Maledizione del fico senza frutti
(Mc 11,12-24; Mt 21,18-22; Lc 13,6-9)
Comune ai tre brani evangelici è la maledizione di Gesù a una pianta di fico che non porta frutti. Mentre però Matteo (Mt) e Marco (Mc) raccontano lo stesso episodio, con qualche differenza, quello di Luca (Lc) potrebbe essere un episodio diverso. Solo Mc dà la giustificazione della mancanza di frutti: quella di essere fuori stagione; inoltre per lui la maledizione, udita dai discepoli, si concretizza nel disseccamento della pianta il giorno successivo, mentre per Mt avviene immediatamente. Per entrambi la spiegazione che dà Gesù è la forza della fede, capace di spostare le montagne. Si può pensare che il brano di Mt, scritto successivamente, abbia attinto da quello di Mc, con meno dettagli. Al di là delle differenze si potrebbe ritenere che non è tanto importante la verità storica dell’evento, quanto il messaggio educativo che con esso si vuol dare, tenendo presente che è indirizzato a un popolo scarsamente acculturato e che è pure finalizzato a mantenere coesa una nascente comunità cristiana contro le autorità religiose che la perseguitano.
Il contesto in cui è collocata la descrizione dell’episodio va evidenziato con attenzione. Nella narrazione di Mc e Mt, Gesù era appena arrivato al tempio di Gerusalemme, cuore dell’ebraismo, nella cornice festosa del pellegrinaggio pasquale. Sta maturando una duplice delusione: quella di Gesù, che appena giunto nel tempio sembra cercarvi qualcosa che non trova, dopo aver guardato ogni cosa attorno (Mc 11,11); e la delusione di Israele che aspettava un Messia armato e forte, diverso da Gesù, anche se la profezia di Zaccaria ricalca quasi esattamente quanto si sta avverando: Gioisci, figlia di Gerusalemme! Ecco, a te viene il tuo re: è giusto e vittorioso, è umile e cavalca un asinello; toglierà i carri da guerra e annuncerà la pace alle genti (Zc 9,9). Appellandosi alle profezie bibliche, Gesù contesta che il tempio sia stato ridotto a spelonca di ladri anziché luogo di preghiera per tutte le genti (Is 56,7). Si sta parlando del piccolo commercio che si svolgeva nel tempio di animali e oggetti votivi, di cambiavalute, ecc., ma forse Gesù aveva di mira ancor più il commercio del culto: le sicurezze sul futuro, la serenità dell’accoglienza, la protezione di santi.. – che la gente cercava nel tempio e che i sacerdoti vendevano, senza la gratuità che caratterizza l’azione di Dio: una specie di privatizzazione della fede. Le stesse richieste che facciamo a Dio nelle preghiere possono sconfinare con la blasfemia: pretendiamo di ridurlo alla nostra dimensione, a idolo che ci serve, come se non sapesse Lui quello che davvero ci occorre, anche se non lo chiediamo. Privatizzata e commercializzata, la religione divide, non è per tutte le genti, anzi, può diventare oppio dei popoli, opporsi alla crescita umana e civile.
Significato. In questo contesto la maledizione del fico ha un significato simbolico, che però non viene esplicitato, ma lasciato alla nostra intuizione. Una certa esegesi antiebraica vi vedeva il simbolo di Israele, colpito per non aver creduto: ma non è sostenibile, perché il patto di amore di Dio col suo popolo non è stato revocato, dura in eterno. Il significato simbolico è piuttosto da riferire al tempio e al culto che vi si svolgeva: forse proprio perché non dà più frutti, non essendo diventato luogo di preghiera per tutte le genti. Per questo Gesù interrompe il culto, lo abolisce: e non permetteva che si portassero cose attraverso il tempio (Mc 11,16). “Se Dio giudica Israele è perché questi si è chiuso, e non vuol decidersi ad aprirsi al Messia ed alle genti. Non si considera più una realtà aperta, provvisoria, disponibile.”[1] Questo induce a riflettere sul culto e più in generale su questa fede senza la quale si è aridi e senza frutti, perché “non sempre ciò che gli uomini chiamano fede è tale agli occhi di Dio”.[2]
Fede che unisce. “La potenza delle fede non sta nella quantità: le molte preghiere e le molte pratiche dei giudei non erano la vera fede. (..) Fede è attendere da Dio, e non da noi o dalle nostre opere: la fede è gratuità, ed è per questo che si esprime nella preghiera. Fede è attendere da Dio quello che Egli vuole darci: non dobbiamo ostinarci a voler essere noi la misura del progetto di Dio. È Dio la misura del dono, non noi. Fede è renderci disponibili, perché Dio ci apra all’universalità delle genti: la negazione della fede è il ripiegamento su di sé, la gelosa conservazione del proprio privilegio.”[3] È forse questa fede gratuita e aperta che Gesù cercava, senza trovarla nei culti esteriori e ‘commerciali’ dei giudei nel tempio. È l’unica fede che, oltre a spostare le montagne, può unire i credenti delle diverse confessioni e garantire la pace annunciata alle genti. Il fatto che Gesù pretenda frutti fuori stagione sta probabilmente a significare che non dobbiamo rassegnarci all’esistente: nella fede la normalità non basta, deve essere esagerata, come l’amore di Dio per noi.
* Da un incontro del Gruppo ecumenico della Brianza meratese del 22 maggio 2008 presso la libreria La cicala.
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