto biblico consentì ai francescani di accettare la possibilità di rimunerare il capitale prestato con un interesse, ovviamente non così elevato da divenire usurario. Anche la divisione del lavoro, quella cioè che dà origine agli scambi e al mercato, fu vista dai francescani come strumento di umanizzazione. Consente infatti a tutti gli uomini, e non soltanto ai più dotati, di specializzarsi in una certa attività in base al proprio vantaggio comparato (rispetto a quello altrui), partecipando così alla produzione.

Produzione di cosa?  Senza esitazione i francescani risposero: di bene comune, di utilità pubblica. Veniva così perseguito un forte senso civico, proprio quello che oggi è sempre più deficitario. Si deve notare che lo stesso principio dei vantaggi comparati è stato successivamente ripreso dal pensiero economico e costituisce oggi un fondamento dell’elaborazione neoclassica-marginalista, principale fonte dell’attuale “pensiero unico”. Ebbene questa elaborazione si differenzia radicalmente dal pensiero francescano, perché pone come fine dell’attività economica l’interesse particolare, il profitto, la privatizzazione, anziché il bene comune e la condivisione. Molte volte i francescani hanno messo in guardia contro l’inquinamento e i danni che sarebbero derivati dal diffondersi di atteggiamenti egoisti nell’economia, ma il mondo è “evoluto” egualmente in questa direzione, su cui non si può dare, in questa sede, se non alcuni rapidi flash.

Homo homini lupus. Nel ‘600 si diffuse l’idea di Hobbes che la malvagità dell’uomo non fosse tanto dovuta alla sua natura, ma semplicemente alla scarsità del cibo e altre risorse in cui è costretto a vivere. Se si fosse raggiunta l’abbondanza si sarebbe potuto migliorare l’uomo, sia sul piano personale sia su quello sociale. Da allora nacque l’idea che i poteri pubblici dovessero limitarsi a favorire la crescita economica, senza cercare di migliorare direttamente la società e l’uomo. Oggi noi, che viviamo nell’abbondanza, possiamo verificare quanto peregrina fosse quell’idea. Tuttavia più o meno inconsciamente, essa è ancora presente, tanto è vero che i programmi di governi e partiti danno quasi ovunque priorità ai temi economici rispetto a quelli riguardanti lo sviluppo umano: educazione, cultura, benessere psico-fisico… Ma anche la stessa idea dell’homo homini lupus per fortuna non è sempre verificata e in ogni caso è fonte di sospetto, asocialità, individualismo.

Vizi privati e pubbliche virtù. Un’altra concezione che lascia eredità ancora oggi, sia pure a livello inconscio, è quella che vizi privati si possano trasformare in virtù sul piano pubblico. L’antesignano di questa idea, Bernard de Mandeville (1670-1733), sosteneva che i vizi e la disonestà sono il fondamento della prosperità: perché l’uomo è per natura aggressivo e competitivo. Infatti, se ognuno si accontentasse dello stretto necessario per vivere, l’uomo si ridurrebbe “all’unica condizione adatta alla virtù”: lo stato animale di pura sussistenza. Invece la ricerca di lusso, l’orgoglio, il crimine, paradossalmente stimolano la crescita economica e quindi il benessere pubblico. Anche questa idea è lungi dall’essere confermata dalla storia: basti ricordare i disastrosi effetti sociali ed economici delle mafie che prosperano nel nostro Mezzogiorno e nei paesi apertisi più di recente al mercato, come quelli dell’ex socialismo reale.

In definitiva, sono sufficienti questi cenni per comprendere come sia stato possibile giungere, in modo più o meno inconscio, ad una inversione di ruolo tra etica ed economia. Non c’è più bisogno di parlare di bene comune, perché questo discenderà automaticamente dal perseguimento dell’interesse egoistico degli individui. Come si può vedere anche nella nostra vita politica attuale, non esiste più l’interesse generale, solo interessi particolari, individuali o di gruppo. La principale istanza “etica” diventa quella di produrre, di ottenere la crescita economica. Per raggiungere questo obiettivo tutti gli altri valori devono essere messi in secondo piano e si possono percorrere tutte le vie, compresa la guerra, quando servisse, ad es. a garantire l’approvvigionamento delle materie prime necessarie per la crescita. In sostanza si opera una sorta di inversione di valori per cui l’economia non è al servizio dell’uomo, come nelle elaborazioni francescane, ma viceversa l’uomo deve servire alla crescita economica. In attesa di una fideistica, quanto improbabile, ricompensa futura di benessere: un vero e proprio “oppio dei popoli” della religione (o ideologia) liberista.

Per riflettere:

-le innovazioni francescane: fraternità e povertà;

-l’impegno civile non deve mancare nell’azione economica;

-prevenire i danni sociali, non rimediarvi a posteriori;

-garantire un lavoro o attività a tutti;

-circolazione dei capitali;

-divisione del lavoro e vantaggi comparati;

-produzione di bene comune, non solo vantaggi egoistici;

-vizi privati, pubbliche virtù;

-homo homini lupus;

-uomo a servizio dell’economia o economia a servizio dell’uomo?


1 commento »

  1. […] a somma zero? Riscoprire la centralità del lavoro L’urbanesimo all’origine delle migrazioni Alcune radici lontane dell’etica liberista Lotta all’immigrazione: trionfo della demagogia Grandi opere? Meglio a dimensione umana Creazione […]

    Pingback di ELENCO COMPLETO DEL MATERIALE DEL SITO « Brianzecum — ottobre 5, 2010 @ 2:31 PM


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