Politici ed economisti richiamano continuamente l’esigenza della ripresa dell’economia, di una crescita costante e sostenuta. Sembra che con la crescita si possano risolvere tutti i problemi della società, anche se è ben evidente che molti di questi problemi (ambiente, rincaro dei prezzi, immigrazione..) derivano direttamente dalla crescita stessa. Per comprendere come possa essersi affermata l’importanza della crescita, possiamo risalire un paio di secoli addietro, quando si stavano affermando le idee liberiste di Smith e Ricardo rispetto alla teoria allora prevalente, quella del mercantilismo.
A somma zero o a somma positiva? I mercantilisti ritenevano che gli scambi sono, come si direbbe oggi, “un gioco a somma zero”, cioè che quanto guadagna uno dei contraenti, viene perso dall’altro. Pertanto pensavano che la ricchezza delle nazioni consistesse nella quantità di denaro che riuscivano a incamerare, ed erano quindi portati a sostenere politiche protezioniste e colonialiste per aumentare il denaro disponibile. I nuovi economisti invece dimostrarono che gli scambi commerciali sono “a somma positiva” perché vantaggiosi per entrambi i contraenti. Sostennero quindi l’idea che la ricchezza delle nazioni va collegata anche con l’intensità degli scambi commerciali, la libera concorrenza e la rimozione di ogni ostacolo che si frappone al loro sviluppo. Ricardo poi, con la sua teoria dei costi comparati, giunse ad affermare che i massimi vantaggi si sarebbero raggiunti nel tempo, quando ogni paese si fosse specializzato nelle produzioni cui è maggiormente vocato e che può effettuare a costi inferiori.
Creazione dal nulla? Soffermiamoci brevemente sulla premessa teorica, se cioè gli scambi commerciali siano a somma zero oppure a somma positiva. È ovvio che sul piano fisico con un singolo atto di scambio non si può avere altro che somma zero (anche se nel tempo si possono verificare i vantaggi di specializzazione ipotizzati da Ricardo). Si ha invece somma positiva se si prendono in considerazione non la quantità fisica dei beni scambiati, ma il loro valore commerciale o l’utilità che i beni scambiati recano alle persone che scambiano. È qui che nasce l’equivoco: con l’idea di somma positiva si attribuisce agli scambi una specie di “creazione”. Gli scambi, come più in generale l’attività economica, creano valore commerciale, modificano prezzi, spostano persone da attività tradizionali a lavori più produttivi, stimolano creatività e intraprendenza, ma non è vero che creino ricchezza fisica dal nulla, che si oppongano cioè al fondamentale principio della fisica secondo cui “in natura nulla si crea e nulla si distrugge, ma tutto si trasforma”. L’economia crea valore, non ricchezza fisica. Problema diverso è vedere dove va a finire questo valore creato: sembra difficile sostenere che vada nelle aree povere, altrimenti non sarebbero più tali.
Un esempio potrebbe chiarire meglio l’idea. Facciamo il caso – tutt’altro che teorico – di un certo vegetale usato gratuitamente dagli sciamani di una popolazione primitiva per curare certe malattie. Si scopre che è utile anche per la lotta contro malattie moderne, come l’Aids. Un’industria farmaceutica si reca in loco, si accaparra il vegetale, lo studia, lo brevetta, lo lavora e lo vende, con grandi guadagni. Ecco come “crea” valore l’economia. Non necessariamente crea anche utilità, né il valore creato beneficia sempre il luogo d’origine (dove forse oggi si deve pagare quello che prima era gratuito) ma sicuramente l’attività economica crea valore, mentre prima non c’era.
Questa “creazione” dal nulla che vige nel campo economico ha fatto pensare di essere di fronte a qualcosa di miracoloso, di divino. E non solo quando si è parlato di miracolo economico. L’attuale pensiero prevalente in economia, quello neo liberista, porta quasi dogmaticamente avanti l’idea che non ci sono alternative alla crescita economica e al principio liberista, con i corollari di privatizzazione, liberalizzazione, deregolamentazione, fiducia nel mercato, nella tecnica e così via. Riccardo Petrella, in un libro molto interessante, Una nuova narrazione del mondo, EMI 2007, descrive i principi sostenuti dai moderni liberisti come altrettanti dogmi di una nuova religione che si sostituisce a quella biblica. La differenza è che mentre il Dio di quest’ultima è un padre per tutti gli uomini, il dio capitale di quella beneficia solo alcuni, i privilegiati dal benessere.
Resta però un dubbio: davvero l’economia che crea valore è un gioco a somma positiva? A cosa è dovuto lo spaventoso impoverimento del terzo mondo? Quando si parla di scambi internazionali si tiene conto di tutti i costi, anche sociali e ambientali, passati e futuri, diretti e indiretti? Tra i costi sociali, ad es., quelli provocati nei paesi poveri dalla sostituzione, alla tradizionale agricoltura di sussistenza, di produzioni per il mercato soggette alla fluttuazione dei prezzi (spesso speculativa) che comporta rischi talvolta letali per i contadini poveri. Tra i costi ambientali, quelli derivanti dai trasporti (in gran parte con energia fossile), oppure l’abbandono della protezione idrogeologica per far posto a coltivazioni per il mercato. Rimane il dubbio che il “miracolo” della creazione di valore sia in realtà una sottrazione al mondo povero e alle generazioni che verranno. Il dio capitale è crudele e falso, come tutti gli idoli.
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